Asia

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Metodo di ricerca ed analisi adottato

Per il medoto di ricerca ed analisi adottato

Vds post in data 30 dicembre 2009 sul blog www.coltrinariatlanteamerica.blogspot.com
seguento il percorso:
Nota 1 - L'approccio concettuale alla ricerca. Il metodo adottato
Nota 2 - La parametrazione delle Capacità dello Stato
Nota 3 - Il Rapporto tra i fattori di squilibrio e le capacità delloStato
Nota 4 - Il Metodo di calcolo adottato

Per gli altri continenti si rifà riferimento al citato blog www.coltrinariatlanteamerica.blogspot.com per la spiegazione del metodo di ricerca.

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lunedì 20 febbraio 2017

TURCHIA: sempre più lontana dall'Europa

Modifica Costituzione
Turchia: verso il referendum presidenziale
Bianca Benvenuti
22/02/2017
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La data è stata fissata: il 16 aprile il popolo turco andrà alle urne per decidere con un referendum se approvare la modifica costituzionale proposta dal governo del Partito della Giustizia e dello Sviluppo (Akp) per trasformare la Turchia in una Repubblica presidenziale, legittimando il già effettivo potere del presidente Recep Tayyip Erdoğan.

Un momento di svolta per Erdoğan
La riforma costituzionale cambierà la forma di governo del Paese, ampliando considerevolmente i poteri del presidente della Repubblica. La carica così riformata sarà rinnovabile per due mandati, di cinque anni l’uno; inoltre, al nuovo presidente sarà consentito di dichiarare lo stato d’emergenza, sciogliere le Camere, nominare ministri e funzionari del governo.

Secondo il nuovo assetto costituzionale, il presidente potrà mantenere il legame con un partito politico: una clausola essenziale per Erdoğan, che potrebbe così riassumere la guida dell’Akp, abbandonata dopo la sua elezione a presidente della Repubblica nel 2014.

Il partito di governo sostiene che la proposta darà al Paese un leader forte che potrà riportare stabilità in una Turchia martoriata da attacchi terroristici e da una guerra civile nel sud-est. Erdoğan si confermerebbe così uomo forte della Turchia, istituzionalizzando quello strapotere che ha costruito negli ultimi dieci anni.

In effetti, la proposta di riforma costituzionale è la cima della vetta nella scalata politica di Erdoğan, una proposta che ha il sentore di una riforma ad personam più che di un tentativo di riformare e dare maggiore stabilità al Paese. La riforma eliminerebbe in maniera definitiva il sistema di controllo politico, consegnando definitivamente la Turchia alla guida di una sola persona. A quel punto sarebbe difficile non utilizzare la parola dittatura.

Il fronte del Sì non è compatto
I diciotto emendamenti della riforma, approvati a dicembre dalla Commissione costituzionale, hanno ottenuto i voti necessari per essere sottoposti a parere popolare. Il partito di governo, che alle scorse elezioni ha ottenuto 317 seggi, ha potuto contare sull’appoggio del Partito del Movimento nazionalista (Mhp) per raggiungere i tre quinti del Parlamento necessari per far passare la riforma. Il Mhp, storicamente un partito ultranazionalista e lontano dagli ideali dell’Akp, è divenuto sin dalle ultime elezioni politiche il maggiore sostenitore del partito di governo in Parlamento.

Ma se la decisione di allearsi col più forte sembra politicamente accettata dai vertici di partito, non si può dire lo stesso della sua base. Molti sostenitori del Mhp sono, infatti, contrari alla riforma e potrebbero votare per il no: una frangia di deputati dissidenti si sono fatti portavoce di questo malcontento, lanciando la campagna “I nazionalisti votano No” lo scorso 18 febbraio. Anche tra i ranghi dell’Akp non c’è totale compattezza: alcuni conservatori non sono conviti della riforma, in particolare perché la considerano troppo personalizzata e su misura del presidente Erdoğan.

Molto più compatto il fronte del No, che vede schierati il Partito Popolare Repubblicano (Chp) e il filo kurdo Partito Democratico dei Popoli (Hdp), che ha boicottato le votazioni per la riforma come forma di protesta contro l’arresto dei suoi due co-leader. Secolaristi, kurdi, alcuni ultra-nazionalisti e (pochi) conservatori: se il fronte del No sarà in grado di fare delle proprie differenze interne la sua forza, questa potrebbe essere la sua carta vincente.

Una difficile campagna per il No
Il clima nel Paese è estremamente polarizzato e le pressioni da parte del governo sono molte. Il primo ministro Binali Yıldırım ha in più occasioni dichiarato che il fronte del No è composto da terroristi che non vogliono l’unità del Paese. A poco sono valse le successive maldestre smentite per riportare l’attenzione sull’importanza di un voto popolare non condizionato.

Il messaggio di Ankara è chiaro: o con noi o contro di noi. Mentre continuano le purghe iniziate a seguito del tentato colpo di stato dello scorso luglio, gli arresti di giornalisti, accademici e funzionari pubblici ricordano ogni giorno quello che può succedere a schierarsi dalla parte “sbagliata”.

Il campo del No non avrà una campagna elettorale semplice. Mentre Erdoğan ha mobilitato tutte le risorse a sua disposizione, è anche chiaro che le purghe degli ultimi mesi lasciano pochi strumenti all’opposizione. Con la stampa e i media appiattiti sulle posizioni del governo, sarà difficile che la campagna si svolga in un clima di par condicio. Inoltre, uno dei protagonisti della campagna per il No, il filo kurdo Hdp, con i suoi leader e molti membri in prigione, non riuscirà ad esprimere a pieno la sua capacità di fare campagna contro la riforma.

Già sono stati registrati numerosi attacchi contro chi faceva campagna per il No: per citarne uno, il 12 febbraio Fahrettin Yokuş, presidente della Confederazione dei Sindacati turchi è stato attaccato ad Ankara con colpi di arma da fuoco dopo aver dichiarato di essere contro la riforma costituzionale. Il 25 febbraio il partito di governo Akp annuncerà pubblicamente gli eventi e iniziative a supporto del Sì, in un clima intimidatorio che suggerisce che il voto del 16 aprile sarà difficilmente un voto democratico.

Bianca Benvenuti è stata visiting researcher, Istanbul Policy Centre (IPC). Durante il suo periodo di ricerca presso lo IAI, si è occupata di relazioni Ue-Turchia e di crisi migratorie.

lunedì 13 febbraio 2017

Pacifico: verso la instabilità

Asia-Pacifico
Trump, TPP e frammentazione dell’economia
Stefano Pelaggi
23/02/2017
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La prima grande mossa di politica estera economico-commerciale del neo-presidente Usa Donald Trump è stata la decisione di formalizzare il ritiro dal Trattato di libero scambio per le economie del Pacifico.

Il Trans-Pacific Partnership era il principale strumento commerciale della politica obamiana nel Pacifico e rappresentava un tassello centrale nella cosiddetta strategia del Pivot to Asia. La scelta di Trump, quindi, conferma la volontà del presidente di adottare una nuova strategia di contenimento per la crescente espansione dell’economia cinese.

Trump ha finora fornito pochi elementi concreti per capire come intende promuovere il commercio nell’area del Pacifico. La scelta di favorire gli accordi bilaterali, più volte menzionata nei giorni immediatamente successivi alla decisione del ritiro dal TPP, è legata alla volontà di aumentare la produzione in territorio americano su cui in il neo presidente ha incentrato la sua campagna elettorale. Una dinamica non inedita: da decenni gli Stati Uniti usano di fatto la leva delle restrizioni all’import per aumentare gli investimenti giapponesi, coreani e taiwanesi sul proprio territorio.

Alcuni analisti hanno sottolineato come eventuali accordi inter statali potrebbero costituire una modalità proficua, almeno nel breve termine. Gli Stati Uniti restano il principale importatore mondiale, con un deficit che nel 2016 ha superato 600 miliardi di dollari. In queste condizioni Washington si trova in una ovvia posizione privilegiata in qualsiasi trattativa bilaterale con le varie nazioni della regione.

Xi Jinping paladino della globalizzazione a Davos 
La volontà di Trump di proteggere i prodotti e le merci statunitensi potrebbe passare per una legge, già al vaglio dei legislatori repubblicani, per tassare le importazioni. Una soluzione che costituirebbe un enorme problema per Pechino: la sola ipotesi di una “border tax” ha già generato importanti reazioni nella regione del Pacifico.

Il recente intervento di Xi Jinping al 47° Forum economico di Davos, primo leader cinese a intervenire al WEF, è la diretta conseguenza dei primi passi dell’amministrazione di Trump: il presidente cinese, nell’inedito ruolo di profeta della globalizzazione, ha ripetutamente sottolineato la necessità di scambi economici sempre più aperti.

Gli analisti concordano sulla possibilità che la minaccia delle sanzioni nei confronti dell’import di prodotti finiti negli Stati Uniti potrebbe essere un modo per il presidente Usa di resettare le relazioni con Pechino da una posizione di vantaggio.

Il futuro del TPP: Australia e Nuova Zelanda
Tuttavia, il futuro del TPP senza Washington appare molto complesso: il ritiro del principale partner economico ha compromesso seriamente le prospettive dell’accordo. Da parte messicana e neozelandese la volontà di procedere all’attuazione del trattato senza gli Stati Uniti è stata espressa in maniera molto chiara.

In particolare la Nuova Zelanda, vera e propria promotrice dell’accordo prima che Washington se ne appropriasse, vuole continuare nella procedura di formalizzazione e implementazione del TPP.

La posizione australiana è più complessa, i media hanno espresso ripetutamente l’idea che un TPP 12 Minus One costituirebbe un totale impoverimento dell’accordo stesso, in quanto gli Stati Uniti restano il principale mercato dove si collocano i beni dei Paesi aderenti all’accordo.

Il supporto di Canberra nel medio termine a un TPP senza gli Stati Uniti non è certo: il sostegno australiano è strettamente legato all’appoggio dell’attuale premier, mentre entrambi i principali schieramenti politici hanno espresso forti perplessità sul Trans Pacific Partnership.

Il Giappone e l’incognita Abe
Il ruolo del Giappone, che rappresenta la principale economia dei paesi che sostengono il TPP, sarà fondamentale per il futuro dell’accordo. Nel mese di febbraio Shinzo Abe è stato ricevuto da Trump nel primo incontro ufficiale del neopresidente con un premier straniero; e il segretario alla Difesa statunitense James Mattis si è recato in Giappone.

A riprova della necessità sia di Tokyo sia di Washington di creare un nuovo canale comunicativo all’indomani della campagna elettorale in cui Trump ha rivolto numerose accuse al Giappone, di fatto riportando la competizione economica tra i due Paesi indietro di trenta anni.

Un TPP senza la partecipazione degli Stati Uniti rappresenta, agli occhi di Tokyo, uno strumento senza valore che può fortemente danneggiare gli scambi commerciali nipponici sia con la Cina che con la Corea del Sud, grande assente dal Trans-Pacific Partnership.

Il Giappone ha chiaramente dichiarato, attraverso vari membri dell’esecutivo, che il TPP svuotato dalla presenza statunitense non può essere considerato un’opzione plausibile. L’eventuale ritiro di Tokyo segnerebbe in maniera definitiva il fallimento dell’accordo: quindi, le esigue possibilità di sopravvivenza del TPP sono legate a un allargamento degli Stati membri.

L’allargamento degli Stati membri
Le opzioni sono una inclusione della Cina e della Corea del Sud nell’accordo o addirittura un’ipotesi che prevede l’ulteriore ingresso dell’India, soluzioni fortemente appoggiate dai membri latino americani e dalla Nuova Zelanda.

L’idea di un TPP che includa la Repubblica Popolare Cinese, che si configurerebbe come una vera e propria eterogenesi dei fini del progetto obamiano, presenta un elevato grado di complessità ed è stata evocata da vari attori in maniera provocatoria rispetto al ritiro statunitense.

La composizione del parlamento giapponese e la recente svolta in politica estera di Abe non sono compatibili con una accettazione dell’ingresso di Pechino nel TPP: l’attuale esecutivo di Tokyo ha mostrato forti segnali di intolleranza verso qualsiasi tipo di accordo formale con la Cina.

Gli obblighi e le regole legate all’ingresso nel TPP, particolarmente in materia di proprietà intellettuale, diritti dei lavoratori e interventi statali sui mercati, costituiscono degli elementi difficilmente superabili da Pechino.

La Cina ha sinora dimostrato uno scarso interesse nella gestione economica e politica con le organizzazioni e gli organismi internazionali: esemplare in questo senso il rapporto con l’Unione europea, ma anche la funzione sporadica e strumentale che Pechino adotta sia nei confronti dell’Asia-Pacific Trade Agreement sia dell’Asia-Pacific Economic Cooperation, preferendo sistematicamente il canale della trattiva bilaterale.

L’estrema fragilità politica coreana non permetterebbe a Seul una mossa così radicale, in particolare per un accordo che è sempre stato giudicato come una cornice inutile e ridondante per l’economia della Corea del Sud.

Una eventuale adesione indiana sarebbe ostacolata dagli obblighi in materia di diritti umani e regolamentazione del mercato del lavoro, che sussistono anche per la Cina, e dalla possibile contestazione di molti Paesi membri che interpretano l’ulteriore allargamento come un indebolimento della capacità operativa del TPP.

Possibili scenari futuri
La decisione di Trump ha creato una frammentazione nella direzione dell’economia del Pacifico e la Cina non è interessata a prendere il posto lasciato vacante dal suo principale competitor economico e strategico.

Piuttosto potrebbe voler creare una cornice legislativa per organizzare gli scambi commerciali nel Pacifico, diretta principalmente alle economie emergenti, in cui si troverebbe ad agire in un ruolo apicale, e lasciare agli accordi bilaterali la gestione degli scambi con le nazioni sviluppate.

In maniera da un lato di evitare una normativa eccessivamente rigida, incompatibile con le esigenze politiche e industriali di Pechino, e dall’altro di potere negoziare con le principali economie della regione in posizione di forza grazie all’enorme attrattività del mercato cinese. Una dinamica che sembra essere molto simile alla strategia economica e politica del presidente Trump.

Stefano Pelaggi è Docente a Sapienza Università di Roma e Research Fellow presso il Centre for Chinese Studies a Taipei.

venerdì 10 febbraio 2017

Un Triangolo da studiare: Malesa-Cina Coree

Asia
Tutte le schermaglie fra Coree, Malesia e Cina
Serena Console
23/02/2017
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Da poco più di un mese, nel triangolo Pyongyang/Pechino/Kuala Lumpur è in scena quello che potrebbe essere un nuovo copione della serie “Games of Thrones”. I riflettori, però, sono tutti puntati sulla famiglia al timone della Corea del Nord.

La morte di Kim Jong-nam, fratellastro del dittatore nordcoreano Kim Jong-un, lascia aperti numerosi interrogativi per le autorità malesi e l’opinione pubblica internazionale.

Proprio nella capitale della Malesia, infatti, Kim Jong-nam è stato avvelenato da due donne mentre era in procinto di imbarcarsi per Macao, città in cui abitava da oltre cinque anni con la seconda moglie. Al momento del decesso, avvenuto durante il trasporto in ospedale, aveva con sé un passaporto a nome di Kim Chol. Il fratellastro dell’uomo più potente della Corea del Nord pare fosse abituato a usare documenti falsi.

La protezione di Pechino
Il 2001 è un anno infausto per Kim Jong-nam, fino a quel momento considerato il probabile successore di Kim Jong-il, il leader supremo della Repubblica popolare democratica di Corea. Le sorti della sua ascesa politica subiscono tuttavia una brusca battuta d’arresto quando viene fermato in Giappone in possesso di un falso passaporto dominicano.

Da allora, Kim Jong-nam ha trascorso una vita da esule tra Macao, Hong Kong, Singapore e Malesia, sfuggendo a numerosi tentativi di omicidio. Dal 2012 - pochi mesi dopo il passaggio di potere nelle mani del fratellastro, il più giovane Capo di Stato al mondo - pare fosse sotto la lente dei servizi segreti nordcoreani, a causa di alcune dichiarazioni rilasciate al quotidiano giapponese Tokyo Shimbun, in cui esprimeva le sue critiche rispetto al salto dinastico alla terza generazione.

Stando ad alcune dichiarazioni di Lee Byung-ho, capo dell’intelligence della Corea del Sud, il fratellastro di Kim Jong-un era da anni sotto la protezione di Pechino. Si tratta di affermazioni che, però, devono essere analizzate nell’ottica delle tensioni in corso da decenni fra le due Coree, e che non ricevono conferma da parte del governo cinese.

Il Global Times, tabloid del Quotidiano del Popolo, il principale organo di stampa cinese, difende a spada tratta l’alleato nordcoreano e stigmatizza quelle che considera speculazioni del governo di Seul per rovesciare il regime di Kim. Ma i servizi di intelligence sudcoreani incalzano e definiscono l’omicidio dell’esule nordcoreano un “attacco terroristico” progettato dal leader di Pyongyang.

La Cina mantiene invece un atteggiamento ambivalente: da un lato “segue con attenzione la vicenda”, secondo quanto dichiarato dal portavoce del ministro degli Esteri; dall’altro, ha sospeso tutte le importazioni di carbone dalla Corea del Nord fino alla fine del 2017, nel rispetto dell'ultima tornata di sanzioni approvata dalle Nazioni Unite lo scorso novembre.

Secondo i dati rilasciati dal Palazzo di Vetro, le esportazioni della Corea del Nord verso la Cina hanno rappresentato oltre l’85% nel 2015: di questa fetta, più della metà riguarda l’esportazione di antracite, una varietà di carbone.

La misura decisa da Pechino mette senza dubbio in crisi l’economia del Regno eremita, per cui il Paese del Dragone è il primo partner commerciale, e minaccia di incrinare i già deboli rapporti tra Corea del Nord e Cina.

Lo spionaggio in rosa di Pyongyang
Molti particolari attorno alla morte di Kim restano ancora da confermare. Ad oggi, sono state arrestate quattro persone, tra cui due donne, mentre continuano le ricerche di altri sette, la maggior parte nordcoreani.

Secondo quanto riportato dalla China Press, l’agenzia di stampa malese in lingua cinese, una delle due arrestate, Siti Aishah, avrebbe creduto di partecipare ad un programma televisivo: durante l’interrogatorio, infatti, avrebbe ribadito l’estraneità al piano omicida.

Ma c’è da domandarsi che ruolo ha svolto l’altra donna in manette, la vietnamita Doan Thi Huong. Forse le indiscrezioni dei servizi segreti sudcoreani non sono così poi assurde se si considerano le numerose donne che hanno fatto la storia dello spionaggio nordcoreano: da Kim Hyon-hui, che nel novembre 1987 piazzò una bomba ad orologeria su un aereo di linea sudcoreano in volo da Baghdad a Seul, a Won Jeong-Hwa, la Mata Hari della Corea del Nord, abile a carpire informazioni militari dagli ufficiali sudcoreani.

Senza dimenticare Lee Sun-sil: attualmente sepolta nel cimitero dedicato ai patrioti del Paese, creò e guidò nella Corea del Sud un ramo segreto del Partito del Lavoro di Corea, la forza dominante nel nord della penisola.

Le mediazioni di Kuala Lumpur
Il coinvolgimento delle autorità malesi nelle attività investigative, giudiziarie ed autoptiche stanno incrinando i rapporti tra Corea del Nord e Malesia. In un annuncio, Pyongyang ha rifiutato gli esiti dell’autopsia disposta dal governo malese e ha sollecitato l’immediato rientro della salma nel Paese per avviare investigazioni congiunte. L'identità del deceduto, infatti, non è ancora tecnicamente certificata.

Il richiamo a Kuala Lumpur dell’ambasciatore malese in Corea del Nord profila un ulteriore punto di collisione, anticipando quelli che sono i presupposti di uno scontro diplomatico, temibile per l’economica dello Stato eremita, per cui la Malesia è uno dei pochi partner nella regione.

Le relazioni economiche bilaterali, che ammontano ad appena 5 milioni di dollari, hanno avuto il merito di consolidare il potere della compagnia aerea nordcoreana, la Air Koryo, e hanno garantito la formazione a Kuala Lumpur di una piccola comunità di nordcoreani impegnati nella ristorazione, nell’edilizia e nel turismo: quest’ultimo settore è favorito dall’esenzione dei visti per i malesi che vogliono visitare il Paese di Kim.

Nell’analisi dello scacchiere geopolitico internazionale, inoltre, la Malesia svolge un ruolo di mediatore rilevante, perché intrattiene relazioni bilaterali sia con gli Stati Uniti sia con la Corea del Nord; una condizione che rende Kuala Lumpur zona franca per gli incontri diplomatici delle due controparti, soprattutto considerati i mancati rapporti di Kim Jong-un con le amministrazioni americane di qualsiasi colore.

Le reali motivazioni dietro l’omicidio di Kim Jong-nam sono ancora un mistero, ma non è difficile pensare alla fobica volontà del dittatore nordcoreano di consolidare il potere nel Paese eremita, eliminando le “mele marce” nel giardino di casa e di lanciare un monito di narcisismo politico agli occhi di Washington e Pechino.

Serena Console è stata stagista per la comunicazione dello IAI.

Cina: appesi a Twitter

Usa-Cina-Taiwan
Trump scaglia i repubblicani contro Pechino
Serena Console
05/02/2017
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Stando all’uso che ne fanno suoi autorevoli esponenti, Twitter è considerato un indicatore diplomatico affidabile nelle file del partito repubblicano statunitense. A gennaio, il senatore texano Ted Cruz, già battagliero sfidante di Donald Trump alle primarie repubblicane, ha cinguettato: “Sono onorato di aver incontrato la presidente di Taiwan Tsai Ing-wen”.

L’incontro è avvenuto dopo che la leader taiwanese ha effettuato uno scalo tecnico a Houston, Texas, sulla via per il Centro America, dove l’attendevano gli incontri con i quattro alleati regionali di Taiwan: Honduras, Nicaragua, Guatemala ed El Salvador.

Il meeting di Tsai con il senatore Cruz e con il governatore del Texas Greg Abbott, anch’egli repubblicano, ha fatto però infuriare Pechino, che aveva precedentemente chiesto alle autorità statunitensi di negare il sorvolo alla leader di Taipei. La risposta di Cruz non si è fatta attendere: “La Repubblica popolare cinese deve capire che negli Stati Uniti decidiamo autonomamente chi incontrare. Questo non riguarda Pechino, ma la nostra relazione con l’alleato Taiwan”.

Nella città texana si è quindi discusso dell’opportunità di migliorare le relazioni bilaterali fra i due Paesi, a cominciare dagli scambi commerciali e dalla cooperaizone economica, specialmente nel settore agricolo.

La politica dell’“Unica Cina”
Pechino è il nuovo bersaglio della politica estera americana. A colpi di tweet, il neopresidente Trump si rivolge ai membri del Politburo accusandoli di aver approfittato dell’ultima fase della globalizzazione economica ai danni degli Stati Uniti. La minaccia dell’introduzione di una tassa sull’importazione di prodotti cinesi aumenta il risentimento della leadership cinese nei confronti della leadership repubblicana per il continuo affronto sulla questione taiwanese.

Il caso non si limita solo alla telefonata che Trump ha avuto con la presidente taiwanese lo scorso dicembre, ma anche all’intervista rilasciata all’emittente americana Fox News, in cui il tycoon aveva espresso la sua contrarietà alla politica dell’“Unica Cina”, pilastro su cui si sostengono le relazioni sino-americane.

È dal 1979 che gli Stati Uniti riconoscono infatti la Cina nel solo governo di Pechino. Da quel momento, Washington ha negato il riconoscimento diplomatico formale a Taiwan, che la Cina considera invece una provincia ribelle che tornerà, prima o poi, sotto l’ombrello politico di Pechino.

Eppure, un ulteriore segnale è stato inviato all’altra sponda del Pacifico in occasione dell’insediamento di Trump a Capitol Hill: a partecipare all’Inauguration Day c’era infatti anche una delegazione di undici politici taiwanesi, capeggiati dall'ex primo ministro dell'isola, Yu Shyi-kun.

Timori di guerra commerciale? 
Con l’insediamento di Trump alla Casa Bianca si configura un nuovo assetto globale: il tycoon newyorkese cerca di consolidare il rapporto diplomatico con Vladimir Putin, mentre la Cina si presenta come leader della globalizzazione. Ne è stato un esempio il discorso di apertura del presidente cinese Xi Jinping al forum economico di Davos: per circa un’ora, il portavoce del “socialismo con caratteristiche cinesi” si è presentato al mondo come alfiere della globalizzazione e avversario di protezionismo e populismo.

Le metafore, tipiche della dialettica di Xi Jinping, hanno lasciato minimi margini di fraintendimento: il discorso era rivolto al 45° presidente Usa, sebbene il leader di Pechino non lo abbia mai menzionato.

In Svizzera, a difendere la posizione già critica di Trump, c’era il consigliere Anthony Scaramucci che ha assicurato: “Né gli Stati Uniti né la Cina vogliono una guerra commerciale”. L’amministrazione americana ha di certo ben presente l’ultimo dato rilasciato dall'Ufficio nazionale di statistica cinese: Pechino è ormai entrata nella cosiddetta epoca economica del “new normal”, dove la crescita del Pil non conosce più i numeri a doppie cifre del decennio d’oro, ma - nel penultimo trimestre del 2016 - si assesta a un 6,7%.

Un successo che è il risultato di accordi bilaterali con diversi Paesi, dell’incredibile progetto della Nuova Via della Seta per il miglioramento dei collegamenti e della cooperazione nella sfera eurasiatica, e dell’atteggiamento della leadership nella gestione delle crisi internazionali. Proprio in questo senso si comprende la condotta di non ingerenza negli affari interni degli altri Stati: Pechino pone poche prerogative di natura politica e mira a stabilire rapporti di natura economica, tralasciando la visione della democrazia dei vari Paesi.

Il futuro dell’Asia
Ma con Trump a Washington, cosa può succedere sull’altra sponda del Pacifico? L’imprevedibilità del nuovo presidente preoccupa Pechino, tanto che il Global Times - spin-off inglese del Quotidiano del Popolo - ha giudicato il nuovo inquilino della Casa Bianca “immaturo” in diplomazia e “molto superficiale” nella conoscenza delle relazioni tra Cina e Stati Uniti.

I delicati equilibri nell’area orientale si incrinano sotto lo sguardo di Taipei e Pechino. Dal giorno della vittoria di Trump, la Cina ha dimostrato fermezza davanti a ogni provocazione americana, ostentando la necessità di costruire una stabilità economica e politica dentro e fuori la Grande Muraglia.

Taipei non si vuole far cogliere impreparata, e nello stretto di Taiwan si tiene militarmente pronta a una possibile invasione cinese: a metà gennaio, per due giorni, sono state infatti condotte esercitazioni di simulazione di un possibile attacco da parte dell’esercito di Pechino.

Taipei è pronta a fronteggiarele minacce della seconda potenza economica mondiale, forte anche delle dichiarazioni rilasciate da John Bolton, ex ambasciatore di Bush all’Onu e oggi consigliere di Trump per la politica estera, secondo cui i militari statunitensi potrebbero essere spostati da Okinawa, in Giappone, a Taiwan in risposta a possibili incursioni di Pechino.

È difficile prevedere come si evolveranno i rapporti tra Cina, Stati Uniti e Taiwan: qualche indizio, però, potrebbe arrivare dai prossimi tweet. Stavolta, rispetto al passato, lanciati dall’account presidenziale, @POTUS.

Serena Console è stata stagista per la comunicazione dello IAI.

giovedì 26 gennaio 2017

Ne muri ne frontiere per Xi Jinping

Xi a Davos
Cina: il paladino della globalizzazione
Nello del Gatto
23/01/2017
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Ha scomodato persino Charles Dickens durante il suo discorso a Davos, nelle Alpi svizzere, il presidente cinese Xi Jinping, nella sua prima apparizione al forum economico, dove si è svestito dell’eskimo di anni di comunismo per indossare il mantello del paladino della globalizzazione. "Erano i tempi migliori, erano i tempi peggiori" ha detto, citando l’inizio di ‘Una storia di due città’ di Dickens, per sottolineare che viviamo in un’epoca di forti contraddizioni.

Quello che ha parlato a Davos, è un politico misurato, che dosa bene le parole e che si rivolge al mondo globalizzato, nel quale la Cina, volenti o nolenti, ha un ruolo centrale e da protagonista.Era la prima volta che il segretario del partito comunista cinese e presidente della Cina partecipava al Forum svizzero. Non è un caso che abbia deciso di farlo in un momento storico internazionale cruciale, alla vigilia dell’inizio della nuova, discussa e controversa, presidenza Usa.

Un discorso rivolto agli Usa e a Trump
Ascoltandolo, non è certo difficile capire che Xi Jinping si rivolga, in prevalenza, proprio agli Stati Uniti e al loro nuovo presidente. Il leader cinese non ha mai fatto il nome di Trump, ma in tutto ciò che ha detto è evidente il riferimento al nuovo corso politico ed economico degli Stati Uniti, almeno quello che il magnate di New York in mesi di campagna elettorale e dopo la vittoria ha annunciato, soprattutto via twitter, in termini di protezionismo economico.

Non è un mistero del resto che la Cina sia preoccupata dagli eventuali cambiamenti che potrebbero scaturire dopo l’insediamento ufficiale di Trump alla Casa Bianca. Trump infatti ha pubblicamente accusato la Cina di sottrarre posti di lavoro agli americani e di attuare una politica monetaria scorretta con la svalutazione della moneta cinese; ed ha annunciato provvedimenti per il contenimento cinese, in primis l’aumento dei dazi. Una delle nomine di Trump è stata quella di Peter Navarro a capo del Consiglio del Commercio, quel Navarro autore di “Death by China”.

“Una guerra commerciale non ha vincitori”
“Non c’è nessun vincitore in una guerra commerciale” ha detto dinanzi a una platea di oltre 1500 persone il massimo esponente del gigante asiatico. “Per seguire il protezionismo - ha aggiunto Xi Jinping - è come chiudersi in una stanza buia. Vento e pioggia vengono tenuti fuori, ma anche la luce e l’aria”.

Il presidente cinese, a Davos, voleva impressionare il suo auditorium, facendosi paladino della globalizzazione in un mondo quasi rovesciato e, almeno in parte, c’è riuscito, strappando, con un discorso durato circa un’ora, diversi applausi.

“C’è stato un tempo - ha aggiunto - in cui la Cina aveva dubbi sulla globalizzazione economica e noi non eravamo sicuri se aderire o meno al Wto. Ma siamo poi giunti alla conclusione che l’integrazione nell’economia globale è un trend mondiale. Per fare crescere la sua economia, la Cina deve avere il coraggio di nuotare nel vasto oceano del mercato globale”.

Un attore corretto, ma inevitabile
Xi Jinping vuole dare del suo Paese un’immagine moderna, diversa da quella del passato, e promette di non svalutare la moneta, il renmibi per aumentare le esportazioni, cosa della quale il Paese del dragone è stato accusato in passato. Promette insomma correttezza e trasparenza, ma si propone (e si impone) tra gli attori principali sulla scena economica internazionale. E tale vuole rimanere.

Il suo è un discorso chiaro, diretto, controllato, forse anche troppo. Che affascina gli ascoltatori, ma non convince del tutto gli analisti. Sembra tutto troppo studiato, un copione ben scritto e ben recitato. Come quando il presidente parla dell’accordo di Parigi contro il riscaldamento globale, definendolo “magnifico” (mentre Trump ha annunciato di volerne uscire).

Parla infatti anche di ambiente Xi Jinping, della “responsabilità che ci dobbiamo assumere nei confronti dei nostri figli”. Tutto molto condivisibile, se non fosse che la Cina resta uno dei Paesi più inquinati al mondo.

Al di là delle analisi, a parlare sono comunque i dati. La Cina, come sottolinea il presidente cinese nella parte finale del suo discorso, è in continua crescita, nel 2016 la crescita è stata confermata al 6,7% (al ritmo più basso degli ultimi 26 anni, ma al top del mondo secondo il Fondo monetario internazionale) e il trend resta positivo, nonostante il crollo delle esportazioni registrato negli ultimi due anni consecutivi, e lo stesso Pil registrato al 6,9% l'anno precedente. Il tutto però, sempre con il dubbio sulla veridicità dei dati economici che il governo cinese diffonde. “La Cina ha un enorme potenziale e in futuro intensificherà le riforme” ha detto ancora il presidente. Come a dire che, Trump o non Trump, ad essere tagliata fuori la Cina davvero non ci sta. Il mondo sa che con il Dragone deve fare i conti di continuo.

Nello del Gatto, dopo aver lavorato come giornalista di nera e giudiziaria nella provincia di Napoli seguendo i più importanti processi di camorra, si è dedicato agli Esteri. Nel 2003 era alla stampa della presidenza italiana del consiglio dell'Ue; poi 6 anni in India come corrispondente per l'Ansa e successivamente a Shanghai con lo stesso ruolo (Twitter: @nellocats).
 

sabato 31 dicembre 2016

venerdì 23 dicembre 2016

Orizzonti Cina. Sommario



Bimestrale OrizzonteCina (ISSN 2280-8035)

In questo numero articoli su:
• Scienza e tecnologia in Cina. Molti successi, grandi speranze (e qualche fondata perplessità) | Daniele Brombal
• Sviluppo e fattori di criticità della ricerca cinese | Roberto Coisson
• Il cambiamento è l’unica costante. Quattro scenari per il futuro della ricerca e dell’innovazione in Cina | Epaminondas Christofilopoulos
• L’intervista - Jian Lu, Vice-President (Research and Technology) della City University of Hong Kong | Daniele Brombal
• Scienza e tecnologia nelle relazioni Cina-Europa | Nicola Casarini e Lorenzo Mariani
• La fabbrica del risentimento: il razzismo quotidiano e le sue conseguenze | Daniele Brigadoi Cologna
• Internet plus: un progetto strategico per lo sviluppo tecnologico | Gianluigi Negro
• Recensione - Stella rossa sulla Cina. La storia della rivoluzione cinese, di Edgar Snow | Giuseppe Gabusi

Buona lettura!

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mercoledì 21 dicembre 2016

Hong Komg: terremo di scontro

Asia
Hong Kong: Washington sfida Pechino
Serena Console
13/12/2016
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Non c’è solo la telefonata fra Donald Trump e la presidente taiwanese Tsai-Ing-wen a far storcere il naso a Xi Jinping. A complicare il dialogo fra gli Stati Uniti e la Cina è anche una proposta di legge a sostegno dell’autonomia di Hong Kong presentata dal senatore della Florida Marco Rubio (beniamino dell’establishment repubblicano nelle primarie presidenziali del partito perse contro il tycoon newyorkese), che co-presiede la commissione congiunta Congresso/Governo sulla Cina (Cecc), chiamata a monitorare la situazione dei diritti umani e dello stato di diritto a Pechino.

Insieme al collega dell’Arkansas Tom Cotton, Rubio ha presentato l’Hong Kong Human Rights and Democracy Act, che rinnova lo storico impegno degli Stati Uniti per la libertà e la democrazia ad Hong Kong, in un momento in cui l’autonomia della città portuale è sempre più sotto attacco.

La proposta dei repubblicani punta a migliorare la libertà di stampa, di religione e di manifestazione e reclama la garanzia e la tutela dei diritti civili e delle minoranze etniche nell’ex colonia britannica, chiedendo che siano individuati e perseguiti i responsabili del rapimento dei cinque librai avvenuto nel gennaio scorso.

Sotto l’ombrello di Rubio
La normativa rafforza anche le norme presenti nello United States-Hong Kong Policy Actdel 1992, che consente agli Stati Uniti di intrattenere rapporti di natura commerciale ed economica con l’ex colonia britannica, lontano dall’ingombrante controllo di Pechino.

Rubio ha anche incontrato Joshua Wong, il ventitreenne attivista e leader della frangia studentesca che partecipò alle manifestazioni democratiche della rivoluzione degli ombrelli del 2014 ed è oggi il più giovane rappresentante del Parlamento di Hong Kong. Wong è intervenuto ad un incontro organizzato dalla Cecc in cui ha esortato il presidente eletto Donald Trump a “sostenere pienamente i diritti umani ad Hong Kong”.

Attualmente la situazione dei diritti umani in Cina è innegabilmente desolante, con gravi conseguenze soprattutto per la società civile, i religiosi, gli attivisti e i sindacalisti.

Il futuro dell’ex colonia
La dichiarazione congiunta sino-britannica del 1984 prevede le modalità di transizione di Hong Kong da colonia britannica a provincia cinese: dal 1° luglio 1997, e per un arco temporale di cinquant’anni, la città portuale costituisce una regione amministrativa speciale, secondo il dettato dell’articolo 31 della Costituzione cinese.

Pechino controlla affari esteri e difesa, mentre al governo di Hong Kong sono riconosciuti il mantenimento del proprio impianto legislativo e l’attuazione delle misure di politica sociale.

Secondo questa formula, Hong Kong gode di un alto grado di autonomia e il governo centrale non interferisce nelle politiche interne della città. Nel periodo di interregno è in vigore la Hong Kong Basic Law, la carta costituzionale della città portuale che si fonda sulla dichiarazione congiunta sino-britannica.

Il 2047 segnerà la dissoluzione della formula “un paese, due sistemi”, catapultando Hong Kong in un futuro ancora incerto.

Opposizione in crescita
L’ultima tornata elettorale per il rinnovo del Consiglio legislativo, il Parlamento della città portuale, nel settembre scorso, è stata un chiaro esempio di come Pechino stia gradualmente perdendo il consenso degli abitanti dell’ex colonia britannica.

L’affluenza alle urne è stata peraltro la più alta di sempre, poco al di sotto del 60%: segno che gli hongkonghesi hanno a cuore la democrazia. Gli indipendentisti e gli oppositori di Pechino hanno conquistato più dei 24 seggi necessari per bloccare le riforme costituzionali. Grazie alla sua nuova configurazione politica, l’organo rappresentativo avrà più possibilità di bloccare un nuovo disegno di legge, anche se l’esercizio di questo potere di veto sarà tutt’altro che semplice.

Il risultato delle elezioni e l’avvento degli ombrelli gialli in Parlamento è stato un trionfo per il fronte filo-democratico nato durante il movimento degli ombrelli. Tuttavia, Xi Jinping, il presidente più potente dai tempi di Mao Zedong, non sembra intenzionato a recepire i segnali di democratizzazione lanciati dai cittadini di Hong Kong. E risponde eliminando le voci di dissenso.

A metà novembre, l’Alta Corte di Hong Kong, sotto pressione di Pechino, ha sollevato dall’incarico Yau Wai-ching e Baggio Leung, eletti del partito Youngspiration.

I due giovani parlamentari sono accusati di aver offeso il governo centrale durante il giuramento di insediamento del 12 ottobre, quando hanno usato l’espressione Shina per indicare la Repubblica Popolare Cinese. Il termine "Chee-na" o "Shina" era infatti utilizzato dai giapponesi durante l’invasione della Cina (1937-1945) per etichettare negativamente gli ex sudditi dell'impero celeste.

All’indomani della sentenza, Rubio si è detto preoccupato per le costanti pressioni esercitate da Pechino su Hong Kong. Resta da vedere come l’establishment cinese risponderà alle iniziative del senatore della Florida. L’approccio sino-centrico alla gestione della politica interna fa il paio con la richiesta di non ingerenza dall’esterno.

Allo scoppio delle proteste del movimento degli ombrelli, come accadde già per il massacro di Tiananmen, Pechino ha invitato l’opinione pubblica internazionale a non interferire con le dinamiche interne alla Muraglia. Una mossa, all’epoca, per moderare le rivolte sociali di matrice indipendentista lontano dagli occhi del mondo e, soprattutto, dallo sguardo dell’antagonista americano. Il Dragone si ripeterà?

Serena Console è stata stagista per la comunicazione dello IAI.

Cina: sbocchi della via della seta

Asia
Cina sempre più presente nel Mediterraneo
Lorenzo Mariani
15/12/2016
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A tre anni dalla presentazione dell’ambizioso progetto “One Belt One Road” del presidente Xi Jinping, l’orientamento degli interessi cinesi nei confronti del Mediterraneo come punto d’arrivo della nuova Via della Seta marittima ha trasformato il Mare Nostrum da mare di transito a vera e propria base logistica permanente per le imprese cinesi.

Il sesto rapporto annuale del centro Studi e Ricerche per il Mezzogiorno (Srm), presentato a Napoli lo scorso 25 novembre, offre una dettagliata analisi della presenza cinese nel Mediterraneo e delinea in maniera chiara l’entità dell’espansione cinese in ambito marittimo nell’area Med-Gulf.

Con la capacità di movimentare annualmente all’incirca 200 milioni di Teu - il 31% delle merci scambiate via mare a livello globale - il valore dell’intera economia marittima cinese viene stimato intorno ai 970 miliardi di dollari. La prospettiva di una crescita costante nel settore marittimo ha spinto la Cina a cercare di rendere più efficienti le proprie rotte commerciali tramite una serie di investimentinei principali snodi della futura nuova Via della Seta.

Nell’arco dell’ultimo decennio, il volume degli investimenti nella sola regione mediterranea ha superato i 129 miliardi di dollari, facendo così della Cina il secondo partner commerciale dopo gli Usa per il Mediterraneo e l’area Mena.

La maggior parte degli investimenti sono stati concentrati nell’acquisto di quote di partecipazione di imprese o infrastrutture logistiche. Ad oggi le principali imprese di trasporto marittimo cinesi detengono importanti quote di mercato del Terminal Antwerp Gateway di Anversa (25%), del SCCT-Suez Canal Container Terminal (20%), delle turche Fina Liman Hizmetleri Lojistik e Kumport Liman Hizmetleri ve Lojistik (65%).

L’operazione più rilevante è stata tuttavia quella conclusa quest’anno da Cosco Pacific la quale ha acquisito il 67% del porto del Pireo con la promessa di un ulteriore investimento di 350 milioni di euro nel corso dei prossimi cinque anni.

Trend in crescita
L’Italia non è rimasta esclusa dall’espansione cinese, come dimostra l’accordo siglato ad ottobre tra China Cosco Shipping Ports e Apm Terminals per la gestione del futuro terminal container di Vado Ligure e del Refeel Terminal connesso al porto.

Dal punto di vista commerciale invece, l’ampliamento dei servizi settimanali del nuovo canale di Suez e le facilitazioni promosse dal governo egiziano - che possono arrivare fino ad un 65% di sconto per gli operatori che si muovono in questa tratta - rappresentano un nuovo incentivo per Pechino.

Nel 2015 la Suez Canal Authority ha registrato il passaggio di 167 milioni di tonnellate di merci provenienti dai porti cinesi, il 41% del traffico totale del canale di Suez nella direzione sud-nord. Un dato, questo, che conferma il trend di crescita costante dell’interscambio commerciale tra i Paesi mediterranei e la Cina.

La Cina continua a rafforzare la sua presenza e la competitività delle sue aziende anche tramite una serrata politica di alleanze commerciali tra i maggiori operatori del trasporto marittimo volta a razionalizzare le rotte e sfruttare maggiormente le economie di scala.

Sono due le aziende europee coinvolte in questo tipo di accordi: la francese Cma Cgm entrata a far parte della Ocean Alliance insieme alla Oocl (Hong Kong), Evergreen (Taiwan) e Cosco (Cina); e la tedesca Hapag-Lloyd che a maggio è entrata nella The Alliance composta dai colossi giapponesi Mol, Nyk e K Line, dalla Yang Ming (Taiwan) e dalla Hanjin (Corea del Sud).

All’interno della strategia cinese per il Mediterraneo l’Italia, che tra il 2001 e il 2015 ha visto raddoppiare il suo volume di scambi marittimi passando da 37,6 a 66,5 miliardi di euro, potrebbe essere il partner naturale per Pechino. Tuttavia, come suggerito dal rapporto SRM, si presentano diverse sfide che potrebbero disincentivare gli investitori.

In questi termini mantenere in efficienza il sistema portuale e facilitare le procedure burocratiche e amministrative connesse all’attracco delle navi commerciali risultano elementi chiave che potrebbero influenzare in modo strategico le future decisioni della Cina.

Lorenzo Mariani è assistente alla ricerca dell’area Asia dello IAI, dove si occupa di Relazioni internazionali dell’Asia orientale.

venerdì 9 dicembre 2016

Non c'è pace fra gli ulivi

Asia
Venti di guerra dal Nord-Corea, il ruolo dell’Italia
Nicola Casarini, Lorenzo Mariani
11/12/2016
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Una delle più urgenti questioni di politica internazionale che il nuovo presidente eletto Donald Trump dovrà affrontare è quella nord-coreana. Per la prima volta dalla fine della guerra di Corea, il regime di Pyongyang sembra infatti essere riuscito a sviluppare missili in grado di colpire direttamente il territorio statunitense.

La cosa preoccupa a tal punto gli Usa che i due candidati alla vicepresidenza - Michael Pence e Tim Kaine - durante un dibattito in campagna elettorale, si sono detti favorevoli ad eventuali ‘preemptive strikes’ contro le installazioni militari nord-coreane al fine di risolvere alla radice il problema.

Non sono solo gli Stati Uniti che stanno perdendo la pazienza. Giappone e Corea del Sud, storici alleati asiatici di Washington, sono sulla stessa linea d’onda e gli spazi della diplomazia si stanno restringendo. In una tale situazione, serve un nuovo approccio che possa fermare - o quanto meno rallentare - l’escalation militare in Asia nord-orientale. C’è da chiedersi se non possa essere l’Europa - e in particolare l’Italia - a farsi promotrice di una tale nuova iniziativa.

L’entità della minaccia nord-coreana
La questione nucleare in Corea del Nord si è evoluta ben oltre il progetto iniziale che aveva portato all’imposizione delle prime sanzioni da parte delle Nazioni Unite nel maggio del 1993. I tre test portati avanti da Kim Jong-un durante la sua breve leadership dimostrano come il giovane leader abbia deciso di discostarsi dalla strategia nucleare del padre, ritenuto più cauto e propenso a utilizzare la corsa agli armamenti come leva diplomatica.

Le analisi esterne condotte dagli osservatori internazionali sui due ordigni nucleari testati nel corso dell’ultimo anno hanno evidenziato un notevole avanzamento tecnologico. Il 9 gennaio 2016 Pyongyang ha annunciato di aver fatto detonare il suo primo ordigno termonucleare. Sebbene tale notizia sia stata accolta con particolare scetticismo, non è possibile escludere del tutto la possibilità che il regime sia riuscito ad acquisire le capacità necessarie per costruire un bomba a due stadi.

Grazie alle sue ridotte dimensioni, questo tipo di testata potrebbe essere montata su missili balistici a medio e lungo raggio capaci di colpire non solo la Corea del Sud e il Giappone, ma anche la base militare statunitense di Guam, nel Pacifico.

A suscitare maggiore preoccupazione è stato tuttavia il secondo test di quest’anno. L’ordigno fatto brillare il 9 settembre ha dimostrato che il processo di assemblamento delle testate ha raggiunto un efficiente grado di standardizzazione che consentirà in futuro maggiore velocità e affidabilità per la costruzione di tali ordigni.

Anche dal punto di vista balistico, i successi ottenuti nei test del 2016 hanno portato la minaccia nordcoreana ad un nuovo livello di allerta. Il 22 giugno è andato a buon fine il lancio da base mobile di un missile Musudan a raggio intermedio (Irbm), il quale ha una gittata stimata di oltre 3000 chilometri. Ad agosto invece sono iniziati i test per il lancio sottomarino di missili balistici (Slbm) KN-11. Questo tipo di tecnologia consentirebbe in pochi anni al regime nordcoreano di minacciare direttamente il territorio statunitense, acquisendo così una considerevole capacità negoziale e di deterrenza.

L’equilibrio regionale in evoluzione 
La risolutezza di intenti dimostrata da Kim Jong-un e il successo dei test più recenti mostrano l’inefficacia delle contromisure finora adottate. La Corea del Nord si è resa negli ultimi anni sempre più autosufficiente per quanto riguarda sia la produzione agricola sia l’estrazione di materie prime, il che ha diminuito drasticamente l’efficacia delle sanzioni internazionali come strumento di pressione politica.

La “pazienza strategica” adottata dall’amministrazione Obama, basata sull’erronea convinzione che il regime fosse vicino al collasso, ha concesso a Pyongyang tempo prezioso per implementare il suo programma nucleare.

A Seoul intanto il dibattito sulla questione nucleare nordcoreana ha assunto toni preoccupanti. Appurato il fallimento della Trustpolitik - la strategia di engagementcostruttivo con Pyongyang promosso dalla presidentessa nel 2011, ma mai realmente attuato - alcuni membri del partito conservatore (Saenuri) hanno riproposto l’idea di dotare anche il Sud di un proprio arsenale nucleare.

Per ora, non sembra che l’ipotesi sia presa seriamente in considerazione. Sin dagli anni ’70 infatti, gli Usa si sono sempre detti contrari a una simile evoluzione, temendo una escalation militare. La nuova amministrazione Trump sembra però propensa a rivisitare gli assiomi su cui finora si è basato il sistema di alleanze statunitensi nella regione.

Lo stallo che si è creato tra gli attori coinvolti e gli scarsi risultati prodotti dalla strategia sanzionatoria della comunità internazionale sollecitano a interrogarsi su un possibile nuovo approccio diplomatico che eviti il ricorso alle armi.

Un ruolo per l’Europa e l’Italia
Fu proprio l’Italia che nel 2000, all’apice della Sunshine Policy di Kim Dae Jung, riallacciò i rapporti diplomatici con Pyongyang, grazie all’intenso lavoro svolto dalla diplomazia italiana guidata all’epoca da Lamberto Dini, primo esponente di un grande Paese occidentale a recarsi in Corea del Nord.

Sulla scorta dell’esperienza dei Six Party Talks (Spt) - ma non limitandosi a essa sia per qunto riguarda il format che i contenuti - il governo italiano, in consultazione con Bruxelles, potrebbe farsi promotore di un incontro informale a Roma tra i principali attori regionali.

La presenza, nella capitale italiana, di un’ambasciata della Corea del Nord (presente solo in altri pochi Paesi europei, quali Spagna e Austria) fornisce all’Italia un canale di comunicazione diretto con Pyongyang e le permette di presentarsi come honest brokerdi una discussione ad ampio raggio.

Nel 2017, l’Italia avrà la presidenza del G7 e una sua iniziativa in tal senso contribuirebbe a dare continuità al tema della sicurezza in Asia orientale - una questione posta al centro dell’agenda dal Giappone, presidente di turno del G7 nel 2016.

Il momento sembra pertanto maturo per rinverdire quella stagione in cui l’Unione europea - e l’Italia in particolare - provò a svolgere un ruolo significativo sul fronte coreano.

Nicola Casarini è coordinatore dell’area di ricerca Asia dello IAI. Lorenzo Mariani è assistente alla ricerca dell’area Asia dello IAI, dove si occupa di Relazioni internazionali dell’Asia orientale.
 

sabato 12 novembre 2016

CINA: Maoismo e Rivoluzione culturale

Le origini del Maoismo e il Sessantotto
Il maoismo e l’Europa: ieri e oggi
Nicola Casarini
28/11/2016
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La Rivoluzione culturale è stata uno degli elementi salienti del maoismo e sicuramente l’aspetto che più ha affascinato gli intellettuali europei di sinistra (ma non solo) dell’epoca.

Lanciata nel 1966, la Grande rivoluzione culturale proletaria aveva l’obiettivo di eliminare i “borghesi” infiltrati nel Partito e nello Stato. Le Guardie rosse si mobilitarono contro il cosiddetto revisionismo di destra (identificato, tra gli altri, in persone quali Deng Xiaoping) e il revisionismo di sinistra.

E mentre il libretto rosso di Mao veniva brandito durante le manifestazioni studentesche del Sessantotto europeo, pensatori quali Jean-Paul Sartre, Samir Amin e Frantz Fanon - tutti vicini al Partito comunista francese e cantori della cosiddetta “contestazione” ai valori occidentali borghesi - guardavano con simpatia, se non con vera e propria ammirazione in alcuni casi, a ciò che ritenevano accadesse in Cina sotto l’egida di Mao.

Enlai, Mao e l’Europa
L’Europa degli anni Sessanta non era soltanto il luogo dove le idee del Grande timoniere venivano discusse nelle università e i suoi slogan gridati nei cortei degli studenti, ma anche il luogo dove il processo di integrazione europea confermava la sua concezione delle relazioni internazionali dell’epoca, ovvero di un mondo diviso in tre: gli Stati Uniti e l’Unione sovietica nel primo mondo, l’Europa nel secondo mondo e la Cina nel terzo.

Per Mao, una più stretta collaborazione con gli europei del secondo mondo in funzione anti-egemonica (ovvero contro le due superpotenze) era non solo possibile, ma auspicabile. Fu infatti con Mao ancora vivo (anche se già malato) che Zhou Enlai, allora primo ministro, e Christopher Soames, all’epoca vice presidente della Commissione europea, stabilirono nel maggio del 1975 le relazioni diplomatiche tra la Repubblica popolare cinese e la Comunità europea.

La morte di Mao nel 1976 mise fine alla Rivoluzione culturale, ma non al maoismo. Se da una parte l’uscita di scena di Mao permise al suo successore, Hua Guofeng, di dichiarare conclusa l’esperienza della Rivoluzione culturale, dall’altra il ruolo del Partito comunista e il suo controllo sulla società - le vere eredità di Mao - non furono mai messi in discussione, nemmeno da Deng Xiaoping e dagli altri riformatori succedutisi alla testa del Partito nei decenni seguenti. Il maoismo non solo sopravvive oggi, ma con Xi Jinping sembra godere di una nuova vita.

Il filo, rigorosamente rosso, con il passato
Il cinquantenario dell’inizio della Rivoluzione culturale ha riaperto il dibattito sull’eredità del maoismo all’epoca di Xi Jinping. Xu Youyu, filosofo e intellettuale cinese di stampo liberista, ha scritto sulle pagine di Foreign Affairs - l’influente rivista del Council on Foreign Relations - che a livello dell’élite politica, la Cina è ancora sotto l’influenza degli eventi di mezzo secolo fa. Xu ritiene, infatti, che alcuni aspetti della campagna anti-corruzione di Xi Jinping siano molto simili - se non identici - ai metodi utilizzati da Mao durante la Grande rivoluzione culturale (1).

Gli ha fatto eco Suisheng Zhao, professore alla Josef Korbel School of International Studies dell’Università di Denver. In un articolo pubblicato nell’ultimo numero del Journal of Democracy, l’accademico cinese (naturalizzato americano) spiega come ci sia un filo rosso che lega gli eventi di mezzo secolo fa alla politica di Xi Jinping. Per Zhao, il presidente cinese ha lanciato la più grande campagna ideologica che la Cina abbia visto dai tempi di Mao.

Il Maoismo di ritorno nell’era Jingping
L’ideologia di Xi Jinping sarebbe un misto di comunismo, nazionalismo e leninismo che ha lo scopo di rafforzare e disciplinare il Partito, mantenerlo al potere, garantire la stabilità interna e costruire il “sogno cinese” di rinascita nazionale.

Il risultato è il soffocamento di ogni serio tentativo da parte della società civile cinese di crearsi spazi autonomi dal controllo del Partito, inibendo in tal modo quelle aperture democratiche che, seppur limitate - come le elezioni a livello di villaggio - erano state iniziate dai suoi predecessori negli ultimi anni, sotto la spinta della crescita economica e dell’apertura del paese alle forze della globalizzazione (2).

La perdurante vitalità del maoismo in Cina solleva opinioni contrastanti in Europa. Da una parte, il ruolo centrale del Partito comunista cinese e il suo controllo sulla società continuano a essere visti con favore da alcuni settori economici, in particolare le grandi multinazionali che hanno investito massicciamente nel paese negli ultimi decenni, in quanto il regime cinese a partito unico garantisce stabilità, un elemento tradizionalmente ben visto dal mondo degli affari.

Inoltre, il progetto di Xi Jinping di una nuova Via della seta e la sua capacità di mobilitare le risorse del paese al fine di esportare prodotti e capitali in grande quantità - cosa resa possibile dal ferreo controllo del Partito sulle attività produttive e finanziarie della Cina - rappresenta una grande opportunità per le élite politiche ed economiche dei paesi attraversati da questo grandioso progetto, che sperano di attirare investimenti cinesi sul loro territorio.

Maoismo 2.0 e ripensamenti europei
Allo stesso tempo, però, il maoismo di ritorno “stile Xi Jinping” sta mettendo in crisi la politica di apertura costruttiva (constructive engagement) che ha caratterizzato l’Occidente - e soprattutto l’Europa - dalla metà degli anni Novanta.

Questa politica era basata sulla speranza che la crescita economica e l’incremento degli scambi a tutto campo con il resto del mondo avrebbero via via facilitato l’apertura della Cina e la sua democratizzazione, creando spazi per la nascente società civile.

Questo non è avvenuto e a Bruxelles si sta assistendo a un ripensamento della politica da adottare nei confronti di una Cina che in campo politico e riguardo alle libertà, invece di evolvere, appare regredire.

Il cambio di marcia si è cominciato a vedere questa estate, con la pubblicazione dell’ultimo documento dell’Ue sulla Cina, dove sono chiaramente indicate le preoccupazioni dell’Europa per la lentezza - se non il vero e proprio arresto - del processo di apertura democratica del paese. Non è ancora un cambio di politica, ma semplicemente un primo avvertimento. Il maoismo di ritorno non favorisce certo le relazioni politiche tra Bruxelles e Pechino, anche se sul piano economico e culturale le opinioni sono più sfaccettate.

I giovani europei di oggi non brandiscono più il libretto rosso di Mao, ma vogliono piuttosto andare in Cina a trovare quelle opportunità che troppo spesso mancano nel vecchio continente. Senza dimenticare che la Cina è ormai diventata un investitore importantissimo per un’Europa che stenta a uscire dalla crisi economica. Nel vecchio continente non si sventola più il libretto rosso, ma il libretto degli assegni.

(1) Xu Youyu, “The Cultural Revolution, Fifty Years Later”, Foreign Affairs, 15 maggio 2016, https://www.foreignaffairs.com/node/1117491.
(2) Suisheng Zhao, “Xi Jinping’s Maoist Revival”, Journal of Democracy 27 (2016) 3: 83-97, http://www.journalofdemocracy.org/sites/default/files/Zhao-27-3.pdf. Vedi anche: Jamil Anderlini, “The Return of Mao: A New Threat to China’s Politics”, Financial Times (supplemento Life & Arts), 1-2 ottobre 2016, pp. 1-2, https://www.ft.com/content/63a5a9b2-85cd-11e6-8897-2359a58ac7a5.

Articolo pubblicato su OrizzonteCina, rivista online sulla Cina contemporanea a cura di Torino World Affairs Institute e Istituto Affari Internazionali
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Nicola Casarini è coordinatore dell’area di ricerca Asia dello IAI.

domenica 23 ottobre 2016

Orizzonti CINA.. Luglio Agosto 2014



bimestrale OrizzonteCina (ISSN 2280-8035).


 In questo numero articoli su:
• Non è un paese per ribelli | Daniele Brigadoi Cologna
• La generazione delle guardie rosse al potere | Patricia Thornton
• La Rivoluzione culturale e la Cina contemporanea | Gao Mobo
• Testimonianze - La Rivoluzione culturale e le nuove generazioni | Gabriele Battaglia
• Europa&Cina - Il maoismo e l’Europa: ieri e oggi | Nicola Casarini
• Cinesitaliani - Dai cinesi “in rivolta” di Sesto Fiorentino ai cinesi “in soccorso” dei terremotati di Amatrice. Tappe di un dialogo difficile ma necessario | Daniele Brigadoi Cologna
• Recensione - Cina e modernità. Cultura e istituzioni dalle Guerre dell’oppio a oggi, di Alessandra Lavagnino e Bettina Mottura | Giuseppe Gabusi



  VOL. 7, N. 4 | LUGLIO_AGOSTO 2016

domenica 2 ottobre 2016

La Cina e Apec.

Asia
Xi, all’Apec per difendere il libero commercio
Nello del Gatto
23/11/2016
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La Cina che si sta imponendo al mondo è un Paese bivalente che se dal punto di vista della politica interna è improntato ad un rigorismo e a un conservatorismo che non ha precedenti, quanto meno nei tempi più recenti, dal punto di vista della proiezione esterna, in chiave per lo più economica, tende ad aprirsi sempre di più.

Non a caso, in occasione del recente vertice Apec (Asia Pacific Economic Cooperation) tenutosi a Lima, l’ormai quasi “leader maximo” Xi Jinping ha fortemente difeso il libero commercio.

Chiusura interna, apertura internazionale
Una chiara risposta al neo presidente Usa, Donald Trump, che del protezionismo (e della lotta al made in China con l’ipotesi dell’introduzione di nuovi pesanti dazi per il paese del dragone) ha fatto uno dei cavalli di battaglia della sua campagna elettorale (a dire il vero, poco applicabili, più slogan elettorali che altro).

E mentre si apre al mondo globalizzato, Xi Jinping all’interno concentra sempre di più su di sé il potere politico. Da quando è diventato presidente, nel 2013, ha assommato nella sua persona un numero sempre maggiore di cariche, compresa quella di Comandante del centro operativo delle forze armate. Qualche analista ha detto che dai tempi di Mao nessun altro leader aveva avuto tanto potere.

E dalla fine di ottobre il presidente cinese è diventato anche “nucleo” della leadership del partito. Durante il sesto Plenunum del Comitato Centrale del partito comunista, infatti, Xi ha ottenuto anche questa nuova nomina. Un ulteriore rafforzamento dei suoi poteri, dimostrata anche dalla nomina di suoi sodali a posti chiave o a capi di commissioni che di fatto guidano, sotto il suo controllo, il paese. Xi ha anche licenziato il ministro dell’economia, sostituendolo.

Un cinese a capo dell’Interpol
Fa parte del soft power cinese e del suo accreditamento internazionale anche la recente nomina a capo dell’Interpool di un cinese, Meng Hongwei, ex viceministro della pubblica sicurezza, che succede alla francese Mireille Ballestrazzi. E se per qualcuno avere un cinese a capo dell’Interpool potrebbe favorire il miglioramento dei rapporti internazionali della Cina con gli altri Paesi, per altri non si tratta che dell’ennesimo colpo di Xi per perseguire la sua politica anti-dissidenza.

Già in passato infatti la Cina aveva dato all’Interpool un lungo elenco di nomi di ricercati, latitanti all’estero (corrotti ma anche dissidenti per motivi politici) per i cinesi, rifugiati per altri, che potrebbero vedersi obbligati a tornare in patria. Molti di questi vivono in Paesi che non hanno trattati di estradizione con la Cina, a causa della presenza di torture e pena di morte in questo Paese.

Ma alcuni Stati, come il Canada, hanno deciso di cominciare a discutere un trattato del genere con Pechino. La preoccupazione è che, come per la lotta interna agli oppositori, la Cina possa sfruttare l’autorevolezza del capo dell’Interpool (che non ha sua polizia ma coordina e indirizza azioni) per combattere chi si oppone al regime cinese, come accade per gli uighuri.

L’originale giuramento dei parlamentari di Hong Kong non piace alla Cina
E lo strapotere cinese si fa sentire sempre di più anche a Hong Kong. La ex colonia britannica infatti fa sempre più fatica a conservare la sua autonomia e indipendenza nei confronti della politica accentratrice e decisionista di Pechino.

Il tribunale di Hong Kong ha deciso pochi giorni fa di sospendere due membri del nuovo parlamento, eletti lo scorso settembre, dopo che proprio Pechino, il 7 novembre, aveva sollevato la questione che il giuramento da loro prestato fosse da considerarsi nullo e invalido.

La questione era sorta dopo che i due giovanissimi neo parlamentari, Sixtus Leung (detto Baggio in onore del famoso calciatore italiano) e Yau Wai-ching, il 12 ottobre, durante l’ufficiale cerimonia di giuramento e fedeltà, avevano deciso autonomamente di non attenersi alle formule standard che prevedono un giuramento di fedeltà sia alla regione autonoma di Hong Kong che alla repubblica cinese, ma avevano inserito nel discorso alcune espressioni in chiave anti-cinese e si erano presentati avvolti nella bandiera di Hong Kong, con sopra la scritta “Hong Kong is not China”.

Nel recitare le formule avevano anche intenzionalmente pronunciato male il termine “Cina” utilizzando lo stesso modo dispregiativo usato dai nazi-giapponesi. I due, che fanno parte del partito pro indipendenza Youngspiration, hanno già annunciato che faranno appello e che non intendono cedere.

In questo caso Pechino ha agito, almeno formalmente, nella cornice della legalità e del consentito. Il Paese del dragone infatti ha giustificato la sua intromissione negli affari di Hong Kong avvalendosi di una clausola presente nella costituzione di Hong Kong, la cosiddetta Basic Law, che consente alla Cina in particolari circostanze di prevalere sul legislatore locale.

Una clausola in verità usata nella storia solo cinque volte, sempre però per rimarcare, come sostengono i protestanti, che Hong Kong di fatto non è indipendente o comunque lo è sempre meno. E del resto la posizione di Hong Kong nei confronti della Cina è sempre stata particolare e di difficile definizione, sin da quando, nel 1997, la città, sottratta agli inglesi, ritornò di fatto alla Cina.

Gli accordi presi stabilirono un periodo di transizione, fino al 2024, durante il quale Hong Kong si sarebbe governata da sola, in base al principio “un Paese, due sistemi”. E per questo periodo fu varata appunto una “mini costituzione” che però tra le sue clausole prevede la possibilità per la Cina di intervenire.

Nello del Gatto, dopo aver lavorato come giornalista di nera e giudiziaria nella provincia di Napoli seguendo i più importanti processi di camorra, si è dedicato agli Esteri. Nel 2003 era alla stampa della presidenza italiana del consiglio dell'Ue; poi 6 anni in India come corrispondente per l'Ansa e successivamente a Shanghai con lo stesso ruolo (Twitter: @nellocats).
 

lunedì 19 settembre 2016

La situazione politica in Georgia: un'opinione.

di Federico Salvati



La Georgia insieme alla Moldavia rappresenta una della “success stories” della Eastern Partnership europea. Il paese, negli ultimi anni, ha fatto grandi sforzi per rialzarsi da una situazione che all'inizio degli anni 90, lo vedeva praticamente in ginocchio (ricordiamo che la Georgia era stata dichiarata ufficialmente uno stato fallito dopo le guerre con l'Abkhazia e l'Ossezia). Oggi, nelle strade di Tbilisi, è impossibile trovare il caos e la tensione sociale che è descritto nei report delle missioni ONU e OSCE negli anni immediatamente seguenti alla caduta dell'Unione Sovietica.

La Georgia nelle sue relazioni con l'Europa si prodiga in ogni modo. Lo slancio del governo nelle riforme istituzionali per il “perfezionamento della democrazia nazionale” è eguagliato solo dall' “ammirazione che i georgiani hanno dell'Europa”.

Dietro tutti questi titanici sforzi istituzionali, però, scavando nel profondo, si nasconde una realtà ben più amara, la quale il paese cerca di nascondere dietro il suo “entusiasmo riformista”.

Diciamo innanzi tutto, per mettere subito le cose in chiaro, che “freedom house” definisce la Georgia come “un'autarchia competitiva”. Questo significa che nonostante l'alternanza periodica nell'elezioni politiche i contendenti, una volta al poter, detengono un potere che è va decisamente al di la di quelli che sono i limiti costituzionali, politici e giuridici che contraddistinguono una democrazia.

La società georgiana è caratterizzata da un alto livello di informalità e comunitarismo che male si sposa con gli standard politico amministrativi proposti dall'occidente e dall'EU in particolare. A contraddistinguere la situazione socio-politica del paese è un altissimo livello di amministrazione informale (shadow governance) che continua a pesare sui processi istituzionali in maniera consistente. Tutto ciò crea un forte scollamento tra la base elettorale e le élite di governo.
La classe politico-amministrativa vive in un “paradiso dorato” fatto di privilegi e benessere, mentre la gente comune rimane legata a standard di vita piuttosto bassi in generale.
L'opinione pubblica non ha nessuna fiducia ne nelle istituzioni ne nei suoi rappresentanti. Per questo motivo la vita socio-economica ruota ancora intorno alle conoscenze personali, le dinamiche familiari e l'appartenenza etnica.
Emblematico di ciò che si è appena detto è la figura dell'ex presidente Ivanashvili. Tim Ogden1 scrivendo per GeorgiaToday, si dice sempre più perplesso dal fatto che l'ex presidente Mr. Ivanashvili (che ricordiamo al momento non rimane né più e né meno di un privato cittadino), nonostante abbia esplicitamente affermato il suo non-convolgimento in qualunque azione governativa, continui ad apparire in maniera incessante in tutti gli eventi pubblici di prestigio e sia allo stesso tempo un assiduo frequentatore degli ambienti politici di governo. L'autore afferma apertamente come eventuali disaccordi tra la posizione del Presidente Margvelashvili e quella di Mr Ivanashvili continuano a causare, “inspiegabilmente”, crisi interne nel consiglio di ministri.

Democrazia e Georgia è un binomio che ancora stride in maniera evidente. Per chiarire meglio il concetto, di seguito andiamo a commentare due eventi che, nell'opinione di scrive chi scrive, sono iconici della situazione socio-politica georgiana.

Governance e riforma del sistema di difesa

Alla fine dello scorso anno il governo ha finalizzato un processo di riforma che andava avanti da anni. L'enorme sforzo legislativo ha portato con successo a ristrutturare in maniera consistente il sistema di difesa. Il programma è stato implementato in maniera soddisfacente, con tanto di complimenti dell'ambasciatrice Inglese che ha supervisionato e promosso la riforma.

Nel corso della cerimonia per la chiusura dei lavori però, nei loro discorsi diretti ai presenti, vari partecipanti hanno notato come la questione si presentasse tutt'altro che risolta. Con tale riforma quello che la Georgia voleva ottenere era un maggiore controllo civile delle forze armate. Ciò però può accadere solo attraverso una solida e funzionante base istituzionale che presenti dei requisiti minimi di trasparenza, rule of law e accountability.

Quello che invece è emerso durante la discussione è che ci sono ancora seri dubbi sulle capacità delle sfere militari nazionali di esercitare con successo le funzioni di comando e controllo. Inoltre, gran parte dell'alto comando rimane ancora legato ad una visione sovietica dell'esercito. Ciò sta a significare che i comandanti si rifiutano di abbracciare l'idea di un esercito professionalizzato e svincolato da un qualsiasi coinvolgimento nei processi politico-civili.
Più di ogni altra cosa però si è rimarcato come l'accentramento del potere nella mani delle istituzioni civili non corrisponda ad un parallelo aumento della trasparenza nella gestione delle questioni amministrative e in particolare del budget e degli approvvigionamenti. La debolezza dell'autorità statale, infatti, lascerebbe troppo spazio ad interessi privati che potrebbero avere un peso fondamentale nei processi di decision-making.

Peacebuilding e società civile

È un fatto, ormai, più che rinomato che la Georgia (sponsorizzata da cospicui fondi internazionali per la pace e la stabilità) compie quotidianamente grandi sforzi per costruire un futuro pacifico tra la madre patria e le regioni secessioniste del Sud Ossezia e dell'Abkhazia. Una miriade di NGO , INGO, fondazioni e gruppi d'azione lavora da 20 anni sul processo di pace, promuovendo a scadenze serrate progetti sociali sui temi più vari. Indagando sull'argomento, però, cominciano ad affiorare le solite contraddizioni che fanno sempre apparire profonde rughe sulle fronti di qualunque social worker di Tbilisi, coinvolto nell'argomento.

Messa in maniera semplice, la società civile ha riportato nel campo del peacebuilding risultati a dir poco inconsistenti. L'autore dell'articolo tiene a sottolineare che esistono delle meravigliose eccezioni alla regola in Georgia e alcune associazioni portano avanti programmi che obiettivamente meriterebbero un caloroso e incondizionato supporto sia dalle autorità nazionali che da quelle internazionali. Per la maggior parte però il processo di pace, per come è svolto, lascia grandi dubbi sulla sua efficacia. Nel complesso il quadro potrebbe essere definito più o meno così: da una parte c'è il governo che mantiene una posizione che sembra quasi di disinteresse sulla cosa; dall'altra ci sono le associazioni non governative che cercano di accaparrarsi i fondi della cooperazione alla pace, proponendo ogni volta progetti rivoluzionari che promettono di innescare radicali cambiamenti sociali (i tristemente famosi silver bullet projects). La società civile, comunque, si guarda bene dall'essere sia troppo audace che troppo innovativa. Presentarsi in questa maniera significa suscitare il dubbio tra i donors internazionali e la preoccupazione del governo il quale lascia lavorare la associazioni fin tanto che queste non propongano una vera e propria agenda di opposizione. Da tali circostanze, l'unico risultato ottenibile sarebbe solo l'esclusione del gruppo operante da qualsiasi rete di finanziamento.
A chiudere il circolo troviamo la comunità internazionale che continua finanziare i progetti di cui sopra con la ingenua speranza di avere finalmente dei risultati tangibili.
Chi si occupa un minimo di società civile avrà notato che c'è un grande assente nelle dinamiche appena descritte: il processo di advocacy. L'advocacy è uno dei fattori chiave per permettere alla società civile di partecipare attivamente al dibattito democratico. Questa è il perno della partecipazione popolare attraverso le strutture non-governative. Le associazioni georgiane che si occupano di pace non possono permettersi di fare pressioni sul governo per il raggiungimento di un accordo negoziale al più presto. Tutto ciò è impensabile. Un'azione del genere provocherebbe la furia dei media, del governo e anche di gran parte dei comuni cittadini. Risultando nella cessazione dell'operato della sventurata associazione. Si capisce che ciò che resta ai soggetti della società civile è la speranza di continuare a lavorare nel loro piccolo, portando a casa risultati al quanto limitati e innocui, mentre pregano che fondi internazionali che le finanziano di non smettano di arrivare nelle loro tasche.

La situazione oggi in Georgia assomiglia molto a quella dell'ex jugoslava post Dyton. Il processo di pace si muove in maniera gattopardesca. Gli sforzi della società civile vengono finanziati da lauti fondi internazionali che hanno trasformato il settore in uno dei principali sbocchi d'impiego del paese. La Georgia ha, numericamente, una quantità di NGO legalmente registrate che supera di quella delle stesse presenti in tutti gli Stati Uniti (fonte: City hall Tbilisi). Non è azzardato prevedere che una volta che i fondi per la pace e la cooperazione cominceranno a diminuire tutti questi soggetti spariranno da un giorno all'altro (come è già successo nell'ex Jugoslavia) dal momento che il potere statale non ha ne le risorse ne l'interesse per mantenere in piedi questa complessa struttura.


Conclusioni

Come giudicare la Georgia di oggi dunque? Nel complesso stiamo parlando di un paese che ha un ex calciatore del Milan (Kaladze) che è stato eletto inspiegabilmente ministro delle risolse naturali e dell'energia. Di certo non si deve essere troppo duri con questa povera nazione ma è opinione dell'autore che in passato i commenti riguardo i cambiamenti socio-economico del paese sono stati un pochino esagerati.

Letto in questa ottica diventa più comprensibile, il rifiuto delle Germania sull'approvazione della facilitazione del visti Shengen per la Georgia. La notizia ha suscitato nel paese una rabbia sociale inaspettata. I giornali erano coperti di articoli che recitavano che esprimevano lo sdegno dell'opinione pubblica con espressioni anche forti.

La Georgia, nonostante quello che dicano i georgiani, rimane un partner che soddisfa gli standard Europei di cooperazione solo in superficie. Nel profondo il sistema politico manca ancora dei principali strumenti di rule of law e partecipazione democratica. L'informalità e l'incapacità di amministrazione delle autorità non promettono un miglioramento delle relazioni tra l'EU e il paese nel caso di un'apertura del regime di visti.

In conclusione vorrei comunque citare le parole de rappresentante della NATO qui a Tbilisi che ha commentato, definendo la Georgia un esempio di democrazia per gli altri paesi nella regione.
Si può concordare in pieno con queste parole.
Visti ti risultati di Azerbaijan e Armenia la Georgia appare come il proverbiale orbo in terra di cechi. Ma di certo le possibilità e la realtà politiche del paese non devono essere esagerate, altrimenti rischiamo di scambiare orbi per aquile reali.

1Ogden “Deeply Concerned: Ogden on the Contradictory Nature of Georgian Politics” http://georgiatoday.ge/news/3996/Deeply-Concerned%3A-Ogden-on-the-Contradictory-Nature-of-Georgian-Politics accesso 20/06/2016