Asia

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Metodo di ricerca ed analisi adottato

Per il medoto di ricerca ed analisi adottato

Vds post in data 30 dicembre 2009 sul blog www.coltrinariatlanteamerica.blogspot.com
seguento il percorso:
Nota 1 - L'approccio concettuale alla ricerca. Il metodo adottato
Nota 2 - La parametrazione delle Capacità dello Stato
Nota 3 - Il Rapporto tra i fattori di squilibrio e le capacità delloStato
Nota 4 - Il Metodo di calcolo adottato

Per gli altri continenti si rifà riferimento al citato blog www.coltrinariatlanteamerica.blogspot.com per la spiegazione del metodo di ricerca.

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mercoledì 2 settembre 2015

Afganistan: continua la instabilità

Province settentrionali
Afghanistan: stabilità sempre più lontana
Elvio Rotondo
25/08/2015
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Dopo 13 anni di presenza dei militari di Isaf nel paese, l’Afghanistan si trova ora ad affrontare, quasi solamente con le proprie forze, la complicata situazione della sicurezza che affligge il Paese ormai da decenni.

Il 14 luglio ‘Tolo TV’, televisione afghana, annunciava che, negli ultimi giorni, i talebani avevano preso il controllo di 30 villaggi nel distretto di Qaysar, di 40 nel distretto di Almar e di 35 nel distretto di Shirin Tagab, tutti della provincia di Faryab, nel nord-ovest.

Secondo quanto riferito da Rfe (Radio Free Europe), il mese scorso il capo del Consiglio provinciale, Sayed Abdul Baki Hashami, aveva detto che i talebani e i loro alleati stranieri, nel distretto di Almar, bruciano le case di chiunque sia sospettato di appoggiare o aiutare i combattenti filo-governativi.

Gli abitanti della provincia si trovano in una situazione disperata e denunciano la mancanza di sostegno da parte del governo. Hashami aveva informato decine di volte Kabul che quelle aree stavano per cadere in mano ai talebani e che la situazione si stava deteriorando.

Feudi personali del generale Dostum
La provincia di Faryab con quelle di Balkh, Jowzyan e Sar-e-pul, abitate soprattutto da tagiki e uzbeki, sono considerate il feudo personale dell’attuale vice-presidente afghano, Abdul Rashid Dostum, che ha cercato di ottenere aiuto dal suo stesso governo, facendo pressioni sul Consiglio di Sicurezza nazionale per un intervento, al fine di contrastare le incursioni talebane nella provincia. Il 21 agosto, secondo il sito Pajhwok.com, lo stesso Dostum, che era a bordo di un veicolo blindato, sarebbe scampato a un attentato nel distretto di Qaisar.

Dostum, durante la guerra sovietica in Afghanistan, è stato un generale dell'esercito afghano, un comandante chiave nell’esercito di Najibullah. In seguito, divenne un signore della guerra indipendente e leader della comunità uzbeka afghana. Ha partecipato ai combattimenti contro i mujaheddin nel 1980, così come contro i talebani nel 1990, ed era di stanza nel nord dell'Afghanistan, nella roccaforte di Mazar-i Sharif.

La provincia di Fāryāb, considerata un tempo relativamente tranquilla, conta circa 858.600 abitanti, ha come capoluogo Meymaneh e confina con il Turkmenistan.

Le forze in campo nella Regione
I combattenti talebani nella provincia sono circa 3.000, secondo alcuni funzionari della sicurezza, e sono sostenuti da circa 500 guerriglieri stranieri, in gran parte appartenenti al Movimento islamico dell'Uzbekistan (Imu), che, secondo quanto scrive The New York Times, quest'anno avrebbe promesso fedeltà allo Stato Islamico.

Il governo locale non rivela il numero esatto di soldati e agenti di polizia presenti nella provincia, ma la loro entità non è sufficiente. I talebani hanno guadagnato terreno, nonostante la presenza stimata di 5.000 miliziani filo-governativi chiamati in aiuto dai locali per disperazione.

Il generale Dostum, secondo il NYT, sarebbe tornato alle sue radici, attivando a luglio un insieme di milizie private, che, con alcune unità di polizia e dell'esercito afghano, cercherebbero di contrastare i gruppi di talebani.

Il ruolo delle milizie private
Nella provincia di Faryab, un gateway cruciale nel nord del paese, è sempre più chiaro che l'inserimento di queste milizie, di discutibile lealtà, hanno reso il campo di battaglia caotico, tanto da ricordare i combattimenti tra fazioni degli anni ‘90, che fecero centinaia di migliaia di morti.

Le milizie sono a tutti gli effetti degli eserciti privati che rispondono a un leader o a un’etnia: spesso i loro componenti combattono, per ragioni d’opportunità, l’uno o l’altro gruppo rivale, passando persino ai talebani o viceversa; e sovente le milizie contrapposte si affrontano sullo stesso campo di battaglia dove, da decenni, contrastano i talebani per il controllo del territorio. Il tutto si traduce in una lotta per il potere tra le varie fazioni etniche, con alleanze che cambiano improvvisamente.

Questo territorio è molto conteso per la presenza del commercio dell’oppio, importante nell’economia afgana: i papaveri dell’oppio hanno finanziato a lungo i signori della guerra. I progetti governativi di riconvertire la produzione del papavero in coltivazioni lecite come quella dello zafferano non hanno avuto molto successo. Molti piccoli agricoltori, disperatamente poveri, sono ancora orientati verso la coltivazione dell’oppio perché più conveniente.

Signori della Guerra, oppio e rifugiati
Secondo il gruppo norvegese Norwegian Refugee Council, quest’anno circa 30.000 civili avrebbero lasciato le loro terre a causa della violenza nella provincia di Faryab, proprio quando ci si preparava al raccolto. Le Nazioni Unite riportano un incremento di vittime civili e di sfollati, a causa di combattimenti tra milizie filo-governative rivali nella regione.

A giugno, secondo quanto riferisce il Wall Street Journal, Abdul Rashid Dostum e Mohammed Atta, il governatore della provincia di Balkh, un tempo in competizione per il controllo delle vie commerciali e dei traffici di droga, avrebbero stretto un’alleanza, unendo le milizie a loro fedeli contro i talebani.

Il Governo afgano avrebbe permesso alle milizie dei due ex rivali di operare apertamente per contribuire a combattere i talebani nel nord dell'Afghanistan, suscitando timori di un ritorno ai tempi dei Signori della Guerra.

Infine, la presenza di combattenti stranieri e la comparsa dello Stato Islamico in Afghanistan appaiono alquanto preoccupanti perché potrebbero essere d’ispirazione ideologica per alcuni comandanti talebani, creare fratture al loro interno e condizionare eventuali futuri processi di pace con il governo.

Hamid Karzai, l’ex presidente afghano, durante una visita a Mosca, ha detto che lo Stato Islamico utilizzerebbe l'Afghanistan come piattaforma di lancio per diffondere la propria influenza in tutta la regione.

L’aumento dell’integralismo islamico in Asia centrale e un Afghanistan ancor più debole e destabilizzato sono fonte di preoccupazione per molti Paesi, tra cui la Russia.

Elvio Rotondo è Country Analyst de “Il Nodo di Gordio”.
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giovedì 13 agosto 2015

Orizzonti Cina



 bimestrale OrizzonteCina (ISSN 2280-8035).
 In questo numero una nuova rubrica - "Europa&Cina" - e articoli su:

• La sfida della sostenibilità in Cina
• Qualità ambientale in Cina: aria, acqua, suolo
• Partecipazione pubblica e governance ambientale in Cina
• Opportunità e sfide di un partenariato sempre più verde
• Frammenti di un discorso coloniale misconosciuto. Lo stereotipo anti-cinese e la sua declinazione italiana
• La Banca asiatica d’investimento per le infrastrutture e i suoi critici
• La Cina sono io, di Guo Xiaolu. Recensione



lunedì 3 agosto 2015

Cina: i rapporti con l'Europa per l'ambiente

Opportunità e sfide
Ue-Cina: un partenariato sempre più verde
Nicola Casarini
08/08/2015
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La crescita verde è una delle priorità dell’agenda politica sia dell’Ue che della Cina: entrambe sono interessate a realizzare una crescita sostenibile mantenendo e migliorando le condizioni ambientali dei rispettivi territori.

Un uso efficiente delle risorse ha anche importanti ricadute economiche. Il mercato globale di prodotti e servizi verdi è, infatti, stimato attualmente in circa 1.000 miliardi di euro all’anno, cifra che dovrebbe raddoppiare entro il 2020.

Alle opportunità si contrappongono, però, i rischi. La Cina è diventata negli ultimi anni la prima produttrice mondiale di pannelli solari, superando l’industria europea.

Se da una parte l’Europa ha motivo di rallegrarsi di una tale svolta “verde” del sistema manifatturiero cinese, dall’altra le tensioni commerciali tra Bruxelles e Pechino – se non gestite correttamente – potrebbero avere serie ricadute sulla loro cooperazione ambientale. Che ha invece raggiunto, negli ultimi anni, importanti traguardi.

Focus sulla “crescita verde”
Nel 2013, in occasione del decimo anniversario del partenariato strategico, la Ue e la Cina misero al centro del vertice annuale la “crescita verde”. Otto anni prima, nel 2005, Bruxelles e Pechino avevano siglato un accordo – definito all’epoca “partenariato per il cambiamento climatico” – con l’obiettivo di rafforzare la collaborazione sulla sicurezza climatica e creare un dialogo strutturato sull’utilizzo di tecnologie verdi e la riduzione dei gas a effetto serra.

Il tema del cambiamento climatico ha caratterizzato anche l’ultimo vertice Ue-Cina tenutosi a Bruxelles il 29 giugno 2015, al quale hanno partecipato, per la parte europea, Jean-Claude Juncker (presidente della Commissione europea) e Donald Tusk(presidente del Consiglio europeo) e, per la Cina, il premier Li Keqiang.

In tale occasione – a dieci anni della sigla del “partenariato per il cambiamento climatico” – i leader delle due parti hanno firmato una dichiarazione congiunta sulla sicurezza climatica che verrà presentata al vertice Cop21 – la Conferenza Onu sul clima che si terrà a Parigi il prossimo dicembre. Tale dichiarazione congiunta non è che il punto di arrivo di una serie di dialoghi e progetti di cooperazione che hanno coinvolto la Ue e la Cina negli ultimi anni.

Dal 2009, ad esempio, c’è un meccanismo di cooperazione bilaterale – con incontri regolari annuali a livello di responsabili politici – tra la Commissione europea e l’Autorità forestale statale cinese. La Dg Clima ha, inoltre, instaurato con Pechino un dialogo specifico sul cambiamento climatico e avviato numerosi progetti di cooperazione:

- programma Ue-Cina di governance ambientale (Eu-China environmental governance programme – Egp) per il periodo 2011-2015, in cooperazione con il ministero cinese per la protezione dell’ambiente. Obiettivo del programma è contribuire al rafforzamento della governance ambientale in Cina attraverso riforme della pubblica amministrazione, sostegno alla partecipazione pubblica e responsabilità sociale in materia ambientale;

- programma Ue-Cina di sostenibilità ambientale (Eu-China environmental sustainability programme – Esp). Lanciato nel settembre 2015, il progetto si propone di aiutare la Cina nel raggiungere gli obiettivi relativi alla protezione dell’ambiente e al cambiamento climatico iscritti nel 12° piano quinquennale per lo sviluppo. Il focus dell’iniziativa è soprattutto sulla sostenibilità ambientale attraverso un miglioramento della qualità dell’acqua e la prevenzione – e controllo – dell’inquinamento delle falde acquifere;

- China-Europe water platform (Cewp). Il programma, che è stato istituito durante il VI forum mondiale dell’acqua tenutosi a Marsiglia nel marzo 2012, mira a creare le condizioni per un approccio integrato alla gestione delle acque in Cina. Il Cewp è un accordo politico che si sviluppa attraverso tre iniziative: (1) un partenariato per la promozione del dialogo sulla riforma della gestione delle acque; (2) il sostegno al capacity-building cinese in materia ambientale; e (3) la cooperazione tecnica e manageriale.

Un intreccio di dialoghi e programmi
Oltre alla Dg Clima, la Dg Industria dell’Ue ha iniziato una serie di progetti con la Cina al fine di migliorare l’efficienza energetica dell’industria e contribuire a una crescita sostenibile. Un gruppo di lavoro speciale è stato istituito nel 2010, di concerto con il ministero cinese dell'industria e della cooperazione tecnologica. Le sue tre principali aree di collaborazione sono l’efficienza energetica nell'industria, l’eco-design e la politica industriale sostenibile.

Le questioni ambientali e il loro legame con l’industria e l’economia sono inoltre discusse nell’ambito del dialogo economico e commerciale (Eu-China high level economic and trade dialogue, Hed).

Dal 2003 è inoltre attivo un Dialogo politico Ue-Cina sull’ambiente con incontri a cadenza regolare (spesso biennale) tra le due parti.

Durante il quinto (e finora ultimo) dialogo politico sull’ambiente tenutosi a Pechino nel 2013 sono stati siglati – alla presenza di Antonio Tajani, all’epoca vicepresidente della Commissione europea e responsabile per l'Industria e l’imprenditoria, di Janez Potočnik, commissario europeo responsabile per l'Ambiente, e di Zhou Shengxian, ministro per la Protezione dell'ambiente – importanti accordi di cooperazione in tema di sostenibilità ambientale, urbanizzazione sostenibile e scambio di quote di emissione.

Al quinto dialogo politico sull’ambiente del 2013 ha anche partecipato una delegazione di 59 imprese e associazioni industriali nazionali ed europee che hanno discusso delle sfide in campo normativo sul mercato cinese e illustrato le best practices europee al fine di migliorare il contesto imprenditoriale, in particolare per le piccole e medie imprese.

L’industria europea, con la propria vasta esperienza in materia di prodotti e servizi non nocivi per l’ambiente, ha molto da offrire alla Cina riguardo alla protezione dell'ambiente e a una crescita sostenibile, a dimostrazione che la cooperazione in tema di crescita “verde” ha un notevole potenziale in termini di opportunità commerciali. Ci sono, però, anche elementi di frizione, come sta ad indicare il recente caso dei pannelli solari.

Tra principi e interessi
A fine maggio 2015, la Commissione europea ha deciso di aprire un’indagine sull’import di pannelli solari provenienti da Taiwan e Malesia, che si sospetta siano in parte “made in China”.

Bruxelles ha accolto così una richiesta dell’industria europea, che accusa la concorrenza cinese di fare largo uso di pratiche illegali per aggirare i dazi sull’import cinese e il prezzo minimo concordato con l’Ue dei pannelli solari per evitare il “dumping”, cioè la vendita a prezzi molto inferiori rispetto al valore commerciale.

Secondo ProSun, l’organizzazione che rappresenta l’80% della produzione di pannelli “made in Europe”, i produttori cinesi del solare aggirano le misure antidumping dell’Ue prima esportando in Paesi terzi, come Malesia e Taiwan, poi falsificando la loro vera origine.

La questione dei pannelli solari è un ottimo esempio della difficoltà di tenere insieme i principi della protezione dell’ambiente e la promozione della “crescita verde” con gli interessi dell’industria europea. Una difficile quadratura del cerchio.

Rimane comunque interesse sia dell’Ue che della Cina trovare un compromesso per non mettere a repentaglio gli sforzi e le iniziative in materia ambientale e sviluppo sostenibile che le due parti hanno intrapreso negli ultimi anni.

Articolo pubblicato su OrizzonteCina, rivista online sulla Cina contemporanea a cura di Torino World Affairs Institute e Istituto Affari Internazionali.

Nicola Casarini, responsabile di ricerca Asia, Istituto Affari Internazionali (IAI).
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venerdì 17 luglio 2015

Corea del Nord: sempre sul filo del rasoio

Regime e popolo
Corea del Nord, una nuova carestia
Francesco Celentano
04/07/2015
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In questi giorni, i media internazionali hanno rivelato che la Corea del Nord sta patendo una nuova grave carestia, dovuta principalmente a un’improvvisa siccità, che si prevede possa determinare nefaste conseguenze in termini di vite umane e danni economici, considerato che la struttura statale non appare pronta, almeno senza sovvenzioni internazionali, a fronteggiare una crisi di tale portata.

Il Paese asiatico, com’è noto, è guidato da ormai più di mezzo secolo da un’unica famiglia, i Kim, i cui componenti si tramandano il potere in maniera dinastica e non democratica.

La popolazione, che ammonta a circa 24 milioni di abitanti, patisce le conseguenze d’una gestione propagandisticamente anti-imperialista basata sul culto della personalità del Kim di turno al comando.

Elemento principale e ispiratore della politica del Paese è l’ideologia Juche ispirata al comunismo, ma con una forte componente nazionalista, fondata sul concetto, elaborato da Kim Il Sung, fondatore della Repubblica, di autosufficienza.

Un forte apparato militare e la massimizzazione delle risorse interne, inclusa la forza lavoro dei cittadini, sono i due unici presupposti per costruire una Nazione forte e competitiva, almeno a detta di colui che è stato proclamato, dopo la morte, Presidente eterno.

La peggiore siccità degli ultimi 100 anni
L’Agenzia ufficiale Kcna ha, stranamente, riconosciuto che la situazione agricola del Paese s’è deteriorata drasticamente nel corso dell’ultimo anno. L’allarme riguarda la disponibilità di acqua nei bacini che, a detta di alcuni funzionari ministeriali, “è ai livelli più bassi della storia così come fiumi e torrenti sono letteralmente a secco”. Di conseguenza, oltre il 30% delle risaie, che costituiscono la principale fonte di approvvigionamento del Paese, risultano prosciugate.

Il World Food Programme, Agenzia dell’Onu operante nel settore alimentare, ha già reso noto che, qualora la situazione risultasse irreparabile, gli aiuti internazionali arriveranno, così come successo tra il 1990 e il 1994, quando il Paese ebbe in dono oltre quattro miliardi di dollari d’aiuti in cambio di una maggior collaborazione in tema di non proliferazione nucleare (maggiore collaborazione poi cessata una volta superata la crisi alimentare).

Con gli eventuali aiuti del Wfp si riaprirebbe un rapporto, umanitario, tra la comunità internazionale e la Repubblica democratica: un rapporto quasi completamente interrottonegli ultimi 10 anni, soprattutto a causa dell’inarrestabile corsa al nucleare dei Kim.

Il giovane Kim alla prova dei fatti
Colpisce, dal punto di vista delle relazioni internazionali, la tempistica con cui il governo nordcoreano ha deciso di rendere nota la situazione precaria del Paese.

Difficilmente in questi anni, infatti, fatte salve le minacce più o meno velate a Stati Uniti, Corea del Sud e Giappone e i proclami di forza e grandezza del leader al comando, si sono mai avute notizie, in particolare negative, inerenti la terra dei Kim.

La diffusione dell’informazione coincide con il rilascio di due prigionieri sudcoreani, accusati di “ingresso illegale” nel Nord, e con una politica distensiva portata avanti, recentemente, dal giovane KimJong-un, oggetto di costante monitoraggio nella Comunità internazionale per le stravaganti iniziative, vere o presunte, che caratterizzano la sua attività politica.

Non potendo trovare una diretta risposta alla siccità, causata da avverse condizioni metereologiche, il regime di Pyongyang ha indetto un nuovo periodo di totale mobilitazione com’è tradizione del Paese in caso di necessità.

“Mobilitiamoci tutti con la massima efficienza e dedichiamo tutti i nostri sforzi all’agricoltura”, così inizia il comunicato con cui si rende noto che tutti i nordcoreani a partire dalla scuola elementare, funzionari e casalinghe inclusi, dovranno dedicarsi per 40 giorni al lavoro agricolo nelle fattorie collettive, i kolchoz.

Obiettivo della mobilitazione è di prevenire la carestia derivante dalla siccità che rischia di uguagliare quella degli Anni Novanta, conosciuta come “l’ardua marcia” a causa dei tre milioni di vittime causati.

La mobilitazione in vista degli aiuti
Il peso della situazione avversa ricadrà, quindi, ancora una volta sulla popolazione che dovrà fornirsi autonomamente degli strumenti necessari al lavoro nei campi, abbandonando l’istruzione o il lavoro nella speranza di poter accedere direttamente a razioni di cibo più abbondanti di quelle attualmente ripartite secondo il piano nazionale di riferimento.

Appare chiaro che l’obiettivo principale del regime sia di sbloccare nuovamentela macchina degli aiuti internazionali scesi negli ultimi dieci anni da 300 a “soli” 50 milioni di dollari.

È di questi giorni la notizia, diffusa dal Ministero per l’Unificazione sudcoreano, di una flebile ripresa del dialogo tra Nord e Sud, su iniziativa proprio della parte settentrionale della Penisola.

Tutti elementi che rafforzano le tesi, maggioritarie, di una volontà nordcoreana di tornare a dialogare con la comunità internazionale tutta e non soltanto con gli storici alleati russi e cinesi, dopo oltre dieci anni d’isolamento, senz’altro imposto dall’esterno, ma sicuramente non contrastato dall’interno.

Questi costanti cambi di politica estera, prima minacciosa poi dialogante e viceversa,e le voci circa il rafforzamento di una minoritaria corrente di opposizione nell’élite del regime sono l’indicazione che forse, nella statica Pyongyang, qualcosa s’inizia a muovere.

Francesco Celentano, neolaureato in Giurisprudenza e praticante legale, si sta specializzando nello studio del diritto internazionale, già oggetto della sua tesi di laurea redatta durante un periodo di ricerca presso l'ufficio delle Nazioni Unite di Ginevra.
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CIna: allarme rosso per le borse

agno di umiltà
Cina: la bolla delle borse
Nello del Gatto
10/07/2015
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È un bagno di umiltà e una svolta verso il reale quella che sta affrontando la Cina di questi giorni. La bolla scoppiata nella borsa cinese, che ha portato a perdere oltre 3,5 miliardi di dollari (valori che superano di 11 volte il Pil greco, di quattro volte il valore delle borse spagnole e di due quelle indiane), più del 30% del suo valore, ha fatto realizzare a molti, semmai ce ne fosse bisogno, che Pechino ha bisogno di una operazione verità sui suoi numeri.

Operazione verità sui numeri
Si è cominciato con la crescita: da un paio di anni, il 10% e passa è diventato un miraggio e la Cina si sta stabilizzando su quello che è un sogno per molti Paesi ma che per i cinesi all’inizio era una iattura, il 7% di crescita. Considerato troppo basso fino a qualche anno fa, ma che ora pare più realistico: questo è attualmente l’obiettivo, che alcuni considerano di difficile ma non impossibile raggiungimento, visto l’andamento dell’economia cinese.

Si è proseguito con la borsa: dal giugno 2014 al 12 giugno scorso, ritenuto il vero “venerdì nero” della borsa cinese, sui mercati azionari del Paese del Dragone si era riusciti a guadagnare il 150%. Davvero tanto, per non fare poi scoppiare una bolla che, in poco meno di un mese, ha bruciato un bel po’ di risparmi. Che la borsa cinese sia volatile e, per certi versi, non affidabile è dimostrato dall’altalena dei risultato dei risultati: giovedì 9 luglio, il primo vero test dopo le misure messe in campo dal governo, c’è stata un’apertura a -4%, poi l’indice di Shanghai in chiusura ha guadagnato il 5,7%.

Il colpevole? La mancanza di realismo
La stessa cifra che aveva registrato come perdita il giorno precedente. Una situazione che ha portato le autorità cinesi ad essere euforiche il 9, dopo avere parlato di “panico” l’8 e ad avere annunciato indagini per cercare i colpevoli di questa situazione. Ma il vero colpevole è la mancanza di realismo, di certezza sui numeri. Come molti analisti hanno osservato, il problema è che in Cina tutto è gigantesco e per di più mancano l'esperienza, le competenze e “la forza intrinseca del sistema per gestire crisi di queste proporzioni”.

Nel Paese i dati economici non sono del tutto chiari: c’è un problema notevole relativo ai debiti delle amministrazioni locali, le province, che hanno contratto mutui con le banche statali per arginare la crisi del 2008 mettendo in campo grandi infrastrutture e per fare girare l’economia. Ad oggi, non si sa se e quando potranno restituire quei soldi.

Neofiti dall’entusiasmo alla disperazione
C’è un problema di verità legato alla presenza di un sistema bancario e finanziario occulto, di proporzioni gigantesche e che pare sia il vero motore economico del Paese, in termini di prestiti e denaro della classe media e delle piccole e medie imprese. Proprio questi ultimi sono tra i più colpiti della bolla finanziaria. In un mercato dove non è peccato arricchirsi e dove, come detto, si è guadagnato il 150% in un anno, buttare in borsa i soldi risparmiati è sembrato l’investimento più giusto.

Se poi si considerano i prezzi degli immobili sempre più alti (altra bolla in Cina) e l’intervento continuo del governo quasi a sostenere la borsa, si capisce il motivo per il quale i piccoli risparmiatori cinesi, milioni di persone, abbiano anche preso soldi a prestito per investire in borsa. Neofiti che ora si stanno mangiando le mani e che si lamentano sui social network delle perdite.

Il governo corre a drastici ripari
Ma il governo è corso ai ripari, come solo un esecutivo di regime può, mettendo in campo misure drastiche: blocco delle vendite per i prossimi sei mesi agli investitori che detengono più del 5% delle azioni di una compagnia; conferma da parte della banca centrale, la People's Bank of China, di continuare a fornire ampia liquidità alle istituzioni che concedono prestiti a chi vuole investire in Borsa; blocco delle Ipo; taglio dei tassi di interesse e interventi sulle riserve obbligatorie delle banche; compagnie statali obbligate a comprare azioni; aumento della quantità di azioni che le compagnie di assicurazioni possono acquistare; costituzione, da parte dei 21 broker principali del Paese, di un fondo da 120 miliardi di yuan per stabilizzare il mercato, che si è impegnato a non vendere azioni fino a quando l'indice di Shanghai sarà inferiore a quota 4.500.

Tutte misure che hanno avuto l’effetto di iniettare, oltre a soldi, fiducia soprattutto nei piccoli risparmiatori. Ma aumenta la volatilità e, soprattutto, il dubbio che il problema sia strutturale e che possa riverberarsi sull’economia reale. Anche se la borsa cinese ha un valore pari al 40% del Pil (in molti altri paesi si supera il 100%) è, come detto, considerato un bene rifugio da tanti. La corsa del governo cinese a far cambiare faccia al Paese del Dragone, facendolo diventare da “fabbrica del mondo” a “negozio del mondo”, tentando di aumentare i consumi interni, sta mietendo vittime. E’ in campo soprattutto la credibilità si un sistema che, come detto, pare si basi su travi -alcune delle quali- d’argilla.

Nello del Gatto, dopo aver lavorato come giornalista di nera e giudiziaria nella provincia di Napoli seguendo i più importanti processi di camorra, si è dedicato agli Esteri. Nel 2003 era alla stampa della presidenza italiana del consiglio dell'Ue; poi 6 anni in India come corrispondente per l'Ansa e successivamente a Shanghai con lo stesso ruolo.
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mercoledì 15 luglio 2015

CIna: nuovi rapporti con il Pakistan a margine della Via della Seta

Cina-Pakistan
La geografia della politica di Xi
Francesco Valacchi
29/06/2015
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Con il progetto della “Nuova Via della Seta” la Cina sembra tornare a riorientarsi al mezzo di comunicazione terrestre: un atteggiamento che corrisponde all’introduzione del concetto di Sogno cinese dell’attuale presidente Xi Jinping e che ha come punto forte la straordinaria amicizia con Islamabad.

Il presidente Xi sta completando il lancio del suo progetto ‘Sogno cinese’. Le iniziative nei vari campi amministrativi dimostrano una tendenza a conferire alla Repubblica popolare l’immagine di una grande potenza, artefice della costruzione di un sogno politico che coinvolgerà i suoi alleati asiatici.

L’amministrazione Xi ha iniziato un rinnovamento interno con la campagna anticorruzione che ha sconvolto il Partito (oltre ai clamorosi casi Bo Xilai e Zhou Yongkang un buon numero di dirigenti è stato inquisito). Si tratta di uno sforzo per creare una più positiva immagine della quinta generazione di leader sconfiggendo una delle piaghe più evidenti nella storia della Cina: la corruzione degli apparati governativi.

L’internazionalizzazione dell’economia
Un altro elemento del Sogno è una internazionalizzazione dell’economia concertata a livello centrale (sempre più forte) e portata avanti in senso commerciale (con accordi di varia natura) e finanziario (internazionalizzazione di mercati e moneta).

Si mira alla legittimazione internazionale della potenza economica di Pechino che partiva da una immagine di free-rider. La Cina appariva intenta a conseguire vantaggi immediati per la propria inarrestabile crescita anche contravvenendo alle regole del commercio internazionale.

A partire dall’insediamento di Xi, invece, viene promossa la regolarizzazione del comportamento delle imprese nazionali (le 120 State Owned Enterprises definite campioni dell’economia) e si legifera anche nel senso di un controllo più accentrato.

La Cina sembra oggi perseguire una strategia nella stipula di trattati prediligendo, come con l’Unione europea, Ue (negoziato iniziato nel 2013), Bilateral Investment Treaties a veri e propri Free Trade Agreements che probabilmente aprirebbero troppo il mercato e non darebbero la possibilità di mantenere un residuo di controllo.

Il primo ministro Li Keqiang (principale regista delle riforme economiche) ha promosso una politica di supporto agli istituti bancari, una serie di manovre per l’internazionalizzazione della moneta e l’istituzione di una nuova Banca asiatica di sviluppo a guida cinese (Asian Infrastructure Investment Bank).

L’internazionalizzazione del renminbi non è ancora un obiettivo chiaro: la Cina sa bene che necessiterebbe di una economia più forte per farlo senza incorrere in rischi speculativi; eppure, la Banca Centrale Cinese continua a muoversi in direzione dell’internazionalizzazione (con la creazione di stocks di titoli internazionali e l’apertura dei mercati finanziari).

L’obiettivo attuale è probabilmente la creazione di una immagine della Cina potenza finanziaria internazionale che serva ad un rafforzamento economico (e, solo sul lungo termine, all’internazionalizzazione). Allo stesso modo le manovre per la creazione della AIIB sono un tentativo cinese di soppiantare in Asia la presenza delle istituzioni di Bretton Woods, opportunità che la Cina può perseguire, agli occhi degli altri Stati asiatici, dopo la crisi thailandese del 1997-1998.

La nuova Via della Seta e il Sogno cinese
La ben nota Nuova Via della Seta è parte fondante del Sogno cinese. Il monumentale canale logistico-commerciale-diplomatico che rafforzerà i rapporti con l’Ue e con tutti i Paesi asiatici attraversati avrà una serie di ricadute positive sull’immagine cinese.

Sul versante interno lo sviluppo economico della più arretrata frontiera occidentale beneficerà del traffico che verrà promosso (creando consenso per il Partito). Per l’immagine internazionale ancora più positivi saranno il risalto ed i benefits ottenuti dal collegamento tra la cintura terrestre della Nuova Via della Seta e quella marittima che passa per la regione indo-pacifica e giunge sino al Mediterraneo.

Con questa duplice cintura la Cina si allontana dalla Russia per volgersi al Centro Asia e alleggerisce la propria pressione sull’Area Indo-Pacifica (che non è più il binario di collegamento unico) con una ricaduta molto positiva sulla diplomazia nell’area.

Allo stesso tempo Pechino concederà libertà di movimento a Mosca nei Mari del Nord e andrà a consolidare tutta una serie di rapporti con attori dell’Asia centrale (molti dei quali Paesi in via di sviluppo) accrescendo la sua immagine di potenza e traendone indubbi vantaggi economici.

Il perno Pakistan della politica asiatica cinese
Il perno della politica cinese sarà ancora una volta l’eterno alleato Pakistan, come ha dimostrato la visita del presidente ad Islamabad e l’asse principale dell’alleanza correrà sulla Karakoram Highway. La Cina ha siglato accordi per ingenti investimenti. Il focus di tali stanziamenti sarà il China-Pakistan Economic Corridor: asse che congiungerà la Via della Seta col corridoio marittimo, passando per il porto di Gwadar.

Al rinnovo dell’amicizia col Pakistan ha contribuito sicuramente la rinnovata stabilità politica di Islamabad. Il governo Sharif è frutto di una democratica elezione che ha posto fine alla crisi governativa iniziata nel 2010.

In precedenza le crisi erano state risolte da putsch militari o avevano dato luogo a lunghi periodi di instabilità (come nel decennio 1988-1998). Con questo governo la Repubblica islamica ha l’opportunità di inaugurare un brillante periodo di sviluppo (se riuscirà a vincere la partita col terrorismo) e diviene così maggiormente appetibile agli investimenti cinesi.

Le parole d’ordine ‘felicità’ e ‘rinnovamento’ fulcro del Sogno di Xi sono esemplarmente esemplificate nell’alleanza con Islamabad: felicità per i benefits ottenuti e rinnovamento della secolare alleanza.

L’alleanza rappresenta il premio per gli attori asiatici (in particolare per i Pvs) che si orienteranno a sostenere il Sogno cinese. Il primo alleato a godere dell’amicizia con Pechino è poi, non a caso, il principale avversario dell’unico possibile elemento di resistenza al sogno: l’India.

Dal momento che la Cina ha da sempre perseguito una politica estera di contenimento economico dell’India, ci si deve aspettare un rinnovamento delle alleanze tradizionali (che si confanno a tale politica) e invece un raffreddamento di quelle solamente occasionali.

Francesco Valacchi si è laureato in Scienze Strategiche nel 2004 presso l’ateneo di Torino ed in Studi Internazionali presso quello di Pisa nel 2013. È appassionato di geopolitica e strategia e ufficiale in servizio permanente effettivo nell’esercito italiano.
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giovedì 2 luglio 2015

Cina: la democrazia resiste ad Hog Kong

Cina e Hong Kong
Dissidio su una riforma
Nello del Gatto
22/06/2015
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Piccoli democratici crescono ad Hong Kong e ne è chiaro segnale il voto con il quale il parlamentino dell’ex colonia britannica ha respinto la controversa riforma elettorale voluta da Pechino.

Nei piani della dirigenza cinese, la cui longa manus negli ultimi anni si è sempre più stretta intorno a Hong Kong tanto da fare nascere e rinvigorire movimenti anti Pechino (in particolare composti da giovani e giovanissimi), le prossime elezioni del 2017 sarebbero state le prime nelle quali la Cina avrebbe concesso il suffragio universale per la scelta del capo del governo locale (chief executive), come stipulato nella Legge Fondamentale, la mini-costituzione di Hong Kong.

L’ex colonia dal 1997 è una Speciale Regione Amministrativa (Sar) della Cina con una forte autonomia (nel solco della politica de “un paese due sistemi”), molto orgogliosa della sua tradizione e della sua diversità da Pechino che comunque esercita una grande influenza anche politica.

Non a caso, l’attuale chief executive di Hong Kong, Leung Chun-ying, è considerato pienamente allineato con Pechino, tanto da aver effettuato in mandarino e non, come da tradizione, in cantonese (lingua parlata a Hong Kong) il suo discorso di insediamento nel luglio del 2012.

Respinto il suffragio universale “alla cinese”
Il progetto di riforma di Pechino prevedeva un suffragio universale “alla cinese”: i cittadini di Hong Kong avrebbero sì potuto eleggere il loro candidato preferito alla carica di capo dell’esecutivo locale, ma tra una rosa di due o tre nomi, scelti da un gruppo di 1200 persone per la quasi totalità vicine a Pechino.

L’annuncio, lo scorso agosto, di questa riforma, scatenò le proteste di larga parte dell’opinione pubblica hongkonghina, che sfociarono nell’autunno in settimane di manifestazioni, una Occupy Hong Kong che catapultò l’ex colonia britannica sui media internazionali per il grande numero di partecipanti, soprattutto giovani universitari, che si battevano contro il potere di Pechino. Ci furono scontri con la polizia, si parlò anche della possibilità che Pechino potesse inviare carri armati.

L’occupazione pacifica delle piazze di Admiral e di altri quartieri di Hong Kong da parte degli universitari, durata oltre 10 settimane, appoggiati da professionisti e da tanta gente comune, preoccupò non poco Pechino che decise di mantenere il silenzio di fronte ai manifestanti dall’”ombrello giallo” (il simbolo della protesta), confidando poi in un voto favorevole del Parlamento.

Il no del Parlamento dopo quello dei giovani
Voto che giovedì 18 non c’è stato: la proposta di riforma è stata respinta con 8 voti a favore e 28 contro. Trentaquattro parlamentari pro Pechino hanno lasciato l’aula prima del voto; ma comunque non sarebbero riusciti a fare nulla, dal momento cheil governo aveva bisogno di almeno 47 dei 70 voti per l'approvazione.

Mentre a Hong Kong all’esterno del parlamentino e in altre zone della città si festeggiava, a Pechino non si rideva. Anzi. La stampa cinese pro partito comunista ha fortemente attaccato i deputati usciti dall’aula.

Si è parlato di problema di comunicazione, di débâcle politica. Il voto ha rafforzato il movimento democratico di Hong Kong che, nato sulle proteste, sta ora cercando di assumere sempre più potere e consenso. Sul piatto non ci sono più solo le elezioni del 2017 del capo dell’esecutivo, ma le elezioni locali del prossimo novembre quando saranno eletti i membri dei 18 consigli distrettuali.

Elezioni locali dal sapore politico
Elezioni locali, ma dal forte carattere politico, perché l’anno successivo, ci saranno le elezioni del Legco (Legislative Council), il parlamentino di Hong Kong influenzato comunque dalla politica locale. Non solo: i consiglieri hanno voti importanti sia nella commissione di nomina del chief executive, sia esprimono due seggi nel Legco e scelgono i candidati per altri tre posti.

Il movimento democratico, che aveva organizzato proteste solidali (con raccolta di spazzatura, distribuzione di viveri e vestiti e altro) sta cercando ora di organizzarsi per combattere contro l’emanazione a Hong Kong del partito comunista cinese, galvanizzato dal risultato del voto sulla riforma, per ribadire la propria autonomia, sperando poi nell’approvazione di una vera riforma elettorale a suffragio universale che, il chief executive vicino a Pechino, ha annunciato comunque che metterà da parte nei due ani restanti di suo governatorato.

Ci sarà a breve una sorta di campo organizzativo nel quale si getteranno le basi per l’organizzazione strutturale di questo movimento, con l’intenzione soprattutto di svecchiare la politica di Hong Kong e sfruttare l’energia messa su strada dai manifestanti nei 79 giorni di protesta.

Nello del Gatto, dopo aver lavorato come giornalista di nera e giudiziaria nella provincia di Napoli seguendo i più importanti processi di camorra, si è dedicato agli Esteri. Nel 2003 era alla stampa della presidenza italiana del consiglio dell'Ue; poi 6 anni in India come corrispondente per l'Ansa e successivamente a Shanghai con lo stesso ruolo.
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lunedì 15 giugno 2015

Russia: la minaccia viene da Oriente

Cecenia e Tagikistan
Il Califfo e le paure di Mosca
Giovanna De Maio
04/06/2015
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Il sedicente Stato Islamico avanza e fa paura, ma a preoccupare non sono solo i successi sul territorio. Il reclutamento dei foreign fighters rende l’Is un nemico dai contorni sempre più sfumati che arriva a lambire anche i confini di alcune aree delicate sotto il profilo politico e strategico.

È il caso di Cecenia e Tagikistan che hanno chiesto aiuto a Mosca trovando un interlocutore reattivo. Le preoccupazioni del Cremlino si riferiscono all’unità della Russia e alla sua proiezione nello spazio post-sovietico. Dopo l’Ucraina, evidentemente, Mosca non vuole perdere altri pezzi.

L’Islam in Russia
La storia dell’Islam in Russia è plurisecolare. Da Caterina la Grande ai bolscevichi, gli scontri avevano soltanto affievolito la resistenza. Difatti, all’indomani del crollo dell’Urss le tradizioni islamiche della periferia sud dell’impero sovietico sono tornate a farsi sentire.

Si stima che i musulmani rappresentino circa il 14% della popolazione russa attuale, una minoranza la cui presenza si avverte. Se solo una quindicina di anni fa sembrava impossibile, oggi alla Duma si è riaperto il dibattito sulla poligamia, probabilmente fomentato dalla notizia di cronaca del matrimonio di una ragazzina di 17 anni con un ufficiale ceceno di trent’anni più vecchio.

L’atteggiamento di Mosca verso l’Islam è sempre stato piuttosto tollerante, almeno a parole. L’unità del Paese, così come impostata dal presidente Vladimir Putin, non si basa sulla confessione religiosa, ma su fattori di coesione quali l’uso della lingua russa e l’interesse nazionale. Per questo motivo Mosca ha spesso chiuso gli occhi in Cecenia e in Dagestan sulla poligamia o sul divieto di vendere alcolici. L’obiettivo dichiarato è indebolire l’opposizione che accusa Mosca di reprimere la cultura islamica.

Cecenia, un esperimento non riuscito
Il tema della convivenza delle diverse confessioni islamiche è particolarmente sentito in Cecenia. Attraverso la persona di Ramzan Kadyrov, l’uomo del presidente Putin in Cecenia, Mosca ha lottato contro le correnti più radicalmente indipendentiste, fautrici dell’introduzione della sharia. I fatti, però, non permettono di definirlo un esperimento riuscito.

Kadyrov è un personaggio particolare, di recente finito sotto la lente dei media: prende parte a ben due film, un thriller di Hollywood e un documentario che lo riguarda.

Curiosamente, pochi giorni fa, l’ideatore del documentario, l’attivista di Open Russia Vladimir Kara-Murza, ha avuto un malore e ci sono buone probabilità che sia stato avvelenato. Il reportage di Murza racconta la corruzione dell’élite cecena e descrive Kadyrov come un leader irrazionale, incurante dello spreco dei fondi pubblici, oltre a indicare un presunto coinvolgimento di combattenti ceceni nel Donbas ucraino.

Le paure di Kadyrov sulla possibilità che giovani ceceni si uniscano all’Is non sembra infondata. Egli doveva essere il catalizzatore di un bilanciamento tra la lealtà a Mosca e le tradizioni islamiche. Tuttavia, proprio per il legame con Mosca non è riuscito a rappresentare che una parte della popolazione, allontanando brutalmente gli oppositori.

Tagikistan , nel mirino di talebani e jihadisti
Ex repubblica socialista sovietica, il Tagikistan è ora una repubblica semipresidenziale indipendente che confina con l’Afghanistan. Secondo alcune fonti d’intelligence, i talebani afghani di concerto con i militanti dell’Is, ne avrebbero preso di mira il confine. Il presidente tagiko Emomali Rahmon ha chiesto aiuto a Putin.

Per l’occasione, Mosca ha rispolverato il Csto (Collective Security Treaty Organization), organizzazione nata come apparato militare di sei nazioni della Comunità di Stati indipendenti (tra cui il Tagikistan). Sotto l’egida del Csto sono state condotte esercitazioni militari congiunte e testata la sua forza di reazione rapida.

Tuttavia molti esperti non concordano sull’esistenza di una reale minaccia per il Tagikistan. Al contrario sostengono che gli incidenti di frontiera siano stati sporadici e che, cavalcando il timore dell’Is, il governo tagiko si assicuri un flusso ininterrotto di armi da Mosca (oltre al trasferimento già avvenuto di 1,2 miliardi di dollari).

In cambio, Mosca accresce la sua influenza sul Tagikistan, dove si riverseranno 9000 soldati entro il 2020 e che già oggi è lo Stato che ospita la più grande divisione armata russa al di fuori dei confini della federazione.

Gli interessi di Mosca
Dopo l’Ucraina, il Cremlino non può permettersi altri arretramenti in quello che storicamente considera l’estero vicino. L’avanzata dell’Is non costituisce tanto una minaccia d’attacco diretto, quanto piuttosto di erosione delle già contestate basi della presenza russa nel Caucaso e in Tagikistan.

Contenere gli effetti della propaganda jihadista ha notevole importanza, non solo in vista dell’unità del Paese. Per Mosca è fondamentale mantenere e incrementare le proprie posizioni strategiche in aree sensibili, nell’ottica di costituire uno dei centri del tanto agognato ordine multipolare post guerra fredda, corretto e riveduto dalla lente del Cremlino.

Giovanna De Maio è dottoranda di ricerca presso l'Università degli Studi di Napoli L'Orientale; è stata stagista per la comunicazione presso lo IAI.
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Asia: verso nuovi orizzonti

Verso la Terza Via
Le profezie di Bandung e la sibilla cinese
Elisabetta Esposito Martino
29/05/2015
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La Primavera del 1955 vide germogliare un nuovo modello di rapporti internazionali che presero forma durante la conferenza di Bandung, un evento, il primo dopo secoli, in cui l’Occidente non catalizzava le attenzioni e non fungeva da arbitro, incrinando la suddivisione in sfere d’influenza che stava caratterizzando il secondo dopoguerra.

La Conferenza, presieduta dall’indonesiano Sukarno, riunì 29 stati dell’Asia e dell’Africa e permise ai più importanti leader dell’epoca, tra i quali il cinese Zhou Enlai, l’indiano Nehru e l’egiziano Nassèr, di confrontarsi per proclamare a gran voce la necessità di combattere ogni forma di colonialismo sia occidentale che sovietico, di avviare piani strategici di cooperazione economica e culturale, di sostenere i diritti fondamentali e l’autodeterminazione dei popoli, affinché milioni di persone passassero indenni dal colonialismo all’indipendenza e si potesse pensare alla realizzazione di una pace sostanziale e duratura.

Durante la Conferenza di Bandung la presa di coscienza della diversità delle priorità delle popolazioni di Africa e Asia e della necessità della cooperazione tra i paesi in via di sviluppo non solo accelerò il processo di decolonizzazione, ma permise di seminare un vero spirito internazionalistico capace di superare i meri traguardi razziali o regionali, fino a coniugare l’indipendenza e il rispetto delle identità nazionali con l’uguaglianza ed i diritti umani.

Le Profezie di Bandung
Inizia a Bandung la crisi del modello politico europeo che, nel terzo millennio, sta coinvolgendo i sistemi politici ed economici di tutto l’Occidente, determinando la frantumazione di molti valori che la crisi economica degli ultimi anni ha spazzato via, insieme a una fetta di benessere e di ricchezza, scolorendo con il pensiero debole le idee che avevano sostenuto la civiltà europea, già tradite dal colonialismo e dall’imperialismo.

Risale a Bandung il lento ma ineluttabile allontanamento dalle strutture costituzionali veicolate dai vecchi colonizzatori e lentamente deterioratesi a causa dell’adozione di schemi autoritari, sovraordinati a masse frammentate che, non avendo partecipato né all’evoluzione politica né, tanto meno, ai progressi sociali ed economici, hanno maturato una crescente disaffezione agli ideali importati.

Tale disillusione, tanto più radicata quanto maggiore è stato lo sfruttamento e la mancata realizzazione degli obiettivi, conduce interi popoli di larghe fasce dell’Asia e dell’Africa al tragico bivio che porta verso i barconi dei profughi o verso le milizie islamiche.

Comincia ad offuscarsi a Bandung il sogno di cambiamento della Rivoluzione d’Ottobre e a delinearsi una “terza via” che, alla Conferenza del Cairo del 1961, prese forma nel “movimento dei non allineati” in cui si prefiguravano altri modelli di comunismo, quello di Tito e quello di Mao, in un terzo mondo che comprendeva l’India, l’Africa nera, i Paesi Arabi, l’America del Sud, fino ai ghetti neri degli Stati Uniti e alle baraccopoli delle grandi metropoli, il cui sviluppo, avrebbe potuto cambiare il destino di tutto il mondo.

La Bandung del 2015
Pochi giorni fa i delegati di 109 paesi dell’Asian African Summit, insieme a quelli di 16 stati osservatori e di 25 organizzazioni internazionali, si sono dati nuovamente appuntamento a Bandung, per celebrare il 60º anniversario della storica conferenza ed hanno riacceso i riflettori sul sud del mondo che, pur impantanato in nuove forme di colonialismo ed imperialismo, aspira ancora ad un reale sviluppo.

Il tentativo è quello di rivedere la tradizionale cooperazione, abbandonando la logica degli aiuti per implementare quella del trasferimento tecnologico, e di elaborare strategie di raffreddamento dei contrasti interetnici, interculturali ed interreligiosi, coniugando crescita economica e sviluppo sostenibile nel rispetto dei diritti umani.

La Cina, che, dalla fondazione della Rpc, si affacciò per la prima volta nel cortile di casa proprio a Bandung, dove iniziò a tessere una tela di relazioni internazionali, paese povero tra i poveri, si trova oggi ad assurgere ad arbitro dei destini del mondo.

Il seme gettato a Bandung ha fruttato per i cinesi un rigoglioso progresso che rischia di riproporre nuovi colonialismi ed imperialismi pur veicolando, nella nuova Bandung, il dogma della global politics che vuole sia tolto il timone della guida del mondo all’economia e sia dato alla politica.

La sibilla cinese
La seconda Bandung ha suggellato la fine del colonialismo, chiuso definitivamente nel 1999 con il ritorno alla Cina di Macao, dopo che, nel 1997, c’era stato il passaggio alla Cina dei territori di Hong Kong, cui il Regno Unito aveva concesso troppo tardivamente istituzioni democratiche.

Le interazioni che si stanno sperimentando nelle Regioni Amministrative Speciali, ampiamente seminate da ideali occidentali, e le modalità con cui le diversità si armonizzeranno e integreranno sul substrato del sistema economico che sta trainando il mondo, costituiscono la vera sfida del terzo millennio, prima per lo Stato di mezzo e poi per tutto il pianeta globalizzato.

Il Dragone dovrà scegliere se attuare concretamente la coesistenza del sistema capitalistico e del sistema socialista, costruendo uno stato di diritto compiuto, da Hong Kong, a Macao, a tutta la Cina, oppure affrontare la rivoluzione sottotraccia che sta colorando di giallo le rive di Hong Kong, con altre modalità.

Non sappiamo se il mondo Occidentale, col suo patrimonio, “ibis redibis, non morieris in pugna”, cioè sopravvivrà a se stesso nel terzo millennio. Ma se il centro del mondo non tornerà più in Occidente ma “ibis redibis non, morieris in pugna”, cioè finirà per sempre sul campo di battaglia di una guerra ideologica iniziata a Bandung, lo dirà solo la sibilla cinese che potrà rammentare la storia di Alì dagli Occhi Azzurri, che Jean Paul Sartre raccontò a Pasolini e che l’artista cantò in una sua poesia, Profezia.

Una profezia che, come quella di Bandung, forse ci narrerà una nuova storia, quella di un altro Alì, ma dagli occhi a mandorla.

Elisabetta Esposito Martino è sinologa e costituzionalista. Responsabile Ufficio Affari generali dell'INdAM. Componente del Redress Committee del Progetto INdAM Cofund -VII Programma Quadro dell'Unione Europea.
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mercoledì 3 giugno 2015

Cina e Russia: interessi mediterranei in comune

Geopolitica marittima 
Russia e Cina fanno rotta su Mediterraneo e Libia
Fabio Caffio
14/05/2015
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Sempre più protesa verso l'Europa, la Cina ha inviato navi nel Mediterraneo in vista di manovre congiunte con la Russia. L'inedita "alleanza" rientra tra le contromisure russe alle sanzioni occidentali, ma esprime anche altro.

Cina e Russia sembrano intenzionate a giocare un ruolo in Mediterraneo nel quadro della crisi libica. Esse sono inoltre legate alla Grecia da rapporti marittimi di varia natura.

Alleanza navale
Due Fregate ed una nave appoggio cinesi hanno visitato lo scorso 8 maggio Novorossysk in concomitanza con le celebrazioni della vittoria sovietica nella II guerra mondiale.

Successivamente esse hanno iniziato, in aree di acque internazionali tra Creta, Cipro e la Siria, un'esercitazione navale congiunta con altre sei navi russe. Le manovre sono state dedicata alla protezione da rischi alla sicurezza marittima ed all'addestramento reciproco.

Fonti ufficiali cinesi hanno escluso che l'iniziativa implichi un coinvolgimento nelle vicende regionali. Non è tuttavia casuale che l'attività navale sia stata concomitante con i lavori del Consiglio di Sicurezza dell’Onu relativi alla risoluzione sul traffico di esseri umani dalla Libia suggerita dall’Italia e proposta da Regno Unito, Francia e Spagna.

Interessi mediterranei
La Russia aspira da secoli ad un controllo del Mediterraneo, mare che al tempo della guerra fredda era un luogo di confronto quotidiano con le forze della Nato. Corollario della sua presenza navale era la teoria della smilitarizzazione del bacino che i leader sovietici periodicamente enunciavano e che si legava a quella dell'uso esclusivo del Mar Nero.

La Cina è invece entrata di recente in Mediterraneo, in parallelo con l'espansione dei propri traffici commerciali verso l'Europa ed in concomitanza con la crisi libica del 2011 (quando la Marina cinese evacuò migliaia di connazionali) e con quella siriana del 2012 (quando appoggiò l'azione russa contro Nato e Usa).

Entrambi i Paesi hanno stretti rapporti con la Grecia: la Russia ha di recente rinsaldato gli antichi legami politico-culturali (in anni passati le navi russe restavano all'ancora nelle acque territoriali greche), assicurando il sostegno delle proprie imprese alle trivellazioni in acque elleniche; la Cina ha acquisito gran parte del porto del Pireo guadagnando una posizione privilegiata per i traffici mediterranei ma anche, forse, un ormeggio per la propria Marina.

Riserve contrasto scafisti 
Non è ancora chiaro come Russia e Cina giocheranno la partita del prossimo Consiglio di Sicurezza sulla Libia anche se è prevedibile che cercheranno di evitare gli errori derivanti dall'essersi astenuti nel 2011 al momento della creazione della No-fly zone con la risoluzione 1973.

La Russia ha già dichiarato che immagina, contro gli scafisti, un'azione simile a quella contro i pirati del Corno d'Africa basata sul rispetto della sovranità territoriale dello Stato costiero e sulla prevenzione e contrasto delle attività illecite in mare.

Anche la Cina tenderà a non appoggiare autonomi raid militari sul suolo libico in nome del principio di non interferenza, secondo una posizione già assunta al momento dell'emanazione della prima risoluzione antipirateria (la 1816 del 2008).

Egualmente è possibile che Pechino ponga limiti al controllo in mare di navi di altra bandiera (che i trafficanti possono usare in acque internazionali) come fatto per la risoluzione 2146 (2014) sull'embargo di armi e petrolio alla Cirenaica.

È quindi difficile pensare che l'Unione europea riesca a fare passare una risoluzione che autorizzi l'autonomo uso della forza in acque territoriali libiche in azioni preventive di "identificazione, cattura e distruzione" delle imbarcazioni usate dagli scafisti. A meno, ovviamente, che le operazioni navali costiere vengano svolte sotto il controllo delle autorità libiche.

Attivo ruolo marittimo 
In definitiva, Russia e Cina, uniti dalla stessa volontà di giocare attivamente un proprio ruolo nelle acque del Mediterraneo, cercheranno di assecondare le remore di tutte le fazioni libiche verso un intervento occidentale di polizia marittima internazionale.

In questa prospettiva è presumibile che una risoluzione dell’Onu depotenziata nei contenuti militari favorisca la partecipazione di Mosca e Pechino ad attività di pattugliamento navale anti-scafisti, condotte in maniera indipendente al di fuori del dispositivo Ue (che probabilmente si integrerà con quello Nato).

Questo è già avvenuto nel Corno d'Africa per le missioni Atalanta ed Ocean Shield e non si può dire sia stato un fattore negativo. Forse la Ue, in una prospettiva di realpolitik, avrebbe da guadagnare da un coinvolgimento, sia pur minimale, di Russia e Cina.

Fabio Caffio è Ufficiale della Marina Militare in congedo, esperto in diritto internazionale marittimo.
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martedì 12 maggio 2015

Philippine perspectives on the South China Sea dispute, Friday 22 May 2015

The Institute of Advanced Studies in Geopolitics and Auxiliary Sciences (IsAG) is glad to invite you to the lecture of Hon. Antonio T. Carpio Philippine perspectives on the South China Sea dispute, which will be held on Friday 22 May 2015, from 11 to 13, at the "Aula di Geografia" of the Faculty of Humanities of the Sapienza University in Rome, P.le Aldo Moro 5.


Please click here for the full program. Hon. Antonio T. Carpio is Senior Associate Justice of the Supreme Court of the Philippines. Will attend the lecture also H.E. Domingo P. Nolasco, Ambassador of the Republic of the Philippines in Italy. The lecture will be accompanied by a cartographic exhibit on ancient maps and followed by a light lunch for the audience.


Registration required by online form (click here).

Nord Corea: l'astio istituzionalizzato

Nord Corea
Tra proliferazione nucleare e isolamento internazionale
Francesco Celentano
08/05/2015
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Il caso, poco presente nelle cronache, della Corea del Nord è oggi oggetto di dibattito nella comunità internazionale alla luce dei recenti sviluppi attinenti la crescente attività in campo nucleare e la costante violazione dei diritti umani perpetuata dal regime al potere, non democratico.

Punto di partenza imprescindibile per comprendere a pieno la situazione nordcoreana è senz’altro il quadro storico, politico ed istituzionale del Paese.

La Repubblica democratica nasce formalmente nel 1948 con il ritiro delle truppe sovietiche che, fino a quel momento, avevano occupato la parte settentrionale della penisola coreana, in accordo con gli Stati Uniti che, a loro volta, controllavano la parte meridionale.

L’astio istituzionalizzato
Risultarono vani i tentativi delle Nazioni Unite e dei paesi vincitori della guerra di riunificare l’intera penisola sotto un unico stato. Nel 1950 la situazione degenerò, e dopo lo scoppio della Guerra di Corea, l’Onu si fece promotore di un armistizio istituendo altresì una zona “cuscinetto” che delimitasse i due paesi.

La storia del Paese asiatico è già sufficiente per comprendere le ragioni per cui il regime al governo ha, di fatto, istituzionalizzato l’astio verso il Giappone e contro gli Stati Uniti accusati di essere i responsabili della mancata riunificazione delle due Coree.

L’organizzazione statale è altrettanto sintomatica delle problematiche di cui il Paese soffre da tempo. Il potere appartiene, almeno formalmente, al popolo che lo esercita per mezzo dell’Assemblea suprema e che in base alla costituzione gode di piene libertà e diritti di uguaglianza basilari.

Il potere reale, però, appartiene da sempre in maniera dinastica a un componente della famiglia Kim, prima al “Presidente eterno” Kim Il Sung (morto nel 1994), formalmente ancora in carica, poi a suo figlio Kim Jong Il (morto nel 2011) ed in fine al nuovo giovane ‘capo assoluto’ dello Stato, Kim Jong Un, detto anche “Grande Successore”, internazionalmente noto per aver effettuato svariati test nucleari dopo il suo insediamento minacciando i nemici di sempre.

Rapporti conflittuali
In questa cornice si inserisce il conflittuale rapporto del Paese asiatico con le Nazioni Unite, di cui è membro dal 1991, con il triste primato di unico Paese a non aver mai recepito nessuna delle 167 raccomandazioni ricevute nel corso degli anni, per la maggior parte inerenti la violazione dei diritti umani (di cui si occupa un’apposita commissione istituita in seno al Consiglio per i diritti umani) e la costante corsa allo sviluppo nucleare intrapresa dai Kim.

Per quanto concerne più specificatamente la questione della proliferazione nucleare, il Paese ha in più occasioni palesato la volontà di dotarsi di armi nucleari, come naturale prosecuzione di un cammino di militarizzazione intrapreso sin dalla costituzione.

Decisiva in tal senso è stata la scelta politica, fatta dal figlio del fondatore della Repubblica (Kim Jong Il), di ritirarsi dal Trattato di non proliferazione nucleare, dopo averne per anni posticipato l’entrata in vigore nel proprio ordinamento e aver intanto goduto di aiuti finanziari che gli erano stati concessi in cambio dell’adesione iniziale.

Considerati i presupposti, potrebbero, quindi, essere decisive le aperture del nuovo leader Kim Jong-Un, il quale, dopo una prima e bellicosa fase tesa a legittimare il proprio potere interno, ha deciso di aprire a trattative che portino al cessare delle sanzioni e alla ripresa degli aiuti economici, il tutto all’indiscutibile condizione di una garanzia formale di non aggressione americana.

Aperture decisive?
In tal senso un ruolo chiave gioca anche lo storico alleato cinese che, nel 2011, si è fatto promotore dei cosiddetti Six-Party Talks, negoziati diplomatici che coinvolgono, oltre a Cina e Nord Corea, anche Russia, Usa, Corea del Sud e Giappone, in cui si è nuovamente parlato di ingenti aiuti umanitari in cambio del totale blocco del programma nucleare del Paese.

Proposta ancora una volta rigettata dalle autorità nordcoreane, non disposte a cedere a quella che definiscono un’imposizione ingiusta e non giuridicamente fondata, non essendo più Paese aderente al Trattato di non proliferazione.

In questi anni di “contezioso diplomatico” con il resto del mondo, il regime è riuscito a trasformare l’isolamento internazionale impostogli dall’esterno in un punto di forza della propria politica propagandistica, escludendo qualsiasi tipo di rapporto con il mondo esterno ed esercitando sulla popolazione un’influenza priva di ogni opposizione.

Proprio grazie a questa politica, oggi, non si ha certezza delle reali condizioni in cui versa la popolazione e soprattutto delle conseguenze generate dalle sanzioni economiche imposte nell’ultimo ventennio.

Pare dunque che la situazione politica, economica e sociale, del Paese più isolato del mondo, sia destinata a rimanere un enigma che nei prossimi anni continuerà, con ragionevole certezza, a dominare il dibattito sulla proliferazione nucleare e sulla violazione dei diritti umani nel vasto continente asiatico, che, continua a crescere dal punto di vista economico e ad arretrate sempre di più dal punto di vista delle tematiche attinenti la democratizzazione degli Stati che lo compongono.

Francesco Celentano, neolaureato in Giurisprudenza e praticante legale, si sta specializzando nello studio del diritto internazionale, già oggetto della sua tesi di laurea redatta durante un periodo di ricerca presso l'ufficio delle Nazioni Unite di Ginevra.
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Cina: i rapporti con la Unione Europea

Ue-Cina
40 anni di relazioni, tappe e risultati
Nicola Casarini
06/05/2015
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Sono passati 40 anni da quando, il 6 maggio 1975, la Comunità europea riconobbe ufficialmente la Repubblica popolare cinese a seguito del disgelo delle relazioni tra Washington e Pechino avvenuto qualche anno prima con il viaggio del presidente americano Richard Nixon in Cina.

All’epoca, la notizia del riconoscimento diplomatico tra Bruxelles e Pechino non fece le prime pagine dei giornali. La Comunità europea stava muovendo i primi passi e la politica estera era ancora di esclusiva competenza dei Paesi membri.

La Cina, a sua volta, era un Paese povero e in preda alle lotte di potere per la successione a Mao che, già malato, morira’ nel settembre del 1976. Quante cose sono cambiate da allora.

Oggi, le relazioni tra Europa e Cina sono tra le più importanti al mondo, avendo acquisito un significato strategico tale da renderle oggetto di attenta osservazione – e talvolta apprensione – da parte degli Stati Uniti.

Basti pensare alle recenti critiche di Washington verso i quattro grandi Paesi Ue - Germania, Francia, Gran Bretagna e Italia - per aver aderito in qualità di soci fondatori alla nuova banca di sviluppo della Cina, la Asian Infrastructure Investment Bank (Aiib).

2003: la grande intesa
Il vero punto di svolta nelle relazioni tra Bruxelles e Pechino s’è verificato nel 2003, quando venne siglato il partenariato strategico e vennero adottate una serie di iniziative dal forte contenuto politico. Innanzitutto, le due parti si accordarono sui termini dello sviluppo congiunto di Galileo, il sistema di navigazione satellitare europeo alternativo al Gps americano.

A fianco di una maggiore cooperazione nel settore aerospaziale, vennero gettate le basi per il miglioramento delle relazioni nel campo della sicurezza e dell’industria della difesa. A tal fine, alcuni grandi Paesi europei - Germania e Francia in testa, ma anche Italia e Spagna - proposero di iniziare le discussioni sulla levata dell’embargo sulla vendita di armi alla Cina.

Secondo i sostenitori della levata dell’embargo, una tale iniziativa avrebbe dato significato strategico a un interscambio commerciale in continua crescita. Fu infatti in quegli anni - in concomitanza con l’allargamento della Ue ai Paesi dell’Europa centro-orientale - che Bruxelles divenne il più importante partner commerciale di Pechino, mentre la Cina divenne il secondo più importante partner commerciale della Ue, subito dopo gli Stati Uniti.

Gli europei furono, comunque, incapaci di trovare l’unità sulla questione dell’embargo e il Consiglio europeo del giugno 2005 decise di rimandarne sine die la sua soluzione, cosa che lasciò con l’amaro in bocca i dirigenti di Pechino.

L’elemento strategico del partenariato Ue-Cina non s’è però limitato alle questioni tecnologiche e della difesa - seppur importanti - ma ha coinvolto anche l’euro.

Nell’autunno del 2003 ci fu, infatti, un accordo tra gli europei e la Banca centrale cinese che portò Pechino a diversificare il suo paniere di riserve, aumentando in maniera graduale ma costante, negli anni a venire, la sua esposizione sulla moneta comune europea, diminuendo allo stesso tempo la sua esposizione verso il dollaro. Un processo che ha avuto importanti risvolti politici durante la recente crisi dei debiti sovrani.

Le relazioni Ue-Cina durante la crisi
Al contrario di alcuni settori dell’establishment finanziario americano che durante la recente crisi hanno speculato su una possibile disintegrazione della zona euro, la Cina ha continuato a sostenere - anche tramite interventi massicci sui mercati - la moneta comune europea.

Da agosto 2011, quando Standard & Poor’s ha declassato il rating sovrano degli Stati Uniti, la Cina ha accelerato il suo disinvestimento dal dollaro aumentando al contempo la sua esposizione sull’euro, portando la quota delle sue riserve detenute nella moneta comune europea dal 26% circa nel 2011, a circa un terzo agli inizi del 2015.

La Cina sembra riporre una sostanziale fiducia nella capacità di ripresa della zona euro e dei tentativi di riforma portati avanti da alcuni governi, in particolare quello italiano e francese.

Su questi paesi - in particolare l’Italia - si sono appuntati gli occhi di Pechino negli ultimi mesi. La Cina sta infatti investendo massicciamente nelle aziende europee con lo scopo di acquisire quel know-how e quelle tecnologie necessarie all’ammodernamento dell’industria cinese.

Focus sugli investimenti
Alla fine del 2014, la Cina aveva investito circa 54 miliardi di dollari in aziende quotate nelle borse europee, piazzandosi al quinto posto per entità degli investimenti, subito dietro al Giappone.

La Banca centrale cinese attraverso il suo braccio operativo - la State Administration of Foreign Exchange (Safe) - ha acquistato circa il 2% in otto tra le più importanti aziende italiane quotate in Borsa, tra le quali si annoverano:Fiat Chrysler Automobiles, Telecom Italia, Prysmian, Generali, Mediobanca, Saipem, Eni e Enel.

Il totale investito in Italia ammonta oggi a più di 6 miliardi di euro, corrispondente al 7% degli investimenti totali cinesi in Europa.

Il recente interesse per l’Italia e, più in generale, il sud Europa rientra nel più ampio progetto di Pechino di sviluppo della Via della Seta terrestre e della Via della Seta marittima del XXI secolo lanciato dal presidente cinese Xi Jinping nel 2013.

La Ue è oggi il primo partner commerciale di Pechino e il Mediterraneo, con al centro l’Italia, è considerato il naturale punto di arrivo della Via della Seta marittima.

L’Italia ha, pertanto la possibilità di diventare un’interlocutrice importante di Pechino. In questo, un ruolo lo gioca sicuramente la nomina a capo della diplomazia europea di Federica Mogherini. C’è inoltre un crescente interesse per il governo Renzi e i suoi progetti di riforma del Paese.

Il quarantennale che la vice-presidente della Ue ha festeggiato nella capitale cinese coincide con uno snodo importante dell’Agenda strategica di cooperazione tra Unione europea e Cina valida fino al 2020 siglata a Pechino nel novembre 2013: la possibile chiusura del negoziato bilaterale Ue-Cina sugli investimenti giunto oramai al settimo round.

Una svolta che potrebbe aprire la via, come richiesto da Xi Jinping espressamente durante la sua prima visita in Europa e alle istituzioni europee l’anno scorso, a un Fta che introdurrebbe una dinamica nuova nelle relazioni sino-europee. Si creerebbe un asse euroasiatico altrettanto significativo, sul piano economico-commerciale, di quello Atlantico e dell’area del Pacifico.

Quarant’anni dopo, è la Ue a far da apripista nel dialogo con la Cina.

Nicola Casarini è responsabile di ricerca Asia allo IAI.
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martedì 5 maggio 2015

India: di nuovo interesse per l'industria italiana



Italia/India
Finmeccanica torna in gara per elicotteri
Antonio Armellini
30/04/2015
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Finmeccanica è stata ammessa nuovamente a partecipare ad una gara per la fornitura di elicotteri in India: la notizia è passata quasi sotto silenzio (ne ha parlato solo II Sole 24 Ore, direi) e invece è importante per diversi motivi che meritano di essere sottolineati.

È un segnale che la quarantena inflitta ad Agusta-Westland a seguito delle note vicende della fornitura di 12 elicotteri AW101 sta per finire. Tangenti o meno, la superiorità della macchina italo-britannica rispetto alla concorrenza europea ed americana era apparsa chiara all’epoca; l’India sta compiendo un grosso sforzo di modernizzazione delle proprie Forze Armate e si è resa conto che rinunciare all’apporto tecnologico di Agusta-Westland poteva risultare in un autogol.

Uno dei mercati della difesa più importanti al mondo
Il mercato indiano della difesa è diventato uno dei più importanti del mondo e la situazione geostrategica del paese fa sì che il suo ritmo di crescita sia destinato a durare a lungo.

Fincantieri è riuscita con una politica accorta a consolidare vieppiù le sue posizioni nel settore navale e, anche qui, le prospettive di crescita non mancano; lo stesso può dirsi per forniture di minore entità da parte di altri membri dell’ex galassia Iri, a partire da Oto Melara.

Gli AW101 avrebbero dovuto consentire al gruppo italiano di conseguire una posizione di forza nel settore degli elicotteri (sfruttando anche meglio le sinergie con il settore civile, dove Agusta-Westland godeva già di un buon nome); avrebbero soprattutto potuto costituire il biglietto d’ingresso per un vero salto di qualità in altri settori dove era rimasto ai margini.

Si trattava innanzitutto di supportare l’affidabilità tecnica con una maggiore credibilità politica (ovviando alle carenze del “sistema Italia” e a una certa discontinuità nella presenza); condizione essenziale questa, per porsi su un piano di parità con la concorrenza di altri paesi che, invece, a questi aspetti prestano giustamente attenzione.

Lo scandalo delle tangenti è stato devastante, perché ha cancellato d’un colpo un lavoro sul quale si era cominciato ad operare con il piede giusto.

Chi ritiene che il mercato della difesa in India (o altrove, se è per questo) possa diventare del tutto trasparente, passa probabilmente troppo del suo tempo nel mondo di Peter Pan: coloro che si dedicano a questo genere di operazioni stanno bene attenti a coprire le loro mosse e, se colti con le dita nella marmellata, ricorrono a ogni tipo di manovra diversiva.

L’esempio dei risultati raggiunti dalle mille commissioni d’inchiesta in Gran Bretagna a seguito del clamore legato al mega-contratto Bae all’Arabia Saudita, può dare utili ammaestramenti. Quando le tangenti, invece di restare nelle mani dell’illecito destinatario, tornano almeno in parte nel paese di partenza, e qui chi se ne ritenga ingiustamente deprivato comincia a protestare, i danni partono in tutte le direzioni.

Il mondo reale e quello di Peter Pan
La ricostruzione del profilo italiano in India dovrà passare attraverso ancora molte fasi, non sempre facili. Questa prima apertura non deve ingannare: il processo decisionale indiano è lungo e tortuoso e molto spesso - più che a fattori legati alla corruzione - le difficoltà possono nascere dalla diversa forma mentis di un paese che sembra occidentale nel modo di essere e di pensare, ma non lo è affatto.

François Hollande ha incassato con Narendra Modi a Parigi la fornitura di 36 Rafale, prima tappa di un mega-contratto che era parso in più momenti destinato a finire nelle sabbie mobili.

Per il Rafale - la cui produzione era verso la fine corsa -, si è trattato di un colpo di importanza fondamentale, per il quale la Francia ha dato prova di una abilità negoziale - ma soprattutto di una capacità di coordinamento politico a tutto campo - che dovrebbe costituire materia di studio qui da noi.

Il consorzio Eurofighter aveva un prodotto più competitivo sia tecnicamente che sul piano finanziario, ma lo ha promosso stancamente, forse nell’errato convincimento che una fornitura di simili dimensioni sarebbe inevitabilmente andata agli americani. I quali, anche loro, erano convinti di potercela fare, forti del credito acquisito dagli Usa a Delhi a seguito dell’accordo sul nucleare civile.

E invece, hanno tutti sottovalutato che quando gli indiani hanno la sensazione di finire nella morsa di un rapporto troppo stretto, scartano di lato: non Sarkozy però, che recandosi ripetutamente in India ha messo sul piatto tutta la sua influenza per portare a casa un risultato utile.

Il lobbying per l’Eurofighter per contro, era stato lasciato nelle mani dei tedeschi i quali hanno lasciato capire sin dalle prime battute di non essere intenzionati a dedicarvisi più che tanto; Finmeccanica avrebbe potuto cercare di correggere il tiro ma è caduta vittima del medesimo scetticismo. Con il risultato che si è visto e i cui goffi tentativi di recuperare posizioni ex post sono stati abilmente contrati dal presidente francese.

Finmeccanica aveva spinto qualche tempo fa il G222 e l’aereo era stato giudicato particolarmente adatto alle esigenze indiane. L’operazione non era andata avanti, perché all’eccellenza tecnica non aveva fatto seguito, allora, una spinta politica commisurata. Senza un raccordo efficace pubblico-privato - fra industria e istituzioni - farsi strada in India è difficile. I francesi lo sanno bene; saremo capaci di impararlo anche noi?

Antonio Armellini, Ambasciatore d’Italia, è commissario dell’Istituto Italiano per l'Africa e l'Oriente (IsIAO).