Asia

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Metodo di ricerca ed analisi adottato

Per il medoto di ricerca ed analisi adottato

Vds post in data 30 dicembre 2009 sul blog www.coltrinariatlanteamerica.blogspot.com
seguento il percorso:
Nota 1 - L'approccio concettuale alla ricerca. Il metodo adottato
Nota 2 - La parametrazione delle Capacità dello Stato
Nota 3 - Il Rapporto tra i fattori di squilibrio e le capacità delloStato
Nota 4 - Il Metodo di calcolo adottato

Per gli altri continenti si rifà riferimento al citato blog www.coltrinariatlanteamerica.blogspot.com per la spiegazione del metodo di ricerca.

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lunedì 10 novembre 2014

Pakistan: quante cose gli mancano

Il paese di tutte le incertezze
Pakistan, è sempre l’ora dei militari
Sofia Zavagli
26/10/2014
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Non è mai abbastanza. Il Pakistan non è abbastanza grande demograficamente per rivaleggiare ad armi pari con l'India.

Non è abbastanza forte da garantirsi un ruolo da potenza regionale senza il bisogno di un arsenale atomico né di uno stato, l'Afghanistan, che funga da sua profondità strategica, ovvero da suo vassallo.

Non abbastanza nazione da reggersi senza coagulare le proprie tensioni etniche intorno all'Islam, unico perno fondante di uno paese che altrimenti si dissolverebbe sotto il peso delle differenze etniche e religiose.

Soprattutto, il Pakistan non è abbastanza uno stato. Dopo più di sessant'anni di governi autoritari alternati da colpi di stato militari, vive ancora oggi un periodo di grave instabilità.

A più di un anno dalle contestate elezioni che hanno portato al potere la Lega Musulmana (Pml-N) di Nawaz Sharif e all'indomani della proclamazione del nuovo presidente afghano, il Pakistan sembra non uscire da una crisi perpetua.

Chi ha paura di Imran Khan?
Un mezzo fallimento è stata la Marcia delle Libertà che si è tenuta il 14 agosto quando Imran Khan, ex star del cricket e leader del partito Pakistan Tehreek-e -Insaf (Pti), ha guidato il gruppo di chi chiede le dimissioni del governo Sharif, eletto a grande maggioranza, ma accusato di brogli, nel maggio 2013.

Alle proteste scatenate dal Pti si è unito anche il Pakistan Awami Tehreek (Pat) del leader sufi Mohammad Tahir-al-Qadri. Ciononostante, lo slogan di Khan “Go Nawaz Go” non è riuscito a fare breccia nella popolazione e la marcia non ha coinvolto i milioni di persone che gli organizzatori si aspettavano.

Forse perché la vera domanda che serpeggia oggi in Pakistan non è chi ha paura di Imran Khan ma quanto durerà? Quando i militari, per adesso rimasti silenziosamente nell'ombra, torneranno a ricordarci che sono loro a decidere da sessant'anni a questa parte chi comanda?

Dopo il trauma della perdita del Pakistan dell'est (oggi Bangladesh) nel 1971, l'ossessione nazionalista per i confini ha fatto sì che ogni governo abbia dovuto fare i conti con i militari. A loro non è mai piaciuto il disordine politico, perché ad esso sarebbe potuto seguire un vuoto di potere sfruttabile dall'India. Interverranno questa volta per ridare ordine al caos?

Servizi segreti come prezzemolo
Uno dei segreti peggio celati in questa parte del mondo è il costante coinvolgimento del Pakistan e in particolare dei suoi servizi segreti, l'Inter-Services Intelligence (Isi) negli affari interni dello stato. Basta pensare a quanto accadeva durante la guerra in Afghanistan, quando era proprio l'Isi ad occuparsi di distribuire i soldi sauditi e le armi made in Usa ai ribelli che combattevano contro i sovietici.

Dopo l'11 settembre, i quadri di Al-Qaida si sono trasferiti nella regione al confine tra Pakistan e Afghanistan, nota come Fata (Federally administered tribal areas). I Taliban - che godono della simpatia dell’Isi - hanno qui costituito una propria branca nazionale, la Tehreek-e - Taliban Pakistan.

Il governo pakistano ha reagito alla loro presenza nelle semi autonome e semi anarchiche aree tribali nel Nord-Ovest del paese con campagne militari di (voluta?) scarsa efficacia e con il mal sopportato “aiuto” dei droni statunitensi.

Questo fino a giugno 2014 quando, in seguito all'attentato all'aeroporto di Karachi rivendicato dai Taliban, Sharif ha scatenato un'offensiva militare nel Waziristan del Nord che fino ad ora ha provocato la morte di circa 1000 presunti militanti.

Gli amici segreti dei Taliban
La simpatia di ampie fette dell'apparato statale pakistano verso i Taliban e più in generale verso gruppi islamisti militanti, ha fatto sì che l'Afghanistan non sia mai uscito dall'orbita d'interesse di Islamabad.

Ecco perché il governo pakistano guarda con grande attenzione ai recenti sviluppi a Kabul, dove dopo mesi di attesa e numerose (trenta) visite del segretario di Stato americano John Kerry, si è finalmente giunti a un governo di compromesso tra i due candidati maggiori presieduto da Ashraf Ghani, ex ministro delle finanze ed ex consulente per la Banca Mondiale.

Ma ciò che ha attratto veramente gli sguardi della comunità internazionale e di Islamabad in particolare, è stata la firma del Bilateral Security Agreement (Bsa) con gli Usa che prevede la permanenza di circa 10000 unità a partire dal 1° gennaio 2015 e di un trattato simile con la Nato che aggiunge circa 4000 soldati, provenienti in massima parte da Regno Unito, Italia, Germania e Turchia.

Dal punto di vista pakistano, la permanenza delle truppe della coalizione favorisce lo status quo, ovvero impedisce ad altre forze regionali di immischiarsi negli affari interni dell'Afghanistan, fa sì che l'Afghanistan rimanga una zona cuscinetto sua vassalla, allontanando il pericolo di un eventuale accerchiamento da parte delle forze filo-indiane.

Sofia Zavagli è stagista dell’area Sicurezza e Difesa dello IAI.
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lunedì 27 ottobre 2014

Summit Asia-Europa

Asia-Europe meeting
All’Asem l’Ue cerca un ruolo nel grande gioco asiatico 
Nicola Casarini
16/10/2014
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Il decimo summit dell’Asia-Europe meeting (Asem), in programma a Milano il 16-17 ottobre è un’occasione per riflettere sui traguardi raggiunti, e le sfide future, che attendono questo forum di discussione inter-regionale unico nel suo genere.

Il suo maggior successo sta nell’essere riuscito, nel corso degli anni, a restare il solo forum di dialogo tra Europa e Asia veramente rilevante, a tal punto che molti altri paesi non appartenenti al gruppo originario vi hanno voluto via via aderire.

Oggi però, la crescita esponenziale dei suoi membri è il suo limite maggiore. Per uscire da questa impasse sarebbe opportuno ritornare allo spirito delle origini, attraverso un rinnovato partenariato tra Unione europea (Ue), e Asean+3 (Cina, Giappone e Corea del Sud).

Asem contraltare all’Apec
L’Asem mette insieme, da una parte, i 28 paesi membri della Ue, due paesi associati quali la Svizzera e la Norvegia e la Commissione europea.

Dall’altra, ci sono venti paesi asiatici: i dieci membri dell’Associazione delle nazioni del Sud est asiatico, Asean, - più il Segretariato Asean - e poi Cina, Giappone, Corea del Sud (per l’Asia nord-orientale), India, Pakistan e Bangladesh (per l’Asia meridionale), Australia, Nuova Zelanda e Russia. Per un totale di 51 membri - e la prospettiva di accoglierne dei nuovi.

Questo numeroso consesso rappresenta circa il 60% della popolazione mondiale, la metà della ricchezza globale, e due terzi del commercio internazionale. Eppure è proprio questo che ne limita la sua azione.

Troppi sono infatti i paesi membri e troppe le diversità perché l’Asem possa esercitare in maniera efficace quel ruolo di promozione del dialogo e degli scambi tra Europa e Asia che lo ha fatto nascere.

La creazione dell’Asem nel 1996 rappresentò una novità nello scacchiere internazionale, istituzionalizzando per la prima volta dal secondo dopoguerra un canale di dialogo diretto tra i leader delle due parti, con la non celata intenzione, da parte europea, di far da contraltare all’Apec, l’Asia-Pacific economic cooperation di ispirazione americana, e da parte asiatica, ridurre la predominanza delle relazioni transatlantiche sull’economia globale.

Al primo summit dell’Asem a Bangkok parteciparono in 26: per la parte europea, gli allora 15 paesi membri della Ue più la Commissione europea. Da parte asiatica, gli allora sette paesi membri dell’Asean più Cina, Giappone e Corea del Sud - il cosiddetto Asean+3.

Questo gruppo, nato a margine del primo incontro Asem - e apertamente osteggiato dalle varie amministrazioni Usa, che vi vedevano in esso un tentativo di limitare l’influenza di Washington - è divenuto da allora il punto focale del processo di integrazione in Asia.

Contributo italiano nell’Asem
Attraverso l’Asem, la Ue ha così giocato sia la carta geopolitica - attraverso la creazione di un forum alternativo all’Apec - che la carta dei principi - appoggiando l’Asean+3 e, più in generale, le iniziative asiatiche verso una maggiore integrazione.

Ma mentre il mondo è profondamente cambiato dal 1996, non lo è l’Asem che si è allargato, senza mai però ripensarsi veramente. Con 51 membri, che vanno dall’Australia alla Russia passando per il Bangladesh, che futuro può avere l’Asem? E quale potrebbe essere il contributo dell’Italia?

Sarebbe nell’interesse di lungo termine della Ue quello di promuovere, all’interno dell’Asem, una discussione in vista di un accordo di libero scambio con il gruppo dell’Asean+3 (all’origine, lo ricordiamo, dell’Asem stesso).

Questo avrebbe un duplice risultato, sia economico che geopolitico. Da una parte, metterebbe insieme la serie di accordi che l’Ue ha già siglato (l’accordo di libero scambio con la Corea del Sud e Singapore), che ha in essere (Vietnam, Giappone) e quelli sui quali c’è un’intenzione di massima (Asean, Cina).

Allo stesso tempo, lancerebbe un messaggio politico di grande importanza verso l’Asia, incluso un appoggio pieno ai tentativi di integrazione regionale.

Nuovo partenariato Ue-Asean+3
Con una tale proposta, l’Ue eviterebbe di venire esclusa dalle dinamiche in atto in questa parte del mondo, visto anche che l’Unione è il secondo partner commerciale dell’Asia, subito dopo la Cina, ma prima degli Stati Uniti.

Questi ultimi - attraverso la cosiddetta Trans Pacific Partnership - mirano a creare un’area di libero scambio con alcuni paesi dell’Asia che tenderebbe a escludere alcune economie, quali la Cina. Ciò minerebbe in profondità gli sforzi verso una maggiore integrazione regionale. Inclusi quelli - seppur difficili, ma degni di essere perseguiti - tra Pechino, Seoul e Tokyo.

Un eventuale accordo di libero scambio tra le tre grandi economie dell’Asia nord-orientale avrebbe importanti ricadute sulla sicurezza regionale. E ciò non è marginale in quest’area del mondo attraversata da forti nazionalismi.

Il governo italiano si trova in una situazione di forza in questo momento. La nomina del nostro Ministro degli Esteri, Federica Mogherini, ad Alto rappresentante dell’Unione per la politica estera lo testimonia.

Potrebbe essere il lancio di un nuovo partenariato tra Ue e Asean+3 l’occasione per la politica estera italiana - ed europea - di inserire stabilmente l’Ue nel grande gioco asiatico raccogliendone i frutti sia economici sia politici?

Nicola Casarini è Public Policy Scholar presso il Wilson Center in Washington e consulente di ricerca dello Iai.
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Cina: una protesta che cova dal 1997

Asia
La Cina non teme il contagio di Hong Kong
Silvia Menegazzi
11/10/2014
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La protesta ad Hong Kong è lo sfogo di un malcontento cresciuto sin dal 1997 che la Cina conosce bene. Le motivazioni della protesta scoppiata nel distretto finanziario di Hong Kong sono montate soprattutto nell’ultimo decennio.

Almeno dal 2004, quando migliaia di cittadini erano scesi nelle piazze per richiedere il suffragio universale in vista delle elezioni dello chief executive del 2007, decisione esclusa ieri come oggi, dal governo centrale.

La situazione è precipitata a giugno con la pubblicazione del Libro Bianco contenente le vere linee guida di Pechino per la Regione amministrativa speciale di Honk Kong, Hksar, tra cui, “il potere di controllo del governo centrale sull’alto grado di autonomia accordato alla regione ad amministrazione speciale della Hksar”.

In vista delle elezioni del 2017 il malcontento sarebbe poi ulteriormente peggiorato,anche a causa della scelta decisiva di Pechino in merito ai candidati ammessi: solo 2 o 3 e ovviamente, “amanti della Cina”.

Da Hong Kong a Guanzhou
Più democrazia e diritti, questa la questione alla base del forte contrasto tra Pechino ed i migliaia di manifestanti che hanno assediato le strade della ex-colonia britannica nell’ultima settimana.

Il New York Times riporta che l’eco della protesta sarebbe giunto fino alla provincia cinese del Guangdong, Guanzhou, dove un gruppo di attivisti ha deciso di dimostrare solidarietà tramite l’iniziativa “Going Bald for Hong Kong”, in seguito al “la” dato da Ou Biaofeng, attivista indipendente, che per solidarietà decide di rasarsi i capelli. L’iniziativa ha fatto il giro del - seppur controllato - web cinese, raccogliendo anche il consenso di alcune decine di attivisti.

Censura e simpatizzanti esclusi, è fondamentale sottolineare come le proteste del movimento di Occupay Central (OC), presentino però ben poca continuità con le centinaia di altre proteste (o “incidenti di massa” qúntǐ shìjiàn) che avrebbero interessato la Cina continentale di questi ultimi anni, dove questioni relative alle condizioni economiche e ancor più sociali di migliaia di cinesi sembrerebbero influire molto di più al fine della mobilitazione di massa.

Inoltre, se da un lato gli abitanti della madrepatria difficilmente guarderebbero ai cittadini di Hong Kong con ammirazione, considerandoli almeno in parte, il frutto di quello sviluppo economico che tanti di loro non hanno mai conosciuto; dall’altro, la protesta sembrerebbe aver raccolto la solidarietà certa seppur quasi esclusiva, di quelle provincie, speciali o a statuto conteso che siano, che per questioni identitarie e/o politiche da tempo sarebbero in combutta con il governo centrale.

In primis, Taiwan. Ma Ying-Jeou, ex-sindaco di Taipei e attuale Presidente in carica, fa sapere che non solo Taiwan sostiene le proteste pro-democratiche di Hong Kong, ma che i valori promossi dagli attivisti del movimento Oc sono gli stessi alla base del Kuomintang, il Partito nazionalista cinese.

Simpatia per il movimento di Hong Kong potrebbe forse arrivare, seppur in sordina, anche dallo Xinjiang - regione autonoma uigura - sulla scia del malcontento generato dalla decisione presa proprio a fine settembre a Urumqi di condannare all’ergastolo Ilham Thoti, intellettuale e stimato professore all’Università delle minoranze di Pechino.

Proteste nella Cina continentale
Le proteste di Oc scoppiano in un momento particolarmente delicato per i rapporti stato-società in Cina. Solo qualche anno prima, nel 2008 e nel 2009, proteste notoriamente rumorose sconvolgevano altre due regioni autonome, Tibet e Xingjiang, attirando l’attenzione della comunità internazionale.

E tuttavia, coloro che avrebbero visto nelle proteste di Hong Kong una qualsiasi forma di continuità con le proteste che (giornalmente) interessano centinaia di cinesi, così come quelle delle due regioni autonome, potrebbero rimanere delusi.

Anche se dagli inizi degli anni 2000 in Cina c’è stato un chiaro aumento delle proteste popolari, queste non riguardano questioni affini a una maggiore richiesta di democrazia, trattandosi perlopiù di questioni generate da un malcontento relativo alla trasformazione socio-economica in termini spesso peggiorativi delle classi più povere, delle sempre più problematiche questioni ambientali, o più semplicemente, contro i funzionari corrotti a livello locale.

Tranquillità per Pechino 
Da Pechino però, proprio in uno dei pochi editoriali dedicati alle proteste, quello del Global Times, fanno sapere che nonostante gli incidenti di massa rappresentino un problema serio in Cina, questi non costituiscono una sfida diretta per la stabilità della società cinese.

Il timore di contagio delle proteste nella Cina continentale resterebbe dunque altamentente infondato. Così come attribuirne l’assenza esclusivamente alla censura degli organi governativi, offre un’analisi limitata per poter comprendere la complessità della relazione stato-società della Repubblica popolare cinese.

Silvia Menegazzi è Assistente di Cattedra di Relazioni Internazionali, PhD Fellow Dipartimento di Scienze Politiche, LUISS.
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lunedì 20 ottobre 2014

Turchia: sempre più lontano dall'Europa

Turchia
La scuola di Erdoğan, sì al velo, no ai tatuaggi
Emanuela Pergolizzi
30/09/2014
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Da Istanbul a Kars, da Izmir a Van le scuole turche hanno aperto le porte a un nuovo anno accademico proprio mentre nei corridoi scolastici si è giocato l'ultimo - almeno per ora - braccio di ferro tra i principi laici della repubblica kemalista e le riforme del governo del partito della Giustizia e dello sviluppo (Akp) dell'oggi presidente della repubblica, Recep Tayyip Erdoğan.

Sì al velo, no ai trucchi
Con una dichiarazione rilasciata il 22 settembre, il nuovo primo ministro Ahmet Davutoglu ha annunciato la decisione del suo governo di abolire il divieto di indossare il velo in scuole medie e licei, a partire dal decimo anno d'età.

Da sempre in primo piano nell'agenda politica dell'Akp, la nuova regolamentazione è l'ultimo di una serie di passi che dal 2008 hanno tentato di eliminare il tabù del velo.

Nel 2011 le prime studentesse velate poterono fare ingresso nelle aule universitarie, eliminando la restrizione che le aveva lasciate per decenni dietro le porte dell'istruzione superiore. Nel novembre 2012, il divieto fu abolito anche per gli imam-hatip, i licei religiosi, e durante i corsi opzionali per lo studio del Corano in tutti gli istituti superiori pubblici e privati.

L'anno scorso infine, è stata la volta di maestre e professoresse, beneficiarie della liberalizzazione del velo in tutte professioni pubbliche grazie al cosiddetto "pacchetto di democratizzazione" varato in autunno dal governo.

Una progressione verso un'apertura democratica necessaria, ma anche verso una Turchia che si arricchisce di nuovi simboli e modelli.

Così se da un lato si è permesso l'uso del velo, nel fine settimana un'ulteriore modifica del codice d'abbigliamento degli studenti ha vietato l'utilizzo del trucco, della tintura per capelli, di piercing e tatuaggi nelle scuole.

Imam-hatip, licei religiosi in aumento
Accolte con entusiasmo dai sostenitori dell'Akp, le nuove regolamentazioni mostrano il volto religioso-conservatore della Turchia storicamente repressa dalla laicità sorda dello stato e sferrano l'ultimo violento colpo di coda ai principi del fondatore della repubblica, Mustafa Kemal.

Dal maggiore attore d'opposizione, il partito del Popolo repubblicano (Chp) di ispirazione kemalista, si sollevano forti preoccupazioni circa l'avanzamento verso una Turchia veramente più libera e democratica.

La nuova misura va infatti inserita all'interno di una complessa costellazione di riflessioni, come il sorprendente aumento dei licei religiosi, gli imam-hatip, cresciuti circa del 73% dal 2010 secondo ricerche dell'Università Sabanci.

Preoccupazioni profonde sono poi state espresse in agosto, quando a seguito dell'esame di transizione tra la scuola primaria e secondaria (Teog) - un sistema d'assegnazione dei bambini alle scuole superiori sulla base del punteggio ottenuto nell'esame finale della scuola media - molti ragazzi, anche di religione non musulmana, si sono visti iscritti d'ufficio alle scuole islamico-religiose.

Infine, proprio il giorno dopo l'inizio delle lezioni, il 16 settembre, la Corte europea dei diritti umani ha chiesto ad Ankara di rivedere l'obbligatorietà del corso di "cultura religiosa e conoscenza morale", basato su principi di ispirazione sunnita e imposto anche ai ragazzi di credo alevi, principale minoranza sciita del paese che da anni lamenta discriminazioni aperte da parte del governo.

La silenziosa rivoluzione di Erdoğan
Acquista nuove forme e significati uno degli slogan storici del presidente Erdogan - "sessiz devrim", silenziosa rivoluzione.

La "nuova Turchia" annunciata al termine della sua vittoriosa campagna presidenziale di agosto, è un paese dove il velo è ormai libero tanto nei corridoi istituzionali di Ankara che in quelli scolastici, ma dove emergono nuovi interrogativi e tabù.

A settembre, un referendum ha chiesto ai genitori degli studenti del liceo privato Elginkan di esprimere la loro opinione sulla possibilità di vietare l'uso delle gonne per le ragazze. Già l'anno scorso a Trabzon il direttore provinciale per l'educazione aveva espresso forte disagio per la vicinanza di ragazzi e ragazze nelle scale dei licei. Quasi negli stessi giorni, a Sparta, un altro istituto aveva decretato la loro separazione nelle mense comuni.

Anche se i connotati della "silenziosa rivoluzione" di Ankara resto ancora incerti, il braccio di ferro sulla laicità, principio-faro della repubblica kemalista, è ormai definitivamente vinto dal governo.

Emanuela Pergolizzi è stata stagista IAI nel quadro del programma Global Turkey in Europe (twitter: @empergolizzi).
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mercoledì 15 ottobre 2014

Corea del Nord: perdura l'assensa

In occasione del 69° anniversario della fondazione del Partito dei Lavoratori, di cui è capo, non si è presentato il dittatore nord coreano Kim Jong un, assente dalla scena pubblica da oltre un mese. Le ipotesi che sono state fatte si riassumono nelle due più probabili: l'assenza è dovuta ad una malattia, che sembra essere, quindi, grave, oppure Kim è prigioniero del numero 2 della Nomenclatura nordcoreana Hwang Pyong-so. La lotta al vertice dello Stato sembra farsi più cruenta sian nella prima che nella seconda ipotesi.
La forma è stata rispettata: al posto assegnato a Kim durante la cerimonia è stato posto un vaso di fiori. La stampa del regime non ha commentato l'evento.

lunedì 29 settembre 2014

Filippine: arrestano un imam

Giovedì 10 luglio, l’imam australiano Musa Cerantonio è stato arrestato all’aeroporto di Lapu-Lapu, nell’isola filippina di Cepu, unitamente a due cittadini filippini che lo accompagnavano. Le autorità locali hanno formalmente accusato Cerantonio di aver condotto attività di proselitismo radicalista nelle Filippine, dove, attraverso messaggi di propaganda diffusa sui social network, avrebbe cercato di reclutare combattenti jihadisti pronti ad unirsi alle fila dello Stato islamico (IS) in Iraq e in Siria. Presente nel Paese dal 2013, il predicatore australiano avrebbe stabilito un contatto con Abu Sayyaf, gruppo affiliato ad al-Qaeda attivo nel Paese da circa venti anni, ha riportato l’attenzione sul possibile riacutizzarsi della minaccia islamista radicale nel Paese. 
Infatti, già nelle scorse settimane le autorità filippine avevano registrato una ripresa dell’attività del gruppo e  solo l’intervento delle Forze Armate, nella provincia di Sulu e ne! ll’isola di Basilan, aveva permesso di sgominare alcune cellule pronte a mettere a punto nuovi rapimenti nel sud dell’arcipelago. Nonostante l’efficacia della strategia anti-terrorismo adottata da Maila, e il conseguente indebolimento di cui è stato vittima Abu Sayyaf in questi ultimi anni, i recenti sviluppi sembrerebbero indicare un nuovo fermento nel panorama jihadista locale. Tuttavia, lo storico legame di Abu Sayyaf con il network del terrorismo internazionale e, in particolare, con altri gruppi islamisti di matrice radicale presenti nel sudest asiatico lascia presupporre come tale rinvigorimento potrebbe avere importanti ripercussioni non solo sulla sicurezza interna ma soprattutto sulla possibilità di una nuova ripresa del fenomeno terroristico in tutta la regione.


Fonte CESi Newsletters 153

AFganista: il lungo travaglio elettorale

Mercoledì 2 luglio, la Commissione Elettorale Indipendente (IEC) afgana, ha reso noti i risultati preliminari del secondo turno delle elezioni presidenziali, tenutosi lo scorso 14 giugno. Dal primo conteggio, sembrerebbe che l’ex economista della Banca Mondiale, Ashraf Ghani, abbia ottenuto il 56,4% dei voti, ribaltando, di fatto, la netta affermazione al primo turno del suo rivale Abdullah Abdullah, che contesta ora la veridicità delle proiezioni. Secondo le denunce di Abdullah, infatti, gli attuali risultati sarebbero stati falsati dai pesanti brogli, messi in atto durante l’ultima tornata, che avrebbero interessato soprattutto alcune province orientali, bacino elettorale di Ghani. Già nelle settimane successive alla consultazione, i sostenitori di Abdullah erano scesi in piazza per manifestare contro tali irregolarità e contro l’apparente coinvolgimento della stessa Commissione, tanto da indurre il Segretario della IEC, Ziaul Haq Amarquel a rassegnare le proprie d! imissioni. 
Il rifiuto di Abdullah di riconoscere i risultati e l’intenzione di formare, in caso di sconfitta, un governo parallelo all’autorità ufficiale ha suscitato la preoccupazione della Comunità Internazionale che guarda alla dilatazione dello stallo politico in atto e alla delegittimazione del processo elettorale come ad una pericolosa minaccia per la futura stabilità istituzionale del Paese. In proposito, il Segretario di Stato americano, John Kerry,  è giunto a Kabul nella giornata di venerdì per cercare di trovare una soluzione condivisa tra le parti che possa, da un lato, porre termine al braccio di ferro tra i due candidati, dall’altro, assicurare la tutela e la credibilità delle istituzioni governative, messe in discussione dall’attuale impasse politico.


Fonte CESI Newsletters 152

Cina: tensione nel Mar Cinese Meridionale

Fonte CESI News letters 152
Venerdì 4 luglio, la Marina militare cinese ha fermato un peschereccio vietnamita nei pressi dell’isola di Hainan, Mar cinese meridionale, arrestando i sei pescatori presenti a bordo. Le autorità di Pechino hanno denunciato la violazione delle acque territoriali cinesi da parte dell’imbarcazione, mentre il governo di Hanoi ha fatto sapere che la stessa stava solcando acque appartenenti a un’area di pesca comune. Accaduto a meno di due mesi di distanza dall’installazione da parte di Pechino dell’impianto di trivellazione Hayang Shiyou 981 nei pressi delle isole Paracel, che aveva generato forti violenze anti-cinese ad Hanoi, l’episodio rischia ora di riacutizzare le tensioni tra i due Paesi. 
La detenzione dei pescatori vietnamiti, tuttavia, appare solo l’ultima manifestazione dell’ assertività cinese, che rappresenta un fattore di criticità non solo per i rapporti bilaterali tra Pechino e Hanoi ma anche per la stabilità generale di un’area, quale il! Mar Cinese Meridionale, in cui si intrecciano le rivendicazioni di altri attori che si affacciano su questo tratto di mare (Taiwan, Brunei, Filippine e Malesia) e che guardano all’atteggiamento cinese come ad un pericoloso fattore di criticità per i propri interessi strategici nella regione.
Improntata a una strategia del “fatto compiuto”, infatti, la politica di interdizione messa in atto dalle autorità cinesi, per impedire l’accesso alle imbarcazioni straniere nelle acque rivendicate, mira ad imporre in modo unilaterale una nuova definizione dei confini delle acque territoriali e delle Zone Economiche Esclusive, con forti ripercussioni sui diritti di sfruttamento delle risorse presenti nell’area e, conseguentemente, della sovranità territoriale degli altri Stati rivieraschi. 

Corea del Sud. la Cina è più vicina

Giovedì 3 luglio, il Presidente cinese Xi Jingping si è recato a Seul per incontrare il Presidente sudcoreano Park Geun-hye, in una storica visita che ha visto il leader di Pechino giungere direttamente in Corea del Sud, senza alcuna tappa preventiva a Pyongyang.
L’incontro è stato occasione non solo per consolidare le relazioni economiche bilaterali, che vedono la Cina quale primo partner commerciale sudcoreano, ma anche per portare avanti il dialogo attorno ai temi di reciproco interesse per la stabilità regionale, con particolare attenzione dedicata alla questione nordcoreana e alla nuova politica di sicurezza portata avanti dal Primo Ministro giapponese, Shinzo Abe.
Da una parte, infatti, l’imprevedibilità del regime di Pyongyang spinge Seul a cercare l’appoggio di Pechino per la gestione della minaccia a nord del 38° parallelo. In questo senso, risale a mercoledì scorso l’ultimo test di missili a corto raggio ordinato dal leader nordcoreano Kim Yong Un, chiara provocazione diretta ai governi dell’area, che sembra confermare le preoccupazioni riguardo all’atteggiamento della Corea del Nord.
D’altra parte, il governo di Pechino si mostra interessato a rafforzare l’intesa con Seul per cercare di arginare il rinnovato protagonismo politico di Tokyo. Nonostante la recente apertura di un dialogo tra Corea del Sud e Giappone, inaugurato dall’incontro Park-Abe dello scorso marzo a L’Aia, il governo di Seul sembra guardare con cautela alla reinterpretazione del ruolo delle Forze di Autodifesa giapponesi promosso dall’esecutivo. In questo senso, il governo di Pechino potrebbe sfruttare le divergenze tra Seul e Tokyo per rendere più difficile la formazione di un’alleanza anti-cinese nel Mar Cinese Orientale.

Fonte CESI. Newsletters 151

Taiwan: ravvicinamento tra le due Cine

Giovedì 26 giugno, il responsabile dell’ufficio per gli affari taiwanesi del governo cinese, Zhang Zhijun, è sbarcato a Taipei e, nell’ambito di una visita ufficiale di quattro giorni, ha incontrato il suo equivalente a Taiwan, Wang Yu-chi. L’incontro fa seguito al primo round di colloqui tenutosi lo scorso febbraio a Nanjing, quando il rappresentante taiwanese aveva accolto l’invito del governo cinese, ponendo fine a 65 anni di rapporti tesi tra la Repubblica Popolare Cinese (PRC) e la Repubblica di Cina (RoC).
Il percorso di riavvicinamento tra Cina e Taiwan, lentamente avviato sin dal 2008 sotto la presidenza taiwanese di Ma Ying Jeou, potrebbe essere approdato ad una fase decisiva, a cominciare dalla definizione di stabili relazioni commerciali. Nel corso degli ultimi anni, infatti, lo scopo principale dei rappresentanti dei rispettivi Paesi è stato orientato verso una progressiva intensificazione dei commerci che, nel 2014, ! hanno raggiunto un valore pari a 197 miliardi di dollari.
 
Il secondo meeting ufficiale tra Cina e Taiwan deve misurarsi, tuttavia, anche con l’ostilità di buona parte dell’opinione pubblica taiwanese, da sempre molto sensibile al tema dei rapporti con Pechino. Le manifestazioni di protesta popolare verificatesi lunedì scorso dinanzi alla sede del Ministero per gli affari cinesi di Taipei denotano come l’evoluzione dei rapporti sino-taiwanesi, anche se sostenuta dagli ambienti imprenditoriali, deve confrontarsi con l'opposizione della maggioranza della popolazione locale.


Fonte CESI Newsletters 151

Filippine. Lotta contro il movimento islamista


Fonte CESI. 
Lunedì 23 giugno, a seguito di due blitz effettuati dalle forze governative nei pressi di Zamboanga, a sud dell’isola di Mindanao, sono stati arrestati 4 sospetti membri di Abu Sayyaf, movimento islamista che opera nelle regioni meridionali del Paese e che qui intende costituire uno Stato islamico indipendente. L’operazione congiunta da parte di polizia ed Esercito ha sventato un tentativo di sequestro di un gruppo di turisti da parte della cellula jihadista. Il business dei rapimenti è ormai divenuto il principale strumento di finanziamento e pressione politica nei confronti del governo centrale per i miliziani salafiti. Benché la strategia anti-terrorismo filippina sia riuscita, col tempo, a indebolire la struttura dell’organizzazione e a ridurne il numero dei comba! ttenti, il gruppo risulta ancora presente nelle regioni meridionali dell’arcipelago. A riprova di ciò, lo scorso 19 giugno nuovi scontri nei pressi di Patikul, a sud dell’isola di Basilan, hanno causato la morte di 10 miliziani e di 7 soldati dell’Esercito. A questo proposito, desta particolare preoccupazione un’eventuale ripresa delle attività insurrezionali da parte di Abu Sayyaf, soprattutto alla luce del recente rifiuto del gruppo a partecipare alle trattative di pace avviate tra Manila e il Fronte islamico di Liberazione Moro (MILF), altra formazione anti-governativa islamista attiva nella regione. Una riacutizzazione delle violenze, infatti, rappresenterebbe un serio rischio per la fragile sicurezza interna e potrebbe compromettere il delicato processo di pacificazione del Paese, lacerato dalle violente guerriglie separatiste da oltre trent’anni.

martedì 16 settembre 2014

Giappone: il nodo della difesa

sia
Giappone, nuova interpretazione costituzionale sulla rinuncia alla guerra 
Natalino Ronzitti
18/08/2014
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Una “Cabinet Decision”, con cui s’intende reinterpretare l’art. 9 della Costituzione giapponese: quello conclusosi il 1° luglio è stato un processo di “reinterpretazione” e non “emendamento”, poiché questa seconda via sarebbe politicamente impraticabile, dato lo spirito profondamente pacifista che permea la società giapponese.

La volontà di reinterpretare la Costituzione e la possibilità di introdurre nuove opzioni per l’uso della forza armata è stata oggetto di numerose manifestazioni contrarie, che hanno raggiunto l’apice con un suicidio: o tempora, (anzi o loca), o mores, verrebbe da esclamare pensando ai tentativi di riforma domestici!

La Costituzione giapponese, entrata in vigore nel 1947, è figlia dei suoi tempi e dello stato di occupazione in cui si trovava lo stato asiatico alla fine della II Guerra Mondiale. La Carta fu sostanzialmente imposta, essendo stata scritta dai collaboratori del Generale Mac Arthur, Capo delle Forze di occupazione, e tradotta in giapponese.

Non vi fu quindi un dibattito, quale quello che si ebbe in Italia in seno all’Assemblea Costituente, in occasione della scrittura dell’art. 11, altra disposizione “pacifista” di uno stato sconfitto. Pur imposta, la Costituzione giapponese si è insinuata profondamente nello spirito e nelle coscienze della società.

L’art. 9 della costituzione giapponese
Ma che cosa dice l’art. 9? La disposizione consta di due commi: nel primo sono consacrati due obblighi:
a) la rinuncia alla guerra;
b) la rinuncia alla minaccia e all’uso della forza per risolvere le controversie internazionali.

Nel secondo vengono stabiliti due obblighi strumentali rispetto ai doveri enunciati nel primo, cioè:
a) l’obbligo di non mantenere forze di mare, terra ed aria, nonché altro potenziale di guerra;
b) l’obbligo di non riconoscere il diritto di belligeranza dello Stato.

La disposizione va letta congiuntamente al Preambolo, secondo cui tutti i popoli del mondo hanno diritto a vivere in pace, e all’art. 13, secondo cui essi hanno diritto alla vita, alla libertà e al perseguimento della felicità.

Prima reinterpretazione
La guerra di Corea, iniziata nel 1950, fece da propulsore per una reinterpretazione dell’art. 9. L’obbligo di cui al par. 2 dell’art. 9 è stato inteso nel senso di consentire la legittima difesa individuale, strettamente intesa, ovvero solo in caso di attacco al territorio giapponese.

Una forza di legittima difesa è stata istituita nel 1954, composta di forze di terra, mare e aria (Sfd: Self-Defence Forces). Più volte oggetto di contestazione, la legittimità delle forze di autodifesa (il cui bilancio occupa ormai il quarto posto della scala mondiale, ma ha un tetto non potendo superare 1% del prodotto nazionale lordo) non è mai stata messa in discussione dalla Corte suprema giapponese, che funziona anche come corte costituzionale.

Un ulteriore passo è stata la stipulazione del Trattato di sicurezza con gli Stati Uniti del 19 gennaio 1960, che sostituisce quello concluso nel 1951 e contiene obblighi di carattere reciproco, peraltro limitati, da parte giapponese, agli attacchi delle forze armate statunitensi stanziate in territorio giapponese.

Anche la partecipazione alle operazioni delle Nazioni Unite è avvenuta tardivamente e in modo attenuato, sebbene il Giappone ne fosse divenuto membro fin dal 1956. Una prima legge, varata nel 1992, aveva autorizzato il Giappone a partecipare solo a operazioni non militari, come il soccorso alla popolazione civile, ma la legge è stata emendata nel 2001, per consentire operazioni di supporto logistico, che non comportassero però l’uso della forza.

È stato inviato anche un contingente in Iraq, dopo l’occupazione anglo-americana, e in effetti il Giappone ha fatto parte della Coalition provisional authority (Cpa), l’autorità investita dell’amministrazione dell’Iraq occupato.

Le contingenze politiche recenti hanno fatto il resto: l’aspirazione del Giappone a diventare membro permanente del Consiglio di sicurezza delle Nazioni unite, che mal si concilia con una politica di quasi neutralità; le mire della Cina sul Mar cinese meridionale, rivendicato come acque storiche, che impedirebbero una effettiva libertà di navigazione per uno stato, la cui sopravvivenza dipende dal mare; la controversia sulle Isole Senkaku, di cui Cina e Giappone reclamano la sovranità; la crescente minaccia missilistica (e atomica) della Corea del Nord. Per non parlare delle Kurili sotto amministrazione russa, ma rivendicate dal Giappone.

Legittima difesa collettiva
La Decisione ministeriale del 1° luglio non è una rivoluzione interpretativa dell’art. 9. Una delle proposte più incisive consiste nell’ammettere che l’art. 9 consente il ricorso alla legittima difesa collettiva, cioè che si possa intervenire in difesa di un terzo stato, quantunque il Giappone non sia immediatamente oggetto di un attacco armato.

La legittima difesa collettiva è accordata sia dalla Carta delle Nazioni unite, sia dal diritto internazionale consuetudinario. La proposta ministeriale confina la legittima difesa collettiva a un ambito molto ristretto, nel senso che l’intervento diverrebbe ammissibile, solo quando venga attaccato un paese legato da una stretta relazione con il Giappone e l’aggressione costituisca una minaccia anche nei confronti del Sol Levante. Il tutto sempre dietro autorizzazione della Dieta nazionale, l’organo legislativo giapponese, preventiva o ex post facto.

Per altri settori, la decisione ministeriale propone una reinterpretazione che consentirebbe una serie di azioni che comportano forme minori di uso della forza armata: ad es. azioni volte a rimediare intrusioni nelle acque territoriali giapponesi o interventi per salvare cittadini giapponesi all’estero in pericolo di vita o ancora per far fronte a contingenze che si verifichino in aree vicine a isole remote.

Per quanto riguarda le operazioni di mantenimento della pace sotto l’egida delle Nazioni Unite, il Giappone, secondo la decisione ministeriale, dovrebbe giocare un ruolo più incisivo e proattivo.

Si tratta di operazioni che non comportano l’uso della forza armata. Invece per quelle che lo comportano, intraprese o autorizzate dalle Nazioni Unite, la decisione ministeriale non preconizza una partecipazione diretta, ma solo un supporto logistico non qualificabile come uso della forza.

Scontro con l’ala pacifista
La Decisione ministeriale dovrà ora passare lo scoglio della Dieta dove lo scontro con l’ala pacifista sarà piuttosto acceso. La reinterpretazione non comporterà nessuna modifica scritta della Costituzione, ma sarà condensata in una o più leggi ordinarie che, ovviamente, restano subordinate all’art. 9 e sono soggette al vaglio della Corte suprema, qualora ricorrano i motivi per sollevare una questione di costituzionalità. La Corte potrebbe abrogare la legge ritenuta incostituzionale.

Tutto sommato la nuova interpretazione dell’art. 9, agli occhi del giurista, è ben poca cosa e appaiono infondati i timori dei pacifisti e dei vicini del Giappone, memori della tragedia della II Guerra Mondiale.

Il Giappone integrato economicamente e politicamente con l’Occidente abbisogna di un’interpretazione della Costituzione che lo metta in grado di una partecipazione attiva anche con lo strumento militare.

Natalino Ronzitti è professore emerito di Diritto internazionale (LUISS Guido Carli) e Consigliere scientifico dello IAI.
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mercoledì 10 settembre 2014

Cina: Lo Xinjiang e la stabilità dell'Asia Centrale

Alessandro Di Liberto
Il recente attentato al mercato di Urumqi conferma quello che alla fine dello scorso ottobre, dopo l’attentato a Piazza Tienanmen, sembrava essere l’inizio di una nuova campagna terroristica in Cina. Quella messa in atto però, appare come una nuova strategia volta alla destabilizzazione anche per un altro aspetto. Si evince, infatti, una novità nel modus operandi dei terroristi operanti in territorio cinese, ossia l’utilizzo per la prima volta di autobombe guidate da kamikaze. L’approccio è quindi nuovo e potenzialmente più devastante. I timori di Pechino dopo l’attentato del novembre 2013 sembrano dunque fondati.
La reazione all’attentato di Piazza Tienanmen è stata la creazione di un Comitato di sicurezza nazionale, voluto dal Presidente Xi Jinping per rispondere alla minaccia in un momento importante per la Cina e per la regione dello Xinjiang 1.
L’attentato di Urumqi è avvenuto a margine degli incontri tra il Presidente cinese e il Presidente russo Vladimir Putin, mentre le relazioni russo-cinesi si stanno sempre più sviluppando, in particolare nel settore energetico. Lo Xinjiang è strategico poiché attraverso questa regione passano molti dei gasdotti e degli oleodotti con i quali la Cina si rifornisce in Asia centrale, mentre la stessa Russia trasporta petrolio in Cina attraverso l’oleodotto sino-kazako Atasu-Alashankou che termina proprio nello Xinjiang.
La Cina considera l’Asia centrale come un’area indispensabile per la propria diversificazione nelle forniture energetiche. Pechino, infatti, ha stipulato contratti energetici con i Paesi della regione costruendo pipelineche attraversano tutta la regione, come il gasdotto dell’Asia centrale lungo 1.840 km 2. Va ricordata, inoltre, la direttrice energetica che dovrebbe collegare lo Xinjiang all’Asia meridionale. Il progetto volto alla creazione di un corridoio economico ed energetico, che dal porto di Gwadar in Pakistan arrivi a Kashgar in Cina, è tuttavia denso di problematiche, non solo interne alla Cina. Gwadar, secondo diversi progetti, dovrebbe diventare anche uno snodo per il prolungamento verso la Cina del gasdotto Iran-Pakistan.
Lo Xinjiang è dunque speculare all’intera regione dell’Asia centrale e meridionale, e la sua stabilità è perciò una condizione essenziale per Pechino, ma non solo in ambito energetico. La Cina sta sviluppando una serie di politiche finalizzate alla creazione di quella che è chiamata la “Nuova via della seta”, ossia la realizzazione di una fascia di sviluppo economico che ricalchi quella che fu l’antica via carovaniera. Progetto idealizzato da più parti, anche da Washington, si sta però sviluppando sempre più grazie all’impulso cinese. La creazione dei corridoi regionali che collegherebbero la Cina fino all’Europa è finanziata nell’ambito del progetto Central Asia Regional Economic Cooperation (CAREC): assistito da sei organizzazioni internazionali economiche, questo programma prevede l’ammodernamento delle reti autostradali e ferroviarie della regione. Altri obiettivi sono volti ad intensificare la cooperazione in materia doganale e a favorire la realizzazione di associazioni di spedizionieri regionali. L’obiettivo finale è dunque quello di facilitare gli scambi nella regione e verso il resto dell’Eurasia 3. La Cina resta comunque l’attore principale, vista la sua forza attrattiva e la celerità nell’elaborazione e messa in opera di investimenti legati non solo alle infrastrutture. La creazione di zone economiche speciali come quella di Korgas al confine con il Kazakhstan ne è un esempio.
Tuttavia, Pechino cerca nella regione anche una via di contenimento all’instabilità proprio dello Xinjiang, che potrebbe potenzialmente essere un fattore di polarizzazione non solo di turbolenze per la Cina, ma anche per l’intera regione. Attentati terroristici sono, infatti, avvenuti anche in Kazakhstan, mentre la Russia ha subito attacchi di matrice islamica e separatista nel Caucaso.
In questo contesto s’inserisce il ritiro delle truppe NATO dall’Afghanistan, dal momento che Pechino considera questo evento foriero di potenziale instabilità. Sembra, infatti, che i guerriglieri uiguri siano stati addestrati in Afghanistan, base operativa di diversi gruppi che usano il Paese come territorio d’addestramento. Inoltre, la presenza di guerriglieri uiguri tra le fila dei combattenti in Siria alimenta ulteriormente la tensione: l’esperienza di combattimento acquisita sul campo siriano e i contatti che i separatisti uiguri hanno sviluppato con altre sigle terroristiche sono un dato certo con il quale Pechino dovrà confrontarsi4. Esponenti uiguri sono poi presenti in Turchia, con la quale condividono le origini, dal momento che gli uiguri rappresentano, infatti, un’etnia di origine turcofona. Le rivendicazioni indipendentiste degli uiguri nello Xinjiang mirano alla creazione del Turkestan orientale 5. Pechino è stata poi minacciata direttamente da Al Qaeda, portando alla considerazione dei legami tra quest’ultima e le diverse sigle che operano nello Xinjiang 6. La Cina ha quindi intensificato i rapporti nell’ambito della sicurezza con i Paesi della regione, mentre nell’ambito dell’Organizzazione per la Cooperazione di Shanghai (OCS) si è sviluppata maggiormente la struttura regionale anti-terrorismo RATS SCO (The Regional anti Terrorism Structure)7.
Lo Xinjiang vive attualmente una fase di sviluppo dopo decenni di arretratezza. La regione autonoma, infatti, ha beneficiato per ultima delle politiche di sviluppo decise da Pechino. Ciò è legato alle fasi messe in atto dal governo centrale al momento delle riforme economiche di Deng Xiaoping. Furono, infatti, le regioni costiere a beneficiare per prime dei finanziamenti necessari allo sviluppo poiché aree strategicamente più vicine ai mercati esteri verso i quali la Cina si aprì alla fine degli anni settanta. Ciò permise sicuramente a Pechino di intraprendere quell’indiscussa ascesa economica che la porterà presto a divenire la prima potenza economica mondiale. Le fasi di sviluppo quindi toccarono per ultime le regioni interne relegandole in una condizione di marginalità, legata anche a fattori quali la prevalenza di una realtà prettamente agricola. Attualmente la fase di sviluppo regionale intrapresa da Pechino ha portato lo Xinjiang al centro di numerosi progetti sia infrastrutturali sia industriali8. Dalle autostrade ai treni veloci, per questa regione passa anche il corridoio ferroviario che collega la Cina con l’Europa. Linea ferroviaria che s’intende sviluppare nel contesto dei corridoi euroasiatici. La stessa capitale Urumqi vive uno sviluppo economico e commerciale che non può essere considerato fugace. La regione come già sottolineato sta diventando snodo logistico non solo per l’Europa, ma per tutta l’Asia centrale. Lo Xinjiang paradossalmente, pur avendo vissuto per ultima le politiche di sviluppo ha acquisito nel tempo un ruolo strategico. Questa regione si trova, infatti, a essere la cintura che unisce i Paesi dell’Asia centrale con la Cina nell’ambito di una nuova area geoeconomica, quella eurasiatica, dal potenziale sconfinato. Basti pensare che lungo il confine sino-kazako, oggi anche tra Cina e Unione Eurasiatica, la ZES di Korgas dovrebbe generare sviluppi commerciali di lungo termine9.
Il lavoro di riforma delle dogane intrapreso dalla Cina per armonizzare e velocizzare le procedure con i Paesi della regione è un segnale della tendenza in atto. L’obiettivo è quello di dinamizzare i flussi commerciali, estendendo lo sviluppo e distribuendo la ricchezza su tutta la regione. A tal fine altri Paesi della regione hanno intrapreso la creazione delle ZES per l’attrazione d’investimenti esteri10. Questo è uno degli obiettivi che Pechino intende raggiungere e che considera una condizione essenziale per la stabilità della regione. Lo Xinjiang è dunque strategico, non solo per la Cina, ma anche per la realizzazione di una realtà geoeconomica in Asia centrale che possa generare una condizione di sicurezza per la regione, influenzando la stessa stabilità di Paesi quali l’Afghanistan.

L’uso della leva economica è un fattore di stabilità nel quale Pechino può quasi permettersi di giocare in solitaria. Nel contesto della sicurezza, vi è invece la consapevolezza che solo la sinergia con gli altri Paesi membri dell’OCS possa portare risultati decisivi. Nell’ambito di tale organizzazione si è intrapresa la coordinazione delle diverse forze di polizia e un piano di riforma giuridica che accomuni le leggi dei Paesi membri in materia di terrorismo e sicurezza. Pechino ha poi ribadito il mutuo riconoscimento dei confini con i Paesi della regione, sottolineando ulteriormente la lotta a quelli che sono considerati i tre mali: fondamentalismo, separatismo e terrorismo. Una partita quella in Asia centrale, densa e piena di risvolti che influenzeranno il consolidamento del baricentro economico mondiale di questo secolo. Più che lo stretto di Malacca, per Pechino il vero punto debole sembrerebbe essere la sua regione autonoma occidentale. Tesi ancor più valida se si considera lo Xinjiang nel contesto dell’Asia meridionale, con il porto di Gwadar progettato proprio con la finalità di aggirare Malacca attraverso la via terrestre. In questo modo si capisce come lo Xinjiang sia per la Cina una cintura verso i Paesi dell’Asia centrale e meridionale. La perdita di questa regione da parte di Pechino mutilerebbe l’intero processo che attualmente è in fase di realizzazione. Processo in cui la Cina svolge il ruolo di traino e di catalizzatore geoeconomico.
Fonte IASG

martedì 9 settembre 2014

Afganistan: elezioni generali Giugno 2014


Sabato 14 giugno in Afghanistan si sono svolte le votazioni per il secondo turno delle elezioni Presidenziali. I due contendenti, Abdullah Abdullah, ex Ministro degli esteri e rivale diretto di Karzai nella corsa elettorale del 2009, e Ashraf Ghani, precedente titolare del Ministero delle Finanze, si sono presentati al ballottaggio rispettivamente con il 45% e il 31% delle preferenze ricevute al primo turno.
Con un’affluenza stimata intorno al 60%, anche il secondo turno è sembrato confermare, almeno in un primo momento, la volontà della popolazione di portare a termine l’iter elettorale e dare così nuova legittimazione al turnover istituzionale. Tuttavia, la recente denuncia di Abdullah contro pesanti brogli in favore del suo rivale, rischiano ora di inficiare! la credibilità dei risultati.
Rispetto al primo turno, tenutosi in tutto il Paese lo scorso 5 aprile, il ballottaggio ha registrato un  aumento degli episodi di violenza da parte dei militanti talebani, che, complessivamente, hanno causato la morte di 39 civili, 18 membri delle Forze di sicurezza e circa 170 militanti. Benché gli attentati siano stati strettamente connessi con la consultazione elettorale,  l’incremento delle incursioni si inserisce nelle attività legate offensiva di primavera, la tradizionale ripresa, dopo la stagione invernale, delle violenze da parte dei miliziani talebani, iniziata lo scorso 12 maggio.
 
L’incognita legata alla sicurezza, dunque, continua a rappresentare una delle maggiori sfide per l’autorità afghane. In questo senso, la nomina del nuovo Presidente, che dovrebbe essere ufficializzata il prossimo 22 luglio, rappresenterà uno snodo fondamentale per le sfida di sicurezza del Paese. Spetterà al nuovo Presidente,! infatti, la definizione del Bilateral Security Agreement (BSA), l’accordo bilaterale Kabul-Washington che dovrebbe disciplinare la presenza delle Forze statunitensi in Afghanistan dal prossimo gennaio.
Fonte CESI. Newletter 149.

lunedì 8 settembre 2014

MAynmar: Tentatici di apertura del Maynmar: opportunità per le imeprese italiane

Massimiliano Porto Estremo Oriente 0 commentI
Myanmar, ex Birmania, sottoposto dal 1962 a una dittatura militare, è stato a lungo considerato uno dei Paesi più chiusi e isolati del mondo. Il governo, accusato di diversi crimini, tra cui la violazioni dei diritti umani, è stato oggetto di sanzioni da parte di Stati Uniti e Unione Europea fin dalla metà degli anni Novanta.
Negli ultimi anni tuttavia sembra che il governo militare abbia deciso di aprirsi maggiormente alla Comunità internazionale attraverso una transizione verso un governo “civile” con le elezioni del 2010, che però non ha ridotto la morsa dei militari sul Paese in quanto il Parlamento, dominato dal partito sostenuto dai militari, l’Union Solidarity and Development Party, ha designato presidente Thein Sein, ex generale che ha svolto l’incarico di primo ministro durante il governo militare. Dai primi giorni del suo mandato il presidente Thein Sein si è dichiarato favorevole a riformare “democraticamente” il Paese. Ed in effetti sono state adottate delle riforme politico-economiche che hanno portato al rilascio di prigionieri politici, ad una maggior tutela dei diritti umani, ad una riduzione delle restrizioni alla libertà di stampa, di associazione e in generale alle libertà civili.
La decisione di maggior impatto sull’opinione pubblica internazionale è stata però il rilascio dagli arresti domiciliari della storica dissidente e leader della Lega Nazionale per la Democrazia, Aung San Suu Kyi, a cui è stato anche concesso di essere eletta in Parlamento. I militari sembrano aver compreso che Aung San Suu Kyi è un ottimo strumento per riconciliare il Paese con la Comunità internazionale, e in primis con Stati Uniti e Unione Europea, e per tale ragione, in questo momento storico in cui i militari cercano l’apertura e non la chiusura al mondo, ritengono sia più proficuo coinvolgerla formalmente nella vita politica del Paese.
Nonostante vi siano ancora forti carenze nelle riforme adottate, testimoniate dalla continua oppressione verso i dissidenti politici e dalla questione etnica caratterizzata dalle persecuzioni verso la comunità Kachin e Rohingya, Stati Uniti e Unione Europea hanno apprezzato le iniziative “democratiche” birmane decidendo di sostenerle con la sospensione delle sanzioni economiche nei suoi confronti, ad eccezione dell’embargo sulla vendita di armi. Il culmine del maggior riconoscimento internazionale per Myanmar è stato rappresentato dalla storica visita del presidente americano Barack Obama seguita dall’altrettanta storica visita del presidente Thein Sein a Washington dove ha incassato il sostegno statunitense per le riforme, nonostante l’amministrazione americana abbia richiesto un maggiore sforzo per la tutela dei diritti umani e delle minoranze.
I tentativi di apertura politica del governo birmano sono funzionali per attrarre maggiori investimenti esteri. L’economia del Myanmar ha dei punti di forza tra cui ricchezza di idrocarburi, gemme preziose, legname e manodopera a basso costo che interessano particolarmente alle multinazionali. Inoltre, l’integrazione nell’ASEAN che va verso l’AEC, ASEAN Economic Community, potrà fare del Myanmar il serbatoio di manodopera a basso costo di una area sempre più importante ed economicamente integrata. La sospensione o l’abolizione delle sanzioni, come nel caso dell’UE dal 22 aprile 2013, ha riportato dunque le multinazionali occidentali a fare affari in Myanmar, tra cui General Electric, MasterCard, Coca Cola e GAP. Il governo birmano ha dato anche buona prova delle proprie intenzioni di migliorare l’ambiente economico per gli investitori esteri prima con l’assegnazione delle licenze di telefonia aggiudicate dalla qatarina Ooredoo e dalla norvegese Telenor e poi con l’assegnazione delle licenze dei blocchi oil & gas offshore aggiudicate dalla maggiori compagnie petrolifere tra cui l’italiana ENI. Attualmente è in corso l’assegnazione della licenza bancaria a una decina di banche straniere che hanno già un ufficio di rappresentanza in Myanmar con la quale saranno autorizzate ad aprire una filiale operativa dopo il versamento di un capitale minimo di 75 milioni di dollari.
In generale, per un Paese che si è chiuso al mondo per circa cinquanta anni, gli obiettivi principali sono l’accesso alla tecnologia, il miglioramento delle infrastrutture e del settore delle costruzioni, e il perfezionamento delle tecniche agricole anche attraverso un maggiore uso di fertilizzanti. L’apertura di Myanmar dunque può costituire un’ottima opportunità anche per le aziende italiane.
Da quando il Myanmar ha iniziato il suo lento percorso di riforme, l’Italia non gli ha fatto mancare il proprio sostegno rivolgendogli particolari attenzioni: nel marzo 2013 il presidente birmano Thein Sein è stato in visita in Italia dove ha incontrato il presidente Napolitano e l’allora presidente del Consiglio Monti; nel luglio 2013 l’ICE ha organizzato una “Country Presentation” su Myanmar; nell’ottobre 2013 Aung San Suu Kyi è stata in visita in Italia; nel marzo 2014 l’ICE ha organizzato un seminario sulle tecniche agricole a Yangon in Myanmar e in agosto è prevista una fiera interamente dedicata a tecnologie e prodotti made in Italy. L’attenzione per il Paese birmano è testimoniata anche dalle iniziative predisposte dalla sezione italiana dell’UNIDO (United Nations Industrial Development Association), UNIDO ITPO Italy, che nel marzo 2014 ha organizzato una missione di scouting in Myanmar che ha individuato nella produzione di riso, nel supporto alle infrastrutture nelle aree rurali e nella lavorazione del marmo i settori di maggior interesse per l’imprenditoria italiana.
Il miglioramento delle relazioni tra Italia e Myanmar ha portato ad un incremento dell’interscambio commerciale tra i due Paesi che, sebbene non rilevante in termini assoluti (75 milioni di euro nel 2013) mostra un trend in forte crescita, con un +113% tra il 2012 e il 2013 e addirittura un +287% tra il 2011 e il 2013. Nel 2013, il saldo commerciale è stato a favore dell’Italia pari a €35 milioni in quanto le esportazioni italiane sono ammontate a €55 milioni (+134% su base annua) contro importazioni dal Myanmar per €20 milioni (+72%).
L’apertura economica del Myanmar è un buon passo verso la riammissione completa del Paese tra i membri “rispettabili” della Comunità internazionale anche se la strada delle riforme per una vera democratizzazione è ancora lunga dato che i militari esercitano ancora un’influenza preponderante. Inoltre, Myanmar ha bisogno di una concreta pacificazione tra le varie etnie e religioni che lo compongono, che proprio in questi giorni stanno infiammando il Paese con scontri tra la comunità buddista e musulmana a Mandalay, nel Myanmar centrale. I miglioramenti intrapresi dal governo hanno bisogno del sostegno della Comunità internazionale che tuttavia non deve accontentarsi dei risultati raggiunti mantenendo un’accorta vigilanza sul processo di riforme. Lo stesso discorso vale per le multinazionali i cui investimenti devono contribuire ad un miglioramento delle condizioni di lavoro e non devono essere solo finalizzate a ridurre il divario accumulato con le aziende cinesi e indiane che hanno continuato ad investire in Myanmar durante la dittatura militare.
I prossimi due anni saranno fondamentali per capire la direzione presa dal Paese. Infatti il Myanmar avrà due sfide in cui potrà dimostrare la sua maturità e volontà di cambiare: la presidenza dell’ASEAN per il 2014 e le elezioni del 2015. E la modifica della Costituzione per consentire la candidabilità di Aung San Suu Kyi alla presidenza sarebbe un ulteriore passo nella giusta direzione.

Massimiliano Porto è direttore del Programma "Estremo Oriente" dell'IsAG. 
Fonti


venerdì 5 settembre 2014

China to maintain manufacturing supremacy


In the past three decades China has revolutionised global manufacturing. In that time 500m people have moved from its fields to its cities, creating an unprecedented mass of factory workers. China's economy is changing, however, as wages rise and labour unrest grows. Does this mean an end to its dominance of global manufacturing? The Economist Intelligence Unit believes that new infrastructure and further productivity growth, allied to a continued supply of new urban workers, will keep China competitive, despite several new trends in supply chains.
China's huge supply of workers—its labour force will peak this year at around 802m—has been a boon for low-cost manufacturers, and has kept wages low. This, along with high levels of public investment in infrastructure, a stable political environment and respectable education, pushed China from the world's seventh-largest manufacturer in 1980 to displace the US as the world's biggest in 2010 when measured by the value of goods produced in US dollar terms. Inevitably, China's rise has been destabilising for existing manufacturing hubs. Some, such as South Korea, have been able to deftly move up the value chain, but others, such as South Africa and several economies in Central America, have seen their bases hollowed out.
This success has brought increasing prosperity to China, and with it upward pressure on wages and working conditions. Unrest at factories in China run by a Taiwan electronics manufacturer, Foxconn, from 2010 began to erode confidence in China as the future of global manufacturing, generating speculation that producers of labour-intensive goods would go in search of cheaper destinations. The Economist Intelligence Unit believes that this story is overstated. By plotting our forecasts for labour productivity growth against nominal wage growth in a group of emerging economies in 2013-18, we discovered that there are few destinations that will become more cost-competitive than China, and none that will see their workers have a larger increase in productivity than those in China.
Lagging behind
Among Asian markets, Bangladesh is most frequently cited as an alternative to China for low-cost export manufacturing. Yet Bangladesh is forecast to make the least progress closing the competitiveness gap with China, with wages rising faster than in China but labour productivity growing only one-half as quickly. Vietnam has a similar rate of wage growth as China, but an appreciably slower rate of productivity growth. Indonesia is much the same, and given that it also scores below China in our business environment rankings (which evaluate the quality of domestic policies for potential investors), firms that move from China to Indonesia in the next several years are likely to do so for sector-specific reasons; for example, because they can make better use of Indonesia's less-skilled workers than other firms.


giovedì 4 settembre 2014

Outlook clouds as polls narrow


Indonesia's presidential election just got interesting. After spending the last 12 months as the runaway favourite, Joko Widodo, the down-to-earth reformist mayor of Jakarta, now has former military general Prabowo Subianto nipping at his heels. Recent polling data, not always reliable in Indonesia, has Mr Widodo's lead at around six percentage points and narrowing.

This election is probably the most significant since the fall of the Suharto dictatorship in 1998. Mr Widodo hails from outside of the usual elite, is untainted by corruption and would be likely to make good progress on enforcing the rule of law and improving the bureaucracy. Mr Subianto, on the other hand, is focusing on the resource nationalism that has kept Indonesia from reaching potential. Foreign investors are rightly nervous.

For the world, the collapse of the Arab Spring heightens the symbolic role of Indonesia as the largest Muslim democracy.  Indonesia will also strongly influence the future path of the Association of South-East Asian Nations, a ten country alliance with 630m people and an economy that will be as big as Germany's by 2018.

I'll be watching closely on July 9th. Will this election result change your activity in south-east Asia? Let me know on Twitter @Baptist_Simon or via email on simonjbaptist@eiu.com. 

Best regards,

Simon Baptist
Chief Economist and Asia Regional Director

mercoledì 3 settembre 2014

Buona Lettura

Anno Accademico 2014-2015
Dopo la pausa estiva, riprendono le pubblicazioni dei post. Saranno messi anche quelli relativi a Luglio ed Agosto per completamento di archivio e non avere buchi per le ricerche, ma non saranno rinviati
 A Tutti, 
 frequentatori, studenti e lettori un augurio di una felice ripresa e di un proficuo lavoro
(email geografia2013@libero.it)

Buona lettura

Anno Accademico 2014-2015
Dopo la pausa estiva, riprendono le pubblicazioni dei post. Saranno messi anche quelli relativi a Luglio ed Agosto per completamento di archivio e non avere buchi per le ricerche, ma non saranno rinviati
 A Tutti, 
 frequentatori, studenti e lettori un augurio di una felice ripresa e di un proficuo lavoro
(email geografia2013@libero.it)