Asia

Per la traduzione in una lingua diversa dall'Italiano.For translation into a language other than.

Il presente blog è scritto in Italiano, lingua base. Chi desiderasse tradurre in un altra lingua, può avvalersi della opportunità della funzione di "Traduzione", che è riporta nella pagina in fondo al presente blog.

This blog is written in Italian, a language base. Those who wish to translate into another language, may use the opportunity of the function of "Translation", which is reported in the pages.

Metodo di ricerca ed analisi adottato

Per il medoto di ricerca ed analisi adottato

Vds post in data 30 dicembre 2009 sul blog www.coltrinariatlanteamerica.blogspot.com
seguento il percorso:
Nota 1 - L'approccio concettuale alla ricerca. Il metodo adottato
Nota 2 - La parametrazione delle Capacità dello Stato
Nota 3 - Il Rapporto tra i fattori di squilibrio e le capacità delloStato
Nota 4 - Il Metodo di calcolo adottato

Per gli altri continenti si rifà riferimento al citato blog www.coltrinariatlanteamerica.blogspot.com per la spiegazione del metodo di ricerca.

Cerca nel blog

lunedì 30 gennaio 2012

Ia Arabia saudita

LE RIFORME

Nel febbraio 2009 Re Abdullah ha effettuato il primo importante rimpasto di governo dal momento della sua ascesa al trono nell’agosto 2005. La manovra, che rientra in una più ampia riforma degli organi statuali, ha visto avvicendamenti ai vertici degli organi politici, militari, religiosi e giudiziari del Regno. Le nuove nomine ministeriali hanno interessato il Ministero dell’Istruzione, della Cultura e dell’Informazione, della Giustizia e della Salute. Incarico “storico” conferito a Nora Al Fayez come Vice-Ministro con delega per l’istruzione femminile. Altri cambiamenti rilevanti hanno interessato il Consiglio della Shura (Majlis al Shura), l’Assemblea consultiva del Regno che ha visto l’avvicendamento di 79 dei suoi membri e la nomina di un nuovo Presidente, Abdullah al Sheikh, fino a quel momento Ministro della Giustizia. Da segnalare la giovane età dei nuovi membri - tutti sotto i 41 anni - ed il fatto che ora il Consiglio rappresenta tutte le regioni e principali realtà tribali dell’Arabia Saudita. Sono inoltre entrati a far parte del Majlis un membro della Famiglia Reale, il Principe Khalid bin Abdullah, e cinque appartenenti alla comunità sciita. È stato nominato un nuovo capo della Commissione per la Promozione della Virtù e la Prevenzione del Vizio, l’autorità incaricata di far rispettare rigorosamente la Shariah; di nuova nomina anche il Governatore della Saudi Arabian Monetary Agency. Da segnalare anche la rimozione dalla guida del Supremo Consiglio Giudiziario dello Sceicco Saleh Al Lihedan e la sostituzione del Presidente della Corte Suprema, del Capo di Stato Maggiore dell’esercito e del Presidente della Commissione governativa per i Diritti Umani. Altra decisione di rilievo è rappresentata dall’importante ristrutturazione del Consiglio degli Ulema, ovvero il massimo organo religioso dell’Arabia Saudita, al cui vertice è stato peraltro confermato il Gran Mufti del Regno, Sceicco Abdulaziz Al Sheikh. La nuova configurazione del Consiglio è funzionale a rappresentare per la prima volta tutte e quattro le scuole giuridiche dell’Islam sunnita.


Un altro obiettivo fondamentale per Re Abdullah rimane la riforma della pubblica istruzione, come provato dalla nomina a Ministro dell’Istruzione del genero del Re, Principe Faisal bin Abdullah bin Mohammed da anni artefice della riforma del sistema educativo.

Se il Sovrano saudita ha ritenuto che fosse arrivato il momento per dare un segnale forte circa l’esigenza di procedere più speditamente sul cammino delle riforme si può ritenere che siano giunti chiari segnali di apertura in tal senso dai settori religiosi e dai principali esponenti dalla stessa Casa degli Al Saud. Una manovra così articolata e profonda richiede infatti tempi di riflessione e “decantazione” molto lunghi. Sono gli stessi tempi che si renderanno necessari per verificare gli effetti che il "cambio di marcia'" deciso da Re Abdullah determinerà sugli assetti sociali e gli equilibri interni del Paese.

Anche la riforma del sistema giudiziario è destinata ad avere un forte impatto sulla società saudita, ponendo fine alle incertezze ed alle prevaricazioni di una “casta”, quella della magistratura shariatica, la cui autonomia riposa sull’assenza di chiare norme scritte e sull’inattaccabilità di giudizi fondati sull’interpretazione coranica. L’istituzione di una Corta Suprema e di quattro Corti speciali consentiranno di migliorare la competenza dei giudici impegnati nelle diverse materie, ma anche di un maggiore controllo nell’operato dei magistrati e uno svecchiamento dell’intera categoria. La riforma procede inoltre alla ridefinizione delle prerogative del Ministro della Giustizia e del Supremo Consiglio Giudiziario.

Più in generale la politica di caute riforme in campo sociale portata avanti dal Sovrano saudita pone al tempo stesso le basi per ridurre nel medio - lungo periodo l’influenza dei circoli più conservatori, non solo in ambito religioso. A tale riguardo si intravedono tuttavia segnali contrastanti: da una parte, la recente notizia della decisione, da parte di Re Abdullah, di espellere dal Consiglio Supremo degli Ulema lo Sceicco Saad al Shethri, il quale aveva criticato alcune scelte relative alla neo-istituita King Abdullah University of Science and Technology (KAUST), dimostra la forte determinazione del Sovrano nel portare avanti il suo progetto riformista. Dall’altra, l’annullamento all’ultima ora di un Festival estivo di cinema in programma a Gedda dimostra il permanere della forte influenza dei settori conservatori nonostante le iniziative di “ridimensionamento” avviate proprio dall’attuale Sovrano.

Non va inoltre sottovalutata la perdurante diffusione nella Umma islamica della teologia rigorista di stampo wahhabita, che continua a proporre con fermezza gli ideali originari della fede contro ogni forma di compromesso verso le idee e pratiche ritenute estranee all’ortodossia sunnita; approccio facilitato dal ruolo saudita a tutela dei luoghi santi e dall’uso dei nuovi strumenti di comunicazione mediatica.

Ib Arabia Saudita

LA SUCCESSIONE AL TRONO

La creazione del Consiglio, voluto da Re Abdullah nel 2006, incaricato di selezionare i futuri sovrani e principi ereditari (“Allegiance Council)”, ha aperto nuovi scenari in tema di successione al trono. La Casa Al Saud si è sempre distinta per aver saputo mantenere uniti i diversi rami della famiglia nel comune scopo di governare in stabilità il Paese. Sebbene infatti molti membri non abbiano un ruolo diretto nel governo, il loro consenso e supporto sono cruciali nel decisionmaking process. L’8 ottobre 2007 il Re ha emanato il decreto reale di attuazione del provvedimento emesso nell’ottobre 2006, il quale istituisce una Commissione incaricata di selezionare i futuri Re e Principi Ereditari. Questa Commissione è composta da 35 membri e tra questi i figli del fondatore del Regno Re Abdulaziz e, in prospettiva, dai loro discendenti maschi. Con questo sistema la scelta del Re e del suo Principe Ereditario è vincolata dall’approvazione della Commissione. Gli aspetti più rilevanti di questo provvedimento riguardano l’eventualità in cui il Re o il Principe Ereditario od entrambi siano malati gravemente. Se si verificasse tale circostanza un’apposita commissione medica sarebbe incaricata di redigere un rapporto circa le loro condizioni di salute. Nel caso in cui dal rapporto risultasse l’incapacità di entrambi a ricoprire il proprio ruolo, un Consiglio transitorio composto da cinque membri si occuperebbe della gestione temporanea degli affari di Stato fino alla nomina di un nuovo Re e di un nuovo Principe Ereditario. Negli articoli del decreto non si accenna alla possibilità di una successione in favore della terza generazione.


Lo scorso 27 marzo Re Abdullah ha nominato il Ministro degli Interni, Principe Naif bin Abdulaziz, Secondo Vice Premier. Si tratta di una decisione fondamentale per i delicati equilibri interni della Casa Reale. Il Principe Naif occupa ora il secondo posto in linea di successione al trono ed il primo per il ruolo di Principe Reggente. Il posto di “numero tre” del Regno era rimasto vacante sin dalla scomparsa del Re Fahd nel 2005, dato che al momento della propria ascesa Re Abdullah aveva nominato solamente la figura del Principe Reggente, il Ministro della Difesa Principe Sultan bin Abdulaziz. Questa importante scelta si è resa indispensabile a seguito di alcune contingenze: da una parte il peggioramento delle condizioni di salute del Principe Sultan, dall’altra l’imminente partenza del Re Abdullah per il G20 di Londra. Il Re ha peraltro dovuto “fare i conti” con il grande potere effettivo di Naif, Ministro degli Interni da trent’anni, con un forte controllo sulla forze di sicurezza, sui servizi d’informazione e grande protagonista della lotta al terrorismo. Nominando Naif Secondo Vice Premier Re Abdullah ha voluto riconoscere l’importanza del “clan dei Sudairi”, ovvero il nucleo più influente dei discendenti di Re Abdulaziz. Si tratta dei 7 figli maschi della stessa sposa di Abdulaziz tra i quali si annoverano, oltre a Naif, anche Re Fahd (scomparso nell’agosto del 2005), il Principe Ereditario Sultan ed il Governatore di Riad, Salman, ma non Re Abdullah il quale aspira ovviamente a fare da mediatore tra le varie componenti della dinastia in competizione tra loro.

Gli scenari che si potrebbero delineare in merito alla successione sono i seguenti:

• Nell’ipotesi che il Principe Ereditario Sultan muoia prima di Re Abdullah senza dubbio il Ministro degli Interni Naif diverrebbe a sua volta Principe Ereditario.

• Se Abdullah morisse mentre Sultan è ancora in vita , a meno che un gruppo di medici esperti nominati dalla Commissione di Fedeltà ritenga che Sultan non è sufficientemente in salute per diventare Re, allora il Principe Sultan diventerebbe il futuro Re e il Principe Naif sarebbe nominato Principe Ereditario.

• Se Re Abdullah e il Principe Sultan avessero entrambi seri problemi di salute, teoricamente la Commissione di Fedeltà dovrebbe nominare 5 membri incaricati di governare temporaneamente il Paese. Nel frattempo la Commissione dovrebbe, in breve tempo, scegliere il candidato al trono.

• Per evitare di dover rideterminare la linea di successione ogni 2/3 anni, alcuni dei fratelli più anziani hanno abbandonato le loro pretese di successione per dare un’opportunità a qualcuno più giovane. In questo caso il candidato favorito sarebbe il più giovane dei figli di Re Abdulaziz, Salman, di 73 anni, con una grande esperienza come Governatore della Provincia di Riad, un’ottima reputazione nonchè appartenente al clan dei Sudairi.

L’ipotesi del “salto generazionale” e quindi del passaggio ai nipoti di Abdulaziz è al momento improbabile ma non al punto da potersi totalmente escludere. In gioco ci sono numerosi discendenti dei rami più potenti della famiglia (Principe Saud per gli Al Faisal, Principe Al Waaleed per i bin Talal, Principe Mohammed per i bin Fahd, Principe Bandar per i bin Sultan, etc…) ed i relativi gruppi di interesse (es. Guardia Nazionale per i figli di Re Abdullah, elementi conservatori e religiosi per i figli di Naif, etc…). Dal momento che il Regno conosce una lunga tradizione di avvicendamento al trono in senso orizzontale e attribuendo grande importanza all’età, è verosimile che eventuali tentativi di modificazione di questo assetto potrebbe mettere a repentaglio la stabilità del Paese.

Si ritiene opportuno segnalare alcune indiscrezioni secondo le quali alla fine dello scorso luglio sarebbe stata sventato un “colpo di mano” contro Re Abdullah. L’ispiratore principale sarebbe stato il Principe Bandar bin Sultan, figlio del Ministro della Difesa e Principe Ereditario Sultan, Segretario Generale del Consiglio di Sicurezza nazionale nonché ex Ambasciatore a Washington. Al momento dell’ascesa al trono di Abdullah il conferimento di poteri eccezionali a Bandar aveva suggellato il riavvicinamento di Abdullah al fratellastro Sultan e quindi la rottura del fronte dei “Sudairi Seven”. I deludenti risultati raggiunti da Bandar hanno determinato una presa di distanze del Re Abdullah e la recente nomina del Principe Naif bin Abdulaziz a Secondo Vice Primo Ministro potrebbe essere interpretata come un cambiamento di alleanze da parte del Sovrano; di qui il dissenso di Bandar che avrebbe dunque deciso di passare all’azione. L’unico dato certo ad oggi è la scomparsa dalla scena, da molti mesi, del Principe Bandar.

II Arabia Saudita

Dialogo interreligioso

Un tema da sempre caro a Re Abdullah è quello del dialogo inter-religioso. Da anni ormai il Re si fa promotore di iniziative che siano occasione di dialogo e confronto su temi di natura religiosa. Durante lo storico incontro con il Pontefice avvenuto nel novembre 2007 tra i temi trattati la necessità di una “giusta soluzione” per il Medio Oriente e in particolare per il conflitto israelo-palestinese, ma anche l'impegno a favore del dialogo interculturale e interreligioso e della collaborazione tra cristiani, musulmani ed ebrei per la promozione della pace della giustizia e dei valori spirituali e morali, specialmente a sostegno della famiglia.


Un altro momento di acceso confronto è stato l’incontro intra-islamico sul dialogo interreligioso tenutosi alla Mecca nel giugno 2008. A questa ambiziosa iniziativa di re Abdullah hanno partecipato oltre 500 rappresentanti del mondo islamico, ed essa ha inteso gettare le basi “metodologiche” e costruire il sostegno interno intra-islamico al principio del dialogo con le altre confessioni religiose, legittimandolo sulla base del Corano e della Sunna (e quindi l’atteggiamento del profeta Maometto). È ben noto quanto il Re Abdullah sia genuinamente interessato ad assumere nuove iniziative che, nel rispetto della tradizione wahabita, possano contribuire a migliorare la collocazione dell’Arabia Saudita e il suo ruolo ne mondo arabo, islamico e internazionale. Di qui il suo costante impegno umanitario religioso e in politica estera. Pur condividendo lo sforzo di presentare un immagine dell’Islam aperto al dialogo, tollerante e pacifico, l’establishment religioso ha manifestato una diversità di intenti se non finalità contrastanti.

A questo incontro ha fatto seguito la prima vera conferenza interreligiosa promossa da Re Abdullah, svoltasi a Madrid nel luglio 2008. L’evento ha visto la partecipazione di 200 delegati provenienti da 54 Paesi, in rappresentanza delle tre grandi religioni monoteiste e di fedi orientali quali il buddhismo, l’induismo e lo scintoismo. L’organizzazione dell’evento è stata affidata dal Sovrano saudita alla Lega Musulmana Mondiale. Secondo il Re la Conferenza internazionale ha aperto “nuovi orizzonti” nei colloqui volti a promuovere la “coesistenza pacifica di comunità religiose diverse fra loro”.

Sempre su iniziativa dell’Arabia Saudita, l’Assemblea Generale delle Nazioni Unite ha tenuto il 12-13 novembre 2008 una riunione ad alto livello sul dialogo interreligioso, che ha visto una nutrita e qualificata partecipazione in particolare della regione mediorientale. Nel suo intervento in apertura dei lavori, Re Abdullah ha affrontato il tema del rapporto tra religione, estremismo e terrorismo, definendo il terrorismo nemico “di ogni religione e civiltà”. Tra i temi piu dibattuti a New York quello del contributo delle religioni alla pace; la loro incompatibilità con qualunque forma di violenza; la necessità di un dialogo che sappia alimentare la comprensione reciproca e quindi una “cultura di pace”, mentre sono stati lasciati sullo sfondo gli spunti polemici tradizionali sulla libertà di espressione/diffamazione della religione. Da parte dell’Unione europea e dei Paesi membri intervenuti (tra cui l’Italia), si è inquadrato il dibattito sul dialogo interreligioso in quello più ampio del dialogo fra culture e civiltà, ribadendo inoltre il fondamentale diritto alla libertà religiosa contenuto nella Dichiarazione Universale dei diritti umani. Allo stesso tempo si è sottolineato che i governi non debbano intervenire nel dialogo interreligioso, dovendosi limitare a favorirne le condizioni.

Il Segretario Generale della Lega Mondiale Musulmana, Abdullah Al Turki, e' intervenuto su tali questioni anche il 2 ottobre scorso a Ginevra in occasione della quarta sessione dell'iniziativa saudita sul dialogo interreligioso. Ai rappresentanti di 35 Paesi e delle principali fedi mondiali convenuti a Ginevra, ha dichiarato che l'obiettivo principale dell'iniziativa di Re Abdullah e' quello di sfatare i molti pregiudizi e luoghi comuni sull'Islam, di presentarne un'immagine tollerante, pacifica ed aperta al dialogo, e di evidenziare come la religione islamica venga usata strumentalmente dagli estremisti per perseguire fini politici o comunque di dominio. Anche i media sarebbero responsabili della diffusione di un'immagine distorta dell'Islam, un immagine che le iniziative di "diplomazia religiosa" come quella in questione possono senz'altro contribuire a riabilitare.



Questi eventi invitano ad una riflessione sul significato politico che la religione islamica ha e continuerà ad avere nei prossimi anni, in particolare in questo periodo caratterizzato dalle preoccupazioni per la sicurezza derivanti dall’esistenza di movimenti islamisti radicali che si oppongono ai processi di secolarizzazione ed a quella che viene considerata l’egemonia politica, economica e culturale del mondo occidentale. La variabile dell’appartenenza religiosa, a lungo esclusa dalle analisi politico-strategiche, si impone da qualche anno all’attenzione degli analisti di tutto il mondo. Il sovrano saudita, fino a poco fa “corteggiato” da altri Capi di Stato e di Governo quasi esclusivamente in quanto alla guida del più importante paese produttore di petrolio, lo è oggi sempre più anche quale “Custode delle due Sacre Moschee”. La sensazione è che la “carta religiosa”, eventualmente dietro il velo più discreto della cultura e dei valori, venga giocata anche per acquistare prestigio e visibilità politica.

III Arabia Saudita

Diritti Umani

Le leggi saudite non tutelano i diritti umani fondamentali. Riad ha ratificato con riserva che le disposizioni non siano in contrasto con la Sharia, soltanto 19 dei 53 principali strumenti internazionali relativi alla protezione dei diritti umani. Ciò detto, la situazione, tuttora molto critica, sta migliorando attraverso una presa di coscienza collettiva; la consapevolezza dell’esistenza di diritti umani irrinunciabili si sta diffondendo sempre di più nel Paese. L’azione delle istituzioni attive nel settore dei diritti umani, la riforma in corso del sistema giudiziario, lo studio della legge contro le violenze familiari, la discussione nell’ambito del Majlis Al Shura delle problematiche relative alle tutele legali a favore dei circa 1.5 milioni di collaboratori domestici provenienti soprattutto dai Paesi asiatici, possono essere considerati come indubbi miglioramenti a fronte di una situazione comunque ben lontana dagli standard internazionali.


I diritti umani trovano sempre maggiore spazio nel dibattito politico, con particolare riferimento alla condizione femminile e al ruolo della donna nella società e nell’economia. In occasione degli avvicendamenti ai vertici degli organi politici, militari, religiosi e giudiziari del Regno del febbraio scorso è stato conferito a Nora Al Fayez l’incarico di Vice-Ministro con delega per l’istruzione femminile. Pur costituendo un evento storico nella storia del Regno sono ancora molte le questioni irrisolte. L’identità legale femminile è tuttora inesistente, le donne non possono votare, guidare, apparire in pubblico senza abayyah, viaggiare e studiare all’estero in assenza almeno di un permesso da parte di un parente stretto di sesso maschile (mahram).

Un altro ambito di palese discriminazione riguarda le minoranze religiose. Nonostante i numerosi proclami in proposito, è vietata ogni forma di manifestazione pubblica di adesione a confessioni diverse da quella dominante musulmana sunnita, ed in particolare alle varie correnti sciite.

La “salvaguardia della morale e dei costumi islamici” è affidata ai muttawa’in, agenti della “Commissione per la Promozione della Virtù e la Prevenzione del Vizio”. Questa sorta di polizia religiosa mette in atto un codice di rigida separazione di genere ed esercita un severissimo controllo del rispetto della Shari’ah. Quanto alle altre religioni, mentre la libertà religiosa non è riconosciuta, il governo afferma di garantirne la pratica in privato, ma tale diritto non è di fatto sempre rispettato nè definito per legge. La pratica delle altre due religioni monoteistiche, ebraica e cristiana è discriminata in misura inferiore.

La ONG Human Rights Watch ha denunciato i mezzi utilizzati dalle autorità saudite per contrastare la minaccia terroristica, tra cui la detenzione illegittimamente prolungata di migliaia di persone e lo svolgimento di processi con procedure non conformi agli standard internazionali. La detenzione arbitraria, i maltrattamenti, le torture dei detenuti, le restrizioni alle libertà di associazione e di espressione sono frequenti.



Il dibattito sui diritti umani è orientato ad un’interpretazione degli stessi alla luce dei precetti coranici: non vengono, ad esempio, messe in discussione la pena capitale ed altre pene corporali.

Nel settembre 2005 il Re ha istituito la Commissione saudita sui diritti umani, organo governativo che ha il compito di difendere e promuovere tali diritti, favorire la loro consapevolezza presso la popolazione ed assicurarne l’applicazione, nel rispetto delle disposizioni della Shari’a islamica. Il Consiglio dell’organismo è composto da 24 membri con al vertice il Presidente, direttamente responsabile verso il Re quale garanzia di indipendenza rispetto alle amministrazioni dello Stato. Si annovera tra le funzioni più importanti della Commissione la supervisione di tutti i provvedimenti legislativi adottati nel Regno, nella fase di preparazione dei testi, e di verifica di quelli già vigenti. A tutela dei diritti umani è stata inoltre creata la National Society for Human Rights, organismo privato sostenuto dal Governo. I due enti sauditi hanno dimostrato una sostanziale adesione all’indirizzo del sovrano, tanto da non poter essere considerati indipendenti. È bene menzionare anche un’organizzazione non governativa, del tutto indipendente e proprio per questo continuamente ostacolata nella sua attività: si tratta di Human Rights First, il cui fondatore, Ibrahim al Mugaiteeb, e’ stato più volte imprigionato negli scorsi anni per la sue attività.

Il crescente dibattito pubblico e le aperture operate dal governo stanno lentamente contribuendo, pur nel rispetto della Shari’a, a consentire l’aggregazione di un fronte concettuale e concreto di azione nel campo dei diritti umani sulla cui portata appare tuttavia prematuro esprimere valutazioni eccessivamente ottimistiche.

IV Arabia Saudita

SICUREZZA E TERRORISMO

A lungo sospettata di oscuri rapporti tra ambienti politici e religiosi all’origine delle derive terroristiche del fondamentalismo islamico internazionale, l’Arabia Saudita, dopo gli attentati che hanno insanguinato il Paese fra il 2003 ed il 2005, si è dimostrata uno dei Paesi mediorientali più all’avanguardia nella lotta al terrorismo interno, sul piano della repressione e su quello della riabilitazione dei militanti, con particolare riferimento al programma PRAC (Prevention, Rehabilitation and AfterCare Program) che mira recuperare socialmente quanti sono risultati coinvolti nelle attività o hanno fiancheggiato i gruppi estremisti. A questo programma partecipano enti governativi, psicologi, forze dell’ordine ed esponenti religiosi. Il principale ideatore del programma è il Principe Mohammed bin Naif, Vice Ministro dell’Interno e figlio del Ministro dell’Interno Principe Naif.


L’annuncio, risalente allo scorso gennaio, della “saldatura” tra la sezione saudita e quella yemenita di Al Qaida e la pubblicazione a febbraio di una nuova lista di 85 super ricercati per terrorismo sono stati accompagnati da un rafforzamento delle misure di sicurezza nei luoghi più a rischio della capitale saudita. E’ noto ormai che i due rami saudita e yemenita dell’organizzazione di Al Qaida nella penisola arabica (AQAP) si sono fusi e che il centro delle attività del gruppo terrorista si è spostato nello Yemen, sotto il comando del cittadino yemenita Nasser al-Wahayshi.

L’ultima operazione di polizia di rilievo nel Regno è avvenuta nell’agosto scorso e ha visto l’arresto di 44 terroristi. Il Generale Mansour Al-Turki, portavoce del Ministero degli Interni saudita, ha precisato che tutti gli arrestati, ad eccezione di uno, sono di origine saudita e sono altamente qualificati nella realizzazione di armi ed esplosivi. Essi sono anche sospettati di aver reclutato aspiranti jihadisti e aver finanziato operazioni terroristiche attraverso specifiche raccolte fondi. Le autorità hanno sottolineato il fatto che alcuni degli arrestati fossero in possesso di titoli di studio superiori e competenze tecniche avanzate. Durante le operazioni sono state sequestrate anche armi, munizioni e apparecchiature elettroniche (detonatori) rinvenute nella regione del Qassim - da sempre roccaforte dei wahhabiti piu' duri e puri - e in una valle nei dintorni di Riad. Il Generale Mansour Al-Turki ha ribadito l’impegno del Regno saudita nella lotta contro il terrorismo sottolineando che negli ultimi due anni le forze di sicurezza hanno sventato 160 attacchi.

In merito alla collaborazione con gli altri Paesi riguardo i detenuti per atti terroristici va menzionato che il Segretario alla Difesa americano Robert Gates nel maggio scorso ha partecipato a colloqui su un possibile accordo con l’Arabia Saudita per il trasferimento di un centinaio di prigionieri yemeniti da Guantanamo verso centri di riabilitazione per terroristi in Arabia Saudita. Gates ha tenuto un incontro con il Vice Ministro dell’Interno, Principe Mohammed bin Naif, per discutere dell’eventuale invio dei suddetti detenuti yemeniti in Arabia Saudita. Sono emerse infatti da parte USA delle perplessità in merito alla capacità dello Yemen di gestire l’eventuale rimpatrio dei detenuti, ma per ora le autorità saudite si sono limitate a dare una risposta interlocutoria, prendendo tempo per valutare la richiesta.

Il 28 agosto lo stesso Principe Mohammed bin Naif è stato vittima di un attentato suicida nel suo palazzo residenziale di Gedda, riportando peraltro solo lievi ferite. L’attentatore suicida è Abdullah al-Asiri, un militante compreso nella lista pubblicata lo scorso febbraio, di 85 super ricercati per attività terroristiche. Va ricordato che il profilo del Principe Mohammed si è rafforzato notevolmente negli ultimi anni: egli viene considerato dagli osservatori internazionali quale uno dei principali esponenti di un nuovo tipo di classe dirigente saudita, particolarmente efficiente e dinamica.

Recentemente anche la rivista mensile on – line dell’AQAP “Sada al-Malahim” (l'eco della battaglia) si è soffermata sull'attentato al Principe Mohammed, evidenziando i meriti della rimozione di leader corrotti e non rispettosi della tradizione islamica come il capo dell'antiterrorismo saudita, invitando i combattenti a porre in essere azioni analoghe in tutto il mondo.

Il capo dell'AQAP Al Wahayshi da parte sua invita i militanti ad effettuare attacchi contro obiettivi ed interessi occidentali e dei governi empi dei Paesi arabi, ovunque sia possibile, anche conducendo gli attacchi con mezzi limitati ma facilmente reperibili quali armi bianche (coltelli, mazze) e piccoli congegni esplosivi. Tale approccio potrebbe essere interpretato come un segno di debolezza dell'organizzazione, se dovesse riflettere la difficoltà incontrata nel compiere in questa fase attacchi di grande portata nel Regno, ed il conseguente ricorso all'estrema ratio del conflitto "a bassa intensità " pur di mantenere una certa visibilità.

V Arabia Saudita

IL PESO DELLE RIFORME


Gli osservatori internazionali continuano a dividersi sul giudizio in merito al futuro di un Paese per molti versi ancora poco conosciuto: se alcuni sottolineano infatti il pragmatismo di Re Abdullah, teso ad alleviare le tensioni tra modernità e tradizione nel Regno attraverso l’introduzione di moderate riforme che intendono assicurare la tenuta del fragile tessuto sociale saudita, molti altri registrano piuttosto le spinte centrifughe della borghesia emergente e la resistenza al cambiamento dei poteri conservatori della società: settori della Casa Reale fedeli al Principe Naif (Ministro dell’Interno), religiosi, magistratura shariatica.

Sul piano politico interno, Re Abdullah ha effettuato quest’anno il primo importante rimpasto di governo dal momento della sua ascesa al trono nell’agosto 2005. La manovra rientra in una più ampia riforma degli organi statuali, che ha visto avvicendamenti ai vertici degli organi politici, militari, religiosi e giudiziari del Regno. Oltre alle nuove nomine ministeriali che hanno interessato il Ministero dell'Istruzione, della Cultura e dell'Informazione, della Giustizia e della Salute, altri cambiamenti rilevanti hanno interessato il Consiglio della Shura, l'Assemblea Consultiva del Regno che ha visto l'avvicendamento di 79 dei suoi membri. I nuovi membri sono accomunati dalla giovane età e il Consiglio rappresenta realmente ora tutte le regioni e principali realtà tribali dell'Arabia Saudita. Sono inoltre entrati a far parte del Majlis un membro della Famiglia Reale, il Principe Khalid bin Abdullah, e cinque appartenenti alla comunità sciita.

Il Re ha inoltre proceduto ad una nuova configurazione del Consiglio degli Ulema, il massimo organo religioso dell'Arabia Saudita, che ora comprende rappresentanti di tutte e quattro le scuole giuridiche dell'Islam sunnita (hanafita, malikita, shafi'ita, hanbalita). Nel complesso il rimpasto di governo può apparire come un'operazione di facciata secondo gli "standard occidentali": i vertici della maggior parte dei dicasteri più strategici, che riflettono anche gli equilibri più delicati all'interno della famiglia reale, non sono infatti stati coinvolti. Le nuove nomine vanno tuttavia valutate alla luce dei forti condizionamenti sociali, politici e tribali nel cui ambito il Re deve muoversi per portare avanti la sua strategia riformistica. Da questo punto di vista assume un carattere in parte simbolico ma senz'altro cruciale la nomina di Nora Al Fayez, a cui è stato conferito l’incarico "storico" di Vice-Ministro con delega per l'istruzione femminile. Tale nomina è suscettibile di alimentare le speranze di milioni di donne saudite che da anni aspettano il riconoscimento di un loro ruolo all'altezza delle sfide poste dalla modernità alla società saudita. È comunque significativo che i principali cambiamenti abbiano interessato i vertici religiosi ultra-conservatori, e in particolare quelli della magistratura shariatica, che hanno fino ad oggi goduto di un assoluto potere discrezionale nell’emanazione delle sentenze. Da più parti viene sostenuto che l'obiettivo principale ed il senso profondo della manovra in oggetto sarebbe proprio la riforma del sistema giudiziario che non può prescindere dalla struttura religioso-ideologica di stampo salafita/wahabita.



LA SITUAZIONE DI SICUREZZA

A lungo sospettata di oscuri rapporti tra ambienti politici e religiosi all’origine delle derive terroristiche del fondamentalismo islamico internazionale, l’Arabia Saudita, dopo gli attentati che hanno insanguinato il Paese fra il 2003 ed il 2005, si è dimostrata uno dei Paesi mediorientali più all’avanguardia nella lotta al terrorismo interno, sul piano della repressione e su quello della riabilitazione dei militanti.

Ancora oggi, tuttavia, è sul piano del contrasto all’ideologia che alimenta il terrorismo che si delinea il problema di fondo di questo sistema socio-politico: ovvero la circostanza che sia il regime sia l’opposizione islamista che ne denuncia il carattere “usurpatorio” traggono la loro legittimità dalla stessa fonte (religiosa), andando pertanto a competere sul medesimo terreno di legittimazione. Questo spiega perchè il regime risponde agli attacchi dell’opposizione, oltre che attraverso l’imponente apparato di repressione, anche mobilitando i vertici religiosi ufficiali. I principali esponenti della Famiglia Reale e quelli religiosi non perdono pertanto occasione per esortare i cittadini a collaborare con le forze di sicurezza nel combattere Al Qaeda e gli altri movimenti estremisti. Molto più ambiguo è invece l’atteggiamento di alcuni membri meno in vista dei settori religiosi e della stessa Casa degli Al Saud.

Al fine di combattere i movimenti radicali che si oppongono al regime al potere, il governo ha adottato un’articolata strategia volta a contrastare la radicalizzazione ed il reclutamento terroristico. Tra le iniziative di maggior rilievo rientrano la campagna di “rieducazione” dei predicatori delle moschee e l’istituzione del PRAC Program (Prevention, Rehabilitation and AfterCare Program), che mira a recuperare socialmente quanti sono risultati coinvolti nelle attività o hanno fiancheggiato i gruppi estremisti. Il Coordinatore di tali iniziative è il Principe Mohammed bin Naif, figlio e “braccio destro” del Ministro dell’Interno, Principe Naif bin Abdulaziz. Il 28 agosto scorso il Principe Mohammed è stato vittima di un attentato suicida nel suo palazzo residenziale di Gedda, riportando peraltro solo lievi ferite. Va ricordato che il profilo del Principe Mohammed si è rafforzato notevolmente negli ultimi anni: egli è considerato dagli osservatori internazionali quale uno dei principali esponenti di un nuovo tipo di classe dirigente saudita, particolarmente efficiente e dinamica.

Ad ogni modo se gli sforzi nel contrastare le attività dei gruppi terroristici si sono rivelati ad oggi senz’altro fruttuosi, i risultati nel medio-lungo termine dipenderanno in gran parte dall’evoluzione dei fattori in grado di stabilizzare il quadro interno (in particolare le politiche di ridistribuzione del reddito e la graduale apertura al processo decisionale) e dagli sviluppi in campo internazionale, soprattutto nei numerosi focolai di tensione della regione.



LA SUCCESSIONE AL TRONO

Lo scorso 27 marzo Re Abdullah ha nominato il Ministro degli Interni, Principe Naif bin Abdulaziz, Secondo Vice Premier. Si tratta di una decisione fondamentale per i delicati equilibri interni della Casa Reale. Il Principe Naif occupa ora il secondo posto in linea di successione al trono ed il primo per il ruolo di Principe Reggente. Il posto di “numero tre” del Regno era rimasto vacante sin dalla scomparsa del Re Fahd nel 2005, dato che al momento della propria ascesa Re Abdullah aveva nominato solamente la figura del Principe Reggente, il Ministro della Difesa Principe Sultan bin Abdulaziz. Nominando Naif Secondo Vice Premier Re Abdullah ha riconosciuto di fatto la centralità del “clan dei Sudairi”, ovvero il nucleo più influente dei discendenti di Re Abdulaziz. Si tratta dei 7 figli maschi della stessa sposa di Abdulaziz tra i quali si annoverano, oltre a Naif, anche Re Fahd (scomparso nell’agosto del 2005), il Principe Ereditario Sultan ed il Governatore di Riad, Salman, ma non Re Abdullah il quale aspira ovviamente a fare da mediatore tra le varie componenti della dinastia in competizione tra loro.



I DIRITTI UMANI

Le leggi saudite non tutelano i diritti umani fondamentali. Riad ha ratificato - con riserva che le disposizioni non siano in contrasto con la Sharia - soltanto 19 dei 53 principali strumenti internazionali relativi alla protezione dei diritti umani. Ciò detto, la situazione, tuttora molto critica, sta migliorando attraverso una presa di coscienza collettiva; la consapevolezza dell’esistenza di diritti umani irrinunciabili si sta diffondendo sempre di più nel Paese, con particolare riferimento al ruolo della donna nella società e nell’economia. Nel settembre 2005 il Re ha istituito la Commissione saudita sui diritti umani, organo governativo con il compito di difendere e promuovere tali diritti, favorire la loro consapevolezza presso la popolazione ed assicurarne l’applicazione, nel rispetto delle disposizioni della Shari’a islamica. Il Consiglio dell’organismo è composto da 24 membri con al vertice il Presidente, direttamente responsabile verso il Re quale garanzia di indipendenza rispetto alle amministrazioni dello Stato. Si annovera tra le funzioni più importanti della Commissione la supervisione di tutti i provvedimenti legislativi adottati nel Regno, nella fase di preparazione dei testi, e di verifica di quelli già vigenti. A tutela dei diritti umani è stato creata la National Society for Human Rights, organismo privato sostenuto dal Governo. I due enti sauditi hanno dimostrato una sostanziale adesione all’indirizzo del Sovrano, tanto da non poter essere considerati indipendenti. È bene menzionare anche un’organizzazione non governativa, del tutto indipendente e proprio per questo continuamente ostacolata nella sua attività: Human Rights First, il cui fondatore, Ibrahim al Mugaiteeb, e’ stato più volte imprigionato negli scorsi anni per la sue attività.