Asia

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Metodo di ricerca ed analisi adottato

Per il medoto di ricerca ed analisi adottato

Vds post in data 30 dicembre 2009 sul blog www.coltrinariatlanteamerica.blogspot.com
seguento il percorso:
Nota 1 - L'approccio concettuale alla ricerca. Il metodo adottato
Nota 2 - La parametrazione delle Capacità dello Stato
Nota 3 - Il Rapporto tra i fattori di squilibrio e le capacità delloStato
Nota 4 - Il Metodo di calcolo adottato

Per gli altri continenti si rifà riferimento al citato blog www.coltrinariatlanteamerica.blogspot.com per la spiegazione del metodo di ricerca.

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venerdì 17 luglio 2015

CIna: allarme rosso per le borse

agno di umiltà
Cina: la bolla delle borse
Nello del Gatto
10/07/2015
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È un bagno di umiltà e una svolta verso il reale quella che sta affrontando la Cina di questi giorni. La bolla scoppiata nella borsa cinese, che ha portato a perdere oltre 3,5 miliardi di dollari (valori che superano di 11 volte il Pil greco, di quattro volte il valore delle borse spagnole e di due quelle indiane), più del 30% del suo valore, ha fatto realizzare a molti, semmai ce ne fosse bisogno, che Pechino ha bisogno di una operazione verità sui suoi numeri.

Operazione verità sui numeri
Si è cominciato con la crescita: da un paio di anni, il 10% e passa è diventato un miraggio e la Cina si sta stabilizzando su quello che è un sogno per molti Paesi ma che per i cinesi all’inizio era una iattura, il 7% di crescita. Considerato troppo basso fino a qualche anno fa, ma che ora pare più realistico: questo è attualmente l’obiettivo, che alcuni considerano di difficile ma non impossibile raggiungimento, visto l’andamento dell’economia cinese.

Si è proseguito con la borsa: dal giugno 2014 al 12 giugno scorso, ritenuto il vero “venerdì nero” della borsa cinese, sui mercati azionari del Paese del Dragone si era riusciti a guadagnare il 150%. Davvero tanto, per non fare poi scoppiare una bolla che, in poco meno di un mese, ha bruciato un bel po’ di risparmi. Che la borsa cinese sia volatile e, per certi versi, non affidabile è dimostrato dall’altalena dei risultato dei risultati: giovedì 9 luglio, il primo vero test dopo le misure messe in campo dal governo, c’è stata un’apertura a -4%, poi l’indice di Shanghai in chiusura ha guadagnato il 5,7%.

Il colpevole? La mancanza di realismo
La stessa cifra che aveva registrato come perdita il giorno precedente. Una situazione che ha portato le autorità cinesi ad essere euforiche il 9, dopo avere parlato di “panico” l’8 e ad avere annunciato indagini per cercare i colpevoli di questa situazione. Ma il vero colpevole è la mancanza di realismo, di certezza sui numeri. Come molti analisti hanno osservato, il problema è che in Cina tutto è gigantesco e per di più mancano l'esperienza, le competenze e “la forza intrinseca del sistema per gestire crisi di queste proporzioni”.

Nel Paese i dati economici non sono del tutto chiari: c’è un problema notevole relativo ai debiti delle amministrazioni locali, le province, che hanno contratto mutui con le banche statali per arginare la crisi del 2008 mettendo in campo grandi infrastrutture e per fare girare l’economia. Ad oggi, non si sa se e quando potranno restituire quei soldi.

Neofiti dall’entusiasmo alla disperazione
C’è un problema di verità legato alla presenza di un sistema bancario e finanziario occulto, di proporzioni gigantesche e che pare sia il vero motore economico del Paese, in termini di prestiti e denaro della classe media e delle piccole e medie imprese. Proprio questi ultimi sono tra i più colpiti della bolla finanziaria. In un mercato dove non è peccato arricchirsi e dove, come detto, si è guadagnato il 150% in un anno, buttare in borsa i soldi risparmiati è sembrato l’investimento più giusto.

Se poi si considerano i prezzi degli immobili sempre più alti (altra bolla in Cina) e l’intervento continuo del governo quasi a sostenere la borsa, si capisce il motivo per il quale i piccoli risparmiatori cinesi, milioni di persone, abbiano anche preso soldi a prestito per investire in borsa. Neofiti che ora si stanno mangiando le mani e che si lamentano sui social network delle perdite.

Il governo corre a drastici ripari
Ma il governo è corso ai ripari, come solo un esecutivo di regime può, mettendo in campo misure drastiche: blocco delle vendite per i prossimi sei mesi agli investitori che detengono più del 5% delle azioni di una compagnia; conferma da parte della banca centrale, la People's Bank of China, di continuare a fornire ampia liquidità alle istituzioni che concedono prestiti a chi vuole investire in Borsa; blocco delle Ipo; taglio dei tassi di interesse e interventi sulle riserve obbligatorie delle banche; compagnie statali obbligate a comprare azioni; aumento della quantità di azioni che le compagnie di assicurazioni possono acquistare; costituzione, da parte dei 21 broker principali del Paese, di un fondo da 120 miliardi di yuan per stabilizzare il mercato, che si è impegnato a non vendere azioni fino a quando l'indice di Shanghai sarà inferiore a quota 4.500.

Tutte misure che hanno avuto l’effetto di iniettare, oltre a soldi, fiducia soprattutto nei piccoli risparmiatori. Ma aumenta la volatilità e, soprattutto, il dubbio che il problema sia strutturale e che possa riverberarsi sull’economia reale. Anche se la borsa cinese ha un valore pari al 40% del Pil (in molti altri paesi si supera il 100%) è, come detto, considerato un bene rifugio da tanti. La corsa del governo cinese a far cambiare faccia al Paese del Dragone, facendolo diventare da “fabbrica del mondo” a “negozio del mondo”, tentando di aumentare i consumi interni, sta mietendo vittime. E’ in campo soprattutto la credibilità si un sistema che, come detto, pare si basi su travi -alcune delle quali- d’argilla.

Nello del Gatto, dopo aver lavorato come giornalista di nera e giudiziaria nella provincia di Napoli seguendo i più importanti processi di camorra, si è dedicato agli Esteri. Nel 2003 era alla stampa della presidenza italiana del consiglio dell'Ue; poi 6 anni in India come corrispondente per l'Ansa e successivamente a Shanghai con lo stesso ruolo.
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mercoledì 15 luglio 2015

CIna: nuovi rapporti con il Pakistan a margine della Via della Seta

Cina-Pakistan
La geografia della politica di Xi
Francesco Valacchi
29/06/2015
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Con il progetto della “Nuova Via della Seta” la Cina sembra tornare a riorientarsi al mezzo di comunicazione terrestre: un atteggiamento che corrisponde all’introduzione del concetto di Sogno cinese dell’attuale presidente Xi Jinping e che ha come punto forte la straordinaria amicizia con Islamabad.

Il presidente Xi sta completando il lancio del suo progetto ‘Sogno cinese’. Le iniziative nei vari campi amministrativi dimostrano una tendenza a conferire alla Repubblica popolare l’immagine di una grande potenza, artefice della costruzione di un sogno politico che coinvolgerà i suoi alleati asiatici.

L’amministrazione Xi ha iniziato un rinnovamento interno con la campagna anticorruzione che ha sconvolto il Partito (oltre ai clamorosi casi Bo Xilai e Zhou Yongkang un buon numero di dirigenti è stato inquisito). Si tratta di uno sforzo per creare una più positiva immagine della quinta generazione di leader sconfiggendo una delle piaghe più evidenti nella storia della Cina: la corruzione degli apparati governativi.

L’internazionalizzazione dell’economia
Un altro elemento del Sogno è una internazionalizzazione dell’economia concertata a livello centrale (sempre più forte) e portata avanti in senso commerciale (con accordi di varia natura) e finanziario (internazionalizzazione di mercati e moneta).

Si mira alla legittimazione internazionale della potenza economica di Pechino che partiva da una immagine di free-rider. La Cina appariva intenta a conseguire vantaggi immediati per la propria inarrestabile crescita anche contravvenendo alle regole del commercio internazionale.

A partire dall’insediamento di Xi, invece, viene promossa la regolarizzazione del comportamento delle imprese nazionali (le 120 State Owned Enterprises definite campioni dell’economia) e si legifera anche nel senso di un controllo più accentrato.

La Cina sembra oggi perseguire una strategia nella stipula di trattati prediligendo, come con l’Unione europea, Ue (negoziato iniziato nel 2013), Bilateral Investment Treaties a veri e propri Free Trade Agreements che probabilmente aprirebbero troppo il mercato e non darebbero la possibilità di mantenere un residuo di controllo.

Il primo ministro Li Keqiang (principale regista delle riforme economiche) ha promosso una politica di supporto agli istituti bancari, una serie di manovre per l’internazionalizzazione della moneta e l’istituzione di una nuova Banca asiatica di sviluppo a guida cinese (Asian Infrastructure Investment Bank).

L’internazionalizzazione del renminbi non è ancora un obiettivo chiaro: la Cina sa bene che necessiterebbe di una economia più forte per farlo senza incorrere in rischi speculativi; eppure, la Banca Centrale Cinese continua a muoversi in direzione dell’internazionalizzazione (con la creazione di stocks di titoli internazionali e l’apertura dei mercati finanziari).

L’obiettivo attuale è probabilmente la creazione di una immagine della Cina potenza finanziaria internazionale che serva ad un rafforzamento economico (e, solo sul lungo termine, all’internazionalizzazione). Allo stesso modo le manovre per la creazione della AIIB sono un tentativo cinese di soppiantare in Asia la presenza delle istituzioni di Bretton Woods, opportunità che la Cina può perseguire, agli occhi degli altri Stati asiatici, dopo la crisi thailandese del 1997-1998.

La nuova Via della Seta e il Sogno cinese
La ben nota Nuova Via della Seta è parte fondante del Sogno cinese. Il monumentale canale logistico-commerciale-diplomatico che rafforzerà i rapporti con l’Ue e con tutti i Paesi asiatici attraversati avrà una serie di ricadute positive sull’immagine cinese.

Sul versante interno lo sviluppo economico della più arretrata frontiera occidentale beneficerà del traffico che verrà promosso (creando consenso per il Partito). Per l’immagine internazionale ancora più positivi saranno il risalto ed i benefits ottenuti dal collegamento tra la cintura terrestre della Nuova Via della Seta e quella marittima che passa per la regione indo-pacifica e giunge sino al Mediterraneo.

Con questa duplice cintura la Cina si allontana dalla Russia per volgersi al Centro Asia e alleggerisce la propria pressione sull’Area Indo-Pacifica (che non è più il binario di collegamento unico) con una ricaduta molto positiva sulla diplomazia nell’area.

Allo stesso tempo Pechino concederà libertà di movimento a Mosca nei Mari del Nord e andrà a consolidare tutta una serie di rapporti con attori dell’Asia centrale (molti dei quali Paesi in via di sviluppo) accrescendo la sua immagine di potenza e traendone indubbi vantaggi economici.

Il perno Pakistan della politica asiatica cinese
Il perno della politica cinese sarà ancora una volta l’eterno alleato Pakistan, come ha dimostrato la visita del presidente ad Islamabad e l’asse principale dell’alleanza correrà sulla Karakoram Highway. La Cina ha siglato accordi per ingenti investimenti. Il focus di tali stanziamenti sarà il China-Pakistan Economic Corridor: asse che congiungerà la Via della Seta col corridoio marittimo, passando per il porto di Gwadar.

Al rinnovo dell’amicizia col Pakistan ha contribuito sicuramente la rinnovata stabilità politica di Islamabad. Il governo Sharif è frutto di una democratica elezione che ha posto fine alla crisi governativa iniziata nel 2010.

In precedenza le crisi erano state risolte da putsch militari o avevano dato luogo a lunghi periodi di instabilità (come nel decennio 1988-1998). Con questo governo la Repubblica islamica ha l’opportunità di inaugurare un brillante periodo di sviluppo (se riuscirà a vincere la partita col terrorismo) e diviene così maggiormente appetibile agli investimenti cinesi.

Le parole d’ordine ‘felicità’ e ‘rinnovamento’ fulcro del Sogno di Xi sono esemplarmente esemplificate nell’alleanza con Islamabad: felicità per i benefits ottenuti e rinnovamento della secolare alleanza.

L’alleanza rappresenta il premio per gli attori asiatici (in particolare per i Pvs) che si orienteranno a sostenere il Sogno cinese. Il primo alleato a godere dell’amicizia con Pechino è poi, non a caso, il principale avversario dell’unico possibile elemento di resistenza al sogno: l’India.

Dal momento che la Cina ha da sempre perseguito una politica estera di contenimento economico dell’India, ci si deve aspettare un rinnovamento delle alleanze tradizionali (che si confanno a tale politica) e invece un raffreddamento di quelle solamente occasionali.

Francesco Valacchi si è laureato in Scienze Strategiche nel 2004 presso l’ateneo di Torino ed in Studi Internazionali presso quello di Pisa nel 2013. È appassionato di geopolitica e strategia e ufficiale in servizio permanente effettivo nell’esercito italiano.
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giovedì 2 luglio 2015

Cina: la democrazia resiste ad Hog Kong

Cina e Hong Kong
Dissidio su una riforma
Nello del Gatto
22/06/2015
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Piccoli democratici crescono ad Hong Kong e ne è chiaro segnale il voto con il quale il parlamentino dell’ex colonia britannica ha respinto la controversa riforma elettorale voluta da Pechino.

Nei piani della dirigenza cinese, la cui longa manus negli ultimi anni si è sempre più stretta intorno a Hong Kong tanto da fare nascere e rinvigorire movimenti anti Pechino (in particolare composti da giovani e giovanissimi), le prossime elezioni del 2017 sarebbero state le prime nelle quali la Cina avrebbe concesso il suffragio universale per la scelta del capo del governo locale (chief executive), come stipulato nella Legge Fondamentale, la mini-costituzione di Hong Kong.

L’ex colonia dal 1997 è una Speciale Regione Amministrativa (Sar) della Cina con una forte autonomia (nel solco della politica de “un paese due sistemi”), molto orgogliosa della sua tradizione e della sua diversità da Pechino che comunque esercita una grande influenza anche politica.

Non a caso, l’attuale chief executive di Hong Kong, Leung Chun-ying, è considerato pienamente allineato con Pechino, tanto da aver effettuato in mandarino e non, come da tradizione, in cantonese (lingua parlata a Hong Kong) il suo discorso di insediamento nel luglio del 2012.

Respinto il suffragio universale “alla cinese”
Il progetto di riforma di Pechino prevedeva un suffragio universale “alla cinese”: i cittadini di Hong Kong avrebbero sì potuto eleggere il loro candidato preferito alla carica di capo dell’esecutivo locale, ma tra una rosa di due o tre nomi, scelti da un gruppo di 1200 persone per la quasi totalità vicine a Pechino.

L’annuncio, lo scorso agosto, di questa riforma, scatenò le proteste di larga parte dell’opinione pubblica hongkonghina, che sfociarono nell’autunno in settimane di manifestazioni, una Occupy Hong Kong che catapultò l’ex colonia britannica sui media internazionali per il grande numero di partecipanti, soprattutto giovani universitari, che si battevano contro il potere di Pechino. Ci furono scontri con la polizia, si parlò anche della possibilità che Pechino potesse inviare carri armati.

L’occupazione pacifica delle piazze di Admiral e di altri quartieri di Hong Kong da parte degli universitari, durata oltre 10 settimane, appoggiati da professionisti e da tanta gente comune, preoccupò non poco Pechino che decise di mantenere il silenzio di fronte ai manifestanti dall’”ombrello giallo” (il simbolo della protesta), confidando poi in un voto favorevole del Parlamento.

Il no del Parlamento dopo quello dei giovani
Voto che giovedì 18 non c’è stato: la proposta di riforma è stata respinta con 8 voti a favore e 28 contro. Trentaquattro parlamentari pro Pechino hanno lasciato l’aula prima del voto; ma comunque non sarebbero riusciti a fare nulla, dal momento cheil governo aveva bisogno di almeno 47 dei 70 voti per l'approvazione.

Mentre a Hong Kong all’esterno del parlamentino e in altre zone della città si festeggiava, a Pechino non si rideva. Anzi. La stampa cinese pro partito comunista ha fortemente attaccato i deputati usciti dall’aula.

Si è parlato di problema di comunicazione, di débâcle politica. Il voto ha rafforzato il movimento democratico di Hong Kong che, nato sulle proteste, sta ora cercando di assumere sempre più potere e consenso. Sul piatto non ci sono più solo le elezioni del 2017 del capo dell’esecutivo, ma le elezioni locali del prossimo novembre quando saranno eletti i membri dei 18 consigli distrettuali.

Elezioni locali dal sapore politico
Elezioni locali, ma dal forte carattere politico, perché l’anno successivo, ci saranno le elezioni del Legco (Legislative Council), il parlamentino di Hong Kong influenzato comunque dalla politica locale. Non solo: i consiglieri hanno voti importanti sia nella commissione di nomina del chief executive, sia esprimono due seggi nel Legco e scelgono i candidati per altri tre posti.

Il movimento democratico, che aveva organizzato proteste solidali (con raccolta di spazzatura, distribuzione di viveri e vestiti e altro) sta cercando ora di organizzarsi per combattere contro l’emanazione a Hong Kong del partito comunista cinese, galvanizzato dal risultato del voto sulla riforma, per ribadire la propria autonomia, sperando poi nell’approvazione di una vera riforma elettorale a suffragio universale che, il chief executive vicino a Pechino, ha annunciato comunque che metterà da parte nei due ani restanti di suo governatorato.

Ci sarà a breve una sorta di campo organizzativo nel quale si getteranno le basi per l’organizzazione strutturale di questo movimento, con l’intenzione soprattutto di svecchiare la politica di Hong Kong e sfruttare l’energia messa su strada dai manifestanti nei 79 giorni di protesta.

Nello del Gatto, dopo aver lavorato come giornalista di nera e giudiziaria nella provincia di Napoli seguendo i più importanti processi di camorra, si è dedicato agli Esteri. Nel 2003 era alla stampa della presidenza italiana del consiglio dell'Ue; poi 6 anni in India come corrispondente per l'Ansa e successivamente a Shanghai con lo stesso ruolo.
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lunedì 15 giugno 2015

Russia: la minaccia viene da Oriente

Cecenia e Tagikistan
Il Califfo e le paure di Mosca
Giovanna De Maio
04/06/2015
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Il sedicente Stato Islamico avanza e fa paura, ma a preoccupare non sono solo i successi sul territorio. Il reclutamento dei foreign fighters rende l’Is un nemico dai contorni sempre più sfumati che arriva a lambire anche i confini di alcune aree delicate sotto il profilo politico e strategico.

È il caso di Cecenia e Tagikistan che hanno chiesto aiuto a Mosca trovando un interlocutore reattivo. Le preoccupazioni del Cremlino si riferiscono all’unità della Russia e alla sua proiezione nello spazio post-sovietico. Dopo l’Ucraina, evidentemente, Mosca non vuole perdere altri pezzi.

L’Islam in Russia
La storia dell’Islam in Russia è plurisecolare. Da Caterina la Grande ai bolscevichi, gli scontri avevano soltanto affievolito la resistenza. Difatti, all’indomani del crollo dell’Urss le tradizioni islamiche della periferia sud dell’impero sovietico sono tornate a farsi sentire.

Si stima che i musulmani rappresentino circa il 14% della popolazione russa attuale, una minoranza la cui presenza si avverte. Se solo una quindicina di anni fa sembrava impossibile, oggi alla Duma si è riaperto il dibattito sulla poligamia, probabilmente fomentato dalla notizia di cronaca del matrimonio di una ragazzina di 17 anni con un ufficiale ceceno di trent’anni più vecchio.

L’atteggiamento di Mosca verso l’Islam è sempre stato piuttosto tollerante, almeno a parole. L’unità del Paese, così come impostata dal presidente Vladimir Putin, non si basa sulla confessione religiosa, ma su fattori di coesione quali l’uso della lingua russa e l’interesse nazionale. Per questo motivo Mosca ha spesso chiuso gli occhi in Cecenia e in Dagestan sulla poligamia o sul divieto di vendere alcolici. L’obiettivo dichiarato è indebolire l’opposizione che accusa Mosca di reprimere la cultura islamica.

Cecenia, un esperimento non riuscito
Il tema della convivenza delle diverse confessioni islamiche è particolarmente sentito in Cecenia. Attraverso la persona di Ramzan Kadyrov, l’uomo del presidente Putin in Cecenia, Mosca ha lottato contro le correnti più radicalmente indipendentiste, fautrici dell’introduzione della sharia. I fatti, però, non permettono di definirlo un esperimento riuscito.

Kadyrov è un personaggio particolare, di recente finito sotto la lente dei media: prende parte a ben due film, un thriller di Hollywood e un documentario che lo riguarda.

Curiosamente, pochi giorni fa, l’ideatore del documentario, l’attivista di Open Russia Vladimir Kara-Murza, ha avuto un malore e ci sono buone probabilità che sia stato avvelenato. Il reportage di Murza racconta la corruzione dell’élite cecena e descrive Kadyrov come un leader irrazionale, incurante dello spreco dei fondi pubblici, oltre a indicare un presunto coinvolgimento di combattenti ceceni nel Donbas ucraino.

Le paure di Kadyrov sulla possibilità che giovani ceceni si uniscano all’Is non sembra infondata. Egli doveva essere il catalizzatore di un bilanciamento tra la lealtà a Mosca e le tradizioni islamiche. Tuttavia, proprio per il legame con Mosca non è riuscito a rappresentare che una parte della popolazione, allontanando brutalmente gli oppositori.

Tagikistan , nel mirino di talebani e jihadisti
Ex repubblica socialista sovietica, il Tagikistan è ora una repubblica semipresidenziale indipendente che confina con l’Afghanistan. Secondo alcune fonti d’intelligence, i talebani afghani di concerto con i militanti dell’Is, ne avrebbero preso di mira il confine. Il presidente tagiko Emomali Rahmon ha chiesto aiuto a Putin.

Per l’occasione, Mosca ha rispolverato il Csto (Collective Security Treaty Organization), organizzazione nata come apparato militare di sei nazioni della Comunità di Stati indipendenti (tra cui il Tagikistan). Sotto l’egida del Csto sono state condotte esercitazioni militari congiunte e testata la sua forza di reazione rapida.

Tuttavia molti esperti non concordano sull’esistenza di una reale minaccia per il Tagikistan. Al contrario sostengono che gli incidenti di frontiera siano stati sporadici e che, cavalcando il timore dell’Is, il governo tagiko si assicuri un flusso ininterrotto di armi da Mosca (oltre al trasferimento già avvenuto di 1,2 miliardi di dollari).

In cambio, Mosca accresce la sua influenza sul Tagikistan, dove si riverseranno 9000 soldati entro il 2020 e che già oggi è lo Stato che ospita la più grande divisione armata russa al di fuori dei confini della federazione.

Gli interessi di Mosca
Dopo l’Ucraina, il Cremlino non può permettersi altri arretramenti in quello che storicamente considera l’estero vicino. L’avanzata dell’Is non costituisce tanto una minaccia d’attacco diretto, quanto piuttosto di erosione delle già contestate basi della presenza russa nel Caucaso e in Tagikistan.

Contenere gli effetti della propaganda jihadista ha notevole importanza, non solo in vista dell’unità del Paese. Per Mosca è fondamentale mantenere e incrementare le proprie posizioni strategiche in aree sensibili, nell’ottica di costituire uno dei centri del tanto agognato ordine multipolare post guerra fredda, corretto e riveduto dalla lente del Cremlino.

Giovanna De Maio è dottoranda di ricerca presso l'Università degli Studi di Napoli L'Orientale; è stata stagista per la comunicazione presso lo IAI.
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Asia: verso nuovi orizzonti

Verso la Terza Via
Le profezie di Bandung e la sibilla cinese
Elisabetta Esposito Martino
29/05/2015
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La Primavera del 1955 vide germogliare un nuovo modello di rapporti internazionali che presero forma durante la conferenza di Bandung, un evento, il primo dopo secoli, in cui l’Occidente non catalizzava le attenzioni e non fungeva da arbitro, incrinando la suddivisione in sfere d’influenza che stava caratterizzando il secondo dopoguerra.

La Conferenza, presieduta dall’indonesiano Sukarno, riunì 29 stati dell’Asia e dell’Africa e permise ai più importanti leader dell’epoca, tra i quali il cinese Zhou Enlai, l’indiano Nehru e l’egiziano Nassèr, di confrontarsi per proclamare a gran voce la necessità di combattere ogni forma di colonialismo sia occidentale che sovietico, di avviare piani strategici di cooperazione economica e culturale, di sostenere i diritti fondamentali e l’autodeterminazione dei popoli, affinché milioni di persone passassero indenni dal colonialismo all’indipendenza e si potesse pensare alla realizzazione di una pace sostanziale e duratura.

Durante la Conferenza di Bandung la presa di coscienza della diversità delle priorità delle popolazioni di Africa e Asia e della necessità della cooperazione tra i paesi in via di sviluppo non solo accelerò il processo di decolonizzazione, ma permise di seminare un vero spirito internazionalistico capace di superare i meri traguardi razziali o regionali, fino a coniugare l’indipendenza e il rispetto delle identità nazionali con l’uguaglianza ed i diritti umani.

Le Profezie di Bandung
Inizia a Bandung la crisi del modello politico europeo che, nel terzo millennio, sta coinvolgendo i sistemi politici ed economici di tutto l’Occidente, determinando la frantumazione di molti valori che la crisi economica degli ultimi anni ha spazzato via, insieme a una fetta di benessere e di ricchezza, scolorendo con il pensiero debole le idee che avevano sostenuto la civiltà europea, già tradite dal colonialismo e dall’imperialismo.

Risale a Bandung il lento ma ineluttabile allontanamento dalle strutture costituzionali veicolate dai vecchi colonizzatori e lentamente deterioratesi a causa dell’adozione di schemi autoritari, sovraordinati a masse frammentate che, non avendo partecipato né all’evoluzione politica né, tanto meno, ai progressi sociali ed economici, hanno maturato una crescente disaffezione agli ideali importati.

Tale disillusione, tanto più radicata quanto maggiore è stato lo sfruttamento e la mancata realizzazione degli obiettivi, conduce interi popoli di larghe fasce dell’Asia e dell’Africa al tragico bivio che porta verso i barconi dei profughi o verso le milizie islamiche.

Comincia ad offuscarsi a Bandung il sogno di cambiamento della Rivoluzione d’Ottobre e a delinearsi una “terza via” che, alla Conferenza del Cairo del 1961, prese forma nel “movimento dei non allineati” in cui si prefiguravano altri modelli di comunismo, quello di Tito e quello di Mao, in un terzo mondo che comprendeva l’India, l’Africa nera, i Paesi Arabi, l’America del Sud, fino ai ghetti neri degli Stati Uniti e alle baraccopoli delle grandi metropoli, il cui sviluppo, avrebbe potuto cambiare il destino di tutto il mondo.

La Bandung del 2015
Pochi giorni fa i delegati di 109 paesi dell’Asian African Summit, insieme a quelli di 16 stati osservatori e di 25 organizzazioni internazionali, si sono dati nuovamente appuntamento a Bandung, per celebrare il 60º anniversario della storica conferenza ed hanno riacceso i riflettori sul sud del mondo che, pur impantanato in nuove forme di colonialismo ed imperialismo, aspira ancora ad un reale sviluppo.

Il tentativo è quello di rivedere la tradizionale cooperazione, abbandonando la logica degli aiuti per implementare quella del trasferimento tecnologico, e di elaborare strategie di raffreddamento dei contrasti interetnici, interculturali ed interreligiosi, coniugando crescita economica e sviluppo sostenibile nel rispetto dei diritti umani.

La Cina, che, dalla fondazione della Rpc, si affacciò per la prima volta nel cortile di casa proprio a Bandung, dove iniziò a tessere una tela di relazioni internazionali, paese povero tra i poveri, si trova oggi ad assurgere ad arbitro dei destini del mondo.

Il seme gettato a Bandung ha fruttato per i cinesi un rigoglioso progresso che rischia di riproporre nuovi colonialismi ed imperialismi pur veicolando, nella nuova Bandung, il dogma della global politics che vuole sia tolto il timone della guida del mondo all’economia e sia dato alla politica.

La sibilla cinese
La seconda Bandung ha suggellato la fine del colonialismo, chiuso definitivamente nel 1999 con il ritorno alla Cina di Macao, dopo che, nel 1997, c’era stato il passaggio alla Cina dei territori di Hong Kong, cui il Regno Unito aveva concesso troppo tardivamente istituzioni democratiche.

Le interazioni che si stanno sperimentando nelle Regioni Amministrative Speciali, ampiamente seminate da ideali occidentali, e le modalità con cui le diversità si armonizzeranno e integreranno sul substrato del sistema economico che sta trainando il mondo, costituiscono la vera sfida del terzo millennio, prima per lo Stato di mezzo e poi per tutto il pianeta globalizzato.

Il Dragone dovrà scegliere se attuare concretamente la coesistenza del sistema capitalistico e del sistema socialista, costruendo uno stato di diritto compiuto, da Hong Kong, a Macao, a tutta la Cina, oppure affrontare la rivoluzione sottotraccia che sta colorando di giallo le rive di Hong Kong, con altre modalità.

Non sappiamo se il mondo Occidentale, col suo patrimonio, “ibis redibis, non morieris in pugna”, cioè sopravvivrà a se stesso nel terzo millennio. Ma se il centro del mondo non tornerà più in Occidente ma “ibis redibis non, morieris in pugna”, cioè finirà per sempre sul campo di battaglia di una guerra ideologica iniziata a Bandung, lo dirà solo la sibilla cinese che potrà rammentare la storia di Alì dagli Occhi Azzurri, che Jean Paul Sartre raccontò a Pasolini e che l’artista cantò in una sua poesia, Profezia.

Una profezia che, come quella di Bandung, forse ci narrerà una nuova storia, quella di un altro Alì, ma dagli occhi a mandorla.

Elisabetta Esposito Martino è sinologa e costituzionalista. Responsabile Ufficio Affari generali dell'INdAM. Componente del Redress Committee del Progetto INdAM Cofund -VII Programma Quadro dell'Unione Europea.
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mercoledì 3 giugno 2015

Cina e Russia: interessi mediterranei in comune

Geopolitica marittima 
Russia e Cina fanno rotta su Mediterraneo e Libia
Fabio Caffio
14/05/2015
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Sempre più protesa verso l'Europa, la Cina ha inviato navi nel Mediterraneo in vista di manovre congiunte con la Russia. L'inedita "alleanza" rientra tra le contromisure russe alle sanzioni occidentali, ma esprime anche altro.

Cina e Russia sembrano intenzionate a giocare un ruolo in Mediterraneo nel quadro della crisi libica. Esse sono inoltre legate alla Grecia da rapporti marittimi di varia natura.

Alleanza navale
Due Fregate ed una nave appoggio cinesi hanno visitato lo scorso 8 maggio Novorossysk in concomitanza con le celebrazioni della vittoria sovietica nella II guerra mondiale.

Successivamente esse hanno iniziato, in aree di acque internazionali tra Creta, Cipro e la Siria, un'esercitazione navale congiunta con altre sei navi russe. Le manovre sono state dedicata alla protezione da rischi alla sicurezza marittima ed all'addestramento reciproco.

Fonti ufficiali cinesi hanno escluso che l'iniziativa implichi un coinvolgimento nelle vicende regionali. Non è tuttavia casuale che l'attività navale sia stata concomitante con i lavori del Consiglio di Sicurezza dell’Onu relativi alla risoluzione sul traffico di esseri umani dalla Libia suggerita dall’Italia e proposta da Regno Unito, Francia e Spagna.

Interessi mediterranei
La Russia aspira da secoli ad un controllo del Mediterraneo, mare che al tempo della guerra fredda era un luogo di confronto quotidiano con le forze della Nato. Corollario della sua presenza navale era la teoria della smilitarizzazione del bacino che i leader sovietici periodicamente enunciavano e che si legava a quella dell'uso esclusivo del Mar Nero.

La Cina è invece entrata di recente in Mediterraneo, in parallelo con l'espansione dei propri traffici commerciali verso l'Europa ed in concomitanza con la crisi libica del 2011 (quando la Marina cinese evacuò migliaia di connazionali) e con quella siriana del 2012 (quando appoggiò l'azione russa contro Nato e Usa).

Entrambi i Paesi hanno stretti rapporti con la Grecia: la Russia ha di recente rinsaldato gli antichi legami politico-culturali (in anni passati le navi russe restavano all'ancora nelle acque territoriali greche), assicurando il sostegno delle proprie imprese alle trivellazioni in acque elleniche; la Cina ha acquisito gran parte del porto del Pireo guadagnando una posizione privilegiata per i traffici mediterranei ma anche, forse, un ormeggio per la propria Marina.

Riserve contrasto scafisti 
Non è ancora chiaro come Russia e Cina giocheranno la partita del prossimo Consiglio di Sicurezza sulla Libia anche se è prevedibile che cercheranno di evitare gli errori derivanti dall'essersi astenuti nel 2011 al momento della creazione della No-fly zone con la risoluzione 1973.

La Russia ha già dichiarato che immagina, contro gli scafisti, un'azione simile a quella contro i pirati del Corno d'Africa basata sul rispetto della sovranità territoriale dello Stato costiero e sulla prevenzione e contrasto delle attività illecite in mare.

Anche la Cina tenderà a non appoggiare autonomi raid militari sul suolo libico in nome del principio di non interferenza, secondo una posizione già assunta al momento dell'emanazione della prima risoluzione antipirateria (la 1816 del 2008).

Egualmente è possibile che Pechino ponga limiti al controllo in mare di navi di altra bandiera (che i trafficanti possono usare in acque internazionali) come fatto per la risoluzione 2146 (2014) sull'embargo di armi e petrolio alla Cirenaica.

È quindi difficile pensare che l'Unione europea riesca a fare passare una risoluzione che autorizzi l'autonomo uso della forza in acque territoriali libiche in azioni preventive di "identificazione, cattura e distruzione" delle imbarcazioni usate dagli scafisti. A meno, ovviamente, che le operazioni navali costiere vengano svolte sotto il controllo delle autorità libiche.

Attivo ruolo marittimo 
In definitiva, Russia e Cina, uniti dalla stessa volontà di giocare attivamente un proprio ruolo nelle acque del Mediterraneo, cercheranno di assecondare le remore di tutte le fazioni libiche verso un intervento occidentale di polizia marittima internazionale.

In questa prospettiva è presumibile che una risoluzione dell’Onu depotenziata nei contenuti militari favorisca la partecipazione di Mosca e Pechino ad attività di pattugliamento navale anti-scafisti, condotte in maniera indipendente al di fuori del dispositivo Ue (che probabilmente si integrerà con quello Nato).

Questo è già avvenuto nel Corno d'Africa per le missioni Atalanta ed Ocean Shield e non si può dire sia stato un fattore negativo. Forse la Ue, in una prospettiva di realpolitik, avrebbe da guadagnare da un coinvolgimento, sia pur minimale, di Russia e Cina.

Fabio Caffio è Ufficiale della Marina Militare in congedo, esperto in diritto internazionale marittimo.
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martedì 12 maggio 2015

Philippine perspectives on the South China Sea dispute, Friday 22 May 2015

The Institute of Advanced Studies in Geopolitics and Auxiliary Sciences (IsAG) is glad to invite you to the lecture of Hon. Antonio T. Carpio Philippine perspectives on the South China Sea dispute, which will be held on Friday 22 May 2015, from 11 to 13, at the "Aula di Geografia" of the Faculty of Humanities of the Sapienza University in Rome, P.le Aldo Moro 5.


Please click here for the full program. Hon. Antonio T. Carpio is Senior Associate Justice of the Supreme Court of the Philippines. Will attend the lecture also H.E. Domingo P. Nolasco, Ambassador of the Republic of the Philippines in Italy. The lecture will be accompanied by a cartographic exhibit on ancient maps and followed by a light lunch for the audience.


Registration required by online form (click here).

Nord Corea: l'astio istituzionalizzato

Nord Corea
Tra proliferazione nucleare e isolamento internazionale
Francesco Celentano
08/05/2015
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Il caso, poco presente nelle cronache, della Corea del Nord è oggi oggetto di dibattito nella comunità internazionale alla luce dei recenti sviluppi attinenti la crescente attività in campo nucleare e la costante violazione dei diritti umani perpetuata dal regime al potere, non democratico.

Punto di partenza imprescindibile per comprendere a pieno la situazione nordcoreana è senz’altro il quadro storico, politico ed istituzionale del Paese.

La Repubblica democratica nasce formalmente nel 1948 con il ritiro delle truppe sovietiche che, fino a quel momento, avevano occupato la parte settentrionale della penisola coreana, in accordo con gli Stati Uniti che, a loro volta, controllavano la parte meridionale.

L’astio istituzionalizzato
Risultarono vani i tentativi delle Nazioni Unite e dei paesi vincitori della guerra di riunificare l’intera penisola sotto un unico stato. Nel 1950 la situazione degenerò, e dopo lo scoppio della Guerra di Corea, l’Onu si fece promotore di un armistizio istituendo altresì una zona “cuscinetto” che delimitasse i due paesi.

La storia del Paese asiatico è già sufficiente per comprendere le ragioni per cui il regime al governo ha, di fatto, istituzionalizzato l’astio verso il Giappone e contro gli Stati Uniti accusati di essere i responsabili della mancata riunificazione delle due Coree.

L’organizzazione statale è altrettanto sintomatica delle problematiche di cui il Paese soffre da tempo. Il potere appartiene, almeno formalmente, al popolo che lo esercita per mezzo dell’Assemblea suprema e che in base alla costituzione gode di piene libertà e diritti di uguaglianza basilari.

Il potere reale, però, appartiene da sempre in maniera dinastica a un componente della famiglia Kim, prima al “Presidente eterno” Kim Il Sung (morto nel 1994), formalmente ancora in carica, poi a suo figlio Kim Jong Il (morto nel 2011) ed in fine al nuovo giovane ‘capo assoluto’ dello Stato, Kim Jong Un, detto anche “Grande Successore”, internazionalmente noto per aver effettuato svariati test nucleari dopo il suo insediamento minacciando i nemici di sempre.

Rapporti conflittuali
In questa cornice si inserisce il conflittuale rapporto del Paese asiatico con le Nazioni Unite, di cui è membro dal 1991, con il triste primato di unico Paese a non aver mai recepito nessuna delle 167 raccomandazioni ricevute nel corso degli anni, per la maggior parte inerenti la violazione dei diritti umani (di cui si occupa un’apposita commissione istituita in seno al Consiglio per i diritti umani) e la costante corsa allo sviluppo nucleare intrapresa dai Kim.

Per quanto concerne più specificatamente la questione della proliferazione nucleare, il Paese ha in più occasioni palesato la volontà di dotarsi di armi nucleari, come naturale prosecuzione di un cammino di militarizzazione intrapreso sin dalla costituzione.

Decisiva in tal senso è stata la scelta politica, fatta dal figlio del fondatore della Repubblica (Kim Jong Il), di ritirarsi dal Trattato di non proliferazione nucleare, dopo averne per anni posticipato l’entrata in vigore nel proprio ordinamento e aver intanto goduto di aiuti finanziari che gli erano stati concessi in cambio dell’adesione iniziale.

Considerati i presupposti, potrebbero, quindi, essere decisive le aperture del nuovo leader Kim Jong-Un, il quale, dopo una prima e bellicosa fase tesa a legittimare il proprio potere interno, ha deciso di aprire a trattative che portino al cessare delle sanzioni e alla ripresa degli aiuti economici, il tutto all’indiscutibile condizione di una garanzia formale di non aggressione americana.

Aperture decisive?
In tal senso un ruolo chiave gioca anche lo storico alleato cinese che, nel 2011, si è fatto promotore dei cosiddetti Six-Party Talks, negoziati diplomatici che coinvolgono, oltre a Cina e Nord Corea, anche Russia, Usa, Corea del Sud e Giappone, in cui si è nuovamente parlato di ingenti aiuti umanitari in cambio del totale blocco del programma nucleare del Paese.

Proposta ancora una volta rigettata dalle autorità nordcoreane, non disposte a cedere a quella che definiscono un’imposizione ingiusta e non giuridicamente fondata, non essendo più Paese aderente al Trattato di non proliferazione.

In questi anni di “contezioso diplomatico” con il resto del mondo, il regime è riuscito a trasformare l’isolamento internazionale impostogli dall’esterno in un punto di forza della propria politica propagandistica, escludendo qualsiasi tipo di rapporto con il mondo esterno ed esercitando sulla popolazione un’influenza priva di ogni opposizione.

Proprio grazie a questa politica, oggi, non si ha certezza delle reali condizioni in cui versa la popolazione e soprattutto delle conseguenze generate dalle sanzioni economiche imposte nell’ultimo ventennio.

Pare dunque che la situazione politica, economica e sociale, del Paese più isolato del mondo, sia destinata a rimanere un enigma che nei prossimi anni continuerà, con ragionevole certezza, a dominare il dibattito sulla proliferazione nucleare e sulla violazione dei diritti umani nel vasto continente asiatico, che, continua a crescere dal punto di vista economico e ad arretrate sempre di più dal punto di vista delle tematiche attinenti la democratizzazione degli Stati che lo compongono.

Francesco Celentano, neolaureato in Giurisprudenza e praticante legale, si sta specializzando nello studio del diritto internazionale, già oggetto della sua tesi di laurea redatta durante un periodo di ricerca presso l'ufficio delle Nazioni Unite di Ginevra.
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Cina: i rapporti con la Unione Europea

Ue-Cina
40 anni di relazioni, tappe e risultati
Nicola Casarini
06/05/2015
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Sono passati 40 anni da quando, il 6 maggio 1975, la Comunità europea riconobbe ufficialmente la Repubblica popolare cinese a seguito del disgelo delle relazioni tra Washington e Pechino avvenuto qualche anno prima con il viaggio del presidente americano Richard Nixon in Cina.

All’epoca, la notizia del riconoscimento diplomatico tra Bruxelles e Pechino non fece le prime pagine dei giornali. La Comunità europea stava muovendo i primi passi e la politica estera era ancora di esclusiva competenza dei Paesi membri.

La Cina, a sua volta, era un Paese povero e in preda alle lotte di potere per la successione a Mao che, già malato, morira’ nel settembre del 1976. Quante cose sono cambiate da allora.

Oggi, le relazioni tra Europa e Cina sono tra le più importanti al mondo, avendo acquisito un significato strategico tale da renderle oggetto di attenta osservazione – e talvolta apprensione – da parte degli Stati Uniti.

Basti pensare alle recenti critiche di Washington verso i quattro grandi Paesi Ue - Germania, Francia, Gran Bretagna e Italia - per aver aderito in qualità di soci fondatori alla nuova banca di sviluppo della Cina, la Asian Infrastructure Investment Bank (Aiib).

2003: la grande intesa
Il vero punto di svolta nelle relazioni tra Bruxelles e Pechino s’è verificato nel 2003, quando venne siglato il partenariato strategico e vennero adottate una serie di iniziative dal forte contenuto politico. Innanzitutto, le due parti si accordarono sui termini dello sviluppo congiunto di Galileo, il sistema di navigazione satellitare europeo alternativo al Gps americano.

A fianco di una maggiore cooperazione nel settore aerospaziale, vennero gettate le basi per il miglioramento delle relazioni nel campo della sicurezza e dell’industria della difesa. A tal fine, alcuni grandi Paesi europei - Germania e Francia in testa, ma anche Italia e Spagna - proposero di iniziare le discussioni sulla levata dell’embargo sulla vendita di armi alla Cina.

Secondo i sostenitori della levata dell’embargo, una tale iniziativa avrebbe dato significato strategico a un interscambio commerciale in continua crescita. Fu infatti in quegli anni - in concomitanza con l’allargamento della Ue ai Paesi dell’Europa centro-orientale - che Bruxelles divenne il più importante partner commerciale di Pechino, mentre la Cina divenne il secondo più importante partner commerciale della Ue, subito dopo gli Stati Uniti.

Gli europei furono, comunque, incapaci di trovare l’unità sulla questione dell’embargo e il Consiglio europeo del giugno 2005 decise di rimandarne sine die la sua soluzione, cosa che lasciò con l’amaro in bocca i dirigenti di Pechino.

L’elemento strategico del partenariato Ue-Cina non s’è però limitato alle questioni tecnologiche e della difesa - seppur importanti - ma ha coinvolto anche l’euro.

Nell’autunno del 2003 ci fu, infatti, un accordo tra gli europei e la Banca centrale cinese che portò Pechino a diversificare il suo paniere di riserve, aumentando in maniera graduale ma costante, negli anni a venire, la sua esposizione sulla moneta comune europea, diminuendo allo stesso tempo la sua esposizione verso il dollaro. Un processo che ha avuto importanti risvolti politici durante la recente crisi dei debiti sovrani.

Le relazioni Ue-Cina durante la crisi
Al contrario di alcuni settori dell’establishment finanziario americano che durante la recente crisi hanno speculato su una possibile disintegrazione della zona euro, la Cina ha continuato a sostenere - anche tramite interventi massicci sui mercati - la moneta comune europea.

Da agosto 2011, quando Standard & Poor’s ha declassato il rating sovrano degli Stati Uniti, la Cina ha accelerato il suo disinvestimento dal dollaro aumentando al contempo la sua esposizione sull’euro, portando la quota delle sue riserve detenute nella moneta comune europea dal 26% circa nel 2011, a circa un terzo agli inizi del 2015.

La Cina sembra riporre una sostanziale fiducia nella capacità di ripresa della zona euro e dei tentativi di riforma portati avanti da alcuni governi, in particolare quello italiano e francese.

Su questi paesi - in particolare l’Italia - si sono appuntati gli occhi di Pechino negli ultimi mesi. La Cina sta infatti investendo massicciamente nelle aziende europee con lo scopo di acquisire quel know-how e quelle tecnologie necessarie all’ammodernamento dell’industria cinese.

Focus sugli investimenti
Alla fine del 2014, la Cina aveva investito circa 54 miliardi di dollari in aziende quotate nelle borse europee, piazzandosi al quinto posto per entità degli investimenti, subito dietro al Giappone.

La Banca centrale cinese attraverso il suo braccio operativo - la State Administration of Foreign Exchange (Safe) - ha acquistato circa il 2% in otto tra le più importanti aziende italiane quotate in Borsa, tra le quali si annoverano:Fiat Chrysler Automobiles, Telecom Italia, Prysmian, Generali, Mediobanca, Saipem, Eni e Enel.

Il totale investito in Italia ammonta oggi a più di 6 miliardi di euro, corrispondente al 7% degli investimenti totali cinesi in Europa.

Il recente interesse per l’Italia e, più in generale, il sud Europa rientra nel più ampio progetto di Pechino di sviluppo della Via della Seta terrestre e della Via della Seta marittima del XXI secolo lanciato dal presidente cinese Xi Jinping nel 2013.

La Ue è oggi il primo partner commerciale di Pechino e il Mediterraneo, con al centro l’Italia, è considerato il naturale punto di arrivo della Via della Seta marittima.

L’Italia ha, pertanto la possibilità di diventare un’interlocutrice importante di Pechino. In questo, un ruolo lo gioca sicuramente la nomina a capo della diplomazia europea di Federica Mogherini. C’è inoltre un crescente interesse per il governo Renzi e i suoi progetti di riforma del Paese.

Il quarantennale che la vice-presidente della Ue ha festeggiato nella capitale cinese coincide con uno snodo importante dell’Agenda strategica di cooperazione tra Unione europea e Cina valida fino al 2020 siglata a Pechino nel novembre 2013: la possibile chiusura del negoziato bilaterale Ue-Cina sugli investimenti giunto oramai al settimo round.

Una svolta che potrebbe aprire la via, come richiesto da Xi Jinping espressamente durante la sua prima visita in Europa e alle istituzioni europee l’anno scorso, a un Fta che introdurrebbe una dinamica nuova nelle relazioni sino-europee. Si creerebbe un asse euroasiatico altrettanto significativo, sul piano economico-commerciale, di quello Atlantico e dell’area del Pacifico.

Quarant’anni dopo, è la Ue a far da apripista nel dialogo con la Cina.

Nicola Casarini è responsabile di ricerca Asia allo IAI.
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martedì 5 maggio 2015

India: di nuovo interesse per l'industria italiana



Italia/India
Finmeccanica torna in gara per elicotteri
Antonio Armellini
30/04/2015
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Finmeccanica è stata ammessa nuovamente a partecipare ad una gara per la fornitura di elicotteri in India: la notizia è passata quasi sotto silenzio (ne ha parlato solo II Sole 24 Ore, direi) e invece è importante per diversi motivi che meritano di essere sottolineati.

È un segnale che la quarantena inflitta ad Agusta-Westland a seguito delle note vicende della fornitura di 12 elicotteri AW101 sta per finire. Tangenti o meno, la superiorità della macchina italo-britannica rispetto alla concorrenza europea ed americana era apparsa chiara all’epoca; l’India sta compiendo un grosso sforzo di modernizzazione delle proprie Forze Armate e si è resa conto che rinunciare all’apporto tecnologico di Agusta-Westland poteva risultare in un autogol.

Uno dei mercati della difesa più importanti al mondo
Il mercato indiano della difesa è diventato uno dei più importanti del mondo e la situazione geostrategica del paese fa sì che il suo ritmo di crescita sia destinato a durare a lungo.

Fincantieri è riuscita con una politica accorta a consolidare vieppiù le sue posizioni nel settore navale e, anche qui, le prospettive di crescita non mancano; lo stesso può dirsi per forniture di minore entità da parte di altri membri dell’ex galassia Iri, a partire da Oto Melara.

Gli AW101 avrebbero dovuto consentire al gruppo italiano di conseguire una posizione di forza nel settore degli elicotteri (sfruttando anche meglio le sinergie con il settore civile, dove Agusta-Westland godeva già di un buon nome); avrebbero soprattutto potuto costituire il biglietto d’ingresso per un vero salto di qualità in altri settori dove era rimasto ai margini.

Si trattava innanzitutto di supportare l’affidabilità tecnica con una maggiore credibilità politica (ovviando alle carenze del “sistema Italia” e a una certa discontinuità nella presenza); condizione essenziale questa, per porsi su un piano di parità con la concorrenza di altri paesi che, invece, a questi aspetti prestano giustamente attenzione.

Lo scandalo delle tangenti è stato devastante, perché ha cancellato d’un colpo un lavoro sul quale si era cominciato ad operare con il piede giusto.

Chi ritiene che il mercato della difesa in India (o altrove, se è per questo) possa diventare del tutto trasparente, passa probabilmente troppo del suo tempo nel mondo di Peter Pan: coloro che si dedicano a questo genere di operazioni stanno bene attenti a coprire le loro mosse e, se colti con le dita nella marmellata, ricorrono a ogni tipo di manovra diversiva.

L’esempio dei risultati raggiunti dalle mille commissioni d’inchiesta in Gran Bretagna a seguito del clamore legato al mega-contratto Bae all’Arabia Saudita, può dare utili ammaestramenti. Quando le tangenti, invece di restare nelle mani dell’illecito destinatario, tornano almeno in parte nel paese di partenza, e qui chi se ne ritenga ingiustamente deprivato comincia a protestare, i danni partono in tutte le direzioni.

Il mondo reale e quello di Peter Pan
La ricostruzione del profilo italiano in India dovrà passare attraverso ancora molte fasi, non sempre facili. Questa prima apertura non deve ingannare: il processo decisionale indiano è lungo e tortuoso e molto spesso - più che a fattori legati alla corruzione - le difficoltà possono nascere dalla diversa forma mentis di un paese che sembra occidentale nel modo di essere e di pensare, ma non lo è affatto.

François Hollande ha incassato con Narendra Modi a Parigi la fornitura di 36 Rafale, prima tappa di un mega-contratto che era parso in più momenti destinato a finire nelle sabbie mobili.

Per il Rafale - la cui produzione era verso la fine corsa -, si è trattato di un colpo di importanza fondamentale, per il quale la Francia ha dato prova di una abilità negoziale - ma soprattutto di una capacità di coordinamento politico a tutto campo - che dovrebbe costituire materia di studio qui da noi.

Il consorzio Eurofighter aveva un prodotto più competitivo sia tecnicamente che sul piano finanziario, ma lo ha promosso stancamente, forse nell’errato convincimento che una fornitura di simili dimensioni sarebbe inevitabilmente andata agli americani. I quali, anche loro, erano convinti di potercela fare, forti del credito acquisito dagli Usa a Delhi a seguito dell’accordo sul nucleare civile.

E invece, hanno tutti sottovalutato che quando gli indiani hanno la sensazione di finire nella morsa di un rapporto troppo stretto, scartano di lato: non Sarkozy però, che recandosi ripetutamente in India ha messo sul piatto tutta la sua influenza per portare a casa un risultato utile.

Il lobbying per l’Eurofighter per contro, era stato lasciato nelle mani dei tedeschi i quali hanno lasciato capire sin dalle prime battute di non essere intenzionati a dedicarvisi più che tanto; Finmeccanica avrebbe potuto cercare di correggere il tiro ma è caduta vittima del medesimo scetticismo. Con il risultato che si è visto e i cui goffi tentativi di recuperare posizioni ex post sono stati abilmente contrati dal presidente francese.

Finmeccanica aveva spinto qualche tempo fa il G222 e l’aereo era stato giudicato particolarmente adatto alle esigenze indiane. L’operazione non era andata avanti, perché all’eccellenza tecnica non aveva fatto seguito, allora, una spinta politica commisurata. Senza un raccordo efficace pubblico-privato - fra industria e istituzioni - farsi strada in India è difficile. I francesi lo sanno bene; saremo capaci di impararlo anche noi?

Antonio Armellini, Ambasciatore d’Italia, è commissario dell’Istituto Italiano per l'Africa e l'Oriente (IsIAO).

lunedì 13 aprile 2015

Cina: l'ascesa a leader mondiale

Asian Infrastructure Investment Bank
La bussola della governance finanziaria indica Asia
Nello del Gatto
09/04/2015
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La Cina non intende fermarsi. Anzi, vuole continuare a ritagliarsi il ruolo di leader mondiale, soprattutto in termini finanziari e commerciali.

A dimostrarlo è anche l’annuncio della creazione dell’Asian Infrastructure Investment Bank (Aiib), la banca di sviluppo che avrà sede a Shanghai. Che ha attirato le adesioni di molti alleati storici degli Stati Uniti - Gran Bretagna in testa -, dando un vero e proprio smacco al duopolio bancario Stati Uniti-Giappone.

Le frasi di circostanza ripetono che in Asia c’è spazio per tutti, forse anche per una terza entità oltre alla banca a guida cinese e alla Asian Development Bank (Adb) a guida giapponese.

Secondo le stime, tra il 2010 e il 2020 c’è necessità in Asia, in termini d’investimenti infrastrutturali, di 8 mila miliardi di dollari, circa 800 miliardi all’anno. Tanti soldi, che possono sicuramente essere gestiti da più di una struttura bancaria.

La nascita della banca cinese dice però altro. Il messaggio è chiaro: gli Stati Uniti stanno perdendo sempre più la loro egemonia finanziaria. La dimostrazione arriva dalla rapidità con la quale alleati storici - oltre la Gran Bretagna, Germania, Francia, Italia e non ultima l’Australia - hanno appoggiato il progetto cinese.

Anzi: in Europa, l’Aiib avrà sede proprio a Londra. Di fianco agli Usa, resta solo il Giappone, che non ha chiesto di aderire.

Intransigenza statunitense 
In commenti ufficiali, Pechino ha detto che la nascita della nuova banca di sviluppo asiatico deve essere vista come il completamento delle strutture già esistenti (leggasi Banca mondiale a guida Usa e Adb a guida giapponese).

Jim-yong Kim, presidente americano di origini sud coreane della Banca mondiale, ha dichiarato che l’istituzione da lui presieduta accoglie favorevolmente la nascita dell’Aiib a causa del bisogno straordinario di infrastrutture.

Sulla stessa linea anche Takehiko Nakao, presidente della Adb, che si è detto pronto a collaborare, spiegando che le due banche si completano a vicenda.

Ramoscelli d’ulivo arrivati dopo che gli stessi Stati Uniti hanno fatto una parziale retromarcia rispetto alle loro posizioni iniziali d’intransigenza, quando hanno visto il successo che la banca cinese ha avuto sin dall’inizio.

Quando era stata annunciata la nascita del nuovo istituto, Washington aveva espresso forti dubbi su standard di finanziamento (gli americani temono siano troppo bassi), trasparenza, sostenibilità del debito, protezioni ambientali e sociali.

Il vero timore di Washington è in realtà il potere sempre più esteso che Pechino sta assumendo non solo nell’area asiatica e in Africa, ma in Europa, antico bacino di consenso americano.

Non c’è né da stupirsi né da preoccuparsi per la decisione cinese. Oramai l’ago della bussola della governance mondiale finanziaria punta ad est, non più ad ovest.

Pechino avrà mille difetti e porta mille incognite, ma sicuramente ha quello che manca a molti: i soldi. E se l’adagio latino dell’homo sine pecunia est imago mortis o quello più prosaico del sine pecunia ne cantantur missae sono ancora validi, allora…

Sotto l’ala protettiva cinese
Senza poi considerare che, nonostante sia un enorme paese in sviluppo maggiore rispetto a tutti gli altri, Pechino conta poco nelle altre istituzioni: appena il 6,47% di voto nell’Adb, il 5,17% nella Banca Mondiale e il 3,81% nel Fondo Monetario Internazionale, Fmi (dove gli Usa, contribuendo con 65 miliardi di dollari, sono gli unici ad avere diritto di veto).

L’Aiib è quindi una alternativa notevole per Pechino. Negli ultimi anni, soprattutto grazie alla sua potenza economica, la Cina è riuscita a tessere una serie di relazioni internazionali che l’hanno portata a primeggiare. Chiara l’intenzione dei paesi aderenti della prima e della seconda ora: occupare posizioni e stare sotto l’ala protettiva della Cina, vista sempre più come punto di riferimento.

Invece dei continui scontri, Pechino preme ora sul desiderio di relazioni economiche solide nella speranza di persuadere i paesi (asiatici e non) a unirsi alla sua iniziativa e trarne guadagni in crescita.

Ai 25 paesi asiatici della prima ora (tutto il blocco del sud Est Asiatico e l’India e Singapore tra gli altri), si sono aggiunti sei europei (Gran Bretagna, Francia, Germania, Italia, Lussemburgo e Svizzera) oltre alla Nuova Zelanda, tutti con l’adesione già approvata.

Entro la scadenza dei termini dello scorso 31 marzo, hanno fatto richiesta di adesione, che deve essere vagliata, altri 21 paesi, tra i quali Taiwan. L’adesione dell’isola ribelle è stata accolta con favore da Pechino che chiederà di usare il nome “politicamente corretto” usato da Taiwan nelle manifestazioni sportive, e cioè Chinese Taipei.

Ma anche Turchia, Russia, Spagna, Corea del Sud, Israele, Brasile e Australia. La Cina guiderà il tutto con uno stanziamento iniziale di 50 miliardi di dollari che sarà portato a 100 con i versamenti dei paesi membri. Il tutto, partirà entro l’anno.

Nello del Gatto, dopo aver lavorato come giornalista di nera e giudiziaria nella provincia di Napoli seguendo i più importanti processi di camorra, si è dedicato agli Esteri. Nel 2003 era alla stampa della presidenza italiana del consiglio dell'Ue; poi 6 anni in India come corrispondente per l'Ansa e successivamente a Shanghai con lo stesso ruolo.

venerdì 27 marzo 2015

Cina: le prospettive nel mondo

Orizzonte Cina
I cinesi d’oltremare che lasciano il 'sogno italiano'
Daniele Brigadoi Cologna
24/03/2015
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Sul ponte di Tashan, lungo la statale 330 che dalla città di Wenzhou porta a Qingtian, storico focolaio di emigrazione dalla Cina verso l’Europa, campeggia una grande scritta in lettere alfabetiche gialle su fondo blu cielo.

Il messaggio è ripetuto per tre volte, nelle diverse lingue dei paesi che oggi ospitano le maggiori collettività di cittadini della Repubblica popolare cinese (Rpc) in Europa: italiano, spagnolo e francese.

Tra foglie cadute e testuggini marine
Quella italiana recita: “Benvenuto al distretto cinese d’oltremare Qingtian”, ma è la versione francese che svela il senso vero di questi cartelli: “Bienvenue a Qingtian aux Chinois d’outre-mer”.

Il benvenuto è diretto, infatti, alle “foglie cadute che ritornano alle radici” e alle “tartarughe marine” (gioco di parole sul diverso significato di termini omofoni: “coloro che tornano da oltremare”/“testuggini marine”), ovvero agli emigranti e agli studenti o specializzandi che scelgono di tornare alla madrepatria dopo aver fatto fortuna o essersi formati all’estero. Sottinteso: emigranti che tornano al “paese degli antenati” per investirvi capitali, idee e competenze accumulate altrove.

Lungo il corso degli anni Duemila, e con un’impennata significativa dal 2007 in avanti, una quota consistente di chi aveva lasciato la Cina per formarsi all’estero ha cominciato a tornare in patria.

Lo hanno fatto soprattutto gli individui più qualificati o in corso di alta formazione, ma il fenomeno ha gradualmente investito anche i migranti a bassa qualificazione trasferitisi in Europa.

I primi indubbiamente sedotti dalle migliori prospettive di crescita e di carriera offerte da uno dei pochi contesti internazionali ad alta resilienza, dopo che la crisi finanziaria internazionale ha cominciato a farsi sentire in tutto l’Occidente e oltre.

I secondi, invece, in parte attratti dalle opportunità di investimento e speculazione offerte dalla vitalità del mercato cinese, in parte perché ormai disillusi rispetto alle possibilità di fare fortuna nei paesi europei di maggior insediamento cinese.

L’emigrazione dal Zhejiang ha conosciuto il primo picco proprio pochi anni prima dello scoppio della crisi. In Italia, ad esempio, i flussi più consistenti si sono avuti negli anni 2003, 2004 e 2005, per lasciare poi il posto a incrementi decrescenti fino a un nuovo picco negli anni 2009, 2010 e 2011, cui è seguita una fase di contrazione degli ingressi tuttora in atto.

Dal 1994 al 2013 complessivamente 12.061 persone hanno fatto ritorno in patria. Oltre il 60%di questi ritorni si è verificato negli ultimi cinque anni. Certo, non sono poi molti: rapportati ai 256.846 cittadini cinesi residenti in Italia nel 2013, è un modesto 4,7%, che senza dubbio raccoglie anche molti anziani desiderosi di trascorrere il crepuscolo delle proprie esistenze nel paese natale.

Visitando i contesti di origine, tuttavia, non si può non restare colpiti dalla frequenza con cui ci si imbatte in persone giovani che dichiarano di essere tornati in Cina dopo aver trascorso periodi relativamente brevi in Italia.

Nelle cittadine di media grandezza i “ritornati” sono persone di età inferiore ai trentacinque anni: in questi contesti urbani, tuttora pervasi da un certo fervore commerciale, queste persone svolgono mestieri (tassisti, portieri d’albergo, commessi) che fino a metà degli anni Duemila erano più spesso riservati a migranti interni.

I più avventurosi aprono piccoli esercizi commerciali, negozi di abbigliamento o bar “in stile italiano”. Quelli che in Italia hanno fatto fortuna sul serio tendenzialmente si dedicano all’import-export, o si cimentano in arditi progetti di speculazione immobiliare.

L’Europatown di Tonglu
Un buon esempio è il progetto “Italia in Tonglu”, recentemente presentato presso la Camera di commercio italo-cinese da Jiang Wenyao (Oscar Jiang), presidente dell’Associazione generale del commercio diQingtian in Italia.

Tonglu è una “cittadina modello”, a un’ora d’auto dalla capitale del turismo interno cinese, Hangzhou. Il progetto - in cui si è impegnata una cordata di imprenditori transnazionali originari di Qingtian e residenti in Italia - prevede la realizzazione di una “Europatown”, un quartiere che amalgami in un ibrido esotizzante parchi a tema, centri commerciali, hotel di lusso, spa resort e casinò d’ispirazione europea.

China European City, infatti, si presenta come un insieme coeso di edifici costruiti in modo da emulare i tratti caratteristici del borgo italiano tipico, ma con un tocco di gigantismo alla cinese (la piazza, il campanile, i portici...). L’impatto estetico del rendering del progetto sull’osservatore europeo è straniante: un bizzarro esempio di esotismo occidentalista, ma sul consumatore cinese benestante - assicurano i proponenti - l’effetto è di grande seduzione.

Per tutti quei cinesi che non possono o non vogliono recarsi all’estero, questo surrogato offrirà le medesima opportunità di acquistare i grandi marchi europei, mangiare e bere all’europea, andare all’opera o a un concerto, per poi svagarsi all’ombra di cupoloni brunelleschiani e colonnati simil-Bernini. L’area coinvolta è di 400 mila metri quadrati, l’investimento è poco più di 420 milioni di euro (al cambio di gennaio 2015).

Se l’epopea italiana non decolla
Non è un caso che a proporre questo tipo di iniziative siano migranti transnazionali che risiedono in Italia o in altri paesi europei, e non return migrants ristabilitisi in Cina.

Il fattore motivante del ritorno di questi ultimi - per quanto riguarda l’area storica di provenienza dei “nostri” cinesi - sembra essere piuttosto il crollo delle aspettative, la fine del loro “sogno italiano”.

Emigrati sull’onda dell’ultima grande sanatoria e dei primi decreti flussi, convinti di poter realizzare a breve termine quelle “epopee veloci” di riuscita economica che avevano portato molti migranti degli anni Ottanta e Novanta dalla condizione di lavapiatti a quella di proprietario di una trattoria nel giro di meno di dieci anni, sono stati colti in contropiede dall’impatto con le mutate condizioni del mercato del lavoro degli anni Duemila.

I loro coetanei rimasti in Cina hanno spesso carriere più rapide delle loro, che perseguono assieme ai propri amici e parenti, nei contesti in cui sono cresciuti. Quelli che raccontano la decisione di tornare dopo pochi anni in Italia lo fanno senza amarezza, contenti di essere tornati per tempo in un paese che sentono ancora in corsa, ancora capace di stupire il mondo e offrire loro una chance di realizzazione personale.

Un paese che, a differenza di chi li ha preceduti, sono ancora in grado di sentire proprio, in cui si sentono a casa. E in cui, conservando i legami familiari con l’estero, fare da snodo locale per le imprese di import-export gestite dai propri parenti in Europa, aprendo loro le porte del mercato cinese.

Articolo pubblicato su OrizzonteCina, rivista online sulla Cina contemporanea a cura di Torino World Affairs Institute e Istituto Affari Internazionali.

Daniele Brigadoi Cologna è ricercatore e docente di Lingua e cultura cinese, Università degli Studi dell’Insubria; fondatore, agenzia di ricerca sociale Codici.

venerdì 20 marzo 2015

Cina: i rapporti con la Santa Sede

Santa Sede
Parolin, il chirurgo che ricuce tra Cina e Vaticano
Aldo Maria Valli
16/03/2015
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Sono molti i segnali di un rinnovato dialogo tra Santa Sede e Cina. Prima di tutto l’interesse di papa Francesco per l’Asia, testimoniato da numerose affermazioni del pontefice sull’importanza del continente e dai suoi viaggi in Corea del Sud, Sri Lanka e Filippine (il cui primate, cardinale Tagle, è di madre cinese).

Poi c’è il permesso concesso da Pechino al sorvolo del territorio cinese da parte dell’aereo papale sia all’andata che al ritorno da Seul (con relativi telegrammi del papa per invocare pace e benessere per il paese).

Né va dimenticata la frase di Bergoglio ai giornalisti (“Se andrei in Cina? Ma sicuro, domani!”) a seguito di uno scambio di messaggi con il presidente cinese Xi Jinping subito dopo il conclave.

A tutto questo si somma la decisione, in occasione della Via Crucis al Colosseo del 2013, di far portare la croce a due seminaristi provenienti dalla Cina.

E infine c’è la costante attenzione verso la Cina da parte del segretario di Stato della Santa Sede, il cardinale Pietro Parolin, il quale, quando era viceministro degli esteri vaticano durante il pontificato di Benedetto XVI, guidò trattative riservate con Pechino.

Tutto risolto, dunque tra Cina e Vaticano? Certamente no, perché i nodi sono tutti lì, ancora intricati. E si possono riassumere in due parole: vescovi e Chiesa. Ovvero: chi sceglie i vescovi in Cina? E da chi dipende la Chiesa cattolica cinese?

Vescovi e Chiesa in Cina
Attualmente i vescovi li sceglie il governo, attraverso l’Ufficio affari religiosi che è come dire il Partito comunista cinese. Da questo punto di vista, nulla in sostanza è cambiato rispetto ai tempi di Mao Tse-tung.

E qui veniamo al problema della Chiesa cattolica cinese che il governo vuole mantenere indipendente dal Vaticano, una Chiesa “patriottica” fedele più a Pechino che a Roma.

Da parte del governo cinese c’è stata qualche timida apertura sui vescovi. Pechino sembra ora disponibile a concedere al Vaticano una voce in capitolo nella scelta dei vescovi. È però irremovibile sul ruolo dell’Associazione patriottica, l’organismo che di fatto controlla ogni attività della Chiesa rispondendo direttamente al Partito comunista.

Insomma, se in Cina un cattolico vuole essere davvero fedele al papa, deve scendere, metaforicamente ma non tanto, nelle catacombe, e far parte della Chiesa detta sotterranea o clandestina.

A questo punto, quali margini di manovra ci sono? Sulla scelta dei vescovi, la Santa Sede è disponibile a trovare una formula che tenga conto delle esigenze di Pechino, a patto di avere l’ultima parola.

Nel 2007 Benedetto XVI lo disse chiaramente nella sua lettera ai cattolici cinesi: se l’ultima parola non spetta alla Santa Sede, il diritto alla libertà religiosa è una finzione. Da questo orecchio Pechino, però, non sembra sentirci.

Bergoglio, il non capitalista che piace alla Cina 
Ma allora perché il cardinale Parolin, parlando dei rapporti con la Cina in un’intervista al periodico dei francescani di Assisi, ha detto che “le prospettive sono promettenti” e ha accennato a “gemme” che potrebbero fiorire e dare buoni frutti?

Uno dei motivi di ottimismo è che Bergoglio, in quanto argentino, non è visto da Pechino come un classico rappresentante dell’Occidente capitalista. La sua provenienza geografica e culturale e le sue reiterate prese di posizione contro gli eccessi del liberismo lo stanno accreditando come un interlocutore con il quale poter avviare un confronto proficuo.

Francesco si ispira al confratello gesuita Matteo Ricci che cinque secoli fa andò missionario in Cina come uomo del dialogo, attento all’incontro con le persone e rispettoso della cultura cinese. Per Bergoglio, come per padre Ricci, l’azione culturale e quella diplomatica devono procedere insieme, sulla base del rispetto.

Sembrano progressi piuttosto labili, ma, sotto sotto, c’è anche qualcosa di più concreto. Secondo il sito argentino Infobae, mai smentito dal Vaticano, l’anno scorso papa Francesco, attraverso emissari argentini, avrebbe fatto recapitare una lettera personale al presidente cinese XI Jinping.

Conterrebbe un invito formale a visitare il Vaticano e vi si parlerebbe della necessità di stabilire rapporti costanti (le relazioni diplomatiche si sono interrotte nel 1951) “per contribuire così alla presa di decisioni in modo multipolare per garantire un superiore grado di governance al servizio di una società planetaria più fraterna e con maggiore equità sociale”.

Durante l’incontro con gli emissari argentini Bergoglio avrebbe detto: “Io sono un clinico. Ho detto che desidero andare in Cina, ma sui temi dell’Asia il chirurgo è il cardinale Parolin”.

In effetti è così. E il “chirurgo” Parolin deve operare su diversi tavoli. Oltre a curare i rapporti con le autorità di Pechino, deve occuparsi della questione, alquanto spinosa, dei rapporti fra gli stessi cattolici cinesi.

Decenni e decenni di divisioni e di intricati legami con il potere politico hanno portato a una situazione alquanto complicata e confusa. Individuare interlocutori credibili non è semplice, mentre è facilissimo urtare qualche sensibilità.

Davvero per il “clinico” Francesco e il “chirurgo” Parolin l’operazione Cina è ancora tutta in salita.

Aldo Maria Valli è vaticanista di Rai1.

venerdì 13 marzo 2015

Iran: quello che sta succedendo sul fronte avversario

Accordo sul nucleare iraniano
Netanyahu e l’alternativa del fallimento del negoziato 
Riccardo Alcaro
05/03/2015
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Il discorso al Congresso del premier israeliano Benjamin Netanyahu è sopra ogni cosa motivo di sconcerto.

Che un capo di governo straniero, su invito del partito politicamente avverso al presidente, attacchi senza misure né contraddittorio, il presidente degli Stati Uniti, a casa sua, di fronte alle camere riunite del Congresso degli Stati Uniti d’America, lascia una sensazione di sottile turbamento. Vale così poco il prestigio della carica presidenziale della nazione ritenuta la più potente della Terra?

Netanyahu contro l’accordo sul nucleare iraniano
Tuttavia, è necessario domandarsi se le circostanze che hanno originato il discorso siano tanto straordinarie da renderlo, se non appropriato sul piano del protocollo, necessario sul piano politico.

Tralasciando il fatto che Netanyahu ha criticato un testo ancora in fase di negoziazione, gli argomenti del premier israeliano possono essere ridotti a due:
- L’accordo consente all’Iran di mantenere un’autonoma capacità di arricchire l’uranio, per quanto limitata e sotto stretta sorveglianza internazionale, concedendogli, in sostanza, di mantenere una tecnologia necessaria a produrre non solo materiale per reattori, ma anche per bombe.
- L’accordo ha una durata limitata nel tempo; dopo dieci o quindici anni all’Iran verrebbe concesso di aumentare le sue capacità di arricchire l’uranio su scala industriale; e che cosa gli impedirebbe di costruirsi un arsenale nucleare?

I 5+1 (Usa, Francia, Germania, Regno Unito, Cina e Russia più l’Ue), ha sostenuto Netanyahu, dovrebbero lasciare il tavolo e chiamare il bluff degli iraniani che hanno bisogno di un compromesso più di quanto ne abbiano bisogno gli Usa, visto che in palio c’è la (progressiva) revoca delle sanzioni.

Per Netanyahu, l’unico accordo possibile è uno che costringa l’Iran a rinunciare all’arricchimento dell’uranio (o a mantenerlo in misura simbolica), una richiesta del tutto irricevibile per gli iraniani.

Invece che rincorrere i 5+1 offrendo loro maggiori concessioni è quindi più probabile Teheran li accusi di avanzare richieste eccessive e continui ad arricchire l’uranio.

Sanzioni sull’Iran
Chiunque conosce la questione sa benissimo tuttavia che la richiesta di rinunciare all’arricchimento è per l’Iran del tutto irricevibile. La vera alternativa proposta da Netanyahu è quindi l’assenza di un accordo e il fallimento del negoziato.

L’Iran deve continuare a sentire il peso delle sanzioni (che secondo lui dovrebbero essere mantenute a prescindere) e dell’isolamento internazionale.

Le sanzioni sono state però adottate per costringere l’Iran a trattare; se gli statunitensi facessero saltare il tavolo negoziale con richieste universalmente ritenute irragionevoli, quanto a lungo potrebbero mantenersi saldo il regime di sanzioni?

Ed in ogni caso le sanzioni possono avere inferto un danno all’economia iraniana, ma non hanno mai fermato il programma nucleare.

Tolta agli iraniani la chance di ottenere la revoca di almeno alcune delle sanzioni, che cosa li fermerebbe dal continuare a sviluppare il loro programma nucleare? E una volta raggiunta la ‘soglia critica’ oltre la quale l’Iran acquisirebbe capacità nucleari belliche, quale potrebbe essere la risposta di Usa e Israele, se non un attacco?

Eppure, nemmeno un attacco sarebbe risolutivo. Il Pentagono anni fa calcolò che al massimo rallenterebbe il programma nucleare iraniano di un paio d’anni o qualcosa di più.

E certamente a quel punto l’Iran non avrebbe più motivo per accettare ispezioni Onu sulle sue attività nucleari che con ogni probabilità verrebbero apertamente indirizzate ad uso militare. L’attacco sarebbe solo parzialmente efficace e al prezzo di avere ulteriormente destabilizzato il Medio Oriente.

Opzioni Obama e Netanyahu allo specchio
L’alternativa diplomatica dell’amministrazione Obama non è ideale. Ma è migliore di quella (non) proposta da Netanyahu.

L’Iran continuerà comunque ad arricchire l’uranio; nel caso di un accordo (opzione Obama), lo farebbe in modo molto limitato e sotto ispezioni Onu per dieci anni almeno e poi su scala più grande successivamente. Secondo l’opzione Netanyahu, l’Iran non avrebbe vincoli né incentivi ad accettare ispezioni più intrusive.

L’Iran avrà una capacità di arricchimento industriale prima o poi. Secondo l’opzione Obama, lo farà al termine di un processo almeno decennale durante il quale dovrà attenersi a standard di non-proliferazione molto stringenti. Secondo l’opzione Netanyahu, potrebbe espandere l’arricchimento su scala industriale a partire da domani.

L’Iran potrebbe sempre barare. Vero, ma con l’opzione Obama dovrebbe farlo avendo ispettori Onu sul terreno; secondo l’opzione Netanyahu, potrebbe arrivare a limitare al minimo le ispezioni. Più facile quindi scoprire l’inganno nel primo che nel secondo caso.

Il rischio di un confronto armato non è scongiurato. Ma nell’opzione Obama sarebbe comunque rimandato tra almeno dieci anni e, se davvero si arrivasse a tanto, nessuno potrebbe accusare gli Stati Uniti di non avere fatto di tutto pur di risolvere la questione diplomaticamente.

L’opzione Netanyahu invece avvicina il rischio di un attacco mentre ne riduce la legittimità internazionale.

Lo spettacolo di numerosi membri del Congresso che accolgono il premier di una nazione straniera quasi fosse un generale di ritorno da una guerra vittoriosa, facendogli largo al passaggio, affrettandosi a stringergli la mano, interrompendolo con applausi scroscianti dozzine di volte mentre attacca il loro stesso presidente, è ben poco edificante per il loro prestigio.

Che lo abbiano messo in scena di fronte ad argomenti tanto deboli è poco rassicurante riguardo alla loro capacità di giudizio.

Riccardo Alcaro è responsabile di ricerca dello IAI e non-resident Fellow presso il CUSE della Brookings Institution di Washington.
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