Asia

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Metodo di ricerca ed analisi adottato

Per il medoto di ricerca ed analisi adottato

Vds post in data 30 dicembre 2009 sul blog www.coltrinariatlanteamerica.blogspot.com
seguento il percorso:
Nota 1 - L'approccio concettuale alla ricerca. Il metodo adottato
Nota 2 - La parametrazione delle Capacità dello Stato
Nota 3 - Il Rapporto tra i fattori di squilibrio e le capacità delloStato
Nota 4 - Il Metodo di calcolo adottato

Per gli altri continenti si rifà riferimento al citato blog www.coltrinariatlanteamerica.blogspot.com per la spiegazione del metodo di ricerca.

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venerdì 31 gennaio 2014

Afganistan: un 2014 da decifrare

Missioni internazionali
La Nato nell’Afghanistan che verrà
Claudio Bertolotti
16/01/2014
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Se il 2013 si è chiuso con un sostanziale nulla di fatto per il dialogo negoziale, il 2014 si annuncia come anno cruciale per l’Afghanistan: elezioni presidenziali e formalizzazione del Bilateral Security Agreement da cui dipende la permanenza militare straniera.

Questi appuntamenti s’inseriscono in un quadro generale che non lascia spazio all’ottimismo. Il 2015 vedrà la Nato in Afghanistan sotto una nuova veste: la missione dell’Alleanza muta nome, dimensioni e mandato, ma non cambiano i principi regolatori di una presenza a lungo termine.

Dialogo complesso 
La ricerca del dialogo e i suoi ripetuti “stop-and-go” hanno dimostrato quanto poco gli “attori protagonisti” della guerra afghana siano disposti a concedere: un approccio che contrappone il lungimirante “attendismo opportunista” dei talebani al disperato “stallo dinamico” di Stati Uniti e alleati.

Una strategia che si è dimostrata favorevole ai primi che hanno alzato la posta in gioco nell’attesa di sviluppi politici e militari. Sviluppi che, sul piano operativo, si sono concretizzati nei cosiddetti “attacchi spettacolari” dal forte impatto mediatico ed emotivo - in particolare gli attacchi suicidi - a fronte di una diminuzione di azioni contro gli uomini della missione Isaf, ma con conseguente incremento di attacchi contro le forze di sicurezza afghane. Un trend che, salvo imprevisti, sarà confermato anche nel 2014.

La fase “transition” della missione Isaf, che ha visto il governo afghano assumere la responsabilità della sicurezza, ha dato vita a due fenomeni tra loro collegati. Da un lato è diminuito il territorio sotto il controllo governativo; dall’altro, la riduzione delle forze straniere ha portato a un peggioramento della sicurezza e all’aumento delle capacità operative insurrezionali.

Orizzonti incerti
Sul piano politico gli orizzonti afghani sono incerti. Il processo elettorale che consegnerà all’Afghanistan un nuovo presidente procede a rilento, ridotto è il numero di cittadini iscritti al voto, ancora più limitata la partecipazione femminile. Tutte premesse a una situazione politica instabile.

Lo stato afghano, incapace di ottenere il monopolio della forza, dipendente dagli aiuti economici e militari stranieri, non è lontano dal fallimento sostanziale. Le sue forze armate, falcidiate da diserzioni e perdite in combattimento, mancano di logistica e supporto aereo e sono in grado di garantire un livello di sicurezza minimo nelle aree urbane, ma non in quelle periferiche del paese.

La chiusura della missione Isaf è il simbolico spartiacque dell’impegno internazionale in Afghanistan, un impegno che passerà da “combat” ad “advising”. Nel complesso, il sostegno della Nato non sarà più in grado di assicurare un capillare supporto operativo, ma garantirà agli Stati Uniti la disponibilità di basi strategiche su suolo afghano.

Un’analisi in prospettiva impone di considerare gli elementi influenti sugli sviluppi dell’Afghanistan contemporaneo: il sostegno politico-economico internazionale, gli interessi delle potenze regionali, la permanenza della Nato. A questi si contrappongono il calo d’interesse generale per l’Afghanistan, un’endemica corruzione, l’assenza di una classe dirigente competente, disagio sociale, criminalità, un’insurrezione incontrastata e l’impreparazione delle forze di sicurezza afghane.

Le minacce alla stabilizzazione sono la cronica conflittualità, il ridotto sostegno popolare alla presenza straniera, l’incapacità dello stato, i solidi legami tra gruppi di opposizione armata e druglord regionali.

Sul piano politico-sociale si prevedono effetti conseguenti alla contrapposizione centro-periferia, all’accesso dei gruppi di opposizione a forme di potere, al rischio di brogli elettorali.

Inoltre, sulla sicurezza influirà il ruolo di primo piano dei gruppi di opposizione, imbattuti, militarmente validi, sebbene incapaci di sconfiggere Isaf e le forze afghane. Anche per questo motivo non è esclusa una riapertura del dialogo negoziale; la contropartita potrebbe essere una spartizione del potere e una parziale rinuncia ai diritti costituzionali.

Infine, il ruolo politico ed economico delle potenze regionali sarà rilevante, anche in virtù dell’accesso alle risorse minerarie ed energetiche.

Nuovo impegno militare
Per il biennio 2014-2015 è prevedibile uno scenario caratterizzato da maggiore violenza, ridimensionamento del ruolo dello stato, pressione delle forze insurrezionali, instabilità politico-sociale.

Al contempo, l’Afghanistan si avvia verso il nuovo impegno militare della Nato. Due le ipotesi al vaglio, una possibile (8mila soldati) e l’altra probabile (12-15 mila soldati).

La prima ipotesi - “Kabul-centric” - finalizzata al controllo del centro a fronte di un abbandono, de facto, delle aree periferiche, non escluderebbe un accordo di compromesso tra governo afghano, Stati Uniti, Pakistan e i talebani. La seconda - “Regional-Limited”- prevedrebbe una dislocazione delle truppe presso i principali comandi regionali (Kabul, Herat - sotto la responsabilità italiana -, Kunduz, Kandahar e Helmand).

La prima ipotesi, di fatto, sarebbe un’implicita ammissione di fallimento della missione Isaf; la seconda, in grado di garantire capacità di supporto e intervento, è razionale e lungimirante ma non precluderebbe ulteriori sviluppi della missione.

Questo articolo è una sintesi del contributo di analisi per “Prospettiva Generale 2014” del CeMiSS (in via di pubblicazione).

Claudio Bertolotti (Ph.D) analista strategico, ricercatore senior presso il Centro militare di Studi Strategici e docente di "società, culture e conflitti dell'Afghanistan contemporaneo", è stato capo sezione contro-intelligence e sicurezza di Isaf in Afghanistan. Opinionista, autore di saggi, analisi e articoli di approfondimento sul conflitto afghano.
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lunedì 27 gennaio 2014

perchè l'Armenia preferisce l'Unione Euroasiatica e non la Comunità Europea?

 Armenia, la mancata firma dell’accordo con l’Unione Europea e la conseguente scelta di intavolare trattative per l’ingresso nell’Unione Eurasiatica ha suscitato un dibattito interno che divide fortemente l’opinione pubblica e gli specialisti di geopolitica e relazioni internazionali. Dopo aver pubblicato il commento dell’analista Stepan Grigoryan, molto polemico nei confronti dell’attuale dirigenza armena e della sua apertura verso l’Unione Eurasiatica, presentiamo ai lettori il parere di segno opposto di Artem Chačaturjan, direttore del portale analitico www.n-idea.am, che legge positivamente la scelta in favore dell’Unione Eurasiatica e critica invece le modalità con cui sono avvenute le trattative con l’UE.

Il rifiuto dell’Armenia di avviare un processo di integrazione con l’Unione Europea ha colto di sorpresa tanto le burocrazie quanto i centri della geopolitica mondiale. Per interpretare questa decisione sono state avanzate innumerevoli ipotesi, opinioni, illazioni e supposizioni d’ogni sorta, soprattutto in Europa. Da Armeno, credo vi sia un problema di fondo che illumina la situazione venutasi a creare. L’impressione è che in Europa non si abbia reale cognizione di cosa sia veramente l’Armenia. Si potrebbero addurre centinaia di esempi a sostegno di questo fatto: ne vorrei enumerare alcuni nel corso di un’analisi sulle cause del rifiuto armeno (che tuttavia a parole viene bilanciato dall’eventualità di una “scelta europea” in futuro, il che è già abbastanza risibile), al fine di comprendere se si tratti di un processo inesorabile dovuto a circostanze oggettive, ma soprattutto a chi si debba attribuire la responsabilità della perdita dell’Armenia da parte dell’Europa. Cominciando proprio da quest’ultimo punto, ritengo che si possa dire che la colpa è dell’Europa stessa: il processo di integrazione dell’Armenia è stato infatti avviato dall’UE nell’ambito della piattaforma del cosiddetto “Partenariato orientale” ed è partito male sin dall’inizio.
Il primo aspetto da sottolineare è che le trattative, che si sono basate dall’inizio alla fine su un fariseismo ipocrita, erano destinate all’insuccesso già dal principio. Anzi, si potrebbe giudicare “farisaica” l’idea stessa di portare l’Armenia in Europa. Che cosa veniva detto infatti agli Armeni, quando si proponeva loro di siglare il cosiddetto DCFTA (Deep and Comprehensive Free Trade Area), un accordo onnicomprensivo sul libero scambio che imponeva di non partecipare ad altri progetti di integrazione economica? Si diceva agli Armeni che il loro Paese avrebbe ottenuto stimoli per la crescita economica, creazione di nuovi posti di lavoro, liberalizzazione del commercio con l’UE, e che sul piano politico sarebbero arrivati tempi miracolosi, segnati dal miglioramento delle istituzioni pubbliche, dalla vittoria della democrazia e via dicendo. Tuttavia, il modo di attrarre a sé l’Armenia da parte dell’UE è stato talmente confuso, maldestro, aggressivo e incompetente da suscitare presso la popolazione locale un autentico irrigidimento e provocare seri sospetti sulla bontà dell’iniziativa. Innanzitutto, ogni Armeno di media cultura ha capito che il nostro Paese, con una popolazione di poco oltre tre milioni di abitanti che vivono in larga maggioranza ben al di sotto delle condizioni da ceto medio, non poteva certo rappresentare per l’Europa un interesse significativo come mercato di sbocco per le merci (a differenza per esempio dell’Ucraina, che ha una popolazione di 45 milioni di abitanti con un maggior potere d’acquisto). In secondo luogo, è evidente che la produzione locale armena (ad eccezione forse della frutta e dell’acqua) non avrebbe a sua volta mai potuto penetrare nei mercati dei Paesi europei; infine, che i prodotti armeni esportati in Russia e in altri Paesi CSI godono invece di nicchie di mercato anche in assenza di accordi specifici che incentivino il commercio. Sulla base di queste tre inferenze logiche, l’Armeno medio giunge alla conclusione che c’è qualcosa che non torna. Dov’è la verità?
La verità è che l’iniziativa del Partenariato orientale di stipulare accordi di cooperazione e libero scambio con tutta una serie di Repubbliche ex sovietiche risponde a un progetto geopolitico avente uno scopo ben preciso: ostacolare il Presidente della Federazione Russa Vladimir Putin nel suo lavoro di ricomposizione dello spazio post-sovietico. Ciò significa che l’Armenia come tale, che non rappresenta interesse economico alcuno per l’Unione Europea, viene vista in Occidente come uno strumento di contrapposizione alla nascita di un nuovo polo guidato dalla Russia. Se intesa come strumento geopolitico, l’Armenia ha ovviamente un valore e un significato importantissimi. Questa è la chiave di lettura per spiegare l’impegno della burocrazia europea per l’ingresso dell’Armenia. Ciò significa anche che preesisteva un presupposto oggettivo per il fallimento dell’iniziativa, e la responsabilità del fallimento ricade su coloro che in Europa hanno lavorato in vista di questo fine.
Un secondo presupposto oggettivo di tale fallimento riguarda la sfera culturale. Gli Armeni appartengono alla civiltà cristiano-orientale: il processo di inserimento di un popolo dell’Oriente cristiano in Occidente appare innanzitutto irrealistico, in quanto creerebbe una nazione divisa che l’Occidente stesso non vorrebbe più accogliere, ed è quindi gravido di conflitti che mettono a rischio le strutture stesse dello Stato armeno. L’unico vantaggio sarebbe in termini geopolitici, ma si tratterebbe d’un vantaggio chiaramente a favore dell’Occidente. Un esempio eloquente è il caso della Georgia. Il risultato tangibile dell’integrazione in Europa, o per essere più precisi dei tentativi di integrazione in Europa, è stato di fatto la decurtazione del territorio georgiano. Mi è difficile capire quale utilità abbiano ricavato gli Stati Uniti imprimendo una netta impronta antirussa al corso della politica estera georgiana, mentre sono al contrario evidenti le perdite territoriali della Georgia. La domanda che le élite georgiane dovevano porsi è se davvero valeva la pena assumere un atteggiamento antirusso per 20 anni e staccarsi dall’orbita di civiltà di cui fa parte la loro stessa patria per tentare di inserirsi senza successo in un’altra. Il caso della Georgia costituisce in questo senso un precedente che tutte le nazioni dell’Oriente cristiano – in primo luogo l’Armenia, l’Ucraina e la Moldavia – dovrebbero tenere bene a mente per il futuro. Sulla base dei due elementi qui presi in esame, sembra si possa già pronunciare un giudizio molto netto: l’Unione Europea e gli USA hanno avviato un progetto geopolitico allo scopo di contrastare l’ascesa del rivale russo, ignorando completamente i fattori culturali e tutte le conseguenze che potevano derivarne. In questo quadro generale, è possibile individuare altri elementi che costituiscono ostacoli insormontabili per l’integrazione europea dell’Armenia.
L’atteggiamento miope dell’Occidente dal momento in cui sono iniziate le infruttuose trattative per l’accordo di associazione con l’UE si è palesato in una totale ignoranza della coscienza civile dell’Armenia. Parlo non di “opinione pubblica”, ma proprio di coscienza civile, cioè di quella componente morale e spirituale che accompagna il processo storico di una nazione. Uno studio serio sulla coscienza civile degli Armeni avrebbe infatti palesato che questo popolo è in grado di sopportare di tutto: l’occupazione, la deportazione e ogni genere di sofferenza, ma certamente non l’imposizione di quei “nuovi” valori europei che suscitano invece una netta disapprovazione, come ad esempio la promozione pubblica dell’omosessualità, i matrimoni e le adozioni di bambini per coppie dello stesso sesso, i gay pride e via dicendo. Se si conducesse un’analisi sondaggistica senza pregiudizi, ci si convincerebbe facilmente che in qualsiasi referendum gli Armeni avrebbero votato contro l’ingresso nell’UE se una delle condizioni fosse stata la promozione pubblica dell’omosessualità. Quando affermo che gli Europei hanno lavorato in modo maldestro, mi riferisco anche a questi aspetti: la popolazione armena, ricevendo informazioni sui tentativi di promuovere il culto della sodomia in Moldavia, in Ucraina e in Georgia, ha provato repulsione pensando che simili politiche potessero un giorno essere imposte in Armenia.
Un’altra miopia politica dell’Unione Europea si è palesata nella scarsa consapevolezza del livello reale di sovranità dello Stato armeno e dell’assenza di politica estera. La politica estera dell’Armenia somiglia a una barca a vela nell’oceano, che va dove la porta il vento. Gli Statunitensi e gli Europei hanno creduto che riuscendo a insediare una base militare nel centro di Ereven sotto forma di un’Ambasciata, dove magari far stazionare 800 Marines, sarebbero stati in grado di fare tutto, ivi compresa la totale indipendenza dalla Russia. Ma oltre alla sfera del potere, che certamente soffre di un deficit di legittimità interna ed estera, in Armenia esiste anche una società, il cui punto di vista non può essere del tutto ignorato in determinate circostanze. La terza miopia politica, collegata a quanto esposto finora, è stata la sottovalutazione del fattore russo. Già una volta gli Stati Uniti si sono infiammati su questo punto, dando mandato a Saakašvili di invadere la capitale osseta Cxinvali e presumendo che la Russia non avrebbe reagito. Quale sia stata invece la reazione russa è noto a tutti. Credo quindi che sarebbe stato opportuno coinvolgere anche la Russia nelle trattative sull’Accordo di associazione con l’Armenia, perché in ogni caso vi sarebbe stata assai più chiarezza di quanto vediamo oggi.
In definitiva, dopo tre anni e mezzo di duro lavoro, una grande quantità di viaggi, dispendio di risorse e festeggiamenti anticipati, alla fine tutto si è concluso nel nulla (per l’Europa, sia chiaro; perché l’Armenia ha iniziato il processo di integrazione eurasiatica con il conseguente ingresso in un polo geopolitico guidato dalla Russia). In questo breve articolo ho cercato di illustrare le cause di tale fallimento. Per il futuro, credo che le relazioni tra Armenia e Unione Europea debbano fondarsi su tutt’altri presupposti, escludendo finalità geopolitiche e usando altri strumenti di dialogo. In caso contrario, c’è il rischio che nel giro di pochi anni la sola parola “Europa” ingeneri in Armenia non soltanto ostilità, ma un senso di nausea e disgusto.

martedì 21 gennaio 2014

Asia: riemergono antichi dissapori

ensioni tra Cina e Giappone
Pechino ombelico asiatico
Nicola Casarini
24/12/2013
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Le recenti tensioni tra Cina e Giappone intorno alle isole Senkaku - o Diaoyu in cinese - e la decisione di Pechino di creare una zona di difesa aerea hanno riacceso antichi dissapori tra i due grandi paesi dell’Asia orientale. In gioco c’è la supremazia di un’area che contribuisce oggi per più della metà alla crescita globale.

Diplomazia dello yen
Dal 13 al 15 dicembre, Tokyo ha ospitato il summit Giappone-Asean per commemorare i 40 anni di relazioni tra le due parti. Per l’occasione, Tokyo ha promesso ingenti investimenti nel sud-est asiatico, inclusa la somma di 20 miliardi di dollari per infrastrutture. Nella dichiarazione finale, il Giappone si è anche assicurato l’appoggio dei dieci membri dell’Asean riguardo alla libertà di circolazione aerea e marittima in Asia. Si tratta di un chiaro messaggio rivolto alla Cina, la cui crescente influenza nell’area va di pari passo con un certo disimpegno dell’America negli ultimi mesi.

L’assenza del presidente statunitense Barack Obama al forum dell’Apec (Asia-Pacific economic cooperation) lo scorso ottobre e al successivo vertice dell’East Asian Summit in Brunei - a causa dello ‘shutdown’ - ha regalato ai dirigenti cinesi la ribalta diplomatica. Durante la visita di stato in Indonesia del presidente cinese, un editoriale del Jakarta Post (il più importante quotidiano di lingua inglese dell’arcipelago) ha scritto che è la Cina, e non Washington, il leader dell’Asia Pacifico nel XXI secolo.

Negli stessi giorni, il premier cinese Li Keqiang ha prospettato di elevare il decennale partenariato strategico Cina-Asean grazie a un nuovo trattato di amicizia e cooperazione. La Cina è oggi il primo partner commerciale dell’Asean, mentre questa è il terzo partner di Pechino, dopo Ue e Stati Uniti.

Sino-centrismo 
Il commercio bilaterale Cina-Asean ha raggiunto i 400 miliardi di dollari nel 2012, con un aumento dell’11,6% nei primi nove mesi del 2013. Su questa scia, lo yaun - o renminbi - si sta imponendo come moneta di riferimento nell’area. Secondo uno studio di Arvind Subramanian e Martin Kessler del Peterson Institute for International Economics di Washington, il renminbi è già oggi la moneta dominante nella regione, avendo relegato il dollaro al secondo posto.

Anche se la Cina è già diventata la potenza dominante in Asia in svariati ambiti, la domanda di Stati Uniti rimane forte, soprattutto sul terreno della sicurezza. Restano infatti aperte una serie di dispute territoriali e marittime tra Pechino e i vicini. È comunque il Giappone il paese che più di ogni altro contrasta l’emergere di un’Asia sino-centrica.

In un’intervista a The Wall Street Journal a fine ottobre 2013, il premier giapponese Shinzo Abe ha dichiarato (ed è la prima volta per un alto dirigente nipponico) che Tokyo è pronta ad assumersi un ruolo di leadership in Asia non solo sul fronte economico, ma anche sulle questioni riguardanti la sicurezza, lanciando il messaggio che il paese è pronto a contrastare l’ascesa della Cina.

Il monito di Abe è stato ben accolto da alcuni paesi quali le Filippine e il Vietnam che sperano che una postura più decisa da parte di Tokyo - con l’assenso di Washington - possa indurre Pechino a maggior cautela nelle dispute territoriali.

La maggior parte dei paesi dell’Asean sembra voler continuare a giocare su due fronti (finché è possibile): se da una parte si rendono conto che la supremazia regionale della Cina è un fatto pressoché ineludibile nel medio-lungo termine, continuano altresì a sperare che il sistema di alleanze imperniato intorno all’asse Stati Uniti-Giappone possa porre limiti - almeno nel breve-medio temine - a un ordine sino-centrico del quale non si conoscono ancora bene le caratteristiche.

Europa e Italia
L’Europa e l’Italia hanno interesse a seguire le dinamiche in atto in Asia non solo per l’importanza che la regione ha da un punto di vista prettamente economico, ma anche - e forse soprattutto - perché Bruxelles ha la possibilità di esercitare un ruolo di intermediazione tra Washington, Pechino e Tokyo in virtù del fatto che l’Europa è un fedele alleato degli Stati Uniti e allo stesso tempo un partner importante per Cina e Giappone.

In questa partita, l’Italia ha un ruolo da giocare: Roma deterrà infatti la presidenza della Ue nella seconda parte del 2014 e nell’autunno 2014 ospiterà a Milano il summit dell’Asia-Europe Meeting, il più importante forum di dialogo e cooperazione tra Europa e Asia.

Questa potrebbe essere un’ottima occasione di confronto tra le due parti sulle trasformazioni in atto in Asia, incluso il ruolo che la Ue potrebbe avere per far sì che l’ordine economico e politico in gestazione ad Oriente sia foriero più di opportunità che di rischi.

Nicola Casarini è Senior Analyst presso l’Istituto della UE per gli Studi sulla Sicurezza di Parigi e consulente di ricerca dello Iai. Una versione ampliata del presente articolo è pubblicata nell’ultimo numero di Aspenia.
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martedì 14 gennaio 2014

Giappone: Revisione programma difesa nazionale

Giappone

GIAPPONE
Entro fine anno il governo di Shinzo Abe dovrebbe approvare una revisione del programma di difesa nazionale, pensata per facilitare, sul breve periodo, l'export dell'industria militare giapponese e per supportare, sul lungo periodo, l'assunzione di un ruolo più attivo nel mantenimento della sicurezza regionale e globale. La notizia viene diramata in un momento decisamente caldo per l'intera area, con la Cina sempre più assertiva sul tema delle rivendicazioni territoriali ed la Corea del Nord sempre più imprevedibile nei propri equilibri interni.
Tornare ad essere un Paese competitivo nell’export degli armamenti non sarà facile, ma i precedenti, soprattutto recenti, non mancano: nel 2006 sono state vendute tre motovedette all'Indonesia, con un vincolo d'uso per finalità anti-terrorismo e anti-pirateria; nel luglio 2013 ne sono state vendute altre 12 alla Guardia Costiera delle Filippine; recentemente, inoltre, è stata approvata la partecipazione giapponese ad un ba! ndo del governo indiano, per la fornitura di 15 idrovolanti per missioni search & rescue, a cui la giapponese Shinmaywa Industries risponderà con il quadrimotore anfibio US-2. Il banco di prova più immediato, però, sarà probabilmente la vendita del Kawasaki XC-2, aereo militare da trasporto in fase di sviluppo per le Forze di Autodifesa Giapponesi.
Il mercato del Sudest asiatico presenta il potenziale più elevato ed è quello su cui il Giappone si è concentrato maggiormente negli ultimi mesi, con visite di stato ad alto livello in Vietnam, Thailandia, Indonesia, Birmania, Australia, Brunei, Singapore e Filippine. Rimangono comunque di primaria importanza i rapporti politici ed industriali con Stati Uniti, Gran Bretagna e Francia. Londra e Tokyo, ad esempio, hanno recentemente firmato un accordo di cooperazione per la ricerca, lo sviluppo e la produzione congiunti nel settore della Difesa e per la condivisione di informazioni nei settori chimico, biologico, radio! logico e nucleare.

lunedì 6 gennaio 2014

Cina contro India:Mackinder contro Mahan?

Due eventi recenti esemplificano il dilemma geopolitico dell’India. Durante i primi giorni di aprile 2013 è stato riferito che alcuni sottomarini cinesi avevano condotto incursioni nell’Oceano Indiano, ovviamente avvertite dai sonar della marina statunitense1. Un paio di settimane dopo c’è stata l’intrusione di un plotone di truppe cinesi nella zona della valle di Depsang, nel Ladakh orientale2. Anche se lo status precedente all’incursione è stato raggiunto pacificamente, l’incidente del Ladakh ricorda chiaramente le durevoli implicazioni dell’irrisolta controversia himalayana. Insieme, ciò a cui entrambi questi eventi fanno pensare è anche la profonda controversia nella geostrategia dell’India nei confronti della Cina. Questa è contesa tra le rappresentazioni di Mackinder e di Mahan, e parte della sua ambivalenza strategica può essere ricondotta proprio alla mancanza di una rappresentazione geopolitica ben definita su cui basare il dibattito.
Una soluzione mahaniana alla sfida posta dalla Cina riguarda il fatto che l’India può superare alcuni dei suoi svantaggi continentali disturbando le linee di comunicazione marittime (SLOC – sea lines of communications) cinesi, o prendendo parte alle dispute dell’Asia Orientale. La logica di fondo deriva dal concetto di escalation orizzontale, secondo cui si può tentare di superare l’asimmetria in un teatro facendo salire il conflitto ad un dominio geografico più ampio. Riassumendo, se la Cina dovesse continuare ad avventurarsi nelle montagne, l’India potrebbe rispondere in mare aperto.
Anche se concettualmente intuitivo, questo collegamento richiede che Pechino valuti l’integrità delle sue linee di comunicazioni marittime in una maniera sufficiente a spingerla a modificare i suoi piani sulle montagne. I blocchi navali sono inoltre operazioni complesse, e l’orizzonte temporale necessario al successo, che corrisponderebbe al porre una seria minaccia alla sicurezza delle risorse cinesi, sarebbe significativamente più lungo di quello richiesto da una rapida e limitata operazione continentale volta a modificare permanentemente la linea di controllo effettiva (Line of Actual Control – LAC) o avente scopi punitivi. La crescente riserva strategica di petrolio della Cina inoltre, anche se destinata a compensare turbative di mercato, rappresenterebbe una risorsa in una situazione del genere. Infine, la ricerca cinese di nuove linee di comunicazione eurasiatiche, sia mediante i sempre più importanti legami energetici con la Russia che con le interconnessioni attraverso l’Asia Centrale, indicano una potenziale riduzione della dipendenza dalle linee di comunicazioni marittime dell’Oceano Indiano, almeno per alcune delle risorse strategiche3. Chiaramente la Cina percepirà il gioco allo stesso modo, e nulla suggerisce che la predilezione dello statega marittimo indiano per questo tipo di gioco rappresenti un’eccezione. In parole povere un interesse centrale non può essere difeso attraverso azioni orizzontali periferiche.
Come può l’India impedire che venga esercitata una pressione pesante sulle sue frontiere? Non ci sono alternative alla deterrenza in ambito continentale, dove suoi interessi fondamentali, in questo caso l’integrità territoriale, possono essere minacciati. Forse il metodo più sistematico per sviluppare opzioni di deterrenza è con un doppio processo.
In primo luogo il rafforzamento dei sistemi di allerta delle frontiere nei passaggi chiave di tutta la linea di controllo effettiva, attraverso il potenziamento della logistica, le capacità di spostamento pesante, e le capacità di intelligence, sorveglianza e ricognizione (ISR), per migliorare l’abilità a muovere le forze in avanti verso passi montani vulnerabili. Questo aumenterebbe un po’ i costi per la Cina. A dire il vero esistono intrinseci limiti geografici a quanto la catena logistica può diventare flessibile ed efficiente, e l’India non riuscirà mai a pareggiare i vantaggi della Cina, che prevedono un approccio decisamente flessibile alla gestione delle frontiere, permesso dalla comodità dell’uniforme territorio tibetano. Ma l’India non si avvicina neanche lontanamente a un briciolo di quelle che sono la moderna logistica e la rete ISR in una topografia vincolata.
Un rapporto, basato su valutazioni ufficiali, afferma che “sul versante indiano molte delle strade si fermano tra i 60 e gli 80 km prima della LAC, compromettendo così il dispiegamento delle truppe e la loro presenza in avanti”4. Nonostante la decisione ufficiale di migliorare l’interconnessione delle regioni di confine in tutte e tre le sezioni della frontiera indo-cinese “a partire dal 2010, solo nove delle 72 strade pianificate sono state completate”5. Alcune delle motivazioni, legate principalmente all’inerzia burocratica e ai gravi limiti nel coordinamento e nelle capacità dell’Organizzazione delle strade di confine, sono note, ma non sono state affrontate6.
Si può affermare che la mancanza di una logistica moderna e di una rete di connessione può aver involontariamente enfatizzato in modo eccessivo il pattugliamento dei punti controversi lungo la LAC. In altre parole, l’approccio prevalente per la gestione delle frontiere è una soluzione tampone per compensare problemi strutturali decennali sul retro, come quelli infrastrutturali, della catena logistica, delle ISR basate sulla tecnologia, ecc. Se alcuni di questi aspetti, compresa la capacità di monitoraggio, fossero rafforzati, la gestione delle frontiere verrebbe trasformata. In assenza di seri mutamenti nella rete logistica retrostante che conduce alle montagne, l’India potrebbe restare per sempre ostaggio di una situazione in cui un’azione cinese in una zona controversa lungo la LAC lascia a Nuova Delhi solamente opzioni costose.
In secondo luogo, anziché in ambiti periferici, la capacità di aumentare i livelli della violenza orizzontalmente e verticalmente costituisce un elemento importante per il rafforzamento della deterrenza. La Cina è logisticamente in grado di ammassare un grande volume di forze e potenza di fuoco in ogni settore in breve tempo7. Per scoraggiare tale scenario da “guerra lampo”, l’India può dimostrare di avere le capacità e la disciplina per dirigere gli obiettivi a un grado più basso, nel cuore del Tibet e in un dominio cui la Cina assegna un importante valore, il suo heartland continentale nella parte orientale.
Questo implica che l’India ha bisogno di sistemi di deterrenza a distanza come missili a lunga gittata e una forza aerea avente un ampio raggio d’azione. Alcune di queste capacità esistono già, ma non sono state dirette verso obiettivi di deterrenza dalla politica centrale. Di conseguenza le forze armate, esercito e aviazione in questo caso, vengono lasciati a soddisfare le loro limitate preferenze, precludendo una dottrina congiunta terra-aria. L’esercito è legato a una concezione di deterrenza che prevede un uso intensivo delle risorse umane, mentre le forze aeree si accontentano di accumulare funzionalità ad hoc senza contribuire a una condizione di deterrenza stabile. È sconcertante, ad esempio, che l’India stia cercando di conquistare capacità di proiezione fuori area senza prima considerare le esigenze di trasporto dei carichi pesanti per le sue necessità di sicurezza o l’assenza di una rete di difesa aerea moderna.
Forse è stato a partire da una valutazione così frammentaria che un documento programmatico ampiamente letto nel 2012 parlava di promuovere la deterrenza asimmetrica, preparandosi “a innescare una vera e propria rivolta nelle zone occupate dalle forze cinesi” in caso d’invasione8! La Cina non è neanche lontanamente in procinto di impegnare i piani dello stratega indiano in una lunga guerra vicino alle colline. In effetti, si può affermare che un approccio di modernizzazione della difesa delle frontiere dominato dalle risorse umane, piuttosto che rafforzare la deterrenza, potrebbe involontariamente minarla, inviando a Pechino un messaggio sbagliato, e, allo stesso tempo, illudere la leadership politica e militare che stia per essere posto in essere un atteggiamento di “difesa attiva”9.
La sfida cinese lungo le frontiere deve essere analizzata chiaramente in ogni sua parte. In assenza di un confine ben definito, una delle sfide consiste nel garantire che la zona contestata della LAC non si ampli a causa dell’abilità logistica della Cina nel perseguire un atteggiamento attivista di perlustrazione in tempo di pace. Questo può essere affrontato solo, come già accennato, concentrando l’attenzione sulla logistica e sulle capacità di monitoraggio, insieme a un approccio dinamico alla gestione delle frontiere. Inoltre, dato che l’India possiede un territorio più basso, deve anche fare leva sulle misure di confidence-building(CBM) e intanto negoziare nuove norme per vincolare le capacità superiori della Cina in termini di flessibilità e pattugliamento. Se sfruttate prudentemente, le CBM possono aiutare nel mantenimento di uno status quo stabile.
C’è poi il classico scenario di un conflitto limitato derivante da un deterioramento delle relazioni bilaterali. Questo conduce direttamente al cuore di una valida strategia di deterrenza basata sulla natura geopolitica del campo di battaglia himalayano. Una strategia di deterrenza fondata sulla negazione è un approccio sbagliato in un mondo nucleare. L’asimmetria può in effetti essere volta a favore dell’India. Anziché affidarsi a una strategia di risposta flessibile, che vede la Cina in una posizione migliore grazie alla sua logistica superiore e ai vantaggi geostrategici del suo territorio più alto, la dottrina indiana dovrebbe basarsi sulla deterrenza attraverso la punizione. È inutile e costoso prepararsi ad attaccare la Cina a tutti i livelli con ogni tipo di aggressione. Se c’è una lezione da imparare dalla coppia India-Pakistan è proprio questa. L’attore convenzionalmente più debole può annullare l’asimmetria sfruttando politicamente le sue capacità strategiche e la sua dottrina. Una dottrina nucleare credibile e ponderatamente segnalata, correlata a una dottrina convenzionale congiunta ad ampio raggio d’azione, consentirà all’India di allontanare lo scenario dell’avventurismo cinese.
Il punto cruciale è che l’appropriata dottrina militare sta emergendo a partire dall’inerzia istituzionale piuttosto che attraverso un piano accuratamente dibattuto. Se l’obiettivo è creare deterrenza in condizioni di alta tecnologia convenzionale e nucleare, allora investire nelle risorse umane per intraprendere un’ipotetica battaglia in Tibet è una strategia non ottimale che potrebbe esacerbare il dilemma della sicurezza tra India e Cina, senza aumentare la tranquillità dell’India sulla frontiera. Dati i vantaggi geostrategici e logistici della Cina, un atteggiamento di difesa attiva da parte dell’India è semplicemente non credibile.
Una strategia di deterrenza mediante punizione, combinata a solide capacità di mantenimento, è preferibile all’illusione di poter perseguire una dottrina di difesa attiva. Una strategia di questo tipo richiede sistemi di precisione a lungo raggio, la conoscenza del settore spaziale, capacità aeree di quarta e quinta generazione e una moderna rete di difesa aerea, oggi quasi interamente garantita dall’Indian Air Force (IAF). Anche in questo caso, alcuni degli ingredienti di base esistono già, sparsi all’interno delle forze armate, ma non sono stati orientati verso obiettivi dottrinali comuni.
Il cuore del problema non è la mancanza di pensiero strategico, ma la diversità delle percezioni strategiche e delle dottrine che sono in competizione per la validità individuale e il primato. Mentre i mahaniani sminuiscono i continentalisti per il loro attaccamento a rappresentazioni geopolitiche obsolete, questi ultimi si sono sforzati di interiorizzare le implicazioni di un ambiente ad alta tecnologia post nucleare, dove la deterrenza deve essere la finalità principale della strategia militare. La dimensione militare della grande strategia non può essere di tipo additivo, in cui le diverse parti interessate, in questo caso le forze armate, suggeriscono mezzi autonomi per affrontare le stesse minacce o addirittura ricostruiscono delle minacce per adattarsi ai mezzi, mentre il compito dello stratega è di far quadrare insieme queste dottrine!
La strategia non consiste nel gettare soldi in un pozzo senza fondo, ma nell’orientare in modo dinamico e creativo gli strumenti più appropriati verso le minacce in modo che possano apparire basati sugli obiettivi politici e sulla dottrina militare degli avversari, e non come e dove dovrebbero apparire. L’elite politica dell’India deve accettare di riconoscere la sua parte di responsabilità, dato che è stata l’apatia a quel livello a permettere un’impostazione dal basso e un approccio frammentario alla strategia, senza un pianificatore centrale disposto a fissare i termini dell’agenda.
L’India dovrebbe focalizzarsi più sulla Cina continentale che su quella marittima, ed è l’equilibrio di potere e d’influenza sulla periferia subcontinentale che richiede costante attenzione strategica. Le linee di comunicazione cinesi verso l’Asia Meridionale partono dalla Cina continentale. Il corridoio verso l’Asia Centrale, i collegamenti che attraversano il Karakorum tramite il Pakistan e il corridoio attraverso il Myanmar sono tutti parte della geostrategia continentale di Pechino per garantire la sicurezza delle sue regioni periferiche e integrarsi con i vicini. L’estensione e l’ulteriore potenziale di queste linee di comunicazione nel nord dell’Oceano Indiano, nel Golfo del Bengala o nel Mar Arabico, non possono essere sfruttati senza l’acquiescenza strategica e la cooperazione dell’India.
Il regno marittimo non è, contrariamente a quanto osservano alcuni analisti10, il teatro di un gioco a somma zero tra India e Cina, in cui sono in ballo gli interessi vitali di entrambi i Paesi. La realtà geopolitica è che le linee di comunicazioni marittime cinesi passano vicino a schieramenti navali indiani, e oltre l’85% delle importazioni di petrolio cinesi attraversano le rotte marittime dell’Oceano Indiano. Allo stesso modo, più del 50% del commercio indiano attraversa oggi gli stretti di Malacca e Singapore. Anziché rappresentare una fonte di conflitto questo dovrebbe essere la base di un rapporto marittimo accomodante.
Nell’ambito di un’economia politica internazionale interdipendente l’idea di sicurezza unilaterale lungo le linee di comunicazione marittima è illogica.
I territori dell’Indo-Pacifico sono caduti sotto il dominio di una sola superpotenza in condizioni storiche uniche che non possono prevalere a tempo indeterminato. Anche se è prematuro valutare a priori l’evoluzione del sistema marittimo dell’Indo-Pacifico, sicuramente questa vedrà uno sforzo collettivo in cui nessuna singola potenza può essere esclusa dalla gestione degli spazi comuni. All’interno di questa logica è probabile che diverse potenze regionali prendano in carico oneri maggiori nelle loro periferie geopolitiche. Ma finché il commercio interregionale e lo scambio di risorse sostengono l’economia globale, gli spazi comuni non possono diventare un sistema di sicurezza chiuso. La rivalità marittima anglo-tedesca testimonia l’inutilità di un gioco a somma zero. Quella rivalità ha prodotto un’incontrollabile corsa agli armamenti che ha frantumato il predominio marittimo britannico e, in ultima analisi, le pretese della Germania di avere un’egemonia europea.
In effetti, l’evoluzione della tecnologia militare evidenzia come le idee di Mahan siano pressoché obsolete. La storica logica mahaniana di controllo offensivo del mare attraverso le grandi flotte di superficie, “definita come la capacità di utilizzare i mari sfidando la volontà degli altri”11, è superata. Le prescrizioni originali di Mahan sul controllo del mare derivavano da uno specifico contesto storico, industriale e tecnologico che non prevale più, vista l’evoluzione dell’ambiente tecnologico-militare. Forze missilistiche continentali a lungo raggio; capacità aerospaziali di quarta e quinta generazione; funzionalità subacquee come i sottomarini d’attacco; ISR e abilità nell’individuazione degli obiettivi su terra, aria e spazio; armi anti-satellite (ASAT) e capacità informatiche rendono l’idea del controllo del mare, un concetto altamente controverso. In realtà, la negazione del mare, insieme a limitate capacità di proiezione di potenza, è forse il massimo a cui le potenze emergenti contemporanee possono aspirare. È probabile che la struttura della forza marittima di domani assumerà la forma di piattaforme disaggregate e meno vulnerabili, piuttosto che di potenza di fuoco concentrata in grandi flotte trasportatrici di mezzi.
Sarebbe più appropriato descrivere la strategia militare cinese come un approccio regionale “antinavale” di negazione del mare che come una ricerca di potere marittimo globale12. I sistemi terrestri sono parte integrante della modernizzazione navale della Cina, che non compete con le grandi flotte di superficie della tradizione anglo-americana. Come sottolinea una valutazione occidentale, “l’obiettivo principale della marina cinese è ancora quello di proteggere il Paese dal potere di attacco in mare statunitense”13. Un autorevole studio americano afferma che “la nuova marina della Cina conta più su viaggi senza equipaggio e missili balistici che su velivoli con equipaggio, e più su sottomarini che su navi di superficie”14. Ciò considerato, è ironico che, nel dibattito strategico indiano, qualcuno chiami in causa l’immagine mahaniana della Liaoning, la sola portaerei cinese, come simbolo e guida della strategia marittima cinese15. La proiezione in mare aperto, al di là dei mari regionali, è di secondaria importanza per Pechino. L’obiettivo principale della strategia cinese per l’immediato futuro è la negazione del mare, focalizzata nel Pacifico Occidentale e sulla marina statunitense.
La marina degli Stati Uniti riconosce di non poter più agire indisturbata nelle periferie marittime delle varie potenze regionali, e gran parte del suo dibattito strategico è animato dalla sfida asimmetrica antiaccesso che si estende nelle regioni dall’Asia Occidentale alla penisola coreana16. Queste tecnologie perturbatrici sono resistenti e, dal momento che vengono messe in campo dalle potenze del Rimland eurasiatico, il discorso mahaniano sarà profondamente modificato nei prossimi anni.
In sintesi, anche se Stati continentali come India e Cina possono far aumentare i costi operativi delle altre potenze marittime, incluse l’un l’altra, nelle loro rispettive regioni, non possono acquisire unilateralmente il controllo del mare necessario ad assicurare le linee di comunicazione marittima in mare aperto, linee vitali delle loro economie. In ciò consiste la logica della competizione e della cooperazione. Strategie di autotutela possono coesistere con regole cooperative di ripartizione degli oneri per consentire una più ampia stabilità degli spazi comuni.
L’influenza cinese sulle coste dell’Oceano Indiano paradossalmente è emersa non perché la marina dell’Esercito popolare di liberazione fosse percepita come garante della sicurezza, ma perché l’assistenza economica e tecnico-militare ha assicurato alla Cina uno spazio politico. Le possibilità marittime dell’India si riducono a un insieme di mezzi per recuperare influenza. Per quanto riguarda l’influenza indiana in Asia Orientale, l’emulazione delle pratiche cinesi è una strada maggiormente percorribile rispetto all’eventualità di premature incursioni marittime in teatri dove l’India dovrebbe confrontarsi con il peso della potenza di fuoco cinese. Ad esempio, l’influenza indiana è avanzata di più sostenendo la capacità propria del Vietnam di bilanciare asimmetricamente una Cina assertiva, piuttosto che con la presenza diretta nel Mar Cinese Meridionale.
I mahaniani hanno raccomandato all’India di disfarsi delle sue rappresentazioni continentali e prospettano per essa il ruolo marittimo di “garante della sicurezza” in altre regioni. Quest’analisi fin qui suggerisce che non è una strategia prudente. Considerati gli straordinari investimenti e il tempo richiesto da una modernizzazione della marina, è indispensabile che gli strateghi indiani raggiungano questa consapevolezza.
I mahaniani per certi aspetti riflettono i più ampi cambiamenti nel profilo economico e diplomatico dell’India, che hanno diffuso i suoi interessi in tutto il mondo. È vero che l’India globalizzata ha un impatto economico e culturale in molti continenti, e che le sue istituzioni dovrebbero riflettere ciò, ma non è affatto detto che la strategia marittima, spesso considerata come il potenziale mezzo di espansione degli interessi globali indiani, dovrebbe guidare questo processo. E non è sicuramente detto che l’India debba ricercare un ruolo extra-regionale prima ancora di aver raggiunto un minimo di sicurezza e influenza nella propria regione, in cui le sue aspirazioni locali restano fortemente contestate.
Per il futuro imminente gli interessi fondamentali dell’India dovrebbero restare nel continente ed essere perseguiti attraverso una geostrategia principalmente continentale. Un ruolo marittimo strettamente legato al rafforzamento della deterrenza e dell’influenza nel Subcontinente sembra più in sintonia non solo con le sfide nazionali dell’India, ma anche con la direzione geostrategica delle pressioni che continuano a ricorrere.
(Traduzione dall’inglese di Chiara Macci)

Zorawar Daulet Singh è ricercatore presso il Center for Policy Alternatives, Nuova Delhi e dottorando presso l’India Institute, King’s College, Londra.

1. Singh, Rahul, China Submarines in Indian Ocean Worry Indian Navy, “Hindustan Times”, 7 April 2013.
2. Singh, Rahul, China Ends Ladakh Standoff, Troops Pull Back, “Hindustan Times”, 5 May 2013.
3. Downs, Erica S., Money Talks: China-Russia Energy Relations after Xi Jinping’s Visit to Moscow, 1 April 2013; Alexandros Petersen, China Latest Piece of the New Silk Road, “Eurasia Daily Monitor”, Vol. 10, No. 4, 10 January 2013; Li Yingqing e Guo Anfei, Third Land Link to Europe Envisioned, “China Daily”, 2 July 2009.
4. Rajagopalan, Rajeswari Pillai e Rahul Prakash, Sino-Indian Border Infrastructure: An Update, ORF Occasional Paper No. 42, May 2013, p. 11.
5. Ibid., p. 14.
6. Ibid. Si veda anche Shishir Gupta, 45 Years After China Conflict, Delhi to Build Roads Linking Ladakh Outposts, “Indian Express”, 21 May 2007.
7. Chansoria, Monika, China’s Infrastructure Development in Tibet: Evaluating Trendlines, Manekshaw Paper No. 32, New Delhi: Claws, 2011.
8. Khilnani, Sunil, Rajiv Kumar, Pratap Bhanu Mehta, Prakash Menon, Nandan Nilekani, Srinath Raghavan, Shyam Saran e Siddharth Varadarajan, Nonalignment 2.0: A Foreign and Strategic Policy for India in the Twenty First Century, New Delhi: Centre for Policy Research, 2012, p. 41.
9. Samanta, Pranab Dhal, Incursion Effect: Strike Corps on China Border Gets Nod, “Indian Express”, 26 May 2013; Ajai Shukla, New Strike Corps for China Border, “Business Standard”, 24 August 2011.
10. Raja Mohan, C., Beijing at Sea, “Indian Express”, 26 April 2013.
11. Gompert, David C., Sea Power and American Interests in the Western Pacific, Santa Monica: Rand Corporation, 2013, p. 186.
12. Ibid., p. 14.
13. Ibid., p. 113.
14. Saunders, Phillip, Christopher Yung, Michael Swaine, e Andrew Nien-Dzu Yang (eds), The Chinese Navy: Expanding Capabilities, Evolving Roles, Washington, D.C.: National Defence University Press, 2011, p. 12.
15. Raja Mohan, Beijing at Sea, n. 10.
16. Gertz, Bill, Threat in Asia is Anti-ship Missiles, “Washington Times”, 23 March 2010; Roger Cliff, Mark Burles, Michael S. Chase, Derek Eaton, Kevin L. Pollpeter, Entering the Chinese Antiaccess Strategies and Their Implications for the United States Dragon’s Lair, Santa Monica: Ra

sabato 4 gennaio 2014

Cina: propsettive dal 1949 ad oggi

La Cina negli ultimi trent’anni ha conosciuto uno sviluppo economico e sociale quasi senza precedenti:1 dal 1978 il Pil si è settuplicato e il reddito pro capite di un cittadino cinese di oggi è più di cinque volte di quello della fine degli anni ’70. Alla ricchezza si sono aggiunte importanti vittorie sul piano sociale, in particolare contro la povertà e l’analfabetismo: se nel 1980 oltre 750 milioni di persone vivevano sotto la soglia internazionale di povertà (1.25$), oggi solo il 3% della popolazione ancora vive in povertà.2 Stessa cosa si può dire per l’analfabetismo, giacché più del 94% della popolazione odierna è alfabetizzata.3 Lo sviluppo economico ha portato quindi a notevoli miglioramenti nella qualità della vita, debellando la fame, allungando la vita e migliorando il livello di istruzione dei cittadini cinesi.4
Il quadro è indubbiamente estremamente positivo e non ci si può davvero stupire del perché la Cina continui a mettere come priorità di massima importanza la crescita economica; tuttavia il processo di sviluppo ha anche portato a gravissimi danni all’ambiente. Nonostante non tutti i problemi ambientali cinesi siano prodotti dell’uomo, l’intervento umano e il massiccio sviluppo industriale hanno decisamente aggravato i problemi già presenti, provocando enormi costi umani, sociali ed economici. Se finora il motto dell’economia cinese è stato “svilupparsi prima e risistemare l’ambiente dopo”, l’aggravarsi dei problemi ambientali e la crescente consapevolezza del governo e della società civile riguardo alla gravità della situazione pongono la Cina di fronte a una questione di grande importanza: la sostenibilità del proprio sviluppo economico a lungo termine.
I principali problemi ambientali cinesi includono un pesante inquinamento dell’aria, forti contaminazioni delle principali fonti idriche, una massiccia deforestazione, problemi di desertificazione, perdita di terra arabile e una drastica diminuzione della biodiversità della flora e della fauna. Questi problemi si scontrano inoltre con un territorio dalla complessa conformazione geologica e climatica: oltre ai processi di degradazione ambientale procurati dall’uomo, la Cina è esposta a terremoti, siccità e, a meridione, a piogge monsoniche. Tutto ciò rende la situazione ambientale cinese fragile quanto complessa da analizzare.
Gli effetti distruttivi dell’inquinamento aereo sulla salute hanno fatto di questo problema uno dei più visibili e preoccupanti a livello internazionale. La causa principale del problema risiede nella fonte energetica principale, il carbone, che costituisce il combustibile con cui si produce oltre il 70% dell’intera produzione energetica. Il carbone, notoriamente fonte energetica sporca ed altamente inquinante, una volta bruciato produce enormi quantità di polveri sottili, di zolfo, ossidi di azoto e anidride carbonica.5
Sebbene le misure per ridurre le sostanze nocive prodotte dalla combustione del carbone siano relativamente facili da attuare e piuttosto economiche, la maggior parte delle combustioni avviene fuori dai controlli statali in stufe di piccole e medie dimensioni, destinate a fornire energia ad aziende e abitazioni private. L’enorme quantità di carbone bruciato non solo provoca l’inquinamento outdoor, ma inquina anche ambienti domestici e lavorativi, con devastanti effetti sulla salute. Si stima infatti che ogni anno circa 420.000 persone muoiono di malattie provocate dall’esposizione all’inquinamento indoor; a questi si aggiungo circa altre 470.000 persone che ogni anno muoiono prematuramente a causa dell’inquinamento outdoor.6
Il problema dell’inquinamento delle acque è un problema egualmente serio, aggravato da due importanti fattori: primo, le risorse d’acqua in Cina sono insufficienti per soddisfare tutti i bisogni della popolazione; secondo, l’inquinamento delle acque ha importanti conseguenze sulla produzione agricola e quindi sulla salute dei cittadini.
La Cina ha infatti solo 2.156.000 litri d’acqua pro capite all’anno, il che è circa un quarto della media mondiale e decisamente inferiore alla quantità disponibile in Paesi come gli Stati Uniti, che possono vantare più di 10.780.000 di litri pro capite all’anno. Il problema dell’inquinamento è particolarmente grave nel nord, che contiene il 44% della popolazione e il 65% della terra arabile, ma solo 757.000 litri pro capite.7 La scarsità d’acqua rende necessario alla popolazione attingere l’acqua da risorse inquinate, con gravi conseguenze per la salute; infatti, solo una piccola percentuale delle risorse idriche cinesi sono classificate come potabili e sicure dopo il trattamento.8 Finora la soluzione all’inquinamento delle acque è stato arginato prendendo l’acqua da risorse sotterranee, presenti proprio nel nord-est. Questo processo tuttavia non è sostenibile a lungo termine, in quanto drenare acqua da sottoterra, a profondità sempre maggiori, provoca sprofondamenti, frane e valanghe di fango.9
La tabella presentata di sotto riassume i principali effetti collaterali dovuti all’inquinamento.10
Traditional, modern and emerging environmental risk factors in ChinaFonte: Zhang et al., 2010, op. cit., p. 1111
Major health effectPopulations at risk or affected
Traditional
Indoor air pollution from solid fuel combustionChronic obstructive pulmonary deasease, acute lower respiratory infection, lung cancer, possibly low birthweightAlmost all rural residents (-740 million); about 35% of urban residents (-200 million); estimated 420000 premature deaths yearly
Unsafe drinking water and poor sanitationInfectious desease (eg. diarrhoea, hepatitis A, typhoid, schistosomiasis)>40% of rural residents (>296 million); >6.2% urban residents (46 million)
Modern
Outdoor air pollutionCardiorespiratory mortalities and morbidities (acute respiratory infections and symptons, lung cancer, possibly adverse birth outcomes)Almost all urban residents (about 580 million); rural residents living near industrial facilities and cities; an estimated 470000 premature deaths in 2000
Industrial water pollutionCancers of the digestive system (eg. stomach, liver, oesophagus, or colorectal cancer)Affected population unknown; an estimated 11% of total digestive system cancer cases (about 954500 yearly)
Emerging
International transport of persistent chemical contaminantsCardiorespiratory diseases from particulate matter and ozone, neurological damage from mercury exposurePeople living downwind of China (eg. Japan, Korea and USA)
Climate changeDeaths due to heat waves, floods, fires, and droughts; increased infectious diseasesThroughout China, including coastal communities, water-scarce regions, and urban populations; global populations

Altri problemi che hanno un impatto diretto sulla vita economica e sociale cinese sono i problemi legati alla desertificazione, alla deforestazione e in generale alla perdita della qualità della terra. Considerate le sue dimensioni e la sua immensa popolazione, la terra arabile in Cina è relativamente scarsa: ciò chiaramente significa che i problemi legati al suolo hanno conseguenze negative proprio sull’agricoltura.
Il deserto del Gobi ricopre attualmente circa il 30% della superficie della Cina, tuttavia si stima che, con gli attuali ritmi di sviluppo e le tecnologie attualmente usate, tale area è destinata ad espandersi ulteriormente, creando seri problemi agli agricoltori dell’ovest – area dove il problema è di maggiore impatto.11 A questo si aggiungono i problemi di deforestazione: ogni anno la Cina perde infatti circa un milione di ettari di foreste, che vengono trasformate in aree urbane o adibite all’agricoltura.12
Appare a questo punto chiaro che i problemi ambientali cinesi sono diversi, complessi e con profonde conseguenze per la vita sociale ed economica del Paese. Si stima infatti che ogni anno circa il 10% del Pil venga perso per cause ambientali, creando quindi un danno pesantissimo sull’economia cinese. È probabile comunque che questa stima sia fin troppo ottimista, giacché basata sui dati ufficiali dell’Istituto Nazionale di Statistica della Cina, i quali non sempre sono trasparenti e affidabili (es. mancano completamente statistiche sull’inquinamento dell’acqua potabile da parte di fabbriche e industrie).13
L’accumularsi e l’aggravarsi dei problemi ambientali ovviamente non è passato inosservato dal governo e dalla società cinese. Tuttavia, in generale si è preferito sempre promuovere politiche ambientali ed energetiche in risposta ad un problema preciso ormai già pressante, piuttosto che fare una politica lungimirante ed a più ampio respiro.14
Harry e Yu dividono in quattro fasi le politiche ambientali cinesi: il periodo Maoista e gli anni ’70, gli anni ’80 e inizio anni ’90, gli anni dal 1992 al 1999 e dal 2000 a oggi.15
Come giustamente nota Shapiro nel suo libro “Mao’s war against nature”16, il periodo dalla fondazione della Repubblica Popolare Cinese nel 1949 alla morte di Mao ha imposto il principio ideologico dell’uomo alla conquista della natura, promuovendo uno sviluppo economico17 senza alcun interesse riguardo ai potenziali danni ambientali a breve o a lungo termine.
La prima presa di coscienza dei problemi ambientali è avvenuta nei tardi anni ’70, nel momento in cui i problemi di inquinamento dell’aria e dell’acqua si erano fatti ormai molto evidenti. Le prime azioni sono rivolte a ridurre i residui industriali e trattare le acque reflue: la prima legge promulgata è la Legge sulla Protezione Ambientale del 1979, a cui ne seguono molte altre negli anni ’80 e all’inizio degli anni ‘90 (es. la Legge sulla Prevenzione e il Controllo dell’Inquinamento delle Acque del 1984, la Legge sulla Prevenzione e il Controllo dell’Inquinamento dell’Aria del 1987, la Legge sulla Conservazione delle Acque e del Suolo del 1991, etc.).18 In questo periodo, tuttavia, si registrano anche diverse opposizioni a livello internazionale su eventuali coordinamenti transnazionali.19 Nei vari incontri intergovernativi tenuti tra gli anni ’70 e i primi anni ’90, quali la Conferenza delle Nazioni Unite del 1972 e il Comitato di Negoziazione Intergovernativa dell’United Nation Environment Programme (UNEP) del 1991, la Cina ha sempre tenuto una posizione scettica riguardo ai problemi ambientali: i principali argomenti riguardavano l’incertezza scientifica del cambiamento climatico, le responsabilità occidentali sui problemi ecologici mondiali e la protezione della sovranità nazionale.20
Nonostante l’atteggiamento di diffidenza sia continuato anche nel secondo periodo (1992-1999), la Cina in questi anni ha partecipato a numerose conferenze e comitati intergovernativi, che hanno portato a un parziale disgelo della Cina nei confronti della cooperazione internazionale sull’ambiente. Nel 1998 la Cina ha infatti firmato il Protocollo di Kyoto: la motivazione principale per l’adesione non è stata però l’aderenza ai princìpi e ai metodi proposti dal Protocollo, ma l’opportunità di migliorare la propria efficienza energetica e combattere l’inquinamento a livello locale.21
Il terzo periodo (dal 1999 ad oggi) ha portato ad una maggiore attenzione ai problemi ecologici, sebbene con risultati non sempre ottimali. A livello internazionale la Cina è infatti rimasta piuttosto ostile a lavorare per obiettivi tramite coordinamenti intergovernativi, ribadendo come nel 1991 la necessità di proteggere la propria sovranità nazionale e la responsabilità dei Paesi industrializzati nei danni ambientali mondiali. A livello nazionale, al contrario, i problemi ambientali sono al centro di numerose politiche e leggi, ma i risultati sembrano ancora tardare ad arrivare. I motivi principali sembrano trovarsi in politiche non sempre adeguate, nella mancata applicazione delle normative ambientali in certe aree e, più in generale, nella preferenza a una crescita economica rapida piuttosto che sostenibile.
Il principale strumento con cui il governo cinese pianifica gli interventi economici e le politiche ambientali è il Piano Quinquennale. L’attuale 12° Piano Quinquennale, valido dal 2011 al 2015, pone grande attenzione ai problemi energetici e ambientali e alla necessità di promuovere uno sviluppo sostenibile investendo nelle energie pulite e nelle nuove tecnologie. I principali obiettivi sono di aumentare i combustibili non-fossili per produrre almeno l’11% dell’energia, di ridurre i consumi d’acqua a livello industriale del 30%, di diminuire i consumi energetici del 16% e le emissioni di diossido di carbonio del 17% e di aumentare la superficie delle foreste per raggiungere il 21% del territorio cinese. Altri obiettivi includono una spesa consistente (2.2% del Pil) in ricerca e innovazione tecnologica e il mantenimento della popolazione a 1.39 miliardi di persone.22 Nonostante i target siano ineccepibili, le esperienze precedenti insegnano che i risultati potrebbero comunque non essere così immediati. Gli obiettivi del 12° Piano Quinquennale non differiscono molto da quelli del 10° e dell’11° (rispettivamente 2001-2005 e 2006-2010): migliorare l’efficienza energetica, promuovere uno sviluppo sostenibile, ridurre i consumi energetici e migliorare i problemi di deforestazione e legati alla qualità del suolo. Tuttavia, in molti criticano i Piani Quinquennali come modalità di pianificazione economica, accusandoli di essere di strette vedute e deboli nell’affrontare i molteplici problemi connessi all’ambiente.23 Ad esempio, il procedere per obiettivi ha portato a dei paradossi alla fine del 10° Piano Quinquennale: nel 2005, benché molti degli inquinanti chiave fossero stati ridotti, le emissioni di diossido di zolfo (SO2) erano invece aumentate rispetto al 2001.24
Sebbene qualche risultato ci sia stato, sia a livello nazionale25 che provinciale26, le politiche ambientali cinesi nel complesso risultano oberate da una serie di problemi. Il primo è da ricercare nella legislazione farraginosa e nella mancanza di coordinamento tra le diverse agenzie che si occupano di ambiente: infatti non solo le direttive e le leggi nazionali possono essere in contrasto con le regolamentazioni locali, ma già a livello nazionale legiferare su questioni ambientali è piuttosto difficile poiché più Ministeri (il Ministero della Protezione Ambientale, il Ministero delle Foreste, il Ministero dell’Energia e il Ministero dell’Agricoltura) hanno potere decisionale. Il coordinamento dunque non risulta sempre facile.
Un altro problema è la mancata applicazione di norme vigenti: i governi locali, responsabili dell’applicazione delle leggi e della loro amministrazione, spesso tendono a non vedere la protezione ambientale come una priorità.27 Questo è particolarmente vero per le province più povere, i cui governi locali sono più interessati a promuovere lo sviluppo economico e l’urbanizzazione e sono quindi molto disponibili a chiudere un occhio su eventuali violazioni della regolamentazione sull’ambiente per promuovere uno sviluppo più accelerato.28 Tutte queste problematiche rendono le politiche ambientali cinesi piuttosto deboli nell’affrontare la già critica situazione del Paese.
Negli ultimi trenta anni, la rapida crescita economica è riuscita a risolvere una serie di importanti problemi sociali ed economici che vessavano il Paese. Tuttavia, i problemi ambientali sono stati spesso e volentieri sottovalutati o non corretti adeguatamente con politiche oculate, che si proponessero di prevedere con uno sguardo ampio le problematiche a lungo termine e provvedere alle questioni connesse all’ambiente in senso più lato (come l’agricoltura e la sanità). Benché il governo si sia affaccendato molto negli ultimi decenni per parare alcuni dei problemi più critici, tuttavia l’inquinamento, la perdita di terra arabile dovuta a desertificazione e al cambiamento della qualità della terra, la deforestazione e il declino della biodiversità rimangono problemi molto gravi per la società cinese odierna. Le politiche ambientali non efficaci o troppo limitate sembrano non tanto derivare da un’incompetenza politica, quanto da un affidamento eccessivo a modelli economici ispirati alla curva di Kuznets29, secondo cui nella prima fase di intensa crescita economica i danni sull’ambiente sono numerosi, ma destinati a diminuire nel momento in cui l’economia, ormai ricca, permette di investire maggiormente su tecnologie innovative ed energie pulite. Tuttavia, l’adeguatezza di questo modello per la situazione cinese è contestata da molti30 e ci si augura quindi che la Cina riveda in tempi brevi le proprie priorità politico-economiche e migliori le proprie politiche ambientali per raggiungere l’obiettivo di uno sviluppo più equo e sostenibile.

Alessandra Gherardelli è dottoressa magistrale in Lingue e Civiltà Orientali a La Sapienza di Roma con il massimo dei voti, e ha conseguito il Master in Cooperazione allo Sviluppo conseguito alla School of Oriental and African Studies di Londra. Da Ottobre 2013 collabora con l’IsAG nel programma di ricerca Asia Orientale.

1Hanno avuto sviluppi comparabili a quello cinese le “Tigri Asiatiche”: Corea del Sud, Taiwan, Singapore e Hong Kong. Questi Paesi hanno infatti conosciuto un enorme sviluppo economico (oltre il 7% di crescita annuo) nel periodo tra gli anni Sessanta e gli anni Novanta (Page, J., 1994. “The East Asian Miracle: Four Lessons for Development Policy”. NBER, pp. 219–282)
2Istituto Nazionale di Statistica della Cina (2011) Chinese Statistical Yearbook, Online:chinadataonline.org.ezproxy.soas.ac.uk [Accesso il 01/04/2013]
3Bramall, C. (2009). Chinese economic development. New York: Routledge.
4Naughton, B. (2007). The Chinese economy: transitions and growth. Cambridge, Mass.: MIT Press.
5Smil, V. (2004). China’s past, China’s future energy, food, environment. New York: Routledge.
6World Bank (2007) Cost of Pollution in China: Economic Estimates of Physical Damages, Washington D.C.: World Bank.
7Zhang, J., Mauzerall, D. L., Zhu, T., Liang, S., Ezzati, M., & Remais, J. V. (2010). “Environmental health in China: progress towards clean air and safe water”. The Lancet, 375: 9720, pp. 1110–1119.
8Ibid.
9Bramall, C. (2009). Chinese economic development, op. cit.
10Zhang, J., Mauzerall, D. L., Zhu, T., Liang, S., Ezzati, M., & Remais, J. V. (2010). “Environmental health in China: progress towards clean air and safe water”, op. cit.
11Han, J. (2008) "Effects of Integrated Ecosystem Management On Land Degradation Control And Poverty Reduction." Workshop on Environment, Resources and Agricultural Policies in China, Online:www.oecd.org/agriculture/agricultural-policies/36921383.pdf [Accesso il 20/11/2013]
12Smil, V. (2004). China’s past, China’s future, op. cit.
13Zhang, J., Mauzerall, D. L., Zhu, T., Liang, S., Ezzati, M., & Remais, J. V. (2010). “Environmental health in China: progress towards clean air and safe water”, op. cit.
14Edmonds, R. L. (2011). The Evolution of Environmental Policy in the People’s Republic of China. Journal of Current Chinese Affairs, 40:3, pp. 13–35.
15Harris, P. and Yu, H. (2005), “Environmental change and the Asia Pacific: China responds to global warming”, Global Change, Peace and Security, 17:1, pp. 45-58
16Shapiro, J. (2001). Mao’s war against nature: politics and the environment in Revolutionary China. Cambridge: Cambridge University Press.
17Nonostante sia facile condannare politicamente il periodo Maoista, sicuramente fatto di eccessi e abusi, valutare economicamente tale periodo può essere più difficile. Escluso il dramma economico ed umano del Grande Balzo in Avanti (1958-1961) e il parziale fallimento del Terzo Fronte (1964-1971), il periodo Maoista ha portato anche a una leggera crescita economica (ca. 4-5% annuo secondo le statistiche ufficiali) e all’estensione del servizio sanitario e scolastico pubblico e gratuito alla quasi totalità della popolazione (Bramall, 2009, Chinese economic development, op. cit).
18Chow, G. (2013) “China’s Environmental Policy: a critical survey” in Man, J. Y. (ed). China’s environmental policy and urban development, Cambridge, Mass: Lincoln Institute of Land Policy.
19Chmutina, K. Jie Zhu & Riffat, S. (2012) "An analysis of climate change policy-making and implementation in China", International Journal of Climate Change Strategies and Management, 4:2, pp.138 - 151
20Ibid.
21Ibid.
22Assemblea Nazionale del popolo (ANP) (2011), China’s Twelfth Five Year Plan (2011-2015), traduzione in inglese redatta dalla Delegazione dell’Unione Europea in Cina, Online: www.britishchamber.cn[Accesso il 20/11/2013]
23Liu L., Bing Z., Jun B. (2012) “Reforming China's multi-level environmental governance: Lessons from the 11th Five-Year Plan”, Environmental Science and Policy, 21: 106–111
24Wang, L. (2010) “The changes of China’s environmental policies in the latest 30 years”, Procedia Environmental Sciences, 2, pp. 1206–1212
25Molti degli obiettivi principali del 10° e 11° Piano Quinquennale sono stati in effetti stati raggiunti (Chow, G. (2013) “China’s Environmental Policy: a critical survey” in Man, J. Y. (ed). China’s environmental policy and urban development, op. cit.).
26Come ben evidenziato nell’articolo di Remais e Zhang (2011) “Environmental Lessons from China: Finding Promising Policies in Unlikely Places”, Environmental Health Perspectives, 119:7, pp. 893-895
27Chmutina, K. Jie Zhu & Riffat, S. (2012) "An analysis of climate change policy-making and implementation in China”, op. cit.
28Chow, G. (2013) “China’s Environmental Policy: a critical survey” in Man, J. Y. (ed). China’s environmental policy and urban development, op. cit.
29La curva di Kuznets nasce inizialmente come modello economico per spiegare il rapporto tra sviluppo economico e disuguaglianze sociali; tuttavia questo modello è facilmente applicabile all’ambiente per dimostrare l’andamento dell’inquinamento e dei danni ambientali in rapporto con la crescita economica.
30Zabielskis, P. (2013) “Environmental Problems in China: Issues and Prospects” in Hao, Z., & Chen, S. (eds.). Social issues in China: gender, ethnicity, labor, and the environment, Londra: Springer

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