Asia

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Metodo di ricerca ed analisi adottato

Per il medoto di ricerca ed analisi adottato

Vds post in data 30 dicembre 2009 sul blog www.coltrinariatlanteamerica.blogspot.com
seguento il percorso:
Nota 1 - L'approccio concettuale alla ricerca. Il metodo adottato
Nota 2 - La parametrazione delle Capacità dello Stato
Nota 3 - Il Rapporto tra i fattori di squilibrio e le capacità delloStato
Nota 4 - Il Metodo di calcolo adottato

Per gli altri continenti si rifà riferimento al citato blog www.coltrinariatlanteamerica.blogspot.com per la spiegazione del metodo di ricerca.

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mercoledì 26 luglio 2017

giovedì 13 luglio 2017

domenica 9 luglio 2017

Orizzonte Cina



Bentornati al bimestrale OrizzonteCina (ISSN 2280-8035). In questo numero articoli su:
•China 2025 e politiche commerciali: asimmetrie di potere e difficoltà nella cooperazione sino-europea | Giuseppe Gabusi e Giorgio Prodi
• La Belt & Road Initiative: oltre gli ostacoli alla cooperazione fra Cina ed Europa? | Yuan Li
• Controlli e regolamentazione dei capitali: un vincolo alla crescita degli investimenti diretti esteri? | Xavier Richet
• Pechino, tra ordine economico liberale e governance con “Chinese characteristics” | Anna Caffarena
• Europa&Cina | Il rilancio economico della Cina passa per la nuova Via della seta in Europa | Nicola Casarini e Lorenzo Bardia
• Cinesitaliani | Milano e Prato rappresentano davvero due diversi modelli di integrazione tra cinesi ed italiani? | Daniele Brigadoi Cologna
• China Media Observatory | Il manhua contemporaneo e la satira politica. Il “caso australiano” di Ba Diucao | Martina Caschera
• Recensione | Ciaj Rocchi e Matteo Demonte, Chinamen: un secolo di cinesi a Milano | Giuseppe Gabusi

domenica 18 giugno 2017

Hon Kong. Venta anni infelici

Un compleanno non troppo felice per gli abitanti di Hong Kong, quello celebrato il 1° luglio scorso, a vent’anni dal ritorno dell’ex colonia britannica alla Cina continentale. In una città divisa tra sostenitori dell’indipendenza e della democrazia – che ancora rimpiangono le manifestazioni di piazza della rivoluzione degli ombrelli del 2014 -, e nazionalisti – quegli hongkonghesi che rivendicano con orgoglio la loro “cinesità” -, è stato accolto l’ospite d’onore: il presidente cinese Xi Jinping. L’anniversario, inoltre, ha offerto anche l’occasione per l’insediamento della nuova chief executive Carrie Lam, la filo cinese che ha ottenuto il comando dell’esecutivo della città lo scorso marzo.
Ingenti misure di sicurezza sono state applicate per la tre giorni della visita del leader della Repubblica popolare: per proteggere Xi e assicurare un clima di “festa” sono scese in campo oltre 11.000 forze dell’ordine hongkonghesi.
Nelle arterie della città si è respirata un’aria pesante e tesa. Da mesi, infatti, gli indipendentisti avevano promosso manifestazioni in segno di protesta contro il governo di Pechino e il nuovo ordine politico configuratosi con la recente vittoria di Carrie Lam. E gli arresti, ovviamente, non si sono fatti attendere.
La visita di Xi
Per Xi Jinping è stata la prima visita ad Hong Kong da quando è salito al potere: il presidente è apparso determinato nel difendere – se non promuovere – il sentimento di unione che vi è tra Pechino e l’ex colonia britannica. Durante una breve conferenza stampa tenutasi nella pista dell’aeroporto, Xi ha elencato le motivazioni della sua visita, finalizzata a mostrare la presenza concreta e solidale del governo cinese nella Regione amministrativa speciale di Hong Kong, definendone il futuro politico ed economico nel rispetto della formula “un Paese, due sistemi”, come sancito dalla Hong Kong Basic Law.
Ad anticipare le intenzioni di sinizzazione dell’hub finanziario è stato il Global Times, la costola del Quotidiano del Popolo, che ha sottolineato il ruolo di “super connettore” che Hong Kong può avere nello sviluppo e nel successo della Belt and Road Initiative, la Nuova Via della Seta. E di certo non sarà passato inosservato il nuovo gioiello delsoft power cinese: un video realizzato dall’agenzia di stampa Xinhua che celebra, in chiave rap, il successo del sistema “un Paese, due sistemi”.
Il prosieguo della visita del presidente ha fornito l’occasione per mostrare i muscoli della macchina militare cinese e, forse, per intimidire i moti indipendentisti dell’ex colonia britannica: Xi ha visitato la base militare di Shek Kong (nelle vicinanze di Shenzhen) e ha risposto al saluto delle 3.1000 truppe dell’Esercito popolare di liberazione con un “Salve, compagni!”, mentre sfilava su una jeep scoperta.
Contemporaneamente, i media raccontavano anche del breve arresto degli esponenti della League of Social Democrats e del partito Demosisto (erede del movimento degli ombrelli), tra cui Joshua Wong, per aver manifestato la sera prima davanti alla Golden Bauhinia Statue, la statua d’oro che raffigura l’orchidea simbolo di Hong Kong (che proprio Pechino aveva regalato alla città dopo il ritorno alla madrepatria).
La strategia di Carrie Lam
La cerimonia di insediamento della nuova chief executive, organizzata non a caso nella giornata della celebrazione del ventennale del trasferimento della sovranità da Londra a Pechino, ha visto il passaggio di testimone dal governatore uscente Leung Chun-ying, elogiato da Xi per la gestione dei tumulti studenteschi del 2014, a Carrie Lam.
In un abito dalla foggia cinese, Carrie Lam ha illustrato, sotto gli occhi di Xi Jinping, il suo manifesto politico nel tentativo di arginare la rottura che si è creata tra la popolazione, in particolare la fascia più giovane, e l’establishment. La Lam ha invitato ad entrare a far parte della nuova squadra di governo ciascun rappresentante politico interessato a risolvere i problemi strutturali della città, a prescindere dallo schieramento. Il rapporto con Pechino e i moti indipendentisti passano in secondo piano se si considerano le problematiche che nel quotidiano affliggono gli hongkonghesi: la speculazione immobiliare, l’incremento della disoccupazione giovanile, la perdita del primato fiscale e commerciale, solo per citarne alcuni.
Dopo il giuramento della leader della Regione amministrativa speciale, il presidente cinese, nel suo discorso, ha fugato ogni dubbio sull’approccio di Pechino alla questione di Hong Kong, sottolineando la necessità di rafforzare il sistema educativo e scolastico attraverso lo studio e la comprensione della Basic Law e degli elementi culturali e storici nazionali. Xi ha sottolineato che le sfide allo status quo di Hong Kong non saranno tollerate e che qualsiasi azione che possa mettere in pericolo la sovranità e la stabilità della Cina sarà considerata “assolutamente inammissibile”.
L’ex colonia nella morsa cinese 
Hong Kong non è più l’oca d’oro del secolo scorso, quando Margaret Thatcher e Zhao Ziyang firmarono, nel 1984, la Dichiarazione congiunta sino-britannica, decretando il passaggio dalla sovranità britannica a quella cinese secondo la formula “un Paese, due sistemi”, nel 1997.
Allora il potere economico dell’hub finanziario avrebbe garantito la realizzazione delle riforme economiche di Deng Xiaoping. Un quadro che è tuttavia cambiato: se nel 1997 il Pil hongkonghese costituiva il 18,5% di quello cinese, attualmente ne rappresenta circa il 2,9%. La Regione amministrativa speciale dipende prevalentemente dalla Cina continentale per l’approvvigionamento alimentare, mentre l’80% della spesa turistica proviene dalle tasche dei cinesi della terraferma.
Le preoccupazioni di una prevaricazione di Pechino culminano nelle incertezze sulla vitalità di Hong Kong come centro finanziario e commerciale. Nel decennio scorso, ad esempio, il terminal container di Hong Kong era il più importante ed attivo al mondo; ora, il porto ha perso il suo primato mondiale, scendendo al quinto posto della classifica, dietro Shanghai, Singapore, Shenzhen e Ningbo.
I duri colpi inflitti all’economia della metropoli asiatica e la graduale erosione dei diritti civili portano Hong Kong sotto il cappello politico del Partito comunista cinese. Forse è proprio questo il successo della formula “un Paese, due sistemi” celebrata dal presidente Xi, tanto che le immagini delle gloriose proteste sotto gli ombrelli gialli sembrano già materiale d’archivio.

Nucleare sotto la lente

lla prova delle sanzioni
Corea del Nord: tra povertà e sviluppo nucleare
Francesco Celentano
31/05/2017
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La questione nordcoreana, in queste settimane oggetto dell’attenzione dell’opinione pubblica mondiale, solleva una serie di problematiche insite nell’ordinamento internazionale, anzi tutto concernenti la liceità delle attività volte ad attivare o implementare programmi nucleari creati ufficialmente, come spesso spiegato dal regime alla guida della Corea del Nord, quale strumento di autotutela da potenziali attacchi esterni e che risultano, invece, come affermato nel marzo 2016 dal Consiglio di Sicurezza delle Nazioni Unite, “a clear threat to international peace and security”.

In questa cornice s’inserisce il ruolo sanzionatorio svolto dall’Onu che, nel caso di specie, ha implementato, dal 2006, mediante atti di soft law e risoluzioni vincolanti del Consiglio di Sicurezza, i propri sforzi per portare Pyongyang ad assumere un comportamento più dialogante fondato sulla diplomazia e non sulla minaccia dell’utilizzo di armi nucleari.

Sviluppo nucleare e arretratezza economico-sociale
La storia del nucleare nordcoreano inizia negli Anni ‘60 sotto la supervisione sovietica. A tal proposito giova ricordare che sino agli Anni ’90 Pyongyang appariva tendenzialmente dialogante, tanto da aderire, nel 1985, al Trattato di non proliferazione nucleare (Tnp) entrato in vigore nel 1970. Nel 1993, però, il regime comunicò la decisione di recedere dal Trattato, poi sospesa in cambio d’ingenti aiuti ricevuti dagli Stati Uniti di Bill Clinton e ufficializzata, infine, nel 2003.

Oltre che per il programma nucleare, il Paese asiatico, indipendente dall’ex potenza coloniale giapponese dal 1945, è noto soprattutto per il peculiare regime al governo, divenuto dinastico nel corso dei decenni, incentrato sulla famiglia Kim.

Al regime spetta il diritto, auto assegnatosi, di controllare l’esistenza dei 25 milioni di abitanti che, dal 1946, ricevono razioni di cibo stimate dalla Fao, in un rapporto del 2016, in 540 grammi al giorno, in cambio del lavoro nei campi e nelle fabbriche di proprietà dello Stato, godendo, tra l’altro, di un insolito diritto/dovere all’istruzione fortemente influenzata dall’esecutivo e basata sul culto della personalità del Kim di turno al potere.

I report pubblicati dalle agenzie specializzate Onu, Fao e Unicef in primis, descrivono un Paese arretrato non solo economicamente, ma anche, e soprattutto, culturalmente. Nel 2013, infatti, l’Unicef segnalava come, nonostante i progressi della scienza medica, la Corea del Nord fosse lo Stato con il tasso di mortalità infantile tra i più alti, mentre malaria e tubercolosi sono ancora all’ordine del giorno.

Arretratezza anche in agricoltura che, come segnalato dalla Fao nel già citato report, pur essendo l’attività economica principale, occupante più del 35% della popolazione, è svolta ancora senza l’ausilio di macchinari e di prodotti utili a garantire il rapido riutilizzo delle terre, risultando, tra l’altro, gravemente insufficiente rispetto al fabbisogno nazionale.

Una storia decennale di sanzioni internazionali
In questo desolante quadro socio-economico, il 14 ottobre 2006, dopo alcuni esperimenti nucleari condotti dalla Corea del Nord, il Consiglio di Sicurezza ha approvato la risoluzione 1718 con cui s’imponevano controlli doganali, il congelamento di risorse finanziarie all’estero e un embargo pressoché assoluto sulle armi chimiche e nucleari. Tale scelta sanzionatoria è stata poi ribadita in numerosi altri provvedimenti adottati dal Consiglio negli ultimi anni.

Il 2 marzo 2016, con la risoluzione 2270, ripresa ed ampliata a novembre dello stesso anno con la risoluzione 2321, il Consiglio, riaffermando la volontà di non colpire la popolazione, che secondo i Paesi componenti del consesso “have great unmeet needs”, ha imposto nuove sanzioni individuali, previsto la chiusura di società finanziarie estere che possano aiutare le operazioni militari del regime, implementato la vigilanza doganale e, tra le altre decisioni, previsto un nuovo e definitivo divieto di vendita di armi anche leggere.

La risoluzione ha previsto, inoltre, l’inedita possibilità di espellere i diplomatici nordcoreani qualora si ritenga che, grazie al loro status, eludano le previsioni sanzionatorie. Intanto, il rappresentante nordcoreano nell’Assemblea generale scriveva all’ex segretario generale Onu Banki-Moon che il programma nucleare sarebbe stato regolarmente implementato in quanto unica tutela dai fini espansionistici statunitensi che “minacciano costantemente” il territorio dello Stato.

Un futuro incerto
Questo complicato quadro giuridico e geopolitico si arricchisce, però, di una significativa novità: la recente elezione del democratico Moon Jae-in quale nuovo presidente della Corea del Sud, che sembra possa aprire uno spiraglio in questa decennale diatriba recentemente aggravata dalle rigide posizioni della nuova presidenza Usa.

Moon, infatti, ha previsto nel proprio programma elettorale il riavvio delle trattative con il Nord, richiamando il ricordo dei poco fruttuosi ma inediti Six Party Talks, fra le due Coree, Cina, Russia, Usa e Giappone, rendendosi pronto ad offrire aiuti, fino ad ora unico strumento utile quanto meno per avviare un dialogo, e promettendo di rivedere gli accordi decennali che pongono gli Stati Uniti quale Paese protettore del Sud, con una presenza di oltre ventimila soldati causa costante di dichiarazioni belligeranti del Kim di turno al potere.

A tal proposito non va dimenticato che il caso iraniano, simile per molti aspetti, ha raggiunto un punto di svolta, sia pur tra numerose criticità e tanti distinguo, grazie al dialogo. Qualcosa di troppo spesso escluso a priori, invece, nella vicenda nordcoreana.

Francesco Emanuele Celentano è dottorando di ricerca in Diritto internazionale e dell’Unione europea presso l’Università di Bari (Twitter @Cesco_Cele).

mercoledì 31 maggio 2017

Accordo Putin e Rahmon

Fra Tagikistan e Uzbekistan
Asia centrale: l’infinita Guerra fredda dei russi 
Marco Petrelli
29/05/2017
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Lungo i 1500 chilometri di confine tagiko-afgano, dagli anni Novanta è schierata la 201esima divisione dell'esercito russo, unità forte di 7 mila uomini che resterà impegnata fino al 2042, almeno secondo l'accordo al quale sono giunti a Dušanbe il presidente della Federazione russa Vladimir Putin e il suo omologo tagiko Emomali Rahmon il 27 febbraio scorso.

Non si tratta, però, di un'eredità della Guerra fredda: infatti, l'attenzione di Mosca per l'Asia centrale è motivata dal fatto che i confini meridionali della Federazione si incrociano con quelli delle giovani repubbliche tagika e uzbeka, le cui difficili condizioni sociali, economiche e di sicurezza interna facilitano il fiorire di illeciti che vanno dal contrabbando di droga al terrorismo.

Lotta al narcotraffico
Nel 2010, il direttore dell'United Nations Office on Drugs and Crime (Unodc) aveva ricordato che il Tagikistan è la prima linea di difesa dal narcotraffico afgano, attività che alimenta un fiume di droga pronta a riversarsi in Russia e in Occidente.

Secondo i dati Unodc, infatti, circa il 20% dell'eroina e il 15% dell'oppio prodotti in Afghanistan passerebbero per le terre tagike, creando un indotto che frutta ai narcos un guadagno stimato in mezzo miliardo di dollari all'anno. Un grande business, dunque, le cui radici affondano nella debolezza stessa della repubblica tagika: il lungo conflitto interno seguito all'indipendenza dall'Unione Sovietica, la mancanza di un tessuto industriale sviluppato e la stessa orografia della nazione hanno impedito il pieno sviluppo di un Paese oggi fra i più poveri dell'Asia.

Tagikistan: un Paese in ginocchio
Nel suo ‘The World Factbook 2015’, la Central Intelligence Agency delinea così la situazione economica della repubblica centroasiatica: “Il Paese è povero e montagnoso con un'economia basata su estrazione mineraria, lavorazione dei metalli e agricoltura.

La guerra civile del 1992-1997 ha negativamente inficiato sul già debole settore produttivo, creando danni alla produzione industriale e agricola e, oggi, il Tagikistan è una delle 15 ex repubbliche sovietiche con il Pil più basso. Meno del 7% del territorio è arabile e il cotone è il raccolto più importante. Il Tagikistan importa circa il 60% delle sue derrate alimentari […]. L'industria consiste principalmente in piccole e antiquate fabbriche di lavorazione del cibo e nell' industria leggera, grandi impianti idroelettrici e un grande impianto di alluminio, attualmente in funzione ben al di sotto della sua capacità”.

Difficoltà e carenze che spingono molti cittadini ad intraprendere altre strade per assicurarsi un futuro: “Mancando occasioni di impiego, più di un milione di cittadini tagiki lavora all'estero (dei quali il 90% in Russia), sostenendo le famiglie con rimesse di denaro che corrispondono a quasi il 50% del Pil. Alcuni esperti stimano il valore (del flusso, nda) dei narcotici che attraversano il Tagikistan in circa il 30-50% del Pil”.

Di fronte ad un tessuto industriale molto lacerato, ad una povertà diffusa e alla dipendenza dall'estero sia in termini di importazioni, sia perché il reddito di intere famiglie proviene dal denaro che i congiunti emigrati inviano a casa, il mercato della droga può rappresentare per alcuni una forma di sostentamento. E non solo come traffico: l'oppio di origine afgana viene raffinato in laboratori che sorgono in Tagikistan e nel vicino Uzbekistan, altro Paese che Mosca non perde di vista.

Uzbekistan: jihad e immigrazione
Qui, infatti, altri reparti militari russi si occupano dell'addestramento dell'esercito e della polizia: “La Russia addestra e sostiene le forze uzbeke, coinvolgendole anche in operazioni di peacekeeping.

L'Uzbekistan partecipa a diverse iniziative della Comunità degli Stati Indipendenti (l'organizzazione con sede a Minsk fondata nel 1991 e che comprende Armenia, Azerbaijan, Bielorussia, Kazakhstan, Kirghizistan, Moldavia, Russia, Tagikistan, Uzbekistan, Turkmenistan, nda) volti a rafforzare la sicurezza collettiva e ad incrementare la cooperazione economica fra i membri”, scrive Peter Truscott in Russia First: Breaking with the West del 1997. Una linea di law enforcement e di stretta collaborazione diplomatica ed economica che Putin ha voluto riconfermare nel corso del già citato viaggio in Asia centrale del febbraio scorso, quando ha incontrato Shavkat Miromonovich Mirziyoyev, nominato nuovo presidente dell'Uzbekistan in seguito alla morte del predecessore Islam Karimov.

Membro della Comunità economica euroasiatica (Eaec) dal 2015, Tashkent mantiene legami forti con Mosca, ma cerca di guardare anche oltre: Mirziyoyev ha recentemente annunciato un piano di riforme economiche che, oltre una riduzione della tassazione, punta anche alla possibilità di aprirsi ad opportunità nuove, attirando dall'estero capitali ed investimenti capaci di rimettere in moto l'industria uzbeka.

D’altronde, come il Tagikistan, l’Uzbekistan ha un reddito pro capite estremamente basso (meno di 2000 dollari all'anno) ed è esposto al rischio del proliferare del narcotraffico e di altri illeciti, fra i quali anche il terrorismo.

L’Imu (Islamic Movement Uzbekistan) ed altre cellule jihadiste già in passato hanno inviato miliziani a combattere in Afghanistan prima contro l'Armata Rossa e poi contro gli americani, mentre, più di recente, a prendere parte al conflitto civile in Siria.

Alla droga e al terrorismo si aggiunge, inoltre, il problema dell'immigrazione clandestina, con milioni di tagiki e uzbeki che vivono e lavorano in Russia spesso in clandestinità e sfruttati da organizzazioni criminali. Va da sé, quindi, che immigrazione irregolare, eroina e pericolo terrorismo siano fattori sufficienti a motivare l'attenzione, militare e diplomatica, che il Cremlino mostra nei confronti della cintura meridionale dell'ex impero sovietico.

Marco Petrelli, Laureato in Storia all'Università degli Studi di Firenze è giornalista e collaboratore di testate, online, nazionali per le quali approfondisce argomenti legati alla politica internazionale e alla difesa. È autore di due libri sull'Aeronautica Nazionale Repubblicana.

martedì 30 maggio 2017

Impasse tra le due Cine

Primo anno di presidenza per Tsai
Taiwan: economia in crisi e gelo con Pechino
Stefano Pelaggi
23/05/2017
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Ad un anno dalla storica elezione nella quale Tsai Ing-wen si aggiudicò, con una nettissima maggioranza, la presidenza di Taiwan, la luna di miele tra la leader del Democratic Progressive Party (Dpp) e la popolazione taiwanese sembra essere in crisi.

Da alcuni mesi, numerosi sondaggi rilevano un basso tasso di approvazione per l’operato di Tsai. Le manifestazioni e le proteste contro il governo sono frequenti, perlopiù legate al tema della riforma pensionistica e della tutela ambientale nelle contee abitate dalla popolazione aborigena.

I rapporti con Pechino sono ai minimi storici: non ci sono praticamente contatti diretti con la Repubblica popolare cinese, che ha descritto la situazione come una diretta conseguenza della mancata accettazione del cosiddetto "Consenso del 1992" da parte della presidente Tsai.

I cinesi hanno deliberatamente scelto di congelare le comunicazioni con l’esecutivo di Taipei e, contestualmente, hanno avviato una politica di ostracismo a livello internazionale, culminata con il mancato invito di Taiwan all’incontro dell’Assemblea mondiale della sanità (Ams, l’organo decisionale dell’Oms)che ha luogo dal 22 al 31 maggio a Ginevra.

Una situazione, questa, che sta suscitando diverse polemiche a livello internazionale per la evidente contraddizione con la natura apolitica della stessa Ams e perché la delegazione taiwanese partecipava, con lo status di osservatore, alla riunione annuale da ormai otto anni.

Crescita in calo e rapporti con la Cina
Anche il flusso di turisti cinesi a Taiwan - ma si trattadi un fenomeno esteso ad altri Paesi dell'area - ha subito un arresto colpendo molte piccole e medie imprese, mentre la partecipazione di Taipei a numerosi incontri internazionali è stata di fatto impedita da Pechino.

Tante aziende taiwanesi continuano ad operare in Cina senza aver subito alcun tipo di restrizione, ma i timori degli imprenditori legati ad una possibile recrudescenza delle relazioni tra i due Paesi sono crescenti. L’economia non mostra più i vertiginosi tassi di crescita degli scorsi decenni. La presidente Tsai ha recentemente annunciato un ambizioso piano di sviluppo per rilanciare l’economia taiwanese, ma la crisi è scollegata da motivazioni politiche o di attrito con Pechino.

Si tratta di una flessione dovuta, soprattutto, al calo della domanda cinese di tecnologia, legato all'evidente rallentamento dell’economia di Pechino, alla riduzione dell’obsolescenza dei prodotti e ad una saturazione del mercato. Le esportazioni di Taipei ammontano a più di due terzi della produzione economica del Paese, il 50% dei quali verso la Cina e Hong Kong. Più della metà delle esportazioni sono legate alla componentistica digitale, settore nel quale Taiwan sta scontando la concorrenza con gli altri Paesi della regione, Vietnam in testa.

Il governo vuole ridurre la dipendenza dalla produzione elettronica e sta investendo in settori quali la difesa, la robotica e le biotecnologie. Si tratta di aree che necessitano di massicci investimenti nella ricerca e che possono dare dei risultati solo nel medio e lungo termine; fino ad oggi, i maggiori successi sono arrivati dalla produzione, mentre gli obiettivi legati all’innovazione non hanno ancora dato i frutti sperati.

Anche le criticità interne sono numerose: i salari sono bassi, in particolare se confrontati con il mercato immobiliare di Taipei e delle principali città, che invece registra tassi di crescita esponenziali. L’occupazione giovanile è in declino, i tassi di natalità tra i più bassi al mondo e l’emigrazione qualificata verso l’estero ormai una costante.

Kuomintang, ritorno al potere?
La stabilità dell’esecutivo non è a rischio per l’immediato futuro. Lo scetticismo nei confronti del Dpp non ha finora portato alcun tipo di vantaggio in termini di popolarità al Koumintang (Kmt). Il più antico partito cinese - al governo di Taiwan dal 1949 al 2000 e, poi, dal 2008 al 2016 - è in profonda crisi dopo la sconfitta elettorale dello scorso anno e, sino ad ora, non si è mostrato capace di interpretare le sfide del futuro.

In particolare, non è riuscito a trasformarsi in un partito moderno, abbandonando le eredità dello scorso secolo, nel quale, comunque, ha promosso e guidato la piena democratizzazione del Paese. Il Kmt è percepito dalla maggioranza dei taiwanesi come il partito più adeguato per risollevare le sorti dell’economia, oltre che l’unicocapace di riaprire il dialogo con Pechino. Una dinamica che potrebbe essere decisiva in caso di un peggioramento della situazione economica.

Le fasce sociali che alle elezioni hanno sostenuto il Dpp - in particolare i giovani -, pur avendo mostrato segnali di delusione rispetto alle mancate o parziali realizzazioni di alcune promesse elettorali, non sembrano tuttavia disposte a scegliere un partito come il Kmt, apertamente pro-Cina.

Tecnologia e diritti umani
Taiwan, nonostante queste criticità, ha la forza di una vivace democrazia liberale e di una economia dinamica che rappresenta, tra l'altro, un nodo cruciale per la fornitura globale di tecnologia: realtà come la Taiwan Semiconductor Manufacturing Company e la Foxconn sono tuttora le più grandi aziende mondiali rispettivamente nel settore dei semiconduttori e dei componenti elettronici.

Il Paese è una parte fondamentale della catena di fornitura globale di tecnologia e il Pil pro capite 2016, a parità di potere d'acquisto, è tre volte quello cinese. Ma Taipei rappresenta anche un esempio per la regione: le sue istituzioni democratiche hanno dimostrato la capacità di garantire un dibattito interno pienamente libero e una rappresentatività per tutti i cittadini.

Taiwan risulta da anni al primo posto tra tutti i Paesi asiatici sia nella classifica di Freedom House sul rispetto dei diritti umani, sia in quella dedicata al grado di libertà accordato ai giornalisti realizzata da Reporter Senza Frontiere. Al di là delle graduatorie, la democrazia taiwanese ha raggiunto un livello di maturità unico nel continente asiatico, e il governo cercherà di utilizzare l’evoluzione della sua società aperta proprio per aprire un dialogo con gli altri Paesi della regione.

Proiezione nel sud-est asiatico
Tsai vuole soprattutto diminuire la dipendenza economica dalla Cina e cercare una proiezione verso il sud-est asiatico, sia per la delocalizzazione delle aziende sia per le esportazioni. La sua New Southbound Policy è un ambizioso piano mirato alla costruzione di una fitta rete di interconnessioni economiche e culturali con i paesi dell'Asia e del Pacifico che, rispetto agli analoghi piani dei suoi predecessori Lee Teng-hui e Chen Shui-bian, è incentrato sui rapporti culturali e personali prima che economici. Quindi valori democratici e rapporti people-to-people come vettori del soft power taiwanese nel sud-est asiatico, una grande sfida con cui Taipei sta cercando di riposizionarsi nell'area.

La New Southbound Policy rappresenta lo snodo cruciale del futuro dell’esecutivo di Tsai Ing-wen: un successo nella proiezione di Taiwan nell’area Asia-Pacifico potrebbe infatti garantire all'isola un nuovo ruolo nel quadro geopolitico della regione in cui si giocherà buona parte dei destini mondiali del XXI Secolo.

Stefano Pelaggi è Docente a Sapienza Università di Roma e Research Fellow presso il Centre for Chinese Studies a Taipei.