Asia

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Metodo di ricerca ed analisi adottato

Per il medoto di ricerca ed analisi adottato

Vds post in data 30 dicembre 2009 sul blog www.coltrinariatlanteamerica.blogspot.com
seguento il percorso:
Nota 1 - L'approccio concettuale alla ricerca. Il metodo adottato
Nota 2 - La parametrazione delle Capacità dello Stato
Nota 3 - Il Rapporto tra i fattori di squilibrio e le capacità delloStato
Nota 4 - Il Metodo di calcolo adottato

Per gli altri continenti si rifà riferimento al citato blog www.coltrinariatlanteamerica.blogspot.com per la spiegazione del metodo di ricerca.

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martedì 25 giugno 2013

Cina: La grave crisi idrica

La Cina ereditata dalla nuova leadership presenta una serie di problemi strutturali che proiettano ombre d’incertezza sul futuro del paese. Uno dei più gravi è la crisi idrica, che incombe minacciosa sulle possibilità di sviluppo economico future, sulla stabilità sociale interna e sugli equilibri geopolitici regionali. L’acqua rappresenta una delle risorse essenziali per sostenere la crescente domanda energetica cinese, rivestendo inoltre un ruolo vitale per la sicurezza alimentare e per garantire alla popolazione adeguate condizioni sanitarie. Tuttavia, siccità e inquinamento idrico sono oggi il risultato di un’urbanizzazione incontrollata e
processi manifatturieri altamente inquinanti, oltre che di una legislazione ambientale approssimativa.
In oltre quaranta città si registra una scarsità d’acqua allarmante. Epicentro di questa crisi è l’arida pianura cinese settentrionale, antica culla della civiltà sinica. All’interno della regione diverse province sono classificate a elevato stress idrico, mentre il terreno su cui poggiano i grandi conglomerati urbani sprofonda di diversi centimetri l’anno a causa dell’eccessivo prelievo dalle falde. Il contesto geografico cinese è parzialmente responsabile di tale dramma. Secondo dati Fao del 2011, la disponibilità d’acqua pro-capite corrisponde a un terzo della media mondiale e la distribuzione delle risorse idriche sul territorio è fortemente disuguale. A differenza delle regioni settentrionali, la Cina del  sud è abbondante di precipitazioni, ma risente ugualmente della crisi idrica a causa dell’inquinamento dei corsi d’acqua. La carenza di infrastrutture contribuisce ad aggravare questo scenario. Secondo la Fao, nel 2008 il 18% della popolazione rurale
cinese non aveva accesso all’acqua corrente, dovendo quindi ricorrere al prelievo diretto da pozzi, fiumi, laghi o stagni. In un report del 2007, la Banca mondiale e la SEPA cinese (State Environmental Protection Administration) denunciavano la correlazione tra la mancanza di infrastrutture idriche e l’alto tasso di mortalità infantile dovuto a casi di diarrea. Diversi studi hanno inoltre dimostrato il rapporto tra il deterioramento della qualità idrica e l’aumento dei casi di tumore intestinale. La popolazione rurale è dunque la principale vittima del degrado ambientale, pur non godendo appieno dei benefici dello sviluppo economico. Non sorprende dunque la crescente frequenza con cui nelle aree rurali si verificano episodi di protesta legati all’inquinamento. Le contromisure prese dal governo spaziano in diversi ambiti.
Nel settore delle infrastrutture sono in corso di realizzazione alcune opere ambiziose. Il “South-North Water Transfer Project” (SNWTP), Cominciato nel 2002, è un imponente progetto di canalizzazione che
dovrebbe deviare annualmente 45 miliardi di metri cubi d’acqua dal bacino dello Yangtze verso le pianure del nord. Tuttavia, tale opera continua a suscitare critiche a causa del costo esorbitante, dei rischi
ambientali correlati e del trasferimento forzato di oltre trecentomila persone. Oltre al SNWTP, sono in corso d’opera diversi impianti di desalinizzazione lungo la costa orientale e nuovi impianti di depurazione.
Il Dodicesimo Piano Quinquennale (2011-2015) incoraggia la creazione di una “water saving society” (jieshui xing shehui, 节水型社会) e stabilisce obiettivi definiti per la conservazione idrica:
riduzione del 30% del consumo d’acqua per unità di valore aggiunto industriale rispetto al 2010, aumento del
coefficiente di efficienza idrica in agricoltura dello 0,03%, razionalizzazione dei prelievi dalle falde e adeguamento dei meccanismi di water pricing.
Sul piano internazionale, 
la “going out strategy” (zouchuqu zhanlüe, 走出去战略) si sta progressivamente concentrando 
sull’approvvigionamento di risorse naturali. Come osserva Elizabeth 
Economy, nonostante l’acqua non sia formalmente contemplata in 
questa strategia, la ricerca di terreni e prodotti alimentari è un riflesso 
della crisi idrica interna. La scarsità d’acqua rischia infatti di compromettere la produzione agricola, creando incertezza sulla sicurezza 
alimentare del paese. L’acquisto di terreni in Africa, America latina 
e Sud-est asiatico permette alla Cina di espandere e diversificare 
l’output agricolo, assorbire le oscillazioni di prezzo delle commodities
alimentari e assicurarsi diritti di estrazione dalle falde acquifere.
Il Dodicesimo Piano Quinquennale prevede inoltre la costruzione di nuove centrali idroelettriche e piani di diversione idrica nelle 
province del sud-ovest, suscitando le apprensioni dell’India e dei paesi 
del Sud-est asiatico. I fiumi Mekong e Brahmaputra nascono infatti 
in Tibet, per poi scorrere verso India, Vietnam, Laos, Cambogia e 
Thailandia. Esiste quindi il pericolo che i progetti cinesi possano pregiudicare la disponibilità idrica dei paesi situati a valle dei due fiumi. 
Su questo tema, la scarsa apertura al dialogo da parte di Pechino è 
la crisi idrica: 
un’ombra sul futuro cinese
di Francesco Silvestri
Qualità idrica dei principali fiumi cinesi (percentuale)

ORIZZONTE CINA - MARZO 2013

martedì 18 giugno 2013

Iran: orizzonti interessanti all'indomani delle elezioni

Iran
Il gradualismo del nuovo presidente
Nicola Pedde
17/06/2013
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Con l’elezione di Hassan Rowhani a undicesimo presidente della Repubblica Islamica l’Iran non smentisce la sua proverbiale fama di imprevedibilità. I due grandi favoriti delle elezioni presidenziali, l’ex sindaco di Tehran Mohammad Baqer Qalibaf e l’ex capo negoziatore Saeed Jalili, hanno ottenuto un risultato più che modesto se comparato a quello dell’hojjatoleslam Hassan Rowhani, dimostrando ancora una volta come le non poche variabili di un sistema politico e sociale così complesso possano determinare risultati a sorpresa o mutamenti repentini.

Non ultimo, per tutti quelli che avevano predetto una tornata elettorale dominata dal diktat della Guida Suprema e che si sarebbe conclusa con l’elezione di un suo fedele delfino dell’area conservatrice, il risultato elettorale ha dimostrato ancora una volta come gli equilibri politici della Repubblica Islamica non siano dominati dal volere di Khamenei, ma al contrario da una complessa pluralità di interessi di cui la Guida è arbitro e garante. E ai quali deve sottostare, come evidentemente dimostrato dal risultato uscito dalle urne.

Grande affluenza
Il ministero degli interni ha diramato domenica scorsa i risultati ufficiali dello spoglio, confermando un’affluenza alle urne pari al 72,70% degli aventi diritto (36.704.156 su 50.483.192 elettori), e confermando altresì la vittoria di Hassan Rowhani con il 50,71% delle preferenze (18.613.329 voti).

Gli altri sette candidati, ridottisi poi a cinque negli ultimi giorni per l’abbandono di Haddad-Adel e Aref, si sono spartiti la restante parte dei voti con misure nettamente inferiori a quelle del vincitore. Mohammad Baqer Qalibaf, grande favorito della vigilia, segue nella graduatoria a grande distanza con 6.077.292 voti, pari al 16.56% del totale. Poi Saeed Jalili con 4.168.946 (11,36%), Mohsen Rezaie con 3.884.412 (10,58%), Ali Akbar Velayati con 2.268.753 (6,18%), Mohammad Gharazi con 446.015 (1,22%).

Una prima analisi evidenzia alcuni elementi di particolare importanza. Il primo è senza dubbio relativo alla grande affluenza, elemento determinante per la vittoria di Rowhani. Molti esponenti della diaspora iraniana avevano incitato all’astensionismo, costringendo la stessa Guida in più occasioni a pronunciarsi personalmente per invitare tutti gli aventi diritto ad esprimere il proprio voto il 14 giugno. Grazie alla sua massiccia influenza, quindi, Rowhani ha potuto trionfare alle elezioni, sbaragliando peraltro i due candidati sino all’ultimo momento considerati favoriti: Mohammad Baqer Qalibaf e Saeed Jalili.

Anche per questo, molti sostenitori del presidente Rowhani e del riformismo, hanno apertamente accusato la diaspora di essere distante dalla realtà nazionale, continuando a proporre modelli ed interpretazioni della politica iraniana distanti e funzionali ad interessi che non trovano riscontro nella società locale.

Un ulteriore elemento di interesse deriva dalla constatazione che tra i voti espressi in favore dei candidati non vincitori, circa il 30% è riconducibile a candidati dichiaratamente moderati. Questo evidenzia un quadro complessivo della realtà iraniana nettamente orientato a sostenere un radicale processo di cambiamento, determinando la fine del radicalismo di Ahmadinejad, e potenzialmente avviando il paese verso una nuova fase di stabilità e integrazione nella comunità internazionale.

Questo vuol dire anche, tuttavia, che gran parte degli appartenenti all’establishment politico e militare del paese, e più specificamente l’Iranian Revolutionary Guard Corps (Irgc, i tanto temuti quanto genericamente definiti Pasdaran) hanno espresso la propria preferenza in direzione del cambiamento, esattamente come fu ai tempi di Khatami.

Questi elementi dovrebbero indurre la comunità internazionale a maturare le proprie scelte di politica estera con l’Iran alla luce di fattori obiettivi e certamente più aderenti alla realtà, cancellando l’anacronistico stereotipo che per oltre trent’anni ha caratterizzato l’immagine di Tehran nel mondo.

Cosa cambia
Chi si aspetta mutamenti epocali e repentini della politica domestica ed estera di Tehran, resterà probabilmente deluso. La prima considerazione riguarda infatti proprio la connotazione ideologica del nuovo presidente. Hassan Rowhani, classe 1948, originario della provincia del Semnan, è stato da giovane un esponente del clero molto attivo politicamente, distinguendosi nell’opposizione alla monarchia e successivamente nel contributo alla rivoluzione, al fianco dell’Ayatollah Khomeini.

La sua carriera politica nella Repubblica Islamica è stata costruita nell’ambito degli apparati militari e della sicurezza, che ha progressivamente coordinato sin dai primi giorni, e poi durante gli otto anni della guerra con l’Iraq. Diventando quindi l’uomo di riferimento per le questioni strategiche e militari, e gestendo per sedici anni il controllo del Consiglio supremo per la sicurezza nazionale.

Per circa cinque anni è stato anche coordinatore del processo di dialogo con l’allora EU-3 sul programma nucleare, gestendo in prima persona le fasi più delicate del rapporto con gli Stati Uniti e gli europei. È stato parlamentare dal 1980 al 2000, per poi dirigere il Centro per le ricerche strategiche di Tehran, dove negli ultimi otto anni ha difeso la carriera e la reputazione di molti intellettuali messi al bando dal governo di Ahmadinejad.

È stato un collaboratore fidato e prezioso per due presidenti, Rafsanjani e Khatami, distinguendosi per le sue posizioni moderate, per la sua simpatia nei confronti del riformismo, e più in generale per l’impegno in funzione dei diritti umani e della libertà. Chi, tuttavia, ritiene che i riformisti iraniani propugnino la fina della Repubblica Islamica – come purtroppo spesso accaduto ai tempi di Khatami – commette un grave errore di interpretazione del’ambito politico del nuovo presidente e dei suoi sostenitori.

I riformisti sono portatori di un messaggio politico e sociale di cambiamento, funzionale ad una evoluzione del sistema e non già ad un suo sradicamento. Rowhani è in sintesi una “cerniera generazionale” nell’Iran contemporaneo, portando con sé i valori sia della prima generazione rivoluzionaria che creò la Repubblica Islamica, sia della seconda e terza, che pretende a gran voce di adattare il sistema politico e sociale alla realtà dei tempi, scardinandolo definitivamente dai rischi connessi alla visione della componente radicale, che di tanto in tanto torna a scuotere l’Iran nella sua storia.

Il programma di Rowhani è quindi quello di una progressiva crescita attraverso il cambiamento, ma non di una radicale metamorfosi dell’impianto ideologico dello Stato. In funzione di un nuovo ruolo per il paese, costruito nel rispetto dei suoi cardini storici.

Nicola Pedde è Direttore dell'Institute for Global Studies, School of Government.
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Turchia: le difficoltà del postkemalismo

Contraddizioni del postkemalismo
Il corto circuito della strategia turca 
Andrea Fais
15/06/2013
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Mentre i media internazionali stanno puntando i riflettori su Piazza Taksim e sulle sommosse di Istanbul, dando ormai per sconfitto il primo ministro Erdoğan, in Siria la situazione pare volgere, dopo due anni di guerra civile, a favore del presidente Assad. Per quanto apparentemente separati, i due scenari sono strettamente interdipendenti.

La posizione turca sulle “primavere arabe” ha segnato una chiara svolta nella politica estera di Ankara e dell’intero establishment dell’Akp. L’appoggio garantito alla rivolta siriana, al consiglio dei ribelli (Cns) e al governo provvisorio che ne era sorto avevano portato alla recente elezione di Ghassan Hitto, avvenuta proprio ad Istanbul il 18 marzo scorso.

Postkemalismo
Nell’idea del governo turco era palese lo scopo di sostenere sul piano logistico le forze ribelli nelle regioni dove l’esercito regolare siriano aveva perduto il controllo, al fine di frammentare il paese e costringere Assad alla resa, seguendo un atteggiamento analogo a quello francese durante la guerra in Libia che portò alla cattura di Gheddafi.

Il meccanismo si è però inceppato. Innanzitutto, l’improvviso raid di Israele su Damasco del 5 maggio scorso ha immediatamente cambiato la percezione della rivolta nel mondo islamico: la Lega araba, spesso critica nei confronti di Assad e propensa ad un’operazione di peacekeeping, e il presidente egiziano Mohammed Morsi, espressione della Fratellanza musulmana, hanno condannato il bombardamento in un coro unanime coi “rivali” sciiti dell’Iran e di Hezbollah.

Pochi giorni fa, inoltre, è arrivato l’avvertimento di Mosca che, per voce del presidente Putin, ha intimato all’Occidente di evitare qualsiasi intervento militare in Siria, ribadendo l’inviolabilità della base navale di Tartous e proponendo l’invio di forze speciali russe sulle alture del Golan per sostituire i reparti austriaci di stanza nell’area.

Lo stallo siriano potrebbe così segnare per Ankara la fine del piano di profondità strategica sul quale il ministro degli esteri Ahmet Davutoğlu aveva investito moltissimi anni di ricerca universitaria e quattro anni di carriera politica governativa. L’opera forse più significativa di Davutoğlu, pubblicata nel 2001 ed intitolata Stratejik Derinlik. Turkiye’nin Uluslararasi Konumu è diventata negli ultimi anni una pietra angolare ineludibile per capire la politica estera del governo turco.

Impropriamente e riduttivamente definitiva con l’appellativo di “neo-ottomana”, in realtà l’idea postkemalista che ha mosso le principali iniziative strategiche di Ankara era quella di integrare il paese nel nuovo contesto internazionale in una posizione di maggior prestigio.

Porta girevole
Già dopo la fine della Guerra Fredda, Ankara aveva cominciato a ripensare il suo ruolo di bastione antisovietico provando a sperimentare sempre maggiori margini di autonomia, ma i tentativi dell’ex presidente Özal nei primi anni Novanta risultarono inefficaci. Più recentemente, invece, la Turchia ha senz’altro intravisto l’opportunità di approfittare della chiusura della fase interventista dell’era Bush jr, pesantemente influenzata dagli orientamenti neoconservatori e dalla logica huntingtoniana dello scontro di civiltà.

Con l’ingresso di Robert Gates al Pentagono, l’approccio maggiormente realista della Casa Bianca ha consentito l’avvio di una progressiva revisione dei rapporti col mondo islamico, auspicata anche dall’ex consigliere di Jimmy Carter, Zbigniew Brzezinski, offrendo alla Turchia la possibilità di sfruttare il suo ruolo di mediazione tra Occidente e Oriente, mondo cristiano e mondo musulmano, secolarismo e tradizionalismo.

In pochi anni, dunque, le fondamenta della profondità strategica turca riacquistarono potenzialmente ampi margini d’azione: riconsiderare, almeno in parte, le origini turco-mongole e il passato ottomano del paese senza regredire i processi di modernizzazione e laicizzazione avviati da Atatürk negli anni Venti del Novecento; ridefinire in senso multivettoriale le partnership strategiche con un occhio di riguardo a Russia, Cina, India e Iran; tornare ad identificare, laddove possibile, lo spazio geografico turco con la sfera d’influenza ottomana, investendo sul piano economico e infrastrutturale nelle realtà balcaniche, caucasiche e mediorientali dove più significativa rimane l’eredità dei Sultani; accreditare la Turchia come primo riferimento culturale, economico e politico per tutto il mondo islamico, dal Marocco all’Indonesia.

Le direttrici di questo ambizioso attivismo potevano essere sintetizzate in due ordini di azione strategica: una in senso panislamico e l’altra in senso panturco. Entrambe, tuttavia, dovevano guardarsi da qualsiasi compromesso con quelle tendenze integraliste che hanno minato più volte la pace e la sicurezza in diverse aree critiche del mondo. Basti soltanto pensare al movimento ultranazionalista dei Lupi Grigi o all’estremismo wahhabita di al-Qaeda.

Nodi al pettine
Ma gli equilibri da costruire e mantenere erano troppo delicati e le contraddizioni di un piano talmente vasto e precario alla fine sono emerse. Come salvaguardare i rapporti con Mosca, cercando al contempo di inserirsi in Siria e nei Balcani a scapito di Assad e delle comunità serbe del Kosovo? Come guadagnarsi le simpatie di Putin mantenendo rapporti ambigui col movimento “soft-islamista” di Fethullah Gülen, bandito qualche anno fa dal governo russo? Come aprirsi alla Cina promuovendo al contempo la causa del nazionalismo uiguro nello Xinjiang? Come restare credibile agli occhi degli Stati Uniti e della Nato, chiedendo l’ammissione alla Sco? Come proporsi quale ağabey, ossia “fratello maggiore”, dinnanzi ai popoli turcofoni dell’Asia centrale, regolarmente minacciati dal radicalismo religioso, e sostenere in modo acritico le “primavere arabe” anche di fronte all’evidenza delle infiltrazioni integraliste?

Se l’Unione europea ha cominciato a riconsiderare le sue posizioni iniziali, la Turchia ha invece ottusamente sostenuto l’Esercito libero siriano garantendogli un costante supporto logistico. Tuttavia Erdoğan si è dovuto arrendere dinnanzi ad una politica estera contraddittoria, che ha rischiato seriamente di portare il paese in guerra con la Siria e dunque con l’Iran e Hezbollah. Da “zero problemi” a “troppi problemi”.

Andrea Fais, giornalista e saggista, è collaboratore del quotidiano cinese “Global Times” e della rivista multimediale “Equilibri”, autore de L’Aquila della Steppa. Volti e Prospettive del Kazakistan (Parma, 2012) e coautore de Il Risveglio del Drago. Politica e Strategie della Rinascita Cinese (Parma, 2011) e La Grande Muraglia. Pensiero Politico, Territorio e Strategia della Cina Popolare (Cavriago, 2012).
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sabato 15 giugno 2013

Afganistan: la sicurezza del Paese è ancora difficile

Afghanistan
Afghanistan 116
Il comandante delle Forze ISAF in Afghanistan, il Generale americano Joseph Dunford, ha ammonito la Comunità Internazionale a non voltare le spalle all’Afghanistan dopo il ritiro dei contingenti NATO nel 2014. Nel dodicesimo anno di missione internazionale, la situazione della sicurezza nel Paese è ancora difficile, come dimostrato dall’attacco suicida a Kabul dello scorso 11 giugno che ha causato la morte di almeno 16 persone e il ferimento di altre 40 nei pressi della sede dalla Corte Suprema. L’attentato è stato rivendicato dai talebani. Ulteriore conferma della persistenza dell’insurrezione, anche nel settore ovest a guida italiana, è stato l’attentato dell’8 giugno a Farah che è costato la vita al capitano dei Bersaglieri Giuseppe La Rosa e ha provocato il ferimento di altri tre militari. Per quanto rimanga di vitale importanza la ricerca di un dialogo con i talebani, come ha sottolineato lo stesso Dunford, le prospettive p! er una riconciliazione tra governo e insorti non si stanno concretizzando a causa delle differenze fra le due parti. La questione è ancor più pressante se si pensa che nel 2014, in base all’accordo raggiunto nel corso del vertice di Chicago del maggio dell’anno scorso con il Presidente Hamid Karzai, avranno termine le operazioni combat degli alleati e si assisterà al ritiro delle truppe ISAF. La prossima settimana, la coalizione lascerà gli ultimi distretti del Paese al controllo del governo afghano, che da lì in poi ne avrà la totale responsabilità. Le truppe NATO, provenienti da meno paesi ed in numero decisamente inferiore rispetto a oggi, rimarranno in Afghanistan con mansioni di supporto e addestramento alle Forze locali.

Iran: l'aoountamento elettorale

Elezioni presidenziali
L’incerto destino dell’Iran
Giovanni Castellaneta
07/06/2013
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Gli analisti di politica internazionale attribuiscono grande importanza alle presidenziali del 14 giugno in Iran. Una questione evidentemente non solo interna, ma con inevitabili riflessi regionali e globali. La prospettiva elettorale sembra delinearsi nel solco della conservazione, nel senso di una tendenza involutiva. Essa mira a superare l’esperienza della leadership incarnata da Ahmadinejad, sostenuta e riconfermata nel più recente passato a tutela del regime degli Ayatollah minacciato dalla rivoluzione verde del 2009, ormai inspendibile e inaccettabile nelle sue derive scissioniste ed eterodosse.

Di qui, l’esclusione del delfino di Ahmadinejad, Esfandiar Rahim Mashai dalla contesa presidenziale da parte del Consiglio dei Guardiani. Una direttrice che è stato a fortiori altrettanto logico vedere declinata nell’estromissione dell’ex presidente riformista Akbar Hashemi Rafsanjani.

Fine a sé stesso
Questa conservazione è diventata il vero e unico obiettivo politico del regime. Obiettivo che trascende la stessa gestione del potere e qualsiasi finalità interna o esterna essa possa prefiggersi. Un paradosso, forse, che si spiega con l’involuzione di un potere che ha perduto lo slancio e le motivazioni ideali della rivoluzione del 1979.

E che non sembra in grado di intercettare i mutamenti e le legittime aspirazioni di una società di 70 milioni di cittadini, dalla vivacissima articolazione sociale e culturale, per più di un quarto composta da giovani al di sotto dei 25 anni e oggi confrontata con le conseguenze di sanzioni, isolamento, crisi economica, disoccupazione, illiberalità. In una parola, con la gestione da parte di una leadership lontana culturalmente e dal punto di vista generazionale.

Che il vincitore sia Said Jalili, attuale negoziatore nucleare e candidato della Guida Suprema Khamenei, o Ali Akbar Velayati, suo consigliere di politica internazionale ed ex ministro degli esteri, non cambierà molto rispetto alla ferma volontà politica di preservare l’ortodossia di regime e fornirle amministratori che si differenziano solo per mere sfumature. Una sostanziale carenza di reale confronto che si tradurrà in un elevato astensionismo.

La partecipazione al voto e altri segnali che potranno derivare dalle urne saranno capaci di farci comprendere quanto saldo sia ancora il regime. E quanto valida la sua retorica, che da ultimo si è spinta a dichiarare che le sanzioni occidentali starebbero provocando non voluti effetti benefici ad un’economia che registra in realtà iperinflazione, assottigliamento delle riserve in valuta estera, aggravamento del deficit di bilancio, incapacità di differenziazione industriale rispetto al prevalente settore petrolifero.

Un regime che appare peraltro incapace persino di cavalcare a fini interni temi di aperta sensibilità per l’opinione pubblica, come la legittimazione del paese quale attore regionale e le sue aspirazioni a sviluppare il proprio programma nucleare. Ambizioni che richiedono tuttavia una necessaria premessa: l’avvio di una politica di affrancamento dall’isolamento internazionale, impossibile senza dialogare più costruttivamente con Stati Uniti e Israele. Ipotesi che rischia evidentemente di minare la sopravvivenza stessa del regime.

Rischio isolamento
Se questa è la prospettiva domestica, c’è da chiedersi cosa provocheranno le elezioni sullo scenario regionale e globale. Tra le presidenziali iraniane del 2009 e quelle del 2013 si è frapposta la primavera araba. In una cornice, peraltro, che aveva già registrato i rivolgimenti nell’ingombrante vicino iracheno, dove la fine dell’occupazione americana e la salita al potere di una leadership sciita ha aperto scenari di inconsueto riavvicinamento tra Baghdad e Teheran.

Il risveglio arabo, pur nato da istanze economico-sociali, è stato alimentato dalle monarchie del Golfo fino ad esacerbare la settarizzazione del confronto tra sciiti e sunniti. L’ascesa delle nuove dirigenze arabe ha acuito fenomeni di dissenso verso il regime iraniano in seno alle varie opinioni pubbliche e, nel più ampio scenario della contesa contro lo Stato di Israele, ha allontanato dal regime degli Ayatollah soggetti come Hamas.

In questo contesto, il vero nodo si gioca ovviamente in Siria. Poche settimane fa, per la prima volta, la comunità internazionale ha apertamente accusato Teheran di un intervento diretto nel conflitto. La presenza di militari iraniani è sintomatica di un aspetto cruciale della posizione internazionale iraniana: la caduta del regime di Assad costituirebbe il crollo dell’unico alleato in seno al mondo arabo e l’esasperazione di un isolamento che rischierebbe in questo caso di rivelarsi fatale.

Se non sarà la contesa elettorale a segnare, almeno nel breve periodo, mutamenti nella rotta dell’Iran, è verosimile che ulteriori aggravamenti del contesto economico o sviluppi del quadro regionale e internazionale (gli approdi della primavera araba e il destino della Siria di Assad in primis) possano innescare meccanismi e dinamiche di cambiamento. Quanto rapide e pacifiche resterà da vedere.

Giovanni Castellaneta, Ambasciatore d’Italia, è presidente di Sace
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Turchia: la stabilità vacilla?

Proteste in Turchia
Erdoğan è davvero finito?
Nathalie Tocci
10/06/2013
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La Turchia è spesso descritta come un polo economico con una politica estera (iper)attiva, reso possibile dalla stabilità politica assicurata dai tre mandati consecutivi del Partito Giustizia e Sviluppo (Akp). Critiche non mancano tuttavia ai limiti delle riforme messe in atto dal governo, sempre più lontane dall'agenda europea, e alle aspirazioni egemoniche del paese a livello regionale.

In questo scenario le pacifiche proteste in piazza Taksim, a Istanbul, hanno colto di sorpresa l'opinione pubblica internazionale. La stabilità politica della Turchia vacilla? L'indiscutibile primato dell'Akp potrà essere messo in crisi dalla crescente ondata di dissensi? “Erdoğan è davvero finito?” si domanda infine Judy Dempsey, del think tank Carnegie Europe.

Dissenso crescente 
Come molti analisti non hanno mancato di osservare, le proteste di Istanbul avevano poco a che vedere con la demolizione del piccolo parco Gezi in piazza Taksim per la costruzione di un maxi-centro commerciale. Con il violento intervento delle forze di polizia e l'uso massiccio di gas lacrimogeni sulla folla, le proteste si sono presto diffuse in tutto il paese.

I laici sono insorti contro l'adozione di una legge che restringe severamente il consumo di alcolici, giustificata dal primo ministro con l'esplicito riferimento a versetti coranici. Gli alevi, le cui già tese relazioni con il governo sono messe a dura prova dalla crisi siriana – e dalle recenti bombe sul confine, a Reyhanlı –, sono scesi in piazza contro la decisione del governo di dare al terzo ponte sul Bosforo il nome di “Selim il crudele”, sultano Ottomano mandante dei massacri dei musulmani alevi.

Ambientalisti e cittadini protestano contro l'incontrollata speculazione edilizia dell'Akp, deciso a spazzare via i pochi angoli verdi della città e ad erigere l'ennesimo centro commerciale nella vecchia sede del più antico cinema turco.

Al di là dei contenuti, ciò che ha unito i manifestanti che si sono presto mobilitati in tutto il paese è la crescente opposizione a una gestione del potere sempre più autoritaria del primo ministro. L'opposizione ad una concezione della democrazia fortemente maggioritaria e il dissenso verso una leadership gerarchica e accentrata hanno portato decine di migliaia di manifestanti nelle piazze turche. L'altro lato della medaglia è la crescente frustrazione verso l’inefficace opposizione del Partito popolare repubblicano (Chp), incapace di condurre importanti battaglie parlamentari.

Quale svolta?
La domanda di molti osservatori è se le proteste di Gezi Park possano segnare un punto di svolta nella politica interna. Il primo ministro avrà intuito di non potersi spingere oltre? Il governo potrà placare le opposizioni emerse con una brusca inversione di marcia?

È difficile che questa svolta abbia luogo ora. Sebbene le proteste abbiano raggiunto livelli senza precedenti, Erdoğan ha ragione quando afferma di poter “portare in piazza un milione di sostenitori ogni centomila dimostranti”. Parlando di numeri, il primo ministro turco gode ancora di una solida maggioranza nel paese.

Eppure le proteste hanno implicazioni più profonde, che non possono essere eluse attraverso un semplice calcolo elettorale. Il governo è attualmente coinvolto in una doppia sfida. Da un lato il “processo” - süreç - con il Pkk curdo. Dall'altro, il difficile tentativo di trovare i consensi per riformare la costituzione.

Ci sono buone possibilità che il governo turco riesca nella sua doppia sfida. Le dinamiche regionali - siriane ed irachene - e quelle interne sembrano convergere in una sinergia che rende l'intesa turco-curda per la prima volta possibile dopo trent'anni di conflitto.

Il negoziato con i curdi e l'accordo su una riforma costituzionale che possa portare ad un concreto avanzamento democratico del paese necessitano tuttavia di un profondo processo di revisione e di un coinvolgimento organico dell'intero paese.

Un governo di maggioranza, specialmente se ampia come quella di cui l'Akp dispone, può fare miracoli nel superare gli storici tabù del paese. Portare queste riforme al successo richiede tuttavia un vasto coinvolgimento delle molteplici anime della società turca.

Opportunità per l’Ue
Anche se può sembrare nostalgico e romantico affermarlo, l'Europa ha ancora un prezioso ruolo da giocare in questa partita. Portando avanti un credibile processo di adesione e fissando i parametri democratici su cui le eterogenee forze politiche turche possano convergere.

Anche qui un'emergente costellazione di fattori, dal recente ritrovamento dei bacini di gas nel Mediterraneo dell’est alle prospettive della nuova Europa multi-livello che potrebbe emergere oltre la crisi economica, suggeriscono che la virtuosa dinamica tra la Turchia e Unione europea non possa restare a lungo sopita. Ma attende, da entrambi i lati, nuove leadership per riprendere vigore.

Nathalie Tocci è vicedirettore dello Iai.
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lunedì 3 giugno 2013

la Cina, i brics e la governance globale di Marco Sanfilippo

Il primo viaggio ufficiale all’estero ha portato il nuovo presidente della 
Repubblica popolare cinese (Rpc), Xi Jinping, prima in Russia e poi 
in Africa lo scorso mese di marzo. 
Un’analisi della Brookings Institution ha suggerito che si tratta di una scelta che – oltre agli interessi 
strategici – rispecchia anche la volontà di Xi di muovere i primi passi 
all’estero in un contesto il più possibile accogliente per la Repubblica 
popolare. La visita nel continente africano ha avuto come evento clou
il quinto summit dei Brics (Brasile, Russia, India, Cina e Sud Africa), 
tenutosi quest’anno a Durban, Sud Africa. 
Tra le decisioni del summit, vanno segnalati i passi avanti verso la creazione di una Banca 
per lo sviluppo dei Brics, con un capitale iniziale di circa 2 miliardi di 
dollari Usa e con finalità di supporto al finanziamento di infrastrutture 
e progetti industriali, e la decisione di stabilire un fondo di riserve in 
valuta di circa 100 miliardi di dollari Usa con lo scopo di sostenere 
le bilance dei pagamenti dei paesi interessati in caso di crisi improvvise. Interessante anche osservare come il gruppo dei cinque paesi si 
sia proposto durante il summit come partner privilegiato dei paesi 
africani lanciando dei progetti per la costruzione di infrastrutture su 
larga scala nel continente. 
Al di là delle singole misure, quello che rileva è il significato che 
un paese come la Cina attribuisce al summit. Pur essendo la seconda 
economia globale, la Cina fatica a imporsi sulla scena politica internazionale e vede dunque nella collaborazione con le altre grandi economie emergenti una strada percorribile per spezzare il predominio 
delle potenze economiche tradizionali. L’obiettivo sono riforme volte 
ad una maggiore rappresentanza dei paesi del Sud del mondo nella governance dell’economia e della politica globale, secondo il principio per 
cui alla maggior responsabilità richiesta a questi nuovi attori globali 
deve corrispondere un incremento dei loro poteri decisionali. 
Se la rappresentatività delle istituzioni internazionali dipendesse 
strettamente dai numeri, per la verità, i Brics dovrebbero avere già 
oggi un ruolo più rilevante, se confrontato con quello delle potenze 
tradizionali. Basandoci sugli ultimi dati del Fondo monetario internazionale (Fmi), ad esempio, possiamo osservare come la quota parte 
di Pil mondiale attribuibile ai Brics sia oggi del 28%, contro il 37% 
dei paesi del G7. In più, le previsioni del Fondo sembrano suggerire 
che, proseguendo di questo passo, intorno al 2020 le quote dei due 
gruppi saranno pressoché equivalenti (Figura 1). È più che mai chiaro 
che la componente demografica gioca un ruolo in queste dinamiche, 
spingendo la produzione totale dei paesi da un lato, ma rallentando la 
convergenza sui livelli di ricchezza relativa dall’altro.
Non solo i Brics rappresentano insieme quasi la metà della popolazione mondiale, ma hanno una struttura demografica ancora favorevole, dato che la popolazione attiva (quella cioè in età lavorativa) dei 
cinque paesi rappresenta oggi – e così dovrebbe essere per gli anni 
a venire – più del 40% di quella mondiale (Figura 2). Si tratta di un 
dato rilevante, in considerazione del fatto che in generale bassi tassi di dipendenza determinano maggior potenziale produttivo e una 
maggior crescita. Dall’altra parte, tuttavia, la pressione demografica 
– spingendo sul denominatore – frena la convergenza nei livelli di 
ricchezza pro capite con i paesi più ricchi (Figura 3).
La spinta dei Brics è particolarmente rilevante se osservata in 
relazione all’integrazione economica con il resto del mondo (Figura 
4). Nell’insieme, infatti, i cinque paesi pesano oggi per più del 15% 
dell’export e dell’import globale, e per il 20% circa dei flussi di Investimenti diretti esteri (Ide) in entrata. Assai più rilevanti in prospettiva 
appaiano le quote degli Ide in uscita, oggi quasi al 10% sul totale 
mondiale ma in forte aumento, specialmente durante la crisi, a causa 
della rapida internazionalizzazione di imprese multinazionali tra cui 
si possono citare gli ormai noti casi di Embraier (Brasile), Gazprom 
(Russia), Tata (India), Haier (Cina) e Sab Miller (Sud Africa).
Se questo non bastasse per aspirare a un ruolo più rilevante nell’ordine economico e politico internazionale, i Brics espandono rapidamente la loro sfera di influenza in altri paesi in via di sviluppo essendo 
tra i più rilevanti attori nel gruppo dei cosiddetti donatori emergenti. La ricerca di consenso tra i paesi in via di sviluppo si configura 
in taluni casi come una strategia per aumentare il peso specifico dei 
Brics all’interno delle organizzazioni internazionali. Secondo alcune 
stime, l’ammontare degli aiuti erogati da questi paesi raggiungerebbe l’1-2% del totale mondiale. Altre fonti mostrano però cifre ben più 
rilevanti (cfr. Tabella 1), basate sulla cooperazione nell’ambito della 
concessione di prestiti a condizioni favorevoli, e nell’ambito dell’assistenza nella costruzione di infrastrutture. L’idea di una Banca dello 
sviluppo dei Brics con compiti di erogazione di prestiti di natura concessionale dovrebbe rappresentare un ulteriore passo in avanti verso una maggiore legittimazione a livello internazionale del gruppo 
dei donatori emergenti. Ad oggi ciascuno dei Brics concede aiuti allo 
sviluppo secondo modalità differenti e in settori e, soprattutto, aree 
geografiche differenti.
Per concludere, se è vero che l’unione fa la forza, i grandi paesi 
emergenti possono rappresentare per la nuova leadership cinese un’ottima sponda per rafforzare – anche a livello politico – il potenziale 
economico e demografico del paese negli anni a venire.
( Da orizzonte Cina, maggio 2013)

venerdì 31 maggio 2013

INDIA: violenza maoista in India. Guerriglia nello Stato di Chhattisgarth.



Una strage di esponenti locali del partito di Sonia Gandhi , il partito del Congresso I, è avvenuta nello stato del  Chhattisgarth, con un bilancio di trenta morti e di trentadue feriti. Questo attacco è opera dei  guerriglieri maoisti che da decenni portano la guerriglia nel nord est indiano. Questo di ieri è l’attacco più violento dal 2005 ad oggi. Scopo dell’attacco dichiarato era quello di decapitare i vertici locali del partito del Congresso I, che sempre avevano espresso di ribattere colpo su colpo ogni atto di violenza maoista, violenza scatenata in zone tra e più povere dell’India
 L’attacco si è svolto con i crismi di una vera e propria azione militare. I maoisti hanno teso una imboscata al convoglio che portava i rappresentanti politci del Congresso. Dopo aver fatto esplodere una mina hanno aperto il fuoco . Tra le vittime anche il “nemico numero uno” dei maoisti, Mahendra Karna, mebro del partito del congresso che nel 2005 aveva creato la milizia del Salwa Judum, dichiaratamente antimaoista.Karma era riuscito a sopravvivere fino ad oggi a numerosi attentati, che si erano intensificati dopo la creazione delle milizie Salwa Judum, che cercano di coinvolgere giovani appartenenti ai gruppi tribali della zona sottraendoli all’influenza dei maoisti.
 L’attacco è considerato a Nuova Delhi un segnale dei ribelli al Governo Centrale per sottolineare che gli arresti e le uccisioni di alcuni membri maoisti non hanno fiaccato la guerriglia.
 I leader del partito del Congresso I, fra cui Sonia Gandhi e suo figlio Rahul ed il primo ministro Singh hano presieduto una riunione straordinaria per valutare gli avvenimenti. 


sabato 25 maggio 2013

IRAN: annunciati i candidati per le presidenziali

I 12 Guardiani della Costituzione, l'insindacabile organo supremo che governa l'Iran, ha comunicato gli otto nomi dei candidati alle prossime elezioni che si terranno il 14 giugno prossimo. Tra questi nomi, a sorpresa, non figurano quelli di Abhar Rahim Rafsaniani e quello di Esfandeiar Rahim Mashaf. Il primo è l'ex presidente  del Governo ed il secondo il delfino di Mahmud Abmadinejad, presidente a fine mandato. 
Sono stati inclusinella lista, invece, il capo negoziatore per il nucleare, Saced Jalili ed il sindaco di Teheran, Mohammad Bager Qalibaf, entrambi molto vicino alla guida suprema Ali Khamenei..
Ragsanjani era stato criticato per le sue simpatie riformiste e per la sua età troppo avanza, 78 anni, mentre Ahmadinejad ha annunciato che chiederà a Khamenei di intervenire contro l'esclusione di Mashaj. Ma la stella nascente ed il candidato più accreditato sembra essere Jalili, capo negoziatore sullo scottante problema del nucleare ma anche segretario del Supremo consiglio per la sicurezza nazionale iraniano.

martedì 21 maggio 2013

Arabia Saudita: si punta sul fotovoltaico


ARABIA SAUDITA. 2013 Febbraio 4.Completato il più grande impianto fotovoltaico del paese
L’Arabia Saudita ha completato il suo più grande impianto fotovoltaico che utilizza 12.684 pannelli solari per una capacità produttiva di 3,5 Mw. Il progetto è stato sviluppato dalla tedesca Phonenix Solar Ag utilizzando i pannelli solari forniti dalla cinese Suntech Power Holdings e gli invertitori dalla Sma Solar Technology AG. Questa energia viene attualmente impiegata per alimentare telefoni e segnalatori di emergenza lungo le autostrade  nel deserto. Il progetto che ha portato alla realizzazione di questo impianto rientra nella strategia adottata da Ryad di generare un terzo della propria elettricità dal sistema solare entro il 2032. . In venti anni si conta di costruire impianti per una produzione globale di 41 gigawat, di cui 16 dal fotovoltaico e 25 dal sistema solare concentrato. L’Arabia Saudita riceve una quantitò di luce solari pari a oltre centocinquanta trilioni di chilowat al giorno, corrispondenti a 10 milioni di barili di petorlio greggio.
La scelta di puntare su questo settore ha un significato strettamente economico. Un rapporto della Citygroup ha reso noto che, se la domanda interna di energia dovesse crescere ai ritmi attuali, nel giro di una decina d’anni, l’Arabia Saudita sarebbe costretta a diventare importatrice di petrolio, anche se oggi è il leader del settore, con una produzione che tocca i 12 milioni di barili di greggio al giorno e che ufficialmente ha un quinto delle riserve di petrolio del mondo
(ricerca23@libero.it)

lunedì 20 maggio 2013

La Corea del Nord dispone di 200 rampe missilistiche, e non di 94

Rispetto a quelli fino ad ora conosciuti e stimati, la Corea del Nord dispone di due volte il numero di lanciamissili. Pyongyang avrebbe 50 lanciamissili di media gittata e 150 lanciamissili a corta gittata, e non 94 in totale come fino ad ora le Intelligence occidentali e coreana. credevano. Il dato è stato annunciato in un rapporto pubblicato dall'agenzia di stampa sudcoreana Yonhap.
La notizia si inserisce nella incandescente situazione della penisola coreana, ove, peraltro, si assiste ad un leggero calo della tensione dopo che i nordcoreani hanno ritirato all'inizio di maggio due missili dalla base di lancio sulla costa est del Paese. Tokyo e Seoul avevano ultimamente aumentato le loro difese antimissilistiche, mentre l'esercito statunitense aveva dispiegato armi antimissili e potenti radar contro un possibile lancio.
La penisola coreana aveva visto nei mesi scorsi una delle peggiori crisi da molti anni a questa parte, innescata da un lancio, riuscito, di un missile a lunga gittata a dicembre e da un terzo esperimento nucleare in febbraio: la Comunità Internazionale ha risposto con dure sanzioni contro la Corea del Nord, volte a far recedere Pyongyang dalla sua politica di escalation nucleare.

sabato 20 aprile 2013

La contesa per il Nogorno-Karabakh

Il conflitto in Nogorno Karabakh aprì la stagione delle guerre etniche che sconvolsero l'area della ex Unione Sovietica. I combattimenti per il Nogorno-Karabackh furono caratterizzati dall'inconciliabile divergenza tra i due contendenti la cui reciproca animosità crebbe proporzionalmente all'intensità degli scontri, anzichè ridimensionarsi raggiungendo livelli di efferata brutalità nella pratica sistematica della "pulizia etnica" adottata con sorprendente naturalezza da entrambe le parti. Il conflitto azero-armeno fu, infine, il primo significativo banco di prova del nuovo Stato russo, che dimostrò di aver ereditato appieno le doti del suo predecessore, perpetuandone l'efficacia politica dell'equilibrio per riuscire a mantenere la propria presenza militare e un'influenza non indifferente in un area di grande valore strategico.

I punti essenziali sono le radici del conflitto:
Verso la guerra. La repressione di Baku


Le forze in campo. Operazione Anello. La prima offensiva Armena. Prima controoffensiva azera

Seconda offensiva armena . Il golpe di Husseinov. Terza offensiva armena. 


Seconda controffensiva azera e quarta offensiva finale armena. Considerazioni operative. Il ruolo della Russia. Una pace in armi


mercoledì 20 marzo 2013

Eu and PKK

To Europe and Back. The Three Decades of Turkish Struggle in Turkey, by D.Kurban 

Europe has been a primary actor for the Kurdish political struggle carried out simultaneously by the PKK and civilian actors since the late 1980s. The EU and the European Court of Human Rights have had an indispensable role in raising awareness and documenting the plight of the Kurds on the one hand and inducing Turkey to embark on political reform on the other. Since the mid-2000s, however, the dynamics between Europ e, the Turkish government and the Kurdish political movement have drastically changed, diminishing the role, legitimacy and significance of European institutions in Turkey and forcing the Turkish state and the Kurds to develop a "home grown" solution to the conflict. While the "peace process" launched by the government in late 2012 raises hopes for a peaceful settlement, the mismatch between the parties' expectations render it extremely fragile.

(From IAI-Instabul policy Center Mercator Foundation Project)

Afganistan: attività di insorti infiltrati. Ulteriori difficoltà

L’11 marzo si è verificato un nuovo caso di aggressione da parte di insorti infiltrati nei ranghi dell’Esercito afghano che hanno aperto il fuoco su truppe USA. Questa volta l’attacco è avvenuto nella provincia di Wardak, a sud-est di Kabul, dove sono rimasti uccisi due soldati americani e tre poliziotti afghani. Recentemente Karzai ha insistito per l’espulsione delle forze speciali USA da Wardak per via del loro presunto comportamento nei confronti della popolazione locale. A rendere la situazione ulteriormente preoccupante sono state le dichiarazioni del Presidente afghano su di una fantomatica ed improbabile collusione tra Stati Uniti e talebani per spaventare il popolo afghano e convincerlo che le truppe straniere debbono rimanere oltre il 2014. 
Allo stesso tempo la prevista conferenza stampa tra il Presidente afghano e il nuovo segretario alla Difesa Usa, Chuck Hagel, in visita a Kabul, è stata annullata. Ufficialmente, la ! cancellazione è avvenuta per motivi di sicurezza, ma è lecito pensare che Hagel abbia deciso di non presentarsi dopo le dichiarazioni al vetriolo di Karzai. 
Stati Uniti e Afghanistan stanno negoziando un nuovo accordo di lungo periodo per regolamentare la presenza delle truppe statunitensi nel Paese, che prossimamente dovrebbero passare da 66 mila a 34 mila unità. Il numero delle truppe internazionali che rimarranno sul territorio afghano dopo il ritiro previsto per il prossimo anno è invece ancora da determinare.

(Da Ce.S.I.) Geopolitical Weekly n. 103

Incremento della Spesa Militare in Cina


La Cina ha recentemente annunciato un incremento della spesa militare pari all’11%, aumentando la preoccupazione internazionale attorno alle sue effettive intenzioni. L’alto livello di segretezza mantenuto da Pechino sui dati specifici rende difficile prevedere dove verrà concentrato maggiormente lo sforzo economico. La tendenza a dichiarare solo una parte della spesa dedicata alle forze armate, piuttosto che il computo complessivo, spinge a ritenere che l’entità dell’aumento reale possa anche essere superiore a quanto ufficialmente dichiarato.
Le pressioni di Washington per una maggiore trasparenza cinese sulle sue spese militari non hanno finora sortito effetto. Il budget militare ufficiale di Pechino sale così dai 95,6 miliardi di dollari a 106 miliardi su base annuale. L’aumento delle risorse a favore della Difesa potrebbe essere finalizzato a migliorare i rapporti tra il nuovo Presidente Xi Jinping e i generali dell’Esercito cinese.
Stati Uniti! 
L’Agenzia statunitense per i Progetti Avanzati di Ricerca della Difesa (DARPA) ha annunciato di essere in procinto di concentrare i propri sforzi per riuscire a far operare Aeromobili a Pilotaggio Remoto (APR) di categoria MALE su navi di ridotte dimensioni. Il progetto del nuovo APR è stato denominato Tactically Exploited Reconnaissance Node Program (TERN). Lo scopo finale della DARPA è quindi di utilizzare APR delle dimensioni di un MQ-1 Predator a partire dal ponte delle nuove Littoral Combat Ship (LCS) in fase di sviluppo e attualmente predisposte al solo impiego di elicotteri.
La DARPA ha previsto lo sviluppo di un prototipo capace di trasportare un carico di 270kg fino a una distanza di 1600km dalla nave. La conclusione del programma TERN è prevista nel giro dei prossimi 40 mesi e la ricerca verrà concentrata nello sviluppo di un’affidabile tecnica di decollo e recupero dell’APR e sulla possibilità di collocarlo su una LCS.

(Da Ce.S.I. - Newletters n. 48)

venerdì 15 marzo 2013

Indian navy takes second Barents Sea summer


Much-delayed “INS Vikramaditya” aircraft carrier will sail out from Severodvinsk and go on sea trails in June and July.
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February 27, 2013
The rebuilt former Soviet navy carrier is scheduled to be handed over to the Indian navy in November. But first, the huge vessel will have to prove she is fully functional.
A three months sea trail period last summer revealed severe problems with the vessel’s boilers and the official handover was postponed. “INS Vikramaditya” had to sail back to the yard in Severodvinsk in Russia’s White Sea region for repair and upgrades. Head of the Russian Federal Service for Military-Technical Cooperation, Aleksandr Fomin, is quoted by The Indian Express saying that the aircraft carrier will be put in dock in Severodvinsk in April and go on sea trails in June and July.
Last summer “INS Vikramaditya” was sailing in the Russian Northern fleet’s exercise areas outside the Kola Peninsula.
The aircraft carrier was originally put to service for the Soviet Northern fleet in 1987 under the name “Admiral Gorshkov.” The vessel was laid up after the breakup of the Soviet Union, until a 2004 agreement between New Delhi and Moscow stipulated an upgrading at Sevmash naval yard to be followed by transfer to the Indian Navy. 
The malfunctions in the boilers last summer was discovered during high speed tests in the Barents Sea. The reason was said to be cracks in the fire-brick insulation caused by high temperatures. Now, India has agreed with Sevmash to go ahead with using asbestos based insulation in the boilers, believed to cope well with high temperatures.  
Originally, “INS Vikramaditya” was supposed to be delivered in 2008 and the (so far) five years delay is seen as an embarrassing torn in Indian, Russian military hardware cooperation. 

mercoledì 6 febbraio 2013

Si aggrava la situazione nella Penisola Coreana

16.COREA DEL NORD. 2013. Gennaio 29. Kim Jong Un deciso a procedere ad un test nucleare.

Kim Jon Un, capo del regime comunista della Corea del Nord, ha comunicato, dopo un incontor con i vertici del partito e dello Stato, che sono in arrivo sostanziali e importanti misure statli ad alto livello. Queste dichirazioni confermano le nuove immagini satellitari che segnalano una attività in corso in un sito utilizzato dalla Corea del Nord per esperimenti nucleari. Nonostante la reazione della Comunità internazionale, il regime di Pyongyang procede sulla sua strada, risoluto ad avere un test nucleare al fine di completare il suo armamento nucleare. Questo nonostante che anche la Cina e la Russia abbiamo manifestato la loro contrarietà a questo programma di armamento.

17.COREA DEL NORD. 2013. Gennaio 30. Pressioni cinesi su Pyongyang
La Cina è intenzionata a scongiurare il minacciato terzo esperimento nucleare nordcoreano. Dopo aver inviato propri rappresentanti a Pyongyang, Pechino sta valutando una vasta gamma di misure per evitare che la Corea del Nord conduca l’esperimento atomico e sta prendendo in considerazione eventuali iniziative contro il tradizionale alleato nordcoreano nel caso proceda nei suoi propositi. La Cina, a giudizio degli osservatori, è il solo paese in grado di influenzare la Corea del Nord, essendo, tra l’altro, il principale patner economico. Nel contempo Pechino ha sottolineato che non vede positivamente l’aumento della tensione nella penisola coreana, invitanto la Corea del Sud e il Giappone ad astenersi da ogni iniziativa. In questo scenario incerto, non appare privo di significato il fatto che sia la Cina che gli Stati Uniti hanno effettuato test missilisti intercettori e che il Giappone abbia recentemente lanciato sue satelliti di ricognizione per rafforzare il suo sistema di sorveglianza. L’inviato speciale statunitense per la Corea del Nord, Glyn Davis, ha sostenuto ieri a Tokyo che non vede attualmente nessuna possibilità diplomatica di far recedere ilregime comunista di Pyongyan dall’effettuare il nuovo test nucleare.

18.COREA DEL NORD. 2013. Febbraio 2. Minacce nord coreane agli Stati Uniti
Il regime comunista della Corea del Nord è tornato a minacciare gli Stati Uniti. Pyongyang ha avvertio Waschington che è pronta una “ punizione spietata” contro gli statuinitensi e che soldati e civili nordcoreani sono a disposizione per ogni azione. Una dichiarazione della agenzia Kcna afferma che “ i potenti mezzi in capo all’esercito di Pyogyang sono già nella piena disponibilità a pronti a ferrare una punizione spietata e mostrare come è una vera e propria guerra. Queste minacce sembrano preludere al test nucleare che la Corea del Nord intende effettuare a breve. Fonti di intelligence hanno fatto sapere che la Corea del Nord ha coperto l’entrata di uno dei tunnel del sito nucleare di Punggye Ri., dove il regie ha effettuato i suoi test atomici precedenti nel 2006 e nel 2009. Questo significa che la Corea del Nord sta completando i preparativi del terzo test nucleare, seguendo una tattica simile a quella che ha visto lanciare a sorpresa il 12 dicembre il suo razzo

lunedì 4 febbraio 2013

Corea del Nord: sempre più probabile il test nucleare.


13.COREA DEL NORD. 2013. Gennaio 25. Pyongyang sfida gli Stati Uniti
Non si è fatta attendere la risposta del Governo di Pyonyang in merito al rafforzamento delle sanzioni decise dall’ONU contro la Corea del Nord a seguito del lancio del missile intercontinentale dello scorso dicembre. La Corea del Nord intende effettuare un test nucleare che dimostri la capacità di colpire gli Stati Uniti. Una dichiarazione rilasciata alla agenzia Kcna, da parte della Commissione di Difesa , il più alto organo istituzionale del paese comunista, sottolinea i test nucleari “avranno come target il nostro nemico giurato, gli Stati Uniti”. Per gli Stati Uniti queste dichiarazioni servono al Regime comunista nordcoreano per uscire dal suo isolamento internazionale e sperare in qualche via di uscita. Per il  Ministro della Difesa Sud Coreano, basandosi su informazioni speciali ottenute dall’Intelligence, comprese immagini satellitari, la Corea del Nord da mesi è impegnata in preparativi nel suo sito per i test nucleari ed è in grado di far esplodere in qualsiasi momento un ordigno nucleare.
  
14.COREA DEL NORD. 2013. Gennaio 26. Minacce di Pyongyang a Seoul
La Corea del Nord ha minacciato la Corea del Sud di rappresaglie fisiche se dovesse associarsi alle nuove sanzioni votate questa settimana dal Consiglio di Sicurezza delle Nazioni Unite. Le reazioni alle sanzioni votate il 12 dicembre scorso dall’ONU, oltre alle minacce a Seoul, comprendono anche l’annuncio  della intenzione della Corea del Nord a procedere, ad una data non definita, ad un nuovo test nucleare in segno di sfida agli Stati Uniti.
La Cina ha già fatto sapere che intende ridurre, qualora Pyongyang procederà all’esperimento, i suoi aiuti alla Corea del Sud, mentre le reazioni degli Stati Uniti considerano queste dichirazioni “inutilmente provocatorie”

15.COREA DEL NORD. 2013. Gennaio 28. La Cina prende le distanze da Pyongyang
Il Regime comunista nord coreano ha rinnovato le minacce di procedere ad un test nucleare nei prossimi mesi. La novità consiste che ha anche lanciato un rarissimo attacco ai suoi alleati storici, la Cina e la Russia, per il supporto dato alla adozione delle sanzioni che l’ONU ha deciso nei suoi confronti.
Dal canto suo, Pechino ha fatto sapere che la Corea del Nord sta mettendo a dura prova la sua pazienza e potrebbe ritirare il proprio storico sostegno al regime nordcoreano. Pechino non ha alcun interesse che la tensione nella penisola coreana aumenti, anche se l’atteggiamento di Pyongyang la alimenta costantemente. Notizie di stampa da Pechino confermano che la Cina cercherà di frenare l’azione nordcoreana in tema di test nucleari.

mercoledì 30 gennaio 2013

Afganistan. Dicembre 2012


AFGANISTAN. 2012. Dicembre 6. Violenza sulle donne
La Commissione  indipendente sui Diritti Umani in Afganistan segnala che nei primi sette mesi del 2012 si sono registrati 4010 casi di violenza contro le donne, ovvero si sono raddoppiati rispetto al 2011. In 16 delle 36 provincie afgane ove l’ONU è in grado di ottenere informazioni e dati, solo il 21% dei 470 responsabili di violenze contro le donne sono stati condannati.
Parole Chiave. Coesione Sociale. Religione. Violenza sulle donne. Etnie.


AFGANISTAN.2012.DICEMBRE 12.  Rapporto del Pentagono sulla sicurezza in Afganistan
Il Pentagono ha reso noto un rapporto, riferito al periodo aprile settembre 2012, secondo il quale delle 23 brigate del nuovo esercito afgano, solo una è in grado di operare in modo indipendente, senza l’assistenza delle truppe statunitensi o delle forze Nato. Il livello di violenza nel Pese è aumentato e superiore rispetto all’analogo periodo del 2011. I talebani restano una forte minaccia eil rapporto sottolinea come “ l’insurrezione guidata dai miliziani resta determinata e conserva la capacità di piazzare un numero consistente di ordigni esplosivi improvvisati e di condurre attacchi isolati di altro profilo. Il rapporto giunge nel momento in cui la Casa bianca sta valutando la tempistica del ritiro di 68.000 soldati statunitensi e mentre sta procedendo il processo di transizione in vista del disimpegno delle forze Nato previsto nel 2014, anno in cui in Afganistan si terranno le elezioni presidenziali.
Parole Chiave: Rischio paese. Sicurezza. Coesione Sociale. Spese Militari

venerdì 25 gennaio 2013

Subcontinente Indiano II


BANGLADESH. 2012 Dicembre 7. Violenti sommosse in Bagladesh.
Incidenti di notevole entità si sono verificati a Dhaka a seguito della degenerazione di uno sciopero nazionale antigovernativo organizzato dai partiti di opposizione, guidati dal partito nazionalista del Bagladesh ( BNP) sostenuto da gruppi islamici, che aveva lo scopo di chiedere le elezioni anticipate rispetto alla fine dell legislatura prevista per il 2014. Le proteste durano anche il antre citta del paese da oltre una settimana e il bilancio è di due morti ed oltre trecento feriti.
Il Governo, di centrosinistra, è guidato da Sheikh Hasina, è stato costretto a chiudere le scuole dopo che i manifestanti degli opposti schieramenti si sono affrontati a colpi di bastone e di mnachete e lancio di bombe molotv.
Parole Chiave. Etnia. Minoranze. Religione. Coesione Sociale. Violenza nelle Manifestazioni.  

lunedì 21 gennaio 2013

Subcontinente indiano


INDIA.2012. Dicembre. 13 : Elezioni legislative nello Stato Indiano del Gujarat
Elezioni legislative del Gujarat. 181 milioni di elettori per scegliere 846 candidati. Prima fase il 14 dicembre seconda fase il 21 dicembre.
I contendenti sono: Narenda Modi, primo ministro uscente, che potrebbe essere riconfermato. Rahul Gandhi, figlio di Sonia Gandi, Esponente del Partito del Congresso I.
Modi  è uno dei falchi dell’opposizione nazionale indù del Bharatya janata party (Bjp), che nel 2002 fu accusato di aver fomentato progrom antimussulmani. E’ anche indicato come candidato dell’opposizione alla carica di primo ministro alle prossime elezioni legislative del 2014. Da dieci anni alla guida dello Stato, ha molte probabilità di essere rieletto.
Per Roul Gandhi e per il suo partito è, invece,  un banco di prova, per saggiare lo stato di saluto del Partito del Congresso I
Lo stato del Gujarat è un modello per l’industrializzazione e la capacità di attirare investimetni dall’estero; è la roccaforte della destra Indù, anti mussulmana ed anti cristiana.
Parole Chiave. Induismo. Elezioni. India. Minoranze. Etnie

martedì 15 gennaio 2013

Corea del Nord. Dicembre Cronache 4 Tensione nella Penisola coreana

10.COREA DEL NORD. 2012. Dicembre.16. La Corea del Sud teme un test nucleare della Corea del Nord.

Dopo il successo del lancio del missile la Corea del Sud vede una elevata probabilità di un test nucleare da parte della Corea del Nord. La Corea del nord ha fatto due esprimenti nucleari nel 2006 e nel 2009 subito dopo il lancio di vettori balistici. Secondo Seoul l’obiettivo del lancio è stato quello di sviluppare un sistema capace di trasportare testate nucleari. All’inizio del 2011 i satelli avevano rilevato i lavori di costruzione di due gallerie in preparazione per un ipotetico test nucleare sotterraneo sul sito di Punggye-ri nella provincia nord coreana di Hamgyong, dove si sono tenute le due prove precedenti. Il successo del lancio rappresenta una svolta per il regime di Pyongyang che potrebbe aver acquisito quella padronanza dell’uso dei missili balistici che cercava da tempo. Negli Stati Uniti esperti in materia di armamenti chiedono misure più efficaci per contenre l’arsenale nordcoreano.

11.COREA DEL NORD. 2012. Dicembre.18. Commemorato Kimg Jong II
La Korean Central Televisioni (KCTV) ha trasmesso in diretta la cerimonia, svoltasi in un clima di euforia per il successo del lancio del missile, tenutasi in uno degli Stati di Pyongyang per rendere omaggio al “caro leadere” Kin Jong II, ad un anno dalla scomparsa avvenuta il 17 dicembre 2011 a cui hanno partecipato decine di migliaia di persone ed i vertici del regime, incluso Kim Jong Un, il “giovane generale” al potere dopo la morte del padre. Durante la manifestazione durata 70 minuti, Kim Yong Nam, il presidente del Presiudium del Popolo nel discorso ha sottolineato più volte il tema del “Songun”, la politica dei “militari prima di tutto” ed ha toccato le corde di tutti i temi della propaganda nordcoreana. La Corea del Nord deve essere, in sintesi, una potenza militare mondiale legittimata dalle armi nucleari.
Di fronte al Mausuleo di Kim Jong Sung centinaia di migliaia di persone hanno osservato un minuto di silenzio.

12.COREA DEL NORD. 2012. Dicembre.29.Tensione nella Penisola Coreana
Il regime di Pyongyang ha velocemente riparato i danni causati dalla ultime inondazioni nel centro atomico di Pungegye-ri che ha ripreso la sua funzionalità: Secondo il centro studi della Johns Hopkins University la Corea del Nord potrebbe nel giro di due-tre settimano procedere ad un esperimento nucleare. La tesi è suffragata dallo studio di immagini satellitari. Questo dato ha fatto salire notevolmente la tensione nella penisola coreana, già alta per il lancio del vettore nord coreano a metà dicembre.

Corea del Nord. Dicembre Cronaca 3 La reazione internazionale

7.COREA DEL NORD. 2012. Dicembre.13. Reazioni negative al lancio del missile da parte della Comunità Internazionale

La Comunità Internazionale ha reagito negativamente al lancio del mille nordcoreano. L’ONU, attraverso Ban Ki-monn, ha deplorato il lancio che è una chiara violazione della risoluzione 1874 del 2009 del Consiglio di Sicurezza. Gli Stati Uniti hanno annunciato azioni appropriate e si è parlato di atto alatamente provocatorio. Il Giappone ha chiesto la convocazione del Consiglio di Sicirezza dell’ONU, sottolineando che il lancio è totalmente inaccettabile, e si promette una dura risposta.
La Russia ha espresso profonda preoccupazione, facendo notare che il lancio ha reso considerevolmente più difficili i colloqui sul programma nucleare. Anche la Cina, ultimo alleato di Pyonyang, ha criticato l’iniziativa, affermando che se tutti hanno il diritto a sviluppare piani di esplorazione spaziale, quei devono essere svolti nell’ambito dell’ONU. L’india ha manifestato preoccupazione. L’Unione Europea ha minacciato nuove sanzioni alla Corea del Nord, mentre la Nato, tramite il Segretario generale Fogh Rasmussen, definisce il lancio un atto provocatorio che acuisce le tensioni nella regione e rischia di destabilizzare ulteriormente la penisola coreana.

8.COREA DEL NORD. 2012. Dicembre.14. Il Consiglio di Sicurezza dell’ONU condanna il lancio nordcoreano.
Il Consiglio di Sicurezza dell’ONU ha condannato il lancio ed intende continuare la discussione su come rispondere alla violazioni della Corea del Nord alle risoluzioni dell’ONU. Discussioni a porte chiuse sono in corso, mentre gli Stati Uniti hanno fatto sapere che sono pronti per una risposta chiara e forte ed intendono lavorare con i patner internazionali per isolare ulteriormente la Corea del Nord. Di contro la Cina chiede di procedere con prudenza nella valutazione del lancio nordcoreano. Fonti di stampa cinesi affermano che la Cina porrà il veto a eventuali nuove sanzioni, onde evitare possibili escalation della situazione attuale nella penisola coreana

9.COREA DEL NORD. 2012. Dicembre.15. Pyongyang celebra il lancio del missile
Centinaia di migliaia di nordcoreani sono stati convocati in Piazza a Pyongyang per celebrare il successo del lancio del missile. L’immensa folla, allineata sulla piazza Kim Il Sung ha applaudito i discorsi pronunciati da alti esponenti dell’esercito e del partito che hanno canto le lodi del giovane leader Kim Jong Un. Nonostante che milioni di nord coreani soffrano di malnutrizione e necessitano di aiuti internazionali i dirigenti del partito hanno sottolineato il bisogno di lanciare in futuro altri missili per sviluppare la scienza, la tecnologia e l’economia del Pese.
Da Seoul si apprende che la marina sudcoreana ha recuperato frammenti del razzo che saranno analizzati al più presto per determinare e conoscenze scientifiche e il know how balistico della Corea del Nord. Poche ore prima dei recuperi Pyongyang aveva avvisato Tokyo e Seoul che ogni tentativo di recupero di resti sarebbe stato interpretato come “atto di guerra”

Corea del Nord. Dicembre Cronaca 2 Il missile è lanciato

4.COREA DEL NORD. 2012. Dicembre.11. Pyongyang rinvia il lancio

La Corea del Nord ha annunciato l’estensione al 29 dicembre della finestra per il lancio del missile intercontinentale fissata tra l’11 e il 22 dicembre, giustifanco il rinvio in quanto gli scienzati hanno individuato un difetto tecnico del modulo di controllo del motore del primo stadio. Nel contempo le autorità nordcoreano insistono dell’affermare che l’iniziativa è pacifica e destinata a porre in orbita un satellite per osservazione invece di un test mascherato come sostiene la Comunità Internazionale.

5.COREA DEL NORD. 2012. Dicembre.12. Offensiva diplomatica della Corea del Sud
La Corea del Sud ha lanciato una offensiva diplomatica per cercare di impedire il lancio da parte di Pyongyang. Il missile ha una gittata di 6.700 chilometri potenzialmente in grado di colpire gli Stati Uniti. Il Governo di Seul ha avuto colloqui con Cina e Russia, nel tentativo dell’ultimo minuto di far desistere le autorità nord coreano ad effettuare il lancio. L’inviato sudcoreano Lim Sung Nam dovrebbe incontrare a Mosca Igor Morgulov per discutere il modo migliore di prevenire l’azione nordcoreana. Successivamente incontrerà esponenti del governo cinese. Analizzando immagini satellitari esperti sudcoreani e statunitensi affermano che i nordcoreani stanno dissamblando il razzo pronto al lancio, che sarebbe dovuta ad una carenza tecnica del modulo del motore. Queste incertezze tecniche favoriscono l’iniziativa sudcoreana tesa a fermare il controverso lancio.

6.COREA DEL NORD. 2012. Dicembre.13. Pyongyang lancia il missile
La Corea del Nord ha lanciato un missile e messo in orbita un satellite malgrado le pressioni della Comunità Internazionale, e violando la risoluzione del Consiglio di Sicurezza dell’ONU, completando per la prima volta una operazione del genere. Il lancio è stato effettuato alle 9.49 ( ora coreana l’1,49 ora italiana) del 13 dicembre 2013 su una rotta verso sud, con il primo stadio caduto sul mar Giallo ed il secondo nella acque del Pacifico ad est delle Filippine, dopo aver superato l’isola di Okinawa. Il Governo nord coreano ha ribadito il suo diritto legittimo di lanciare razzi ad uso civile ed ha assicurato che continuerà il suo programma spaziale.

Corea del Nord Dicembre Cronaca 1 Un giovane al potere

1. COREA DEL NORD. 2012. Dicembre. 4. Ciclo dei festeggiamenti per Kim Jomg II.

Si sono aperti gli eventi per la commemorazione del “Caro estinto” morto il 17 dicembre del 2011 a causa di un attacco cardiaco. Il momento più caldo della serie di eventi dovrebbe essere il lancio di un razzo per la messa in orbita , tra il 20 ed il 22 dicembre, di un satellite di osservazione terrestre. Queste le intenzioni del governo nordcoerano. In realtà in Occidente si è tenuti a pensare che questo esperimento nasconda un test di un vettore a lunga gittata potenzialmente in grado di montare una testata nucleare. La Cina ha espresso la propria preoccupazione e la Russia ha invitato la Corea del nord a non effettuare il lancio.

2.COREA DEL NORD. 2012. Dicembre.5. Condanna dell’ONU e della Comunità Internazionale al lancio del missile nordcoreano.
Il Segretario generale dell’ONU Ban-Ki-moon è “profondamente preoccupato” per il progetto della Corea del Nord che ha già installato sulla rampa tutti e tre gli stadi del razzo, in vista del lancio che avverrà tra il 20 ed il 22 dicembre.
Anche l’Unione Europa, oltre a Cina e Russia, ha chiesto di annullare l’esperimento, mentre Stati Uniti e Corea del Sud hanno espresso una severa condanna. Il Giappone ha iniziato a dislocare le batterie di missili intercettori “Patriot”(Pac-3) nelle prefetture di Okinawa, le più a rischio per la traiettoria di lancio scelta, mentre a Tokyo saranno protetti i punti strategici e simbolici.
Il Segretario di Stato americano Hilary Clinton ha esortato Nato e Russia affinchè facciano pressioni sulla Corea del Nord per farla desistere dal lancio del razzo, che ormai tutti sospettano essere un missile balistico.

3.COREA DEL NORD. 2012. Dicembre.6. La complessa partita di Kim Jong Un
Kim Jong Un pare intenzionato a giocare una complessa partita sul piano interno con i Militari. Pochi giorni fa a defenestrato quattro militari di vertice. Tra questi il ministro della Difesa Kim Jong Gak, rimosso dopo sette mesi e sostituito da Kim Kyok Sik, l’ideatore del bombardamento di novembre 2010 sull’isola coreana di Yeonpyong, in cui persero la vita quattro persone. Questa mossa è stata vista come un consolidamento del potere di Kim Jong Un, dopo le purghe dei mesi precedenti, per il fallimento del lancio nell’aprile 2012, considerata una vera e propria onta per l’onore militare della Corea del Nord. Ora, grazie all’aiuto di tecnici stranieri, il programmato lancio del razzo dovrebbe avere successo, e questo laverebbe l’onta dei quattro precedenti fallimenti. I militari non possono sbagliare.

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