Asia

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Metodo di ricerca ed analisi adottato

Per il medoto di ricerca ed analisi adottato

Vds post in data 30 dicembre 2009 sul blog www.coltrinariatlanteamerica.blogspot.com
seguento il percorso:
Nota 1 - L'approccio concettuale alla ricerca. Il metodo adottato
Nota 2 - La parametrazione delle Capacità dello Stato
Nota 3 - Il Rapporto tra i fattori di squilibrio e le capacità delloStato
Nota 4 - Il Metodo di calcolo adottato

Per gli altri continenti si rifà riferimento al citato blog www.coltrinariatlanteamerica.blogspot.com per la spiegazione del metodo di ricerca.

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mercoledì 30 giugno 2021

sabato 19 giugno 2021

Rzbekistan. Un Paese chiave nell'Asia Centrale

 

Nel cuore dell’Asia  centrale si trova l’Uzbekistan, in cui si mescolano due culture: quella truca e quella iraniana. Oggi dopo la morte del primo ministro Islam Karimov si assiste ad un cambiamento della politica del Pese. Tuttavia le riforme economiche intraprese modificano poco le strutture statali e sociali, che sembrano ancora medievali. L’ispirazione di una parte della popolazione ad una maggiore libertà e a un maggiore rispetto da parte dello Stato si accompagna al ruolo vigile dell’islam e al tentativo di questo Stato di conservare la tradizione laicista , ereditata dall’epoca sovietica. L?uzbekistan oggi è un Paese economicamente ambizioso e socialmente pieno di tensioni il cui futuro è ancora aperto.

Articolo di Vladimiro Pachkov per la Civilta Cattolica. N. 4068 del 21 dicembre 2020 – 4 gennaio 2021 n. 4068  Anno 170

Copia di detto numero è presente mella Emeroteca del CESVAM

giovedì 10 giugno 2021

domenica 30 maggio 2021

Turkmenistan, dittatura tra passato e presnete.



 Il Turkmenistan è un Paese al confine tra il mondo turco e quello iraniano che ha ottenuto l'indipendenza alla fine del XX secolo. E' considerato l'unico Stato totalitario nella zona post-sovietica ed è incredibilmente ricco di risorse naturali (sopratutto gas) per cui viene accostato agli Stati del Golfo. Il Paese è noto per il bizzarro culto della personalità dei suoi due primi presidenti. Ma la loro politica riesce a creare da una unione di clan e tribù, una vera nazione? Tuttavia la cosa più interessante è la loro politica religiosa, dove l'insegnamento del primo presidente Niyazov viene presentato come una alternativa all'Islam, ed il suo libro Ruhnama come alternativa al Corano.


 Questa la sintesi dell'articolo di Vladimir Pachkow, S.I., apparso sul numero 4102 della rivista "La Civiltà Cattolica", Anno 172, Quindicinale, 15 maggio 5 giugno 2021. Il numero e la Rivbista è disponibile presso la Emeroteca del CESVAM

mercoledì 19 maggio 2021

Rivista QUADERNI 4 del 2020 Ottobre. Dicembre 2020 N. 18° della Serie

 


Dall’Editoriale del Presidente Nazionale:

Questo numero speciale dei Quaderni è dedicato al Valore Militare nella Provincia di Arezzo, un Valore presente in tutti i momenti salienti della nostra storia patria, dal Risorgimento alla Grande Guerra, dal 2° Conflitto Mondiale alla Resistenza, come testimoniato dalle numerose decorazioni collettive e individuali nel corso degli anni. Un territorio che ha subito in particolare le terribili rappresaglie naziste dopo l’8 settembre 1943 di Bucine e Civitella Val di Chiana, le cui vittime sono state ricordate nel corso della Giornata del Decorato 2017 che l’Istituto ha celebrato ad Arezzo. Torneremo a fine ottobre

nella Città toscana, per celebrare il XXXI Congresso Nazionale; sarà l’occasione per rendere un doveroso omaggio al Gonfalone che si fregia della massina decorazione al Valor Militare e ricordare, nel Centenario della traslazione del Milite Ignoto, il passaggio del convoglio che ne portò la salma da Aquileia a Roma.

La pubblicazione é frutto della collaborazione tra la Federazione di Arezzo e il CeSVaM e costituisce inoltre un importante materiale di studio per il Master di 1° livello in Storia Militare Contemporanea 1796-1969 che viene tenuto all’Università Telematica Nicolò Cusano in partnership con il nostro Istituto.

E’ la prima del suo genere e mi auguro possa essere un esempio per le altre Federazioni a seguirne l’esempio. Vengono infine riportate le copertine dei primi 18 numeri dei Quaderni e dei 12 volumi del Dizionario Minimo della Grande Guerra.

 Il n. 4 del 2020, 18° della Rivista,  riporta a complemento del contributo della Federazione di Arezzo, Le Schede dei Volumi del Dizionario Minimo della Grande Guerra e le consuete rubriche della Rivista.

 

Info: quaderni.cesvam@istitutonastroazzurro.org

Questo numero della Rivista può essere chiesto direttamente alla Federazione di Arezzo ( federazione.arezzo@istitutonastroazzurro.org)




venerdì 7 maggio 2021

In ASIA la più grande area al mondo di libero scambio commerciale.



 Cina Giappone, Corea del Sud, Australia, Nuova Zelanda e 10 nazioni del Sud-Est asiatico hanno costituito un mercato comune per i loro prodotti. Queste economie generano il 30% della produzione economica mondiale e compongono un mercato di circa 2 miliardi di persone. Sembra innegabile che in questo modo la Cina migliori la propria posizione egemonica in Asia. L'economia indiana è rimasta, per ora, alla finestra ed ai margini. Gli analisti ritengono che con questo accordo Pechino miri a rivedere l'ordine mondiale. Secondo il presidente Biden gli Stati Uniti che rappresentano il 25% dell'economia mondiale devono stabilire le regole da seguire in futuro contrastando l'iniziativa cinese


Fernando de la Iglesia Viguiristi, S.I., Nasce in Asia la più grande area al mondo di libero scambio commerciale., in La Civiltà Cattolica, n. 4092, 2020/2 gennaio 2021  Quindicinale Anno 171.


La rivista La Civiltà Cattolica è presente su carta nella Emeroteca del CESVAM, Roma Piazza Galeno 1.

venerdì 30 aprile 2021

Fonti dedicate per la ricerca e l'informazione

  Si indica come fonte accreditata nella Newsletter che la Rivista settimanale L'Internazionale mette a disposizione. Riporta nello specifico le notizie dell'Asia. In pratica solo la estensione della Pagina Africa e Medio oriente che detta Rivista riporta nei suoi numeri.

 L'indirizzo per il Asia è: intern.az/1CrO

Per ricerche e stesura di tesi questa fonte appare quanto mai idonea ed esaustiva. 

 la Rivista Internazionale è disponibile su carta presso la Emeroteca del CESVAM - Centro Studi sul Valore Militare, dell'Istituto del Nastro Azzurro (www.istitutodelnastroazzurro.org)  Roma Piazza Galeno 1


lunedì 19 aprile 2021

Lorenzo Postran. Appunti sull'Afganistan

 

Nel gennaio 2021, l'amministrazione Trump ha dichiarato di aver ridotto le forze statunitensi in Afghanistan a 2.500 uomini, il numero più basso dal 2001, in anticipo rispetto al potenziale ritiro completo militare entro maggio 2021 a cui gli Stati Uniti si erano impegnati nell'accordo USA-talebani del febbraio 2020. In seno a tale accordo, in cambio del completo ritiro delle forze internazionali, i talebani si sono impegnati a impedire ad altri gruppi, tra cui Al Qaeda, di utilizzare il suolo afghano per reclutare, addestrare o raccogliere fondi per attività che minaccino gli Stati Uniti o i suoi alleati. L'accordo è stato accompagnato da un testo che, secondo il Capo di Stato Maggiore della Difesa, Generale Mark Milley, contiene ulteriori impegni da parte dei talebani, incluso quello di non attaccare le forze statunitensi o internazionali. I funzionari statunitensi sostengono che i talebani non hanno rispettato gli accordi e descrivono il potenziale ritiro degli Stati Uniti come “soggetto a precise condizioni", ma non hanno specificato esattamente quali di queste potrebbero invertire o alterare in altro modo la tempistica del ritiro stabilita nell'accordo. I rappresentanti del governo afghano non presero parte ai colloqui tra Stati Uniti e talebani, portando alcuni osservatori a concludere che gli Stati Uniti avrebbero dato la priorità al ritiro militare mediante un complesso accordo politico che tenderebbe a preservare buona parte dei risultati sociali, politici e umanitari conseguiti dal 2001. Il 12 settembre 2020, il governo afghano ed i rappresentanti dei talebani si sono incontrati ufficialmente a Doha, in Qatar, per iniziare i loro primi negoziati di pace diretti verso una tale soluzione, in un momento storico significativo con implicazioni potenzialmente drammatiche per l’esito del conflitto in corso. I colloqui non sembrano aver fatto progressi e rimangono complicati da una serie di fattori, tra cui gli elevati livelli di violenza. Alla luce dell'imminente termine per il ritiro e dello stallo dei colloqui intra-afghani, gli Stati Uniti sembrano aver intensificato i propri sforzi per mediare un accordo intra-afghano. Il Segretario di Stato USA, Antony Blinken, ha scritto ai funzionari del governo afghano nel marzo 2021 con lo scopo di esortarli a formare un fronte unito e partecipino agli sforzi diplomatici multilaterali pianificati, compresi i colloqui in Turchia nell'aprile 2021. Secondo quanto riferito, gli Stati Uniti hanno anche elaborato un progetto di pace per far ripartire i negoziati che include una varietà di opzioni, inclusa l'istituzione di un governo di transizione ad interim, che il presidente afghano Ashraf Ghani ha però respinto. Dato il ruolo enorme degli Stati Uniti nel potenziamento del governo afghano, molti esperti mettono in guardia circa la possibilità di un ritiro su vasta scala da parte degli Stati Uniti in parallelo ad un'interruzione degli aiuti che potrebbe portare al collasso del paese oltre che al ristabilimento del dominio formale dei talebani su una sua buona parte o addirittura tutto il suo territorio. Per molti aspetti, i talebani sono in una condizione militare più che mai ottimale. Si valuta che una volta ultimati i negoziati in maniera sufficientemente esaustiva da garantire un ritiro completo degli Stati Uniti, i talebani sfrutteranno il loro vantaggio militare per prendere il controllo del paese con la forza. Alcuni membri del Congresso hanno supportato l’opzione di mantenere le truppe statunitensi in Afghanistan dopo il mese di maggio 2021, anche se ciò potrebbe spingere i talebani a riprendere gli attacchi contro le forze internazionali, oltre che ad interrompere i negoziati di pace.

Il 29 febbraio 2020, dopo oltre un anno di negoziati ufficiali tra rappresentanti degli Stati Uniti e dei talebani, le due parti hanno concluso un accordo che pone le basi per il ritiro delle forze armate statunitensi dall'Afghanistan e per i colloqui tra Kabul e i talebani. Nel luglio 2018, l'amministrazione Trump ha avviato negoziati diretti con i talebani senza la partecipazione di rappresentanti del governo afghano, ribaltando la precedente posizione degli Stati Uniti che privilegiava un processo di riconciliazione a guida afghana. La nomina nel settembre 2018 di Zalmay Khalilzad, un ex ambasciatore statunitense di origine afghana e residente in Afghanistan, in qualità di rappresentante speciale per la riconciliazione dell'Afghanistan, ha dato slancio a questo sforzo. Per oltre un anno, Khalilzad ha tenuto una serie quasi continua di incontri con funzionari talebani a Doha, insieme a consultazioni con gli afghani, pakistani e altri governi della regione. Il 29 febbraio 2020, il Rappresentante speciale Khalilzad ha firmato un accordo formale a Doha con il vice leader politico talebano Mullah Abdul Ghani Baradher di fronte ad una platea di osservatori internazionali. Nell'accordo, le due parti hanno concordato delle garanzie ben correlate: il ritiro di tutte le forze statunitensi e internazionali entro il mese di maggio 2021 e l’impegno da parte dei talebani di impedire ad altri gruppi (tra cui Al Qaeda) di utilizzare il suolo afghano per minacciare gli Stati Uniti ed i suoi alleati. Altri impegni da parte degli Stati Uniti includevano l'agevolazione di uno scambio di prigionieri tra i talebani e il governo afghano e la rimozione delle sanzioni statunitensi.

Fra gli altri impegni presi dagli Stati Uniti vi sono l'agevolazione di uno scambio di prigionieri tra i talebani e il governo afghano e la rimozione delle sanzioni sui talebani. In base all'accordo, i funzionari statunitensi hanno affermato che i talebani non stanno adempiendo ai loro impegni ai sensi dell'accordo, in particolare per quanto riguarda eventuali affiliazioni ad Al Qaeda o peggio ancora ad ISIS-K (ISIS Khorrasan, la filiera centro-asiatica dello Stato Islamico). Il ritiro degli Stati Uniti può anche influenzare le forze militari dei paesi partner (che al momento superano numericamente le forze statunitensi nel paese) e la loro capacità di operare sul terreno e soprattutto di continuare la loro missione di addestramento (Train, Advise and Assist – TAA) senza il fondamentale supporto logistico americano. Alcuni diplomatici stranieri hanno espresso cautela riguardo all’opzione del ritiro, incluso il Segretario generale della NATO Stoltenberg che ha affermato che sebbene ci siano rischi nel rimanere, partendo, si rischia che l'Afghanistan diventi di nuovo un rifugio sicuro per i terroristi internazionali, e si getterà al vento gli obiettivi conseguiti con un pesante sacrificio in termini di risorse e soprattutto, di vite umane. L'accordo USA-talebani impegnava questi ultimi ad avviare colloqui con il governo afghano entro marzo, ma i negoziati sono rimasti non programmati per mesi tra varie complicazioni come i ritardi nello scambio di prigionieri tra talebani e il governo afghano. Il presidente afghano Ashraf Ghani e Abdullah Abdullah, oppositore elettorale di Ghani, ed ex partner nel governo di unità nazionale, hanno convenuto nel maggio 2020 di porre fine alla loro impasse politica e nominare Abdullah presidente del neo-creato Alto Consiglio per la Riconciliazione Nazionale (High Council for National Reconciliation) per supervisionare i colloqui con i talebani. Lo scambio di prigionieri è stato completato all'inizio di settembre 2020, rimuovendo così il principale ostacolo ai colloqui intra-afghani, iniziati a Doha nello stesso mese. Le due parti si sono successivamente incontrate a intermittenza, ed alcune discrezioni provenienti dai colloqui li davano in fase di stallo. Il rappresentante speciale Khalilzad ha dichiarato l'11 settembre 2020 che gli Stati Uniti impegneranno entrambe le parti ai negoziati, ma non parteciperanno direttamente ai colloqui, limitandosi ad agevolare i negoziati laddove richiesto. Da allora Khalilzad ha effettuato numerose visite a Doha, dove si è incontrato separatamente con i membri di ciascuna squadra negoziale. Nel frattempo, le principali offensive talebane nell'Afghanistan meridionale alla fine del 2020 hanno provocato lo sfollamento di decine di migliaia di civili, hanno portato le forze afghane ad abbandonare quasi 200 posti di blocco nella provincia di Kandahar nel solo mese di dicembre 2020, e ha spinto gli Stati Uniti a lanciare attacchi aerei a sostegno delle forze governative afghane, e sono di fatto il motivo per cui i talebani spingono moltissimo per il ritiro della NATO; la superiorità aerea ha inflitto gravi perdite fra i miliziani. Per quanto riguarda invece le attività terroristiche, negli ultimi mesi sono aumentati gli attacchi mirati, veri e propri assassinii in pubblico, spesso applicando cariche esplosive magnetiche ai veicoli dei bersagli o tendendo vere e proprie imboscate con armi da fuoco. Il governo afghano ha quindi dato la priorità a un cessate il fuoco permanente, che i talebani hanno respinto nonostante due tregue limitate negli ultimi anni. Si dubita che i talebani accetterebbero di abbandonare la azioni violente, loro principale fonte di influenza sulla popolazione, prima di qualsiasi accordo politico intra-afghano. Un loro portavoce ha dichiarato lo scorso marzo che il gruppo aveva presentato una bozza di proposta per mitigare gli attacchi già a dicembre 2020, ma quell'accordo non era stato poi ratificato. Rimangono importanti differenze tra le due rispettive visioni per il futuro dell'Afghanistan, compresa la struttura dello stato afghano e quali diritti dovrà riconoscere ai cittadini afgani, in particolare alle donne. I talebani, che si sono concentrati sul ritiro delle forze straniere e soprattutto del loro potere aereo, non hanno mai fornito dettagli circa le loro proposte sulle questioni di governance. All'apertura dei colloqui a Doha, il vice leader politico talebano Mullah Abdul Ghani Baradher ha dichiarato di volere un Afghanistan indipendente, sovrano, unito, sviluppato e libero, con un sistema islamico in cui tutte le persone della nazione possano partecipare alla comunità senza discriminazione. In una lettera aperta dello scorso febbraio, Baradher ha scritto che il gruppo si è impegnato a proteggere i diritti delle donne come loro garantiti dalla legge islamica e la libertà di parola nel quadro dei principi islamici e degli interessi nazionali. Si ipotizza dunque che i talebani probabilmente cercheranno una supervisione religiosa del processo decisionale esecutivo e legislativo realizzando una versione ibrida del loro precedente emirato (1996-2001) con uno stato moderno in stile occidentale. I leader del governo in carica esprimono la determinazione a preservare le istituzioni democratiche dell'Afghanistan e la sua costituzione, che stabilisce l'Islam come religione di stato ma non lega la legislazione e la politica nazionale in maniera stretta alla giurisprudenza religiosa. Il presidente Ghani ha pertanto dichiarato che il suo governo non concluderà alcun accordo che limiti i diritti degli afgani. Non è chiaro quale tipo di sicurezza e accordi politici potrebbero soddisfare sia Kabul che i talebani nella misura in cui questi ultimi abbandonino la lotta armata. Molti afgani, in particolare donne, ricordano il governo talebano e si oppongono alle politiche e alle convinzioni del gruppo, dubitando dell'affidabilità dei talebani e temono che, in assenza di pressioni militari statunitensi, il gruppo avrà ben poche motivazioni ad attenersi ai termini degli accordi raggiunti con Kabul. Si sospetta che i talebani stiano cercando di prendere tempo e far scadere i termini del ritiro delle truppe americane, impantanando il processo in trattative abbastanza lunghe fino al ritiro completo degli Stati Uniti, dopo di che trarranno passeranno all’attacco militare. Il culmine degli sforzi diplomatici statunitensi sarà l’incontro di alto livello che si terrà ad Istanbul il 24 aprile per finalizzare l’accordo; al momento però i talebani non intendono parteciparvi. Inoltre, il presidente Ghani parteciperà solo se il leader talebano Haibatullah Akhundzada (latitante da anni e fermo su posizioni molto estreme) farà altrettanto. A partire dal marzo, la missione a guida NATO in Afghanistan, nota come Resolute Support Mission (RSM), composta da circa 10.000 soldati, ha addestrato, mentorizzato ed assistito le Forze Nazionali di Difesa e Sicurezza (Afghan National Defence Security Forces - ANDSF) dell'Afghanistan sin sua dalla costituzione all'inizio del 2015, quando le forze afghane hanno assunto la responsabilità della sicurezza a livello nazionale. Continuano inoltre anche le operazioni di combattimento delle Forze statunitensi all’interno dell'Operazione Freedom’s Sentinel, con particolare focus sulle province occidentali e meridionali di Helmand e Knadahar, da sempre teatro dei più violenti scontri del paese.

Il leader dei talebani, Haibatullah Akhundzada, noto come emiro al-mu'minin, o comandante dei fedeli, incarna l’aspirazione del gruppo a rifondare l'Emirato islamico dell'Afghanistan. Haibatullah è succeduto al Mullah Mansoor, ucciso in un attacco aereo statunitense del 2016 in Pakistan; Mansoor era a sua volta succeduto al fondatore talebano Mullah Omar, morto per cause naturali nel 2013. Precedentemente membro dei tribunali religiosi talebani, Haibatullah è considerato più uno studioso islamico che un tattico militare, tuttavia, sotto la sua leadership orientata al consenso fra le varie fazioni interne al movimento (che è anche il principale punto debole dei talebani) ha ottenuto alcuni importanti successi militari, ed il gruppo è visto come più coeso e meno suscettibile alla frammentazione rispetto al passato. La cui forza a disposizione di Haibatullah è stata stimata in 60.000 combattenti, e gli stessi hanno costantemente dimostrato notevoli capacità tattiche. I funzionari statunitensi descrivono l'attuale dinamica tra il governo afghano ed i talebani come uno "stallo strategico" che probabilmente persisterà, ma solo grazie al sostegno degli Stati Uniti; tale stallo è stato descritto come una situazione in cui il governo dell'Afghanistan non avrebbe mai sconfitto militarmente i talebani e questi ultimi, fintanto che resterà il sostegno occidentale il governo dell'Afghanistan, non sconfiggeranno mai militarmente il governo, ma questa situazione muterà drasticamente laddove gli Stati Uniti alterassero il numerico e la postura del dispiegamento delle proprie truppe in Afghanistan  e riducessero i finanziamenti per le ANDSF. Quest’ultimo aspetto in particolare, è davvero deleterio in merito all’efficienza delle Forze Armate del Governo afghano, in quanto venendo a mancare sia gli equipaggiamenti che le sovvenzioni (in particolare gli stipendi) il personale non avrà grandi motivazioni per combattere i talebani, e si temono molte defezioni al nemico, come già accaduto nelle province occidentali. La partecipazione dei talebani ai colloqui di pace o comunque la loro apertura ad una soluzione politica potrebbe spingere i combattenti verso due direzioni: la prima, di collaborazione e rispetto dei patti sanciti dagli accordi verso una soluzione politica condivisa, la seconda, purtroppo più realistica, che vede il rapido ed inesorabile scollamento fra i rappresentanti del movimento che vivono nel lusso e nella diplomazia a Doha, ed i combattenti sul campo che devono sopravvivere quotidianamente in condizioni precarie e che di fatto non riconoscono la loro rappresentanza diplomatica. Si stima inoltre che Al Qaeda (AQ) abbia ancora una forte presenza in Afghanistan ed i suoi legami decennali con i talebani sembrano essere rimasti forti negli ultimi anni: nel maggio 2020, gli osservatori delle sanzioni delle Nazioni Unite hanno riferito che i leader di alto livello dei talebani si sono consultati regolarmente con le loro controparti di AQ durante i negoziati con gli Stati Uniti. Sebbene in passato i talebani abbiano combattuto attivamente Al Qaeda, la stessa sta guadagnando forza in Afghanistan continuando a operare a supporto del gruppo e ricevendone a sua volta protezione. In particolare, si stima che una volta uscito di scena il contingente NATO, venendo a mancare il “nemico comune”, inizierebbe un conflitto interno al gruppo con conseguente disgregazione e guerra civile; e nella lotta al potere, diverse fazioni talebane, pur di ottenere la vittoria, non esiterebbero ad allearsi attivamente con AQ e peggio ancora, con ISIS-K.

Sin dalla sua fondazione, l’Afghanistan è stato ed è tuttora teatro di conflitti e tensioni generate dai paesi confinanti o comunque presenti nella stessa regione, venendone direttamente influenzato. Il più importante a questo riguardo è ovviamente il Pakistan, che da decenni svolge un ruolo attivo, e per molti versi negativo, negli affari interni afghani. I servizi di sicurezza interni pakistani (Inter-Service Intelligence, o ISI) mantengono stretti legami con i gruppi ribelli afgani, ed in particolare la rete Haqqani. I leader afghani, insieme ai comandanti militari statunitensi, hanno attribuito gran parte del potere e della longevità dell'insorgenza direttamente o indirettamente al sostegno pakistano. L'amministrazione statunitense dell’epoca Trump aveva chiesto l'assistenza di Islamabad nei colloqui di pace con i talebani dopo il 2018 e da allora le valutazioni americane sul ruolo dei talebani sono state generalmente più positive. Ad esempio, Khalilzad ha ringraziato il Pakistan per aver rilasciato il Mullah Baradher dalla custodia nell'ottobre 2018 e per aver facilitato il viaggio di figure talebane ai colloqui a Doha. Nonostante le dichiarazioni contrarie della leadership ufficiale pakistana, Islamabad può considerare un Afghanistan debole e destabilizzato preferibile a uno stato afghano forte e unificato (in particolare uno guidato da un governo di etnia pashtun a Kabul; il Pakistan ha infatti al suo interno un’ampia e attiva comunità pashtun). Le relazioni Afghanistan-Pakistan sono ulteriormente complicate dalla presenza di oltre un milione di rifugiati afghani in Pakistan, così come da una disputa di lunga data e dalle sfumature etniche sul confine di ben 2.670 km (definito anche linea Durand, dal diplomatico britannico che lo ha tracciato alla fine del XIX° secolo). L'ISI pakistano, timoroso di un accerchiamento strategico dall'India, apparentemente continua a vedere i talebani afghani come persone relativamente affidabili (definiti talebani “buoni” in quanto svolgono le loro attività in Afghanistan a differenza dei gruppi “cattivi” come Tehrik Taliban Pakistan, o TTP, che si concentra invece su attività contro le forze di sicurezza pakistane) nonché come elemento anti-indiano in Afghanistan. La presenza diplomatica e commerciale indiana in Afghanistan esacerba infatti i timori pakistani di accerchiamento. L'India è stata il maggior contributore regionale alla ricostruzione afghana, ma Delhi non ha mostrato un'inclinazione particolare a perseguire un rapporto più profondo con Kabul. L'Afghanistan mantiene legami per lo più cordiali con gli altri paesi vicini, in particolare gli stati post-sovietici dell'Asia centrale, il cui ruolo nelle dinamiche interne del paese è stato relativamente limitato, ma potrebbero aumentare in futuro. Negli ultimi due anni, molti comandanti statunitensi hanno riportato un aumento del supporto a favore dei talebani da parte della Russia e dell'Iran, i quali a loro volta hanno utilizzato la presenza di ISIS-K in Afghanistan per giustificare le loro attività, specialmente il secondo in chiave religiosa (rifacendosi al secolare scontro fra musulmani sciiti e sunniti). L'Afghanistan rappresenta inoltre una priorità crescente per la Cina nel contesto delle sue sempre più ampie aspirazioni in Asia e nel mondo, facendo coincidere la propria strategia geopolitica con l’antica via della seta ed utilizzando quindi il paese come punto di transito verso i porti pakistani nell’Oceano Indiano ed i confini occidentali per collegarsi con l’Iran. Va inoltre ricordato che quasi tutte le miniere di pietre e metalli preziosi presenti sul suolo afghano sono state acquistate da Pechino, che ha investito parecchio denaro nel settore delle vie di comunicazione terrestri (asfaltatura e manutenzione della Highway 1, nota anche come “ring road”, che di fatto circonda tutto il paese e ne costituisce la principale arteria stradale). Altro attore di cui tener conto è la Turchia, che sta investendo parecchie risorse nel paese e di fatto, controlla la sicurezza dell’aeroporto internazionale di Kabul, altro centro nevralgico e strategico. Sebbene sia un membro della NATO, Ankara ha dichiarato di avere propri piani bilaterali con l’Afghanistan e pertanto, non si atterrà alla pianificazione di ritiro della coalizione, mantenendo quindi il proprio contingente militare. Resta da chiarire come il presidente turco Erdogan voglia affrontare la posizione talebana che impone a tutti gli occidentali, siano essi militari o contractors, di abbandonare il paese, a meno che non vi siano già trattative in corso per mitigare ciò e consentire la permanenza delle forze turche tramite accordi coi talebani. Le ipotesi per tale soluzione sono molteplici: di sicuro la prima che salta all’attenzione è la possibilità di chiudere l’Iran (avversario storico nonché religioso) a ovest e ad est realizzando così, unitamente al Turkmenistan ed all’Azerbaijian, il cosiddetto “asse turkmeno” che si estenderebbe dal mare Mediterraneo fino ai confini con la Cina, rendendo la Turchia una vera e propria potenza regionale, in contrapposizione al progetto iraniano della cosiddetta “mezzaluna sciita” che, in caso di presa di potere da parte di autorità islamiche sciite e quindi anti-talebane in Afghanistan, porterebbe ad estendere questa entità geopolitica dalle coste mediterranee siriane fino a Kabul. Altra carta importante da giocare nel mazzo di Ankara è il signore della guerra Abdul Rashid Dostum, attivo già dalla guerra contro i sovietici oltre che generale dell’Alleanza del Nord contro il precedente emirato talebano, che potrebbe giocare un ruolo importante dalla sua attuale posizione governativa in chiave filo-turca. Come si può notare, ora più che mai il territorio afghano è un teatro operativo di dispute geopolitiche da parte di altri paesi confinanti e non, che attendono la partenza della NATO per utilizzare le fazioni belligeranti già presenti in Afghanistan o nuove realtà locali da impiegare in un conflitto per procura volto alla spartizione delle principali vie di comunicazione dell’Asia centrale nonché delle principali risorse del territorio; l’unica grande incognita resta ISIS-K, che perseguendo il progetto del Califfato sunnita, non intende allearsi ma combattere (almeno finora) contro i talebani, AQ e le forze governative. Oltre alla postura imprevedibile, ISIS-K conduce attacchi estremamente violenti anche contro obiettivi eticamente intoccabili come donne e bambini, e soprattutto ne esalta le conseguenze attraverso i media.  In questa situazione altamente esplosiva, la popolazione prosegue con la vita quotidiana e attende i prossimi mesi ben sapendo che costituiranno un momento storico per il paese e la regione stessa dopo 20 anni di Campagna NATO. Ben oltre il 70% degli afghani non vuole ritornare al regime talebano ed alle sue regole estremamente restrittive, soprattutto dopo aver vissuto per due decadi a contatto con gli occidentali e, nonostante il continuo clima di crisi e conflitto, aver provato un tipo di governo più democratico. Ipotizzando l’avvento di un nuovo emirato talebano, sia a seguito della guerra civile o per accordi con il governo in carica, esso sarebbe molto diverso da quello precedente. Innanzitutto la nuova leadership appartiene ad una generazione di giovani combattenti, proprio come i loro predecessori, ma molto più interconnessi grazie anche all’uso delle piattaforme social network e dei contatti internazionali con finanziatori e sostenitori politici, rendendoli di fatto molto più “sensibili” alla considerazione che il movimento talebano necessita in campo internazionale per la sua affermazione ed approvazione. Fallire in quest’opera di propaganda significherebbe per il movimento rischiare di ritrovarsi un’altra coalizione militare nel paese con conseguente impossibilità di mantenere il potere conquistato. Come già precedentemente illustrato, la soluzione della leadership talebana sarebbe quella di un regime teocratico con una forte connotazione repressiva basata sulla Shari’a (legge islamica) ma con altrettanto marcate connotazioni di modernità basate su un moderno stato occidentale, facendo assomigliare il paese all’attuale Iran, sebbene agli antipodi di quest’ultimo per corrente religiosa.

Con l'avvicinarsi della scadenza del primo di maggio 2021 per il ritiro delle Forze internazionali dall'Afghanistan, appare chiaro che l'amministrazione Biden intensificherà gli sforzi per mediare un accordo intra-afghano che riduca la ostilità e crei un percorso per una soluzione politica. In ogni caso, sembra sempre più improbabile che gli Stati Uniti saranno in grado di rispettare quella scadenza, sollevando dubbi su come potrebbero reagire i talebani nel frattempo; inoltre, il governo USA non ha rilasciato grandi commenti sulla situazione in Afghanistan, ma in un'intervista del 16 marzo scorso, lo stesso Presidente Biden ha dichiarato che l'accordo tra Stati Uniti e talebani non era stato negoziato in modo molto concreto, e che il rispetto della scadenza per il ritiro del primo maggio sarebbe auspicabile ma difficile da realizzare, concludendo con l’affermazione che comunque non avrebbe previsto la presenza di truppe statunitensi ancora in Afghanistan al termine del 2021.

Per quanto riguarda invece la visione più tattica della situazione attuale, i talebani si stanno preparando per la prossima offensiva di primavera, come del resto è sempre accaduto, a seguito della raccolta dei proventi della vendita dell’oppio e l’inizio della stagione calda: aspetti favorevoli per iniziare gli attacchi contro la coalizione. Stavolta però stanno ammassando i combattenti nelle periferie delle città capoluoghi di provincia come Herat, Jalalabad, Mazar-i-Sharif e Kandahar, e solo quest’ultima è già teatro di scontri violenti in quanto è la porta di accesso al paese dalla regione pakistana del Balochistan, sede fra l’altro della giunta militare talebana, ovvero Shura di Quetta. Gli altri capoluoghi di provincia sono attigui ad altrettanti confini statali e rappresentano quindi nodi strategici per controllare il flusso di combattenti e risorse da e per l'Afghanistan. Per quanto riguarda Kabul, anche attorno ad essa si sta stringendo silenziosamente l’assedio talebano, in attesa della partenza definitiva della NATO. Si attendono attacchi intimidatori per accelerare il processo di evacuazione attuati attraverso armi a tiro indiretto come razzi e mortai unitamente ad assassinii mirati contro le personalità importanti del governo e delle ANSDF. In questa strategia di logoramento, restano le due grandi incognite: la prima, il ruolo di ISIS-K che non segue alcuna strategia ma mira esclusivamente al terrore ed alla disgregazione del paese, rendendo questa organizzazione imprevedibile e difficile da contrastare; la seconda, la tenuta delle ANSDF dopo la partenza della NATO e la loro resilienza nel perseguire gli obiettivi di assicurare la stabilità dello stato oltre che a combattere il terrorismo (caratteristica altamente dipendente dai finanziamenti USA ed europei, al momento già aggravati dai costi di gestione della pandemia COVID-19), senza quindi cadere nel pozzo senza fondo delle defezioni a catena: sarebbe davvero la fine del governo in carica e dell’Afghanistan come lo abbiamo conosciuto fino ad oggi.

Lorenzo Prodan, frequentatore del Master di 1° Liv. in Politica Militare Comparata. Da 1960 ad oggi. attivato presso la Università degli Studi N. Cusano Telematica Roma.

sabato 10 aprile 2021

Afganistan: Le vie di facilitazione


 L'Afganistan si presenta con un centro praticamente inaccessibile, mentre la sua periferia, è percorsa da un anello che rappresenta il sistema principale portante delle vie di facilitazione per la percorrenza del Paese. Da questo anello verso l'esterno partano vie di facilitazione vero i paesi confinanti

mercoledì 31 marzo 2021

Cina: Il teatro operativo.


 La Carta mostra il teatro operativo che si mostra alla CIna. Tutti i punti di uscita dai propri mari sono critici. I Paesi dell'ANSEAN sono un approccio tutto da costruire, mentre il prinmo ed il secondo cordone statunitense rappresenta al momento una totale chisura per l'accesso al Pacifico ed alle rotte meridionali.


 Fonte LIMES Rivista di geopolitica. www.ilmioabbonamento.org.

venerdì 19 marzo 2021

Filippine: la repressione anticomunista di Duterte

 L'insurezione comunista delle Filippine è la più lunga ancora in corso nel mondo . Cominciata nel 1969 con la nascita del Bagong hutìkbong bayan  BHB ( Nuovo Esercito Popolare)  il braccio armato del partito comunista filippino , di orientamento marxista-leninista maoista la guerra tra esercito e ribelli continua dopo quaranta anni di colloqui di pace falliti. Fonti governative hanno annunciato ultimamente che il BHB è sull'orlo del collasso che entro la fine del mandato del presente governo nel 2022 si arriverà alla pace. In realtà dato il consenso che hanno i comunisti nelle zone rurali e l'interesse delle forze armate a mantenere aperto il conflitto e viva la minaccia che giustifica ingenti fondi destinati ogni anno all'esercito, difficilmente si raggiungerà la pace in breve tempo. Intanto si deve registrare l'azione della polizia, che ubbidendo ai diretti ordini del Presidente Duterte ha ucciso in un giorno tra militanti e sindacalisti nove persone accusate di essere legate all'insurrezione comunista.

Fonte: Internazionale 1400 12 marzo 2021

venerdì 12 marzo 2021

Perche il bilancio delle vittime per covid è stato contenuto relativamente in AFrica e in Asia?


 Una delle risposte potrebbe essere che in questi continenti si vive molto all'aria aperta, oppure vi sono sistemi immunitari individuali più allenati alle infezioni ed ai virus, la popolazione è più giovane. Ovviamente incide anche il sistema di rilevazione statistica che proprio non è estremamente aderente alla realtà. In ogni caso la domanda posta merita ulteriori studi e spiegazioni relative.

domenica 28 febbraio 2021

Cina e Giappone e le controversie nel 1940


 La Cina nazionalista è stata oggeto dell'imperialismo nipponico Il Giappone non aveva territorio, mentre la Cina era l'esatto contrario. La necessita di avere piede sul continente fece si che il Giappone dal 1931 iniziò una guerra contro la Cina che praticamente è finita solo nel 1945. Le ragioni che sostennero l'imperialismo nipponico sono state rimosse con la sconfitta del 1945. Ma oggi, nel confronto tra Stati Uniti e Cina queste ragioni ritornato ad essere presenti in quanto gli Stati Uniti non possono nel confronto fare a meno del Giappone che ovviamente presenta le sue richieste. la Carta, fonte LIMES, mostra le linee di penetrazione 

mercoledì 10 febbraio 2021

Russia: controversie per la rotta marittima settentrionale


 La carta mostra gli stretti russi che sono contestati dagli Stati Uniti. Il problema è veramente importante per la Russia in quanto gli stretti possono interessare anche lo sviluppo degli sforzi per potenziare la Rotta Marittima Settentrionale. Le relazioni non difficoltose con gli Stati Uniti sono fondamentali per avere prospettive di sviluppo per questi problemi


 Fonte LIMES Rivista di geopolitica  info: www.ilmioabbonamento.it

domenica 31 gennaio 2021

Rivista QUADERNIn.3 del 2020 Luglio-Settembre 2020

 



Per la parte dedicata alla Storia, iniziano con questo numero le pubblicazioni dedicate al centenario del Milite Ignoto che ricorre il prossimo anno. L’’Istituto è particolarmente impegnato in questa data anniversaria, e la Rivista non può che assecondare questa scelta. Prosegue, sull’abbrivio della Giornata del Decorato del 2021, che non si è potuta celebrare per via della epidemia da Covid19, che non può fermare l’attività posta in essere a corredo scientifico di detta giornata, le note riguardanti la campagna di Sicilia del luglio 1943 e degli avvenimenti riguardanti la campagna d’Italia del 1944. Contributi di Massimo Coltrinari e Luigi Marsibilio, nell’ambito delle ricerche avviate a seguito dei Progetti in corso riguardanti le tematiche della Guerra di Liberazione, e una di Giorgio Clemente che affronta particolari situazioni di nostri militari durante la seconda guerra mondiale e una nota di Consalvo Dolce riguardante l’intervento dell’impegno degli Stati Uniti nel Vietnam.

 

Per la parte geografica apre Valentina Trogu trattando della sociologia della deterrenza, mentre in geopolitica delle prossime sfide, una nota sul covid e come viene affrontato, che fa riflettere sulla leaderschip degli Stati Uniti nel mondo occidentale e Luca Bordini che tratta della digitalizzazione nelle FF.AA. Infine Stefano Chiarle tratta dell’Ucraina e del suo cammino verso la democrazia.

 

Nelle rubriche, quelle relative al CESVAM si riportano alcune peculiari attività del Centro, con la evidenziazione delle realizzazioni editoriali mentre gli Indici della rivista QUADERNI ON LINE si riferiscono al III trimestre del 2020. Si può finalmente dire che un costante aggiornamento delle NOTIZIE CESVAM e degli eventi a cui si partecipa come CESVAM è possibile trovarlo sulla home page della piattaforma www.cesvam.org alla rubrica “Eventi” ed alla rubrica “Notizia CESVAM”, mentre è in progetto la pubblicazione su questa rivista dei contenuti dei vari comparti della piattaforma

La rubrica di chiusura riporta la iconografia brigate di fanteria della prima guerra mondiale, come tradizione di questa rivista.

Da ultimo, l’editoriale del Presidente Nazionale ed il Post editoriale del Direttore del Periodico sono intonati al tema della celebrazione del Milite Ignoto, nel solco delle scelte sopra dette, e dei contenuti evidenziati nella pubblicazione consorella. (massimo coltrinari)

 

In I di Copertina:  Lapide Commemorativa del Bollettino della Vittoria del 4 Novembre 1918

 Info:quaderni.cesvam@istitutonastroazzurro.org

martedì 19 gennaio 2021

Un conflitto in più per i Giganti asiatici

 

Tra Cina e India, il fiume (e la diga) della discordia

In Cina lo chiamano Yarlung Zangbo, in India Brahmaputra. È il fiume della discordia tra Pechino e Nuova Delhi, i due giganti asiatici impegnati in annosi contenziosi territoriali lungo il poroso confine che divide Tibet e Xinjiang dalle regioni indiane dell’Arunachal Pradesh e dell’Aksai Chin. Sgorga dal Tibet e attraversa India e Bangladesh percorrendo oltre 2.900 km tra ghiacciai, canyon e vallate lussureggianti. All’estero è noto per essere il corso d’acqua più alto del mondo, ma per le popolazioni locali, prevalentemente agricole, il fiume è soprattutto un’imprescindibile fonte di sostentamento. Così, quando alcuni giorni fa il colosso delle rinnovabili Power Construction Corporation of China ha annunciato la costruzione sul tratto cinese di una mega diga “senza precedenti nella storia” la notizia ha suscitato immediate preoccupazioni nei due Paesi a valle.  Tre volte più potente della famigerata Diga delle Tre Gole  ̶  realizzata sullo Yangtze nel 2006 nonostante l’opposizione degli ambientalisti  ̶  il nuovo impianto si colloca all’interno dell’ambizioso pacchetto di investimenti preannunciato dal Partito comunista per il prossimo piano quinquennale. Obiettivo: sostenere la crescita economica perseguendo il taglio delle emissioni. Ma se per Pechino la nuova diga (una delle otto programmate per i prossimi dieci anni) risponde a “esigenze ambientali, di sicurezza nazionale, e cooperazione internazionale”, in India, dove la popolarità del Dragone è già ai minimi storici, l’annuncio è stato accolto con diffidenza. Soprattutto considerata la collocazione: Medog, l’ultima contea tibetana dove lo Yarlung Zangbo forma un gomito prima di gettarsi nelle aree contese dell’Arunachal Pradesh e cambiare nome. Non solo l’area coinvolta è soggetta a smottamenti e frequenti scosse sismiche. Secondo India Today, la scarsa densità abitativa rende il progetto inutile per le popolazioni locali, tanto che c’è chi sospetta sia stato pianificato con l’obiettivo di “sottrarre” energia elettrica ai villaggi di confine per dirottarla verso la Cina centrale. Un’accusa che accompagna di frequente gli investimenti idroelettrici cinesi quando incidono sulla distribuzione delle risorse nel vicinato asiatico. Ma sono soprattutto le possibili ricadute geopolitiche a preoccupare Nuova Delhi. Da mesi le due potenze regionali sono impegnate a fronteggiarsi lungo la contestata Linea di controllo effettivo (LAC, Line of Actual Control) che divide  ̶  o almeno dovrebbe  ̶  il territorio indiano da quello tibetano. A giugno 22 soldati indiani e un imprecisato numero di cinesi hanno perso la vita negli scontri più violenti dal 1975. La gestione della diga permetterebbe a Pechino di controllare il flusso d’acqua provocando oltreconfine inondazioni e siccità a proprio piacimento. Il problema non è nuovo. Lo stesso dilemma si ripropone ciclicamente lungo il Mekong, il fiume più lungo dell’Indocina, che il gigante asiatico condivide con Thailandia, Vietnam, Laos e Cambogia.  In entrambi i casi, l’opacità con cui la Cina gestisce le controversie non aiuta a diradare i sospetti. Un accordo siglato nel 2002 imporrebbe la condivisione dei dati idrologici con il governo indiano durante la stagione dei monsoni. Ma la prassi è stata spesso ignorata con tempismo sospetto. È successo nel 2017, quando dopo 72 giorni di tensioni militari sull’altopiano del Doklam, Pechino smise di consegnare a Nuova Delhi le informazioni idrometriche del Brahmaputra. Il pericolo di una manipolazione delle risorse idriche si è riaffacciato lo scorso giugno, al culmine delle schermaglie lungo la frontiera sino-indiana quando, secondo rilevamenti satellitari, i bulldozer cinesi bloccarono il flusso naturale del fiume Galwan nell’omonima valle teatro degli scontri.  In Cina, dove fino al secolo scorso l’agricoltura è rimasta la prima fonte di sussistenza, la costruzione di dighe e canali vanta una storia millenaria. Si fa risalire al leggendario sovrano Yu il Grande, ed è rimasta una costante durante tutto il periodo imperale per scongiurare carestie e rivolte contadine. Con l’avvento della leadership comunista, alle grandi opere idrauliche (si pensi al ciclopico progetto di diversione delle acque South-North Water Transfer Project vagheggiato da Mao Zedong e avviato nel 2002 per dissetare il Nord del Paese industriale grazie a una serie di canali e acquedotti) è stato affiancato l’utilizzo dell’ingegneria ambientale. Per sei decenni, il Partito/Stato ha schierato aerei militari e cannoni antiaerei per inseminare le nuvole con ioduro d’argento e azoto liquido così da addensare le goccioline d’acqua fino a trasformarle in neve e pioggia.

Mentre la tecnologia è stata utilizzata principalmente a livello nazionale per alleviare la siccità o schiarire il cielo in vista di eventi celebrativi, come nel caso delle dighe anche le nuove tecniche di modificazione del clima hanno finito per creare apprensione al di là della Muraglia. Solo pochi giorni fa Pechino ha annunciato un piano mirato a quintuplicare entro il 2035 le operazioni di inseminazione delle nuvole fino a coprire un’area grande quanto l’India. Epicentro del progetto sarà proprio l’altopiano tibetano, la più grande riserva di acqua dolce d’Asia dove nascono il Mekong e il Brahmaputra. Far fluire artificialmente l’aria calda e umida del subcontinente indiano verso le desertiche province della Cina settentrionale è un’idea che circola negli ambienti militari cinesi fin dagli anni Settanta. E mentre per ora il cloud seeding sembra avere esclusivamente finalità pacifiche, la Cina non sarebbe certo la prima a impiegare la geoingegneria per colpire i Paesi rivali. Durante la guerra del Vietnam, furono gli Stati Uniti a manipolare le piogge stagionali per bloccare i rifornimenti lungo il sentiero di Ho Chi Minh

 

sabato 9 gennaio 2021

Il Tibet e la politica internazionale

 

Il ritorno del Tibet nell’agenda USA

La vittoria di Biden preannuncia un maggior sostegno alla causa tibetana e nuove sanzioni contro chi violi in Tibet i diritti umani dopo gli anni di indifferenza dell’amministrazione Trump, più aggressiva a riguardo. Il perché lo spiega la stampa cinese alludendo al pallino dei Democratici per i «cosiddetti diritti e valori umani». Barack Obama ha incontrato il Dalai Lama alla Casa Bianca ben quattro volte: «la Cina deve rimanere vigile». Confermando i timori cinesi, lo scorso settembre il presidente eletto ha promesso «supporto per il popolo tibetano», nuove sanzioni contro i trasgressori dei diritti umani, e «un’espansione del servizio in lingua tibetana di RFA» (Radio Free Asia).

 

C’è stato un tempo in cui il Dalai Lama veniva invitato alla Casa Bianca, le autoimmolazioni dei monaci tibetani campeggiavano sulla stampa internazionale e le violazioni dei diritti umani sul Tetto del Mondo sfilacciavano le relazioni tra Cina e Stati Uniti. Poi è arrivato Trump. Negli ultimi quattro anni, le controverse politiche etniche dispiegate da Pechino per sinizzare la regione autonoma sono scomparse dai radar dell’amministrazione statunitense. Troppo preso dalla guerra commerciale, il nuovo inquilino dello studio ovale non è parso dare alcun peso alla rapida erosione della libertà religiosa sotto la presidenza Xi Jinping. Secondo quanto racconta in The room where it happened John Bolton, The Donald sarebbe intervenuto personalmente per bloccare un incontro tra Sua Santità Tenzin Gyatso e Nikki Haley, ambasciatrice presso le Nazioni Unite fino al dicembre 2018. «Una volta che Trump si è chiesto come avrebbe reagito la Cina, il viaggio era sostanzialmente morto», scrive l’ex consigliere per la Sicurezza nazionale aggiungendo ulteriori dettagli sull’ammirazione dimostrata dal presidente americano nei confronti della lotta al “terrorismo” nello Xinjiang, la regione del Far West cinese che con il Tibet condivide non solo il confine settentrionale. Chen Quanguo, nominato nel 2016 segretario del partito locale dopo cinque anni in Tibet, pare che abbia replicato quanto affinato nella regione himalayana realizzando un massiccio sistema di sorveglianza per monitorare la minoranza uigura, l’etnia di religione islamica accusata proprio come i tibetani di minacciare la sicurezza nazionale con rivendicazioni separatiste, ma che le organizzazioni per la difesa dei diritti umani considerano vittima di un genocidio culturale.  Nell’ultimo anno, però, un po’ per motivi elettorali, un po’ per indisporre Pechino, un po’ per assecondare le richieste del Congresso, il Tibet e lo Xinjiang sono improvvisamente diventati una priorità dell’amministrazione Trump alla stregua di Hong Kong, dove l’ingerenza cinese mette a repentaglio l’autonomia assicurata con la formula “un paese due sistemi”. A luglio, a distanza di oltre un anno dall’approvazione del Reciprocal Access to Tibet Act, il Dipartimento di Stato ha annunciato le prime restrizioni sul rilascio dei visti americani ai funzionari cinesi «coinvolti nella formulazione o nell’esecuzione di politiche relative all’accesso degli stranieri alle aree tibetane». Mentre le misure chiedono reciprocità, quindi sostanzialmente l’apertura della regione in larga parte blindata ai visitatori internazionali, il comunicato di Mike Pompeo ribadisce l’impegno degli Stati Uniti «a lavorare per promuovere lo sviluppo economico sostenibile, la conservazione ambientale e le condizioni umanitarie delle comunità tibetane nella Repubblica popolare cinese». Non è chiaro a chi siano indirizzate le sanzioni. Il nome di Chen Quanguo rientra già nella lista nera dei funzionari colpiti da analoghe limitazioni di viaggio come punizione per le violazioni dei diritti umani nel Xinjiang. Ma l’annuncio, seppure simbolico, ha sancito una prima importante presa di posizione dopo il prolungato silenzio americano.  Dall’inizio dell’anno il Congresso ha introdotto altre due bozze di legge sul Tibet ‒ il Tibet Policy and Support Act e il Free Tibet Act ‒, mentre il 14 ottobre l’ex assistente segretario di Stato per la Democrazia, i Diritti umani e il Lavoro, Robert Destro, è stato nominato coordinatore speciale per gli affari del Tibet, un incarico rimasto vacante dal 2017. Ma la vera svolta è arrivata il 20 novembre con la storica visita alla Casa Bianca di Lobsang Sangay, la prima in sessant’anni da parte di un leader dell’Amministrazione centrale tibetana, il governo tibetano in esilio. Nientemeno che «un’organizzazione separatista» secondo Pechino, che ha assunto militarmente il controllo del Tibet nel 1950, costringendo il Dalai Lama all’esilio. Da allora il centro politico tibetano si è spostato a Dharamsala, in India. La nomina di Sangay a primo ministro (Kalon Tripa), nel 2011, ha coinciso con la rinuncia di Tenzin Gyatso a ogni incarico politico per mantenere unicamente il ruolo di guida spirituale. Mentre Sangay ‒ che per anni ha intrattenuto solo segretamente gli scambi con gli esponenti dell’establishment a stelle e strisce ‒ era già stato ricevuto da Destro lo scorso mese, il suo arrivo alla Casa Bianca ufficializza implicitamente il riconoscimento americano dell’indipendenza del Tibet. Una vera bomba a orologeria per le relazioni bilaterali considerata l’irremovibilità del regime comunista davanti alle ingerenze esterne nelle questioni che concernono la sovranità nazionale. Specie in zone di interesse strategico come le regioni occidentali, ricche di risorse naturali, che separano la Repubblica Popolare da Paesi instabili come Pakistan e Afghanistan. Stando a Radio Free Asia, società di radiodiffusione finanziata dal governo statunitense, un primo inedito riferimento all’occupazione cinese manu militari del Tibet è comparso recentemente negli Elements of China Challange, il documento programmatico con cui l’ufficio del segretario di Stato ha spiegato in dieci punti come contenere l’ascesa cinese sullo scacchiere internazionale.  La vittoria di Joe Biden preannuncia una linea anche più aggressiva a riguardo. Il perché lo spiega la stampa cinese alludendo al pallino dei Democratici per i “cosiddetti diritti e valori umani”. Barack Obama ha incontrato il Dalai Lama alla Casa Bianca ben quattro volte: “la Cina deve rimanere vigile”. Confermando i timori cinesi, lo scorso settembre il presidente eletto ha promesso «supporto per il popolo tibetano», nuove sanzioni contro i trasgressori dei diritti umani, e «un’espansione del servizio in lingua tibetana di RFA». Ma il ritorno del Tibet nell’agenda presidenziale trascende le dinamiche del bipartitismo statunitense. Secondo Bloomberg Economics, nel 2050 la Cina potrebbe superare gli Stati Uniti diventando la prima potenza mondiale non solo in termini di PIL ma persino per influenza politica. Perché questo non accada, davanti all’incontestabile peso economico del gigante asiatico, occorre puntare sulle specificità americane: ovvero, quei valori democratici che hanno contraddistinto il protagonismo internazionale di Washington dalla fine della Seconda guerra mondiale. Il braccio di ferro tra American Dream e “Sogno Cinese” si disputa anche sul Tetto del Mondo.

 

mercoledì 30 dicembre 2020

Bilancio 2020 Accesso al Blog

 


 

Il presente blog in questo 2020 ha avuto dalla sua apertura n.    22392    accessi

La media degli accessi al blog è stata:

I Trimestre  pari a 4

II Trimestre pari a 16

III Trimestre pari a 32

IV Trimestre pari a 31

La media degli accessi annua è di   21    elementi

I Post totali dalla apertura del blog  è pari a 375

I Trimestre  pari a 3,33

II Trimestre pari a 3,50

III Trimestre pari a 2

IV Trimestre pari a 2,83

La media dei post per l’anno 2020 è di  2,83     ogni mese

 

 

domenica 20 dicembre 2020

venerdì 11 dicembre 2020

I Membri ASEAN


FONTE: Rivista LIMES rivista di geopolitica n. 6 del 2020



 L'ASEAN è stata fondata l'8 agosto del 1967  a Bangkok. Oltre ai paesi fondatori vi sono paesi osservatori. Asean+ 3 Paesi Asean che colloquiano con Cina Corea del Sud e Giappone per emergenza Virus. Asena + 6 Paesi Asean che colloquiano con Cina, Corea del Sud, Giappone, India, Nuova Zelanda ed Australia

venerdì 4 dicembre 2020

Rivista QUADERNI N. 2 del 2020

info: quaderni.cesvam@istitutonastroazzurro.org

 approfondimenti:  www.istitutodelnastroazzurro.org

venerdì 27 novembre 2020

Cina: le possibili linee future di Sviluppo


 Fonte LIMES Rivista di Geopolitica


 La Carta mostra inizialemnte una intesa tattica con la Russia. Poi sottolinea al'importanza che riveste per la Cina la provincia dello Xinjiang in cui la città di Urinqi è fondamentale per tenere aperta la nuova via della seta terrestre per connettere la Cina all'Oceano Indiano con l'arrivo al porto di Gwadar in Pakistan. Inndi mostra il mediterraneo asiatico che ancora sotto controllo statunitense dovrà essere conquistato affinchè la Cina possa diventare una potenza globale

venerdì 20 novembre 2020

Cina. Politiche per il futuro

 Il plenum del comitato centrale del partito comunista cinese lo scorso ottobre ha approvato il testo delle proposte per lo sviluppo del paese nie prossimi cinque anni. IL documento elenca i problemi da affrontare: disuguaglianza crescente tra città e zone rurali, inquinamento, mancanza di innovazione di qualità. Non è stato fissato un numero di crescita del PIL, ma è stato fissato l'impegno di portare il PIl pro capite a livello di quello di un paese moderatamente sviluppato.La crescita, infine si baserà sul mercato interno e sullinnovazione e l'indipendenza tecnologica. 

martedì 10 novembre 2020

venerdì 30 ottobre 2020

Corea delSud: Come affronatre il Covid

 La Corea del Sud ha stabilito di creare cinque livelli di prevenzione dei contagi da epidemia Covid. Il sistema prevede misure per strutture ed aree in base ai nuovi casi settimanali ed alla disponibilità di posti letto negli ospedali. Inoltre è stato prescritto l'uso generale della mascherina. Nella capitale Seul in tutit i luoghi compresi i cinema e gli interni dei caffe.  

martedì 20 ottobre 2020

Il teatro Indo-Pacifico


 Fonte Rivista LImes Rivista di Geopolitica

sabato 10 ottobre 2020

Teatri Operativi della marina cinese


 Fonte  LIMES Rivista di Geopolitica giugno 2020

sabato 15 agosto 2020

India. Cartografia del XVI secolo


 Fonte. LIMES, rivista di geopolitica