Asia

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Metodo di ricerca ed analisi adottato

Per il medoto di ricerca ed analisi adottato

Vds post in data 30 dicembre 2009 sul blog www.coltrinariatlanteamerica.blogspot.com
seguento il percorso:
Nota 1 - L'approccio concettuale alla ricerca. Il metodo adottato
Nota 2 - La parametrazione delle Capacità dello Stato
Nota 3 - Il Rapporto tra i fattori di squilibrio e le capacità delloStato
Nota 4 - Il Metodo di calcolo adottato

Per gli altri continenti si rifà riferimento al citato blog www.coltrinariatlanteamerica.blogspot.com per la spiegazione del metodo di ricerca.

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giovedì 27 giugno 2013

Turchia: documentazione dello IAI

IAI Research Papers


Turchia globale in Europa.
politica, economica, e politica estera Dimensioni della Turchia in evoluzione Rapporti con l'Unione europea 


a cura di Senem Aydın-Düzgit, Anne Duncker, Daniela Huber, E. Fuat Keyman e Nathalie Tocci 

Nuova Cultura Nuova Cultura

IAI Research Papers n. 9 maggio 2013 Pagine 303, Euro 20,00 ISBN 978-88-6812-060-3Ordina il volume di on-line scarica 4,3 MB





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Parte dei testi Raccolti Nel Presente il volume Sono staticamente originariamente pubblicati Nella collana globale Turchia in Europa , nell'ambito del Progetto "La Turchia, l'Europa e il Mondo", Condotto dall'Istituto Affari Internazionali (IAI) in Collaborazione con Stiftung Mercator e Istanbul Policy Center (IPC). AstrattoL'Unione Europea sta cambiando, la Turchia also, e - SOPRATTUTTO - Sono in Atto ONU change sistemico ed Una Crisi Che interessano l'economia, la Diffusione di Normative Democratiche e la Politica estera. ESPLORA volumi QUESTO provengono Unione Europea e Turchia Passano rafforzare la Cooperazione in Ambito politico, economico e di Politica estera, e trovare Una Via D'Uscita Dallo stallo in cui SI trovano le Loro RELAZIONI, un Seguito dei Mancati progres nda negoziati di accessione e della crescente Incertezza sul Futuro del Progetto Europeo DOPO La crisi dell'Eurozona e sul ruolo e dai della Turchia nell'Ue. Parole Chiave UNIONE EUROPEA / Crisi dell'Eurozona / Allargamento Ue / Turchia / Politica estera turca / Francia / Germania / Cipro / Economia turca / Democrazia / Questione curda / Nord Africa / Medio Oriente / Primavera Araba / Siria / Israele / Iran

 



 

martedì 25 giugno 2013

Cina: La grave crisi idrica

La Cina ereditata dalla nuova leadership presenta una serie di problemi strutturali che proiettano ombre d’incertezza sul futuro del paese. Uno dei più gravi è la crisi idrica, che incombe minacciosa sulle possibilità di sviluppo economico future, sulla stabilità sociale interna e sugli equilibri geopolitici regionali. L’acqua rappresenta una delle risorse essenziali per sostenere la crescente domanda energetica cinese, rivestendo inoltre un ruolo vitale per la sicurezza alimentare e per garantire alla popolazione adeguate condizioni sanitarie. Tuttavia, siccità e inquinamento idrico sono oggi il risultato di un’urbanizzazione incontrollata e
processi manifatturieri altamente inquinanti, oltre che di una legislazione ambientale approssimativa.
In oltre quaranta città si registra una scarsità d’acqua allarmante. Epicentro di questa crisi è l’arida pianura cinese settentrionale, antica culla della civiltà sinica. All’interno della regione diverse province sono classificate a elevato stress idrico, mentre il terreno su cui poggiano i grandi conglomerati urbani sprofonda di diversi centimetri l’anno a causa dell’eccessivo prelievo dalle falde. Il contesto geografico cinese è parzialmente responsabile di tale dramma. Secondo dati Fao del 2011, la disponibilità d’acqua pro-capite corrisponde a un terzo della media mondiale e la distribuzione delle risorse idriche sul territorio è fortemente disuguale. A differenza delle regioni settentrionali, la Cina del  sud è abbondante di precipitazioni, ma risente ugualmente della crisi idrica a causa dell’inquinamento dei corsi d’acqua. La carenza di infrastrutture contribuisce ad aggravare questo scenario. Secondo la Fao, nel 2008 il 18% della popolazione rurale
cinese non aveva accesso all’acqua corrente, dovendo quindi ricorrere al prelievo diretto da pozzi, fiumi, laghi o stagni. In un report del 2007, la Banca mondiale e la SEPA cinese (State Environmental Protection Administration) denunciavano la correlazione tra la mancanza di infrastrutture idriche e l’alto tasso di mortalità infantile dovuto a casi di diarrea. Diversi studi hanno inoltre dimostrato il rapporto tra il deterioramento della qualità idrica e l’aumento dei casi di tumore intestinale. La popolazione rurale è dunque la principale vittima del degrado ambientale, pur non godendo appieno dei benefici dello sviluppo economico. Non sorprende dunque la crescente frequenza con cui nelle aree rurali si verificano episodi di protesta legati all’inquinamento. Le contromisure prese dal governo spaziano in diversi ambiti.
Nel settore delle infrastrutture sono in corso di realizzazione alcune opere ambiziose. Il “South-North Water Transfer Project” (SNWTP), Cominciato nel 2002, è un imponente progetto di canalizzazione che
dovrebbe deviare annualmente 45 miliardi di metri cubi d’acqua dal bacino dello Yangtze verso le pianure del nord. Tuttavia, tale opera continua a suscitare critiche a causa del costo esorbitante, dei rischi
ambientali correlati e del trasferimento forzato di oltre trecentomila persone. Oltre al SNWTP, sono in corso d’opera diversi impianti di desalinizzazione lungo la costa orientale e nuovi impianti di depurazione.
Il Dodicesimo Piano Quinquennale (2011-2015) incoraggia la creazione di una “water saving society” (jieshui xing shehui, 节水型社会) e stabilisce obiettivi definiti per la conservazione idrica:
riduzione del 30% del consumo d’acqua per unità di valore aggiunto industriale rispetto al 2010, aumento del
coefficiente di efficienza idrica in agricoltura dello 0,03%, razionalizzazione dei prelievi dalle falde e adeguamento dei meccanismi di water pricing.
Sul piano internazionale, 
la “going out strategy” (zouchuqu zhanlüe, 走出去战略) si sta progressivamente concentrando 
sull’approvvigionamento di risorse naturali. Come osserva Elizabeth 
Economy, nonostante l’acqua non sia formalmente contemplata in 
questa strategia, la ricerca di terreni e prodotti alimentari è un riflesso 
della crisi idrica interna. La scarsità d’acqua rischia infatti di compromettere la produzione agricola, creando incertezza sulla sicurezza 
alimentare del paese. L’acquisto di terreni in Africa, America latina 
e Sud-est asiatico permette alla Cina di espandere e diversificare 
l’output agricolo, assorbire le oscillazioni di prezzo delle commodities
alimentari e assicurarsi diritti di estrazione dalle falde acquifere.
Il Dodicesimo Piano Quinquennale prevede inoltre la costruzione di nuove centrali idroelettriche e piani di diversione idrica nelle 
province del sud-ovest, suscitando le apprensioni dell’India e dei paesi 
del Sud-est asiatico. I fiumi Mekong e Brahmaputra nascono infatti 
in Tibet, per poi scorrere verso India, Vietnam, Laos, Cambogia e 
Thailandia. Esiste quindi il pericolo che i progetti cinesi possano pregiudicare la disponibilità idrica dei paesi situati a valle dei due fiumi. 
Su questo tema, la scarsa apertura al dialogo da parte di Pechino è 
la crisi idrica: 
un’ombra sul futuro cinese
di Francesco Silvestri
Qualità idrica dei principali fiumi cinesi (percentuale)

ORIZZONTE CINA - MARZO 2013

martedì 18 giugno 2013

Iran: orizzonti interessanti all'indomani delle elezioni

Iran
Il gradualismo del nuovo presidente
Nicola Pedde
17/06/2013
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Con l’elezione di Hassan Rowhani a undicesimo presidente della Repubblica Islamica l’Iran non smentisce la sua proverbiale fama di imprevedibilità. I due grandi favoriti delle elezioni presidenziali, l’ex sindaco di Tehran Mohammad Baqer Qalibaf e l’ex capo negoziatore Saeed Jalili, hanno ottenuto un risultato più che modesto se comparato a quello dell’hojjatoleslam Hassan Rowhani, dimostrando ancora una volta come le non poche variabili di un sistema politico e sociale così complesso possano determinare risultati a sorpresa o mutamenti repentini.

Non ultimo, per tutti quelli che avevano predetto una tornata elettorale dominata dal diktat della Guida Suprema e che si sarebbe conclusa con l’elezione di un suo fedele delfino dell’area conservatrice, il risultato elettorale ha dimostrato ancora una volta come gli equilibri politici della Repubblica Islamica non siano dominati dal volere di Khamenei, ma al contrario da una complessa pluralità di interessi di cui la Guida è arbitro e garante. E ai quali deve sottostare, come evidentemente dimostrato dal risultato uscito dalle urne.

Grande affluenza
Il ministero degli interni ha diramato domenica scorsa i risultati ufficiali dello spoglio, confermando un’affluenza alle urne pari al 72,70% degli aventi diritto (36.704.156 su 50.483.192 elettori), e confermando altresì la vittoria di Hassan Rowhani con il 50,71% delle preferenze (18.613.329 voti).

Gli altri sette candidati, ridottisi poi a cinque negli ultimi giorni per l’abbandono di Haddad-Adel e Aref, si sono spartiti la restante parte dei voti con misure nettamente inferiori a quelle del vincitore. Mohammad Baqer Qalibaf, grande favorito della vigilia, segue nella graduatoria a grande distanza con 6.077.292 voti, pari al 16.56% del totale. Poi Saeed Jalili con 4.168.946 (11,36%), Mohsen Rezaie con 3.884.412 (10,58%), Ali Akbar Velayati con 2.268.753 (6,18%), Mohammad Gharazi con 446.015 (1,22%).

Una prima analisi evidenzia alcuni elementi di particolare importanza. Il primo è senza dubbio relativo alla grande affluenza, elemento determinante per la vittoria di Rowhani. Molti esponenti della diaspora iraniana avevano incitato all’astensionismo, costringendo la stessa Guida in più occasioni a pronunciarsi personalmente per invitare tutti gli aventi diritto ad esprimere il proprio voto il 14 giugno. Grazie alla sua massiccia influenza, quindi, Rowhani ha potuto trionfare alle elezioni, sbaragliando peraltro i due candidati sino all’ultimo momento considerati favoriti: Mohammad Baqer Qalibaf e Saeed Jalili.

Anche per questo, molti sostenitori del presidente Rowhani e del riformismo, hanno apertamente accusato la diaspora di essere distante dalla realtà nazionale, continuando a proporre modelli ed interpretazioni della politica iraniana distanti e funzionali ad interessi che non trovano riscontro nella società locale.

Un ulteriore elemento di interesse deriva dalla constatazione che tra i voti espressi in favore dei candidati non vincitori, circa il 30% è riconducibile a candidati dichiaratamente moderati. Questo evidenzia un quadro complessivo della realtà iraniana nettamente orientato a sostenere un radicale processo di cambiamento, determinando la fine del radicalismo di Ahmadinejad, e potenzialmente avviando il paese verso una nuova fase di stabilità e integrazione nella comunità internazionale.

Questo vuol dire anche, tuttavia, che gran parte degli appartenenti all’establishment politico e militare del paese, e più specificamente l’Iranian Revolutionary Guard Corps (Irgc, i tanto temuti quanto genericamente definiti Pasdaran) hanno espresso la propria preferenza in direzione del cambiamento, esattamente come fu ai tempi di Khatami.

Questi elementi dovrebbero indurre la comunità internazionale a maturare le proprie scelte di politica estera con l’Iran alla luce di fattori obiettivi e certamente più aderenti alla realtà, cancellando l’anacronistico stereotipo che per oltre trent’anni ha caratterizzato l’immagine di Tehran nel mondo.

Cosa cambia
Chi si aspetta mutamenti epocali e repentini della politica domestica ed estera di Tehran, resterà probabilmente deluso. La prima considerazione riguarda infatti proprio la connotazione ideologica del nuovo presidente. Hassan Rowhani, classe 1948, originario della provincia del Semnan, è stato da giovane un esponente del clero molto attivo politicamente, distinguendosi nell’opposizione alla monarchia e successivamente nel contributo alla rivoluzione, al fianco dell’Ayatollah Khomeini.

La sua carriera politica nella Repubblica Islamica è stata costruita nell’ambito degli apparati militari e della sicurezza, che ha progressivamente coordinato sin dai primi giorni, e poi durante gli otto anni della guerra con l’Iraq. Diventando quindi l’uomo di riferimento per le questioni strategiche e militari, e gestendo per sedici anni il controllo del Consiglio supremo per la sicurezza nazionale.

Per circa cinque anni è stato anche coordinatore del processo di dialogo con l’allora EU-3 sul programma nucleare, gestendo in prima persona le fasi più delicate del rapporto con gli Stati Uniti e gli europei. È stato parlamentare dal 1980 al 2000, per poi dirigere il Centro per le ricerche strategiche di Tehran, dove negli ultimi otto anni ha difeso la carriera e la reputazione di molti intellettuali messi al bando dal governo di Ahmadinejad.

È stato un collaboratore fidato e prezioso per due presidenti, Rafsanjani e Khatami, distinguendosi per le sue posizioni moderate, per la sua simpatia nei confronti del riformismo, e più in generale per l’impegno in funzione dei diritti umani e della libertà. Chi, tuttavia, ritiene che i riformisti iraniani propugnino la fina della Repubblica Islamica – come purtroppo spesso accaduto ai tempi di Khatami – commette un grave errore di interpretazione del’ambito politico del nuovo presidente e dei suoi sostenitori.

I riformisti sono portatori di un messaggio politico e sociale di cambiamento, funzionale ad una evoluzione del sistema e non già ad un suo sradicamento. Rowhani è in sintesi una “cerniera generazionale” nell’Iran contemporaneo, portando con sé i valori sia della prima generazione rivoluzionaria che creò la Repubblica Islamica, sia della seconda e terza, che pretende a gran voce di adattare il sistema politico e sociale alla realtà dei tempi, scardinandolo definitivamente dai rischi connessi alla visione della componente radicale, che di tanto in tanto torna a scuotere l’Iran nella sua storia.

Il programma di Rowhani è quindi quello di una progressiva crescita attraverso il cambiamento, ma non di una radicale metamorfosi dell’impianto ideologico dello Stato. In funzione di un nuovo ruolo per il paese, costruito nel rispetto dei suoi cardini storici.

Nicola Pedde è Direttore dell'Institute for Global Studies, School of Government.
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Turchia: le difficoltà del postkemalismo

Contraddizioni del postkemalismo
Il corto circuito della strategia turca 
Andrea Fais
15/06/2013
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Mentre i media internazionali stanno puntando i riflettori su Piazza Taksim e sulle sommosse di Istanbul, dando ormai per sconfitto il primo ministro Erdoğan, in Siria la situazione pare volgere, dopo due anni di guerra civile, a favore del presidente Assad. Per quanto apparentemente separati, i due scenari sono strettamente interdipendenti.

La posizione turca sulle “primavere arabe” ha segnato una chiara svolta nella politica estera di Ankara e dell’intero establishment dell’Akp. L’appoggio garantito alla rivolta siriana, al consiglio dei ribelli (Cns) e al governo provvisorio che ne era sorto avevano portato alla recente elezione di Ghassan Hitto, avvenuta proprio ad Istanbul il 18 marzo scorso.

Postkemalismo
Nell’idea del governo turco era palese lo scopo di sostenere sul piano logistico le forze ribelli nelle regioni dove l’esercito regolare siriano aveva perduto il controllo, al fine di frammentare il paese e costringere Assad alla resa, seguendo un atteggiamento analogo a quello francese durante la guerra in Libia che portò alla cattura di Gheddafi.

Il meccanismo si è però inceppato. Innanzitutto, l’improvviso raid di Israele su Damasco del 5 maggio scorso ha immediatamente cambiato la percezione della rivolta nel mondo islamico: la Lega araba, spesso critica nei confronti di Assad e propensa ad un’operazione di peacekeeping, e il presidente egiziano Mohammed Morsi, espressione della Fratellanza musulmana, hanno condannato il bombardamento in un coro unanime coi “rivali” sciiti dell’Iran e di Hezbollah.

Pochi giorni fa, inoltre, è arrivato l’avvertimento di Mosca che, per voce del presidente Putin, ha intimato all’Occidente di evitare qualsiasi intervento militare in Siria, ribadendo l’inviolabilità della base navale di Tartous e proponendo l’invio di forze speciali russe sulle alture del Golan per sostituire i reparti austriaci di stanza nell’area.

Lo stallo siriano potrebbe così segnare per Ankara la fine del piano di profondità strategica sul quale il ministro degli esteri Ahmet Davutoğlu aveva investito moltissimi anni di ricerca universitaria e quattro anni di carriera politica governativa. L’opera forse più significativa di Davutoğlu, pubblicata nel 2001 ed intitolata Stratejik Derinlik. Turkiye’nin Uluslararasi Konumu è diventata negli ultimi anni una pietra angolare ineludibile per capire la politica estera del governo turco.

Impropriamente e riduttivamente definitiva con l’appellativo di “neo-ottomana”, in realtà l’idea postkemalista che ha mosso le principali iniziative strategiche di Ankara era quella di integrare il paese nel nuovo contesto internazionale in una posizione di maggior prestigio.

Porta girevole
Già dopo la fine della Guerra Fredda, Ankara aveva cominciato a ripensare il suo ruolo di bastione antisovietico provando a sperimentare sempre maggiori margini di autonomia, ma i tentativi dell’ex presidente Özal nei primi anni Novanta risultarono inefficaci. Più recentemente, invece, la Turchia ha senz’altro intravisto l’opportunità di approfittare della chiusura della fase interventista dell’era Bush jr, pesantemente influenzata dagli orientamenti neoconservatori e dalla logica huntingtoniana dello scontro di civiltà.

Con l’ingresso di Robert Gates al Pentagono, l’approccio maggiormente realista della Casa Bianca ha consentito l’avvio di una progressiva revisione dei rapporti col mondo islamico, auspicata anche dall’ex consigliere di Jimmy Carter, Zbigniew Brzezinski, offrendo alla Turchia la possibilità di sfruttare il suo ruolo di mediazione tra Occidente e Oriente, mondo cristiano e mondo musulmano, secolarismo e tradizionalismo.

In pochi anni, dunque, le fondamenta della profondità strategica turca riacquistarono potenzialmente ampi margini d’azione: riconsiderare, almeno in parte, le origini turco-mongole e il passato ottomano del paese senza regredire i processi di modernizzazione e laicizzazione avviati da Atatürk negli anni Venti del Novecento; ridefinire in senso multivettoriale le partnership strategiche con un occhio di riguardo a Russia, Cina, India e Iran; tornare ad identificare, laddove possibile, lo spazio geografico turco con la sfera d’influenza ottomana, investendo sul piano economico e infrastrutturale nelle realtà balcaniche, caucasiche e mediorientali dove più significativa rimane l’eredità dei Sultani; accreditare la Turchia come primo riferimento culturale, economico e politico per tutto il mondo islamico, dal Marocco all’Indonesia.

Le direttrici di questo ambizioso attivismo potevano essere sintetizzate in due ordini di azione strategica: una in senso panislamico e l’altra in senso panturco. Entrambe, tuttavia, dovevano guardarsi da qualsiasi compromesso con quelle tendenze integraliste che hanno minato più volte la pace e la sicurezza in diverse aree critiche del mondo. Basti soltanto pensare al movimento ultranazionalista dei Lupi Grigi o all’estremismo wahhabita di al-Qaeda.

Nodi al pettine
Ma gli equilibri da costruire e mantenere erano troppo delicati e le contraddizioni di un piano talmente vasto e precario alla fine sono emerse. Come salvaguardare i rapporti con Mosca, cercando al contempo di inserirsi in Siria e nei Balcani a scapito di Assad e delle comunità serbe del Kosovo? Come guadagnarsi le simpatie di Putin mantenendo rapporti ambigui col movimento “soft-islamista” di Fethullah Gülen, bandito qualche anno fa dal governo russo? Come aprirsi alla Cina promuovendo al contempo la causa del nazionalismo uiguro nello Xinjiang? Come restare credibile agli occhi degli Stati Uniti e della Nato, chiedendo l’ammissione alla Sco? Come proporsi quale ağabey, ossia “fratello maggiore”, dinnanzi ai popoli turcofoni dell’Asia centrale, regolarmente minacciati dal radicalismo religioso, e sostenere in modo acritico le “primavere arabe” anche di fronte all’evidenza delle infiltrazioni integraliste?

Se l’Unione europea ha cominciato a riconsiderare le sue posizioni iniziali, la Turchia ha invece ottusamente sostenuto l’Esercito libero siriano garantendogli un costante supporto logistico. Tuttavia Erdoğan si è dovuto arrendere dinnanzi ad una politica estera contraddittoria, che ha rischiato seriamente di portare il paese in guerra con la Siria e dunque con l’Iran e Hezbollah. Da “zero problemi” a “troppi problemi”.

Andrea Fais, giornalista e saggista, è collaboratore del quotidiano cinese “Global Times” e della rivista multimediale “Equilibri”, autore de L’Aquila della Steppa. Volti e Prospettive del Kazakistan (Parma, 2012) e coautore de Il Risveglio del Drago. Politica e Strategie della Rinascita Cinese (Parma, 2011) e La Grande Muraglia. Pensiero Politico, Territorio e Strategia della Cina Popolare (Cavriago, 2012).
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sabato 15 giugno 2013

Afganistan: la sicurezza del Paese è ancora difficile

Afghanistan
Afghanistan 116
Il comandante delle Forze ISAF in Afghanistan, il Generale americano Joseph Dunford, ha ammonito la Comunità Internazionale a non voltare le spalle all’Afghanistan dopo il ritiro dei contingenti NATO nel 2014. Nel dodicesimo anno di missione internazionale, la situazione della sicurezza nel Paese è ancora difficile, come dimostrato dall’attacco suicida a Kabul dello scorso 11 giugno che ha causato la morte di almeno 16 persone e il ferimento di altre 40 nei pressi della sede dalla Corte Suprema. L’attentato è stato rivendicato dai talebani. Ulteriore conferma della persistenza dell’insurrezione, anche nel settore ovest a guida italiana, è stato l’attentato dell’8 giugno a Farah che è costato la vita al capitano dei Bersaglieri Giuseppe La Rosa e ha provocato il ferimento di altri tre militari. Per quanto rimanga di vitale importanza la ricerca di un dialogo con i talebani, come ha sottolineato lo stesso Dunford, le prospettive p! er una riconciliazione tra governo e insorti non si stanno concretizzando a causa delle differenze fra le due parti. La questione è ancor più pressante se si pensa che nel 2014, in base all’accordo raggiunto nel corso del vertice di Chicago del maggio dell’anno scorso con il Presidente Hamid Karzai, avranno termine le operazioni combat degli alleati e si assisterà al ritiro delle truppe ISAF. La prossima settimana, la coalizione lascerà gli ultimi distretti del Paese al controllo del governo afghano, che da lì in poi ne avrà la totale responsabilità. Le truppe NATO, provenienti da meno paesi ed in numero decisamente inferiore rispetto a oggi, rimarranno in Afghanistan con mansioni di supporto e addestramento alle Forze locali.

Iran: l'aoountamento elettorale

Elezioni presidenziali
L’incerto destino dell’Iran
Giovanni Castellaneta
07/06/2013
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Gli analisti di politica internazionale attribuiscono grande importanza alle presidenziali del 14 giugno in Iran. Una questione evidentemente non solo interna, ma con inevitabili riflessi regionali e globali. La prospettiva elettorale sembra delinearsi nel solco della conservazione, nel senso di una tendenza involutiva. Essa mira a superare l’esperienza della leadership incarnata da Ahmadinejad, sostenuta e riconfermata nel più recente passato a tutela del regime degli Ayatollah minacciato dalla rivoluzione verde del 2009, ormai inspendibile e inaccettabile nelle sue derive scissioniste ed eterodosse.

Di qui, l’esclusione del delfino di Ahmadinejad, Esfandiar Rahim Mashai dalla contesa presidenziale da parte del Consiglio dei Guardiani. Una direttrice che è stato a fortiori altrettanto logico vedere declinata nell’estromissione dell’ex presidente riformista Akbar Hashemi Rafsanjani.

Fine a sé stesso
Questa conservazione è diventata il vero e unico obiettivo politico del regime. Obiettivo che trascende la stessa gestione del potere e qualsiasi finalità interna o esterna essa possa prefiggersi. Un paradosso, forse, che si spiega con l’involuzione di un potere che ha perduto lo slancio e le motivazioni ideali della rivoluzione del 1979.

E che non sembra in grado di intercettare i mutamenti e le legittime aspirazioni di una società di 70 milioni di cittadini, dalla vivacissima articolazione sociale e culturale, per più di un quarto composta da giovani al di sotto dei 25 anni e oggi confrontata con le conseguenze di sanzioni, isolamento, crisi economica, disoccupazione, illiberalità. In una parola, con la gestione da parte di una leadership lontana culturalmente e dal punto di vista generazionale.

Che il vincitore sia Said Jalili, attuale negoziatore nucleare e candidato della Guida Suprema Khamenei, o Ali Akbar Velayati, suo consigliere di politica internazionale ed ex ministro degli esteri, non cambierà molto rispetto alla ferma volontà politica di preservare l’ortodossia di regime e fornirle amministratori che si differenziano solo per mere sfumature. Una sostanziale carenza di reale confronto che si tradurrà in un elevato astensionismo.

La partecipazione al voto e altri segnali che potranno derivare dalle urne saranno capaci di farci comprendere quanto saldo sia ancora il regime. E quanto valida la sua retorica, che da ultimo si è spinta a dichiarare che le sanzioni occidentali starebbero provocando non voluti effetti benefici ad un’economia che registra in realtà iperinflazione, assottigliamento delle riserve in valuta estera, aggravamento del deficit di bilancio, incapacità di differenziazione industriale rispetto al prevalente settore petrolifero.

Un regime che appare peraltro incapace persino di cavalcare a fini interni temi di aperta sensibilità per l’opinione pubblica, come la legittimazione del paese quale attore regionale e le sue aspirazioni a sviluppare il proprio programma nucleare. Ambizioni che richiedono tuttavia una necessaria premessa: l’avvio di una politica di affrancamento dall’isolamento internazionale, impossibile senza dialogare più costruttivamente con Stati Uniti e Israele. Ipotesi che rischia evidentemente di minare la sopravvivenza stessa del regime.

Rischio isolamento
Se questa è la prospettiva domestica, c’è da chiedersi cosa provocheranno le elezioni sullo scenario regionale e globale. Tra le presidenziali iraniane del 2009 e quelle del 2013 si è frapposta la primavera araba. In una cornice, peraltro, che aveva già registrato i rivolgimenti nell’ingombrante vicino iracheno, dove la fine dell’occupazione americana e la salita al potere di una leadership sciita ha aperto scenari di inconsueto riavvicinamento tra Baghdad e Teheran.

Il risveglio arabo, pur nato da istanze economico-sociali, è stato alimentato dalle monarchie del Golfo fino ad esacerbare la settarizzazione del confronto tra sciiti e sunniti. L’ascesa delle nuove dirigenze arabe ha acuito fenomeni di dissenso verso il regime iraniano in seno alle varie opinioni pubbliche e, nel più ampio scenario della contesa contro lo Stato di Israele, ha allontanato dal regime degli Ayatollah soggetti come Hamas.

In questo contesto, il vero nodo si gioca ovviamente in Siria. Poche settimane fa, per la prima volta, la comunità internazionale ha apertamente accusato Teheran di un intervento diretto nel conflitto. La presenza di militari iraniani è sintomatica di un aspetto cruciale della posizione internazionale iraniana: la caduta del regime di Assad costituirebbe il crollo dell’unico alleato in seno al mondo arabo e l’esasperazione di un isolamento che rischierebbe in questo caso di rivelarsi fatale.

Se non sarà la contesa elettorale a segnare, almeno nel breve periodo, mutamenti nella rotta dell’Iran, è verosimile che ulteriori aggravamenti del contesto economico o sviluppi del quadro regionale e internazionale (gli approdi della primavera araba e il destino della Siria di Assad in primis) possano innescare meccanismi e dinamiche di cambiamento. Quanto rapide e pacifiche resterà da vedere.

Giovanni Castellaneta, Ambasciatore d’Italia, è presidente di Sace
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Turchia: la stabilità vacilla?

Proteste in Turchia
Erdoğan è davvero finito?
Nathalie Tocci
10/06/2013
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La Turchia è spesso descritta come un polo economico con una politica estera (iper)attiva, reso possibile dalla stabilità politica assicurata dai tre mandati consecutivi del Partito Giustizia e Sviluppo (Akp). Critiche non mancano tuttavia ai limiti delle riforme messe in atto dal governo, sempre più lontane dall'agenda europea, e alle aspirazioni egemoniche del paese a livello regionale.

In questo scenario le pacifiche proteste in piazza Taksim, a Istanbul, hanno colto di sorpresa l'opinione pubblica internazionale. La stabilità politica della Turchia vacilla? L'indiscutibile primato dell'Akp potrà essere messo in crisi dalla crescente ondata di dissensi? “Erdoğan è davvero finito?” si domanda infine Judy Dempsey, del think tank Carnegie Europe.

Dissenso crescente 
Come molti analisti non hanno mancato di osservare, le proteste di Istanbul avevano poco a che vedere con la demolizione del piccolo parco Gezi in piazza Taksim per la costruzione di un maxi-centro commerciale. Con il violento intervento delle forze di polizia e l'uso massiccio di gas lacrimogeni sulla folla, le proteste si sono presto diffuse in tutto il paese.

I laici sono insorti contro l'adozione di una legge che restringe severamente il consumo di alcolici, giustificata dal primo ministro con l'esplicito riferimento a versetti coranici. Gli alevi, le cui già tese relazioni con il governo sono messe a dura prova dalla crisi siriana – e dalle recenti bombe sul confine, a Reyhanlı –, sono scesi in piazza contro la decisione del governo di dare al terzo ponte sul Bosforo il nome di “Selim il crudele”, sultano Ottomano mandante dei massacri dei musulmani alevi.

Ambientalisti e cittadini protestano contro l'incontrollata speculazione edilizia dell'Akp, deciso a spazzare via i pochi angoli verdi della città e ad erigere l'ennesimo centro commerciale nella vecchia sede del più antico cinema turco.

Al di là dei contenuti, ciò che ha unito i manifestanti che si sono presto mobilitati in tutto il paese è la crescente opposizione a una gestione del potere sempre più autoritaria del primo ministro. L'opposizione ad una concezione della democrazia fortemente maggioritaria e il dissenso verso una leadership gerarchica e accentrata hanno portato decine di migliaia di manifestanti nelle piazze turche. L'altro lato della medaglia è la crescente frustrazione verso l’inefficace opposizione del Partito popolare repubblicano (Chp), incapace di condurre importanti battaglie parlamentari.

Quale svolta?
La domanda di molti osservatori è se le proteste di Gezi Park possano segnare un punto di svolta nella politica interna. Il primo ministro avrà intuito di non potersi spingere oltre? Il governo potrà placare le opposizioni emerse con una brusca inversione di marcia?

È difficile che questa svolta abbia luogo ora. Sebbene le proteste abbiano raggiunto livelli senza precedenti, Erdoğan ha ragione quando afferma di poter “portare in piazza un milione di sostenitori ogni centomila dimostranti”. Parlando di numeri, il primo ministro turco gode ancora di una solida maggioranza nel paese.

Eppure le proteste hanno implicazioni più profonde, che non possono essere eluse attraverso un semplice calcolo elettorale. Il governo è attualmente coinvolto in una doppia sfida. Da un lato il “processo” - süreç - con il Pkk curdo. Dall'altro, il difficile tentativo di trovare i consensi per riformare la costituzione.

Ci sono buone possibilità che il governo turco riesca nella sua doppia sfida. Le dinamiche regionali - siriane ed irachene - e quelle interne sembrano convergere in una sinergia che rende l'intesa turco-curda per la prima volta possibile dopo trent'anni di conflitto.

Il negoziato con i curdi e l'accordo su una riforma costituzionale che possa portare ad un concreto avanzamento democratico del paese necessitano tuttavia di un profondo processo di revisione e di un coinvolgimento organico dell'intero paese.

Un governo di maggioranza, specialmente se ampia come quella di cui l'Akp dispone, può fare miracoli nel superare gli storici tabù del paese. Portare queste riforme al successo richiede tuttavia un vasto coinvolgimento delle molteplici anime della società turca.

Opportunità per l’Ue
Anche se può sembrare nostalgico e romantico affermarlo, l'Europa ha ancora un prezioso ruolo da giocare in questa partita. Portando avanti un credibile processo di adesione e fissando i parametri democratici su cui le eterogenee forze politiche turche possano convergere.

Anche qui un'emergente costellazione di fattori, dal recente ritrovamento dei bacini di gas nel Mediterraneo dell’est alle prospettive della nuova Europa multi-livello che potrebbe emergere oltre la crisi economica, suggeriscono che la virtuosa dinamica tra la Turchia e Unione europea non possa restare a lungo sopita. Ma attende, da entrambi i lati, nuove leadership per riprendere vigore.

Nathalie Tocci è vicedirettore dello Iai.
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lunedì 3 giugno 2013

la Cina, i brics e la governance globale di Marco Sanfilippo

Il primo viaggio ufficiale all’estero ha portato il nuovo presidente della 
Repubblica popolare cinese (Rpc), Xi Jinping, prima in Russia e poi 
in Africa lo scorso mese di marzo. 
Un’analisi della Brookings Institution ha suggerito che si tratta di una scelta che – oltre agli interessi 
strategici – rispecchia anche la volontà di Xi di muovere i primi passi 
all’estero in un contesto il più possibile accogliente per la Repubblica 
popolare. La visita nel continente africano ha avuto come evento clou
il quinto summit dei Brics (Brasile, Russia, India, Cina e Sud Africa), 
tenutosi quest’anno a Durban, Sud Africa. 
Tra le decisioni del summit, vanno segnalati i passi avanti verso la creazione di una Banca 
per lo sviluppo dei Brics, con un capitale iniziale di circa 2 miliardi di 
dollari Usa e con finalità di supporto al finanziamento di infrastrutture 
e progetti industriali, e la decisione di stabilire un fondo di riserve in 
valuta di circa 100 miliardi di dollari Usa con lo scopo di sostenere 
le bilance dei pagamenti dei paesi interessati in caso di crisi improvvise. Interessante anche osservare come il gruppo dei cinque paesi si 
sia proposto durante il summit come partner privilegiato dei paesi 
africani lanciando dei progetti per la costruzione di infrastrutture su 
larga scala nel continente. 
Al di là delle singole misure, quello che rileva è il significato che 
un paese come la Cina attribuisce al summit. Pur essendo la seconda 
economia globale, la Cina fatica a imporsi sulla scena politica internazionale e vede dunque nella collaborazione con le altre grandi economie emergenti una strada percorribile per spezzare il predominio 
delle potenze economiche tradizionali. L’obiettivo sono riforme volte 
ad una maggiore rappresentanza dei paesi del Sud del mondo nella governance dell’economia e della politica globale, secondo il principio per 
cui alla maggior responsabilità richiesta a questi nuovi attori globali 
deve corrispondere un incremento dei loro poteri decisionali. 
Se la rappresentatività delle istituzioni internazionali dipendesse 
strettamente dai numeri, per la verità, i Brics dovrebbero avere già 
oggi un ruolo più rilevante, se confrontato con quello delle potenze 
tradizionali. Basandoci sugli ultimi dati del Fondo monetario internazionale (Fmi), ad esempio, possiamo osservare come la quota parte 
di Pil mondiale attribuibile ai Brics sia oggi del 28%, contro il 37% 
dei paesi del G7. In più, le previsioni del Fondo sembrano suggerire 
che, proseguendo di questo passo, intorno al 2020 le quote dei due 
gruppi saranno pressoché equivalenti (Figura 1). È più che mai chiaro 
che la componente demografica gioca un ruolo in queste dinamiche, 
spingendo la produzione totale dei paesi da un lato, ma rallentando la 
convergenza sui livelli di ricchezza relativa dall’altro.
Non solo i Brics rappresentano insieme quasi la metà della popolazione mondiale, ma hanno una struttura demografica ancora favorevole, dato che la popolazione attiva (quella cioè in età lavorativa) dei 
cinque paesi rappresenta oggi – e così dovrebbe essere per gli anni 
a venire – più del 40% di quella mondiale (Figura 2). Si tratta di un 
dato rilevante, in considerazione del fatto che in generale bassi tassi di dipendenza determinano maggior potenziale produttivo e una 
maggior crescita. Dall’altra parte, tuttavia, la pressione demografica 
– spingendo sul denominatore – frena la convergenza nei livelli di 
ricchezza pro capite con i paesi più ricchi (Figura 3).
La spinta dei Brics è particolarmente rilevante se osservata in 
relazione all’integrazione economica con il resto del mondo (Figura 
4). Nell’insieme, infatti, i cinque paesi pesano oggi per più del 15% 
dell’export e dell’import globale, e per il 20% circa dei flussi di Investimenti diretti esteri (Ide) in entrata. Assai più rilevanti in prospettiva 
appaiano le quote degli Ide in uscita, oggi quasi al 10% sul totale 
mondiale ma in forte aumento, specialmente durante la crisi, a causa 
della rapida internazionalizzazione di imprese multinazionali tra cui 
si possono citare gli ormai noti casi di Embraier (Brasile), Gazprom 
(Russia), Tata (India), Haier (Cina) e Sab Miller (Sud Africa).
Se questo non bastasse per aspirare a un ruolo più rilevante nell’ordine economico e politico internazionale, i Brics espandono rapidamente la loro sfera di influenza in altri paesi in via di sviluppo essendo 
tra i più rilevanti attori nel gruppo dei cosiddetti donatori emergenti. La ricerca di consenso tra i paesi in via di sviluppo si configura 
in taluni casi come una strategia per aumentare il peso specifico dei 
Brics all’interno delle organizzazioni internazionali. Secondo alcune 
stime, l’ammontare degli aiuti erogati da questi paesi raggiungerebbe l’1-2% del totale mondiale. Altre fonti mostrano però cifre ben più 
rilevanti (cfr. Tabella 1), basate sulla cooperazione nell’ambito della 
concessione di prestiti a condizioni favorevoli, e nell’ambito dell’assistenza nella costruzione di infrastrutture. L’idea di una Banca dello 
sviluppo dei Brics con compiti di erogazione di prestiti di natura concessionale dovrebbe rappresentare un ulteriore passo in avanti verso una maggiore legittimazione a livello internazionale del gruppo 
dei donatori emergenti. Ad oggi ciascuno dei Brics concede aiuti allo 
sviluppo secondo modalità differenti e in settori e, soprattutto, aree 
geografiche differenti.
Per concludere, se è vero che l’unione fa la forza, i grandi paesi 
emergenti possono rappresentare per la nuova leadership cinese un’ottima sponda per rafforzare – anche a livello politico – il potenziale 
economico e demografico del paese negli anni a venire.
( Da orizzonte Cina, maggio 2013)