Asia

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Metodo di ricerca ed analisi adottato

Per il medoto di ricerca ed analisi adottato

Vds post in data 30 dicembre 2009 sul blog www.coltrinariatlanteamerica.blogspot.com
seguento il percorso:
Nota 1 - L'approccio concettuale alla ricerca. Il metodo adottato
Nota 2 - La parametrazione delle Capacità dello Stato
Nota 3 - Il Rapporto tra i fattori di squilibrio e le capacità delloStato
Nota 4 - Il Metodo di calcolo adottato

Per gli altri continenti si rifà riferimento al citato blog www.coltrinariatlanteamerica.blogspot.com per la spiegazione del metodo di ricerca.

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giovedì 19 marzo 2026

Piercarlo Baldizzone Missione UNTAC Cambogia

 Progetto 2026  Raccolta testimonianze Missioni all'estero

Missione UNTAC Piercarlo Baldizzone1



La Missione denominata UNTAC in inglese (United Nations Transitional Authority in Cambodia) o APRONUC in francese (Autorité Provisoire des Nations Unies au Cambodge), fu stabilita dal Consiglio di Sicurezza dell'ONU con la risoluzione 745 del 28 febbraio 1992, per assicurare l'implementazione degli accordi di una soluzione politica del conflitto cambogiano, già firmati a Parigi il 23 ottobre 1991. Dopo tale accordo, il Consiglio Nazionale Supremo (SNC) della Cambogia, presieduto dal principe Norodom Sihanouk e composto da dodici rappresentanti delle quattro fazioni cambogiane belligeranti tra loro, delegò alle Nazioni Unite tutto il potere necessario. Il mandato assegnato all'UNTAC includeva la supervisione del cessate il fuoco concordato tra le fazioni, la fine di ogni assistenza militare da parte di paesi stranieri e del ritiro di ogni forza esterna presente sul territorio, il raggruppamento, l'accantonamento e il disarmo di tutte le formazioni armate e l’impegno di assicurare il 70% di livello di smobilitazione, il funzionamento dell'amministrazione civile, il mantenimento della legge e dell'ordine, l'osservanza del rispetto dei diritti umani, l'organizzazione di libere e regolari elezioni generali, il rimpatrio e reinserimento dei rifugiati e dispersi e il ripristino delle strutture essenziali dell'apparato statale durante il periodo di transizione. Gli Stati partecipanti alla Missione furono quarantasei.

L’Arma dei Carabinieri inviò, in rappresentanza dell’Italia, un contingente di settantacinque uomini, con compiti di polizia civile disarmata e inquadrati nella CIVPOL, che nel massimo del suo dispiegamento raggiunse le 3.359 unità. Era suddivisa nei settori delle Operazioni (che nella sola Phnom Penh aveva anche una Task Force Investigations), Logistica, Collegamento, Personale, Ispezione e Disciplina. Il contingente italiano fu suddiviso in gruppi che avrebbero operato in nove province diverse: quelle di Kampot, Takeo, Phnom Penh e Prey Veng al sud, di Kampong Cham e Kratie al centro e di Preah Vihear, Stung Treng e Ratanakiri al nord. Fui destinato, con altri sette colleghi, a Stung Treng, ove saremmo stati impiegati, quali unici europei, oltre che nel capoluogo, ove erano presenti il Comando Provinciale (HQS) e un Distretto, anche in quelli di Thalabaribat, Siembok, Sesan e Siem Pang, oltre all’isolato check point di CL1, presidiato per la maggior parte del tempo proprio da due italiani, in quanto gli agenti delle altre nazionalità preferivano evitarlo, perché presentava un’accentuata esposizione a rischi.

Nell’area c’era presenza di svariate aree ancora minate e di due delle fazioni in armi, ovvero il CPAF (governativi) e NADK (i guerriglieri “Khmer Rouge”), che vennero più volte a scontri armati; nel solo periodo preelettorale, che un giornalista definì “le dieci settimane di terrore”, vennero documentate trecentoventicinque esplosioni per colpi di mortaio, razzi o altro.


L’etnia Khmer, che nell’interno territorio superava il 95% della popolazione, era maggioritaria anche nella nostra provincia, ove gran parte degli abitanti erano tuttavia di origine laotiana (ancorché ormai pienamente integrati) o popolazioni tribali molto arretrate e con propri usi, quali i Kavet, i Lun, i Phnong e i Kreung. Il clima era tropicale, con venti monsonici e conseguenti forti piogge ed elevata umidità oppure caldo torrido nella stagione secca. La situazione sanitaria era pessima, con altissima concentrazione di malaria, che venne contratta anche da cinque italiani.

I ruoli da me ricoperti furono di: agente a Stung Treng, vice e comandante interinale (tre periodi) del Distretto di Siem Pang, vice e capo interinale (cinque periodi) delle Operazioni all’HQS di Stung Treng, supervisore Joint Coordination Centre e vicecomandante provinciale interinale (un periodo)2. L’esperienza è stata assai intensa sotto il profilo professionale e umano e non si è limitata ai compiti previsti, ma ha compreso anche, nel Distretto di Siem Pang ove siamo stati non soltanto i primi a giungere ma a lungo anche i soli rappresentanti dell’UNTAC presenti, la predisposizione di un eliporto nella giungla e la riparazione di strade e ponti non idonei al transito dei veicoli, finanche vere e proprie attività di assistenza sanitaria e interventi di soccorso a mani nude, quali per un’imbarcazione rovesciatasi nel fiume con il carico. Nel complesso, trattandosi della mia prima Missione internazionale, è stata assai formativa anche per gli insegnamenti ricevuti nel settore delle Operazioni da un ufficiale filippino veterano di quel tipo di esperienze e questo mi avrebbe giovato anche per missioni successive. Dato il nostro status, fu ottima (data la comune origine latina e una certa affinità linguistica) anche l’intesa con il contingente uruguayano, colà impiegato con compiti militari.

I risultati maggiori conseguiti furono il riportare nella loro terra circa 360.000 rifugiati e la riuscita delle libere elezioni di maggio, che consentirono di dare un governo al Paese. Nel complesso, l’operato dei Carabinieri è stato fortemente elogiato, oltre che dalle fasce più deboli della popolazione che erano quelle maggiormente soggette alla nostra protezione, anche da illustri storici quali, tanto per citarne due, gli australiani David Horner e John Connor, secondo i quali gli italiani rientravano tra i tre contingenti meglio distintisi in un contesto nel quale altre nazionalità, pur maggiormente dotate nella conoscenza della lingua inglese, dimostrarono invece ampie lacune non soltanto di preparazione ma anche di volontà di impegnarsi (come rimarcato da un altro storico, l’olandese Thijs Brocades Zaalberg), cui spesso furono proprio gli italiani a dover sopperire con grande dedizione alla causa e sacrifici personali.

Seppure molto dispendiosa sotto il profilo mentale e anche fisico, per le difficoltà ambientali e di sostentamento cui andammo incontro, quella Missione rappresenta per me, ma credo di poter parlare anche a nome di altri, il periodo di vita trascorso più intensamente.

1Piercarlo Baldizzone, 1960, Carabinieri, Legione Liguria, N.O.R.M. Compagnia Imperia, UNTAC Cambogia, Siem Pang - Stung Treng, 23 luglio 1992 - 23 luglio 1993, Brigadiere.


2 Libro intitolato “Per trenta khmer in più” pubblicato da Antea Edizioni nel 2023.

lunedì 9 marzo 2026

Paalo Bonan. Missione ISAF Afganistan. POMLT. Police Operational Mentoring and Liaison Team Herat

 Progetto 2026. Raccolta testimonianze Missioni di Pace

Missione ISAF (International Security Assistance Force) Afghanistan

POMLTs (Police Operational Mentoring and Liaison Teams) Herat Paolo BONAN1


I SAF (International Security Assistance Force) è stata una missione NATO autorizzata dalla Nazioni Unite , di supporto al governo dell’Afghanistan nella guerra contro i Talebani ed Al Qaida. Iniziata nel 2001, è terminata nel 2014. L’Italia ha avuto un ruolo importante nell’ambito della missione, essendo stata la quarta nazione (su 43) per contributo di truppe, ed a cui era stato affidato il Comando Regionale Occidentale, con capoluogo Herat.

Uno degli aspetti specifici della missione, ovvero l’addestramento delle Forze di Polizia Afghane, è stato affidato all’Arma dei Carabinieri. Inizialmente l’Arma si è dedicata alla formazione degli allievi poliziotti, mentre in un secondo tempo, a partire dalla fine del 2009, con l’istituzione dei POMLTs (Police Operational Mentoring and Liaison Teams) venne creata questa nuova figura di consulenza con lo scopo di assistere i reparti già formati della Polizia Afghana (da ora indicata Afghan Uniformed Police, AUP) durante lo svolgimento dei loro compiti istituzionali, mettendo in pratica il concetto di unità embedded, ovvero il POMLT doveva essere di stanza nella stessa base dell’unità di polizia loro assegnata.

I POMLTs sarebbero stati istituti ad ogni livello gerarchico dell’AUP, ovvero a livello Comando Regionale, Provinciale e di Distretto. Ogni POMLT era costituito da esperti provenienti dall’organizzazione territoriale dell’Arma, con specifici background per poter fornire consulenza nelle divisioni operazioni, addestramento, personale, logistica, informatica (uno per settore) e da una aliquota di Force Protection costituita da personale del 1° rgt. CC par. “Tuscania”.

La prima Unità POMLT, di cui feci parte come mentor per il settore personale, venne istituita presso il Comando Regionale AUP di Herat. Anche se questo Comando non forniva personale per compiti istituzionali sul territorio, trattandosi appunto di un Comando di notevoli dimensioni, ci rendemmo subito conto delle difficoltà che avremmo dovuto affrontare: se da un lato i nostri colleghi Carabinieri delle Training Units lavoravano con persone che non erano ancora entrate nel mondo della polizia, le nostre controparti afghane erano più anziane di noi, con trascorsi di guerre combattute e di tutte le tragedie che si erano susseguite nel loro paese. Molti di loro avevano un background che apparteneva più ad un soldato che a un poliziotto, ed il nostro lavoro fu basato inizialmente nello spiegare loro la differenza di compiti tra un soldato ed un tutore dell’ordine.

U n altro problema di grande rilevanza era la comunicazione: gli interpreti erano difficili da trovare, ed in Afghanistan vi sono etnie che parlano diverse lingue, come il Dari, il Pashto o il Tagiko.

All’inizio la diffidenza da parte afghana era palpabile: l’orgoglio professionale – consideravano quasi un insulto sentirsi consigliare da stranieri più giovani su come svolgere le loro funzioni – e l’età matura costituivano un muro che sembrava insuperabile, ma lentamente, nel corso dei mesi e della vicinanza quotidiana, siamo riusciti a sgretolarlo. Il segreto? Innanzitutto il rispetto per la loro cultura, le loro tradizioni e la religione dell’Islam. E tanta pazienza. Personalmente ho notato che la curiosità su qualsiasi cosa, il desiderio di conoscere più a fondo il mondo della mia controparte mi ha aiutato molto e questo è stato molto apprezzato, anche se una volta mi disse tutta questa mia voglia curiosità gli sembrava strana, per il solo fatto che dopo alcuni mesi me ne sarei andato e quasi sicuramente non avrei più rimesso piede in Afghanistan. Gli risposi che solo approfondendo la nostra conoscenza anche la fiducia reciproca sarebbe cresciuta e sarei stato lieto se anche lui talvolta avesse avuto la voglia di chiedermi qualcosa del mio paese o del mio lavoro.

Un’esperienza piena, vissuta intensamente. Capire e studiare la loro organizzazione, così diversa dalla nostra, improntata più sulla legge religiosa (Shari’a) che su un diritto penale è stato molto interessante ed è diventata parte di un bagaglio di esperienze che difficilmente può essere approfondita se non si vive a contatto quotidiano con simili realtà. Altro elemento fondamentale è stato lo studio della storia del paese, definito da Seth G. Jones nel suo saggio “il cimitero degli imperi” per tutte le vicissitudini che ha superato.

A proposito dello studio, per i partecipanti a questo particolare tipo di missione furono predisposti 4 corsi, di cui due prima dell’immissione in teatro, uno in Italia ed uno interforze in una delle nazioni Europee coinvolte nella missione, quindi un induction course in teatro per gli ultimi aggiornamenti ed un corso per Leader della contro-insurrezione, tenuto presso il Counterinsurgency Training Center di Kabul, per studiare le tattiche adottate dagli insurgents ed i metodi per contrastarle.

La missione rivestiva una grande importanza per la NATO – d’altronde un corpo di polizia efficace era indispensabile per il controllo del territorio dopo la fine del conflitto - e a circa due mesi prima della fine del mio turno di missione, venni inviato in Polonia, presso il NATO Joint Training Center di Bydogcsz, per riportare le esperienze dirette acquisite in teatro ai colleghi di forze di Polizia appartenenti ad altri paesi e pronti all’immissione nel teatro operativo afghano. Il Nostro POMLT fu uno dei primi ad ottenere la validazione concessa da una commissione NATO e quindi il contributo diretto nella preparazione dei POMLT che si sarebbero dovuti insediare fu ritenuto essenziale. Successivamente andai anche in Francia, presso il Centro di Eccellenza della Gendarmeria Francese di St. Astier, per il medesimo motivo. Tutto ciò ha per me costituito un’occasione unica per accrescere il mio bagaglio professionale ed è stato anche motivo di grandi soddisfazioni.


1Paolo Bonan, 1965, Carabinieri, Divisione CC Unità Mobili, addetto Uff. OAIO, NATO ISAF POMLT Afghanistan, Dicembre 2009 – Luglio 2010, Maresciallo Aiutante Sostituto Ufficiale Pubblica Sicurezza.