Asia

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Metodo di ricerca ed analisi adottato

Per il medoto di ricerca ed analisi adottato

Vds post in data 30 dicembre 2009 sul blog www.coltrinariatlanteamerica.blogspot.com
seguento il percorso:
Nota 1 - L'approccio concettuale alla ricerca. Il metodo adottato
Nota 2 - La parametrazione delle Capacità dello Stato
Nota 3 - Il Rapporto tra i fattori di squilibrio e le capacità delloStato
Nota 4 - Il Metodo di calcolo adottato

Per gli altri continenti si rifà riferimento al citato blog www.coltrinariatlanteamerica.blogspot.com per la spiegazione del metodo di ricerca.

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sabato 12 novembre 2016

CINA: Maoismo e Rivoluzione culturale

Le origini del Maoismo e il Sessantotto
Il maoismo e l’Europa: ieri e oggi
Nicola Casarini
28/11/2016
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La Rivoluzione culturale è stata uno degli elementi salienti del maoismo e sicuramente l’aspetto che più ha affascinato gli intellettuali europei di sinistra (ma non solo) dell’epoca.

Lanciata nel 1966, la Grande rivoluzione culturale proletaria aveva l’obiettivo di eliminare i “borghesi” infiltrati nel Partito e nello Stato. Le Guardie rosse si mobilitarono contro il cosiddetto revisionismo di destra (identificato, tra gli altri, in persone quali Deng Xiaoping) e il revisionismo di sinistra.

E mentre il libretto rosso di Mao veniva brandito durante le manifestazioni studentesche del Sessantotto europeo, pensatori quali Jean-Paul Sartre, Samir Amin e Frantz Fanon - tutti vicini al Partito comunista francese e cantori della cosiddetta “contestazione” ai valori occidentali borghesi - guardavano con simpatia, se non con vera e propria ammirazione in alcuni casi, a ciò che ritenevano accadesse in Cina sotto l’egida di Mao.

Enlai, Mao e l’Europa
L’Europa degli anni Sessanta non era soltanto il luogo dove le idee del Grande timoniere venivano discusse nelle università e i suoi slogan gridati nei cortei degli studenti, ma anche il luogo dove il processo di integrazione europea confermava la sua concezione delle relazioni internazionali dell’epoca, ovvero di un mondo diviso in tre: gli Stati Uniti e l’Unione sovietica nel primo mondo, l’Europa nel secondo mondo e la Cina nel terzo.

Per Mao, una più stretta collaborazione con gli europei del secondo mondo in funzione anti-egemonica (ovvero contro le due superpotenze) era non solo possibile, ma auspicabile. Fu infatti con Mao ancora vivo (anche se già malato) che Zhou Enlai, allora primo ministro, e Christopher Soames, all’epoca vice presidente della Commissione europea, stabilirono nel maggio del 1975 le relazioni diplomatiche tra la Repubblica popolare cinese e la Comunità europea.

La morte di Mao nel 1976 mise fine alla Rivoluzione culturale, ma non al maoismo. Se da una parte l’uscita di scena di Mao permise al suo successore, Hua Guofeng, di dichiarare conclusa l’esperienza della Rivoluzione culturale, dall’altra il ruolo del Partito comunista e il suo controllo sulla società - le vere eredità di Mao - non furono mai messi in discussione, nemmeno da Deng Xiaoping e dagli altri riformatori succedutisi alla testa del Partito nei decenni seguenti. Il maoismo non solo sopravvive oggi, ma con Xi Jinping sembra godere di una nuova vita.

Il filo, rigorosamente rosso, con il passato
Il cinquantenario dell’inizio della Rivoluzione culturale ha riaperto il dibattito sull’eredità del maoismo all’epoca di Xi Jinping. Xu Youyu, filosofo e intellettuale cinese di stampo liberista, ha scritto sulle pagine di Foreign Affairs - l’influente rivista del Council on Foreign Relations - che a livello dell’élite politica, la Cina è ancora sotto l’influenza degli eventi di mezzo secolo fa. Xu ritiene, infatti, che alcuni aspetti della campagna anti-corruzione di Xi Jinping siano molto simili - se non identici - ai metodi utilizzati da Mao durante la Grande rivoluzione culturale (1).

Gli ha fatto eco Suisheng Zhao, professore alla Josef Korbel School of International Studies dell’Università di Denver. In un articolo pubblicato nell’ultimo numero del Journal of Democracy, l’accademico cinese (naturalizzato americano) spiega come ci sia un filo rosso che lega gli eventi di mezzo secolo fa alla politica di Xi Jinping. Per Zhao, il presidente cinese ha lanciato la più grande campagna ideologica che la Cina abbia visto dai tempi di Mao.

Il Maoismo di ritorno nell’era Jingping
L’ideologia di Xi Jinping sarebbe un misto di comunismo, nazionalismo e leninismo che ha lo scopo di rafforzare e disciplinare il Partito, mantenerlo al potere, garantire la stabilità interna e costruire il “sogno cinese” di rinascita nazionale.

Il risultato è il soffocamento di ogni serio tentativo da parte della società civile cinese di crearsi spazi autonomi dal controllo del Partito, inibendo in tal modo quelle aperture democratiche che, seppur limitate - come le elezioni a livello di villaggio - erano state iniziate dai suoi predecessori negli ultimi anni, sotto la spinta della crescita economica e dell’apertura del paese alle forze della globalizzazione (2).

La perdurante vitalità del maoismo in Cina solleva opinioni contrastanti in Europa. Da una parte, il ruolo centrale del Partito comunista cinese e il suo controllo sulla società continuano a essere visti con favore da alcuni settori economici, in particolare le grandi multinazionali che hanno investito massicciamente nel paese negli ultimi decenni, in quanto il regime cinese a partito unico garantisce stabilità, un elemento tradizionalmente ben visto dal mondo degli affari.

Inoltre, il progetto di Xi Jinping di una nuova Via della seta e la sua capacità di mobilitare le risorse del paese al fine di esportare prodotti e capitali in grande quantità - cosa resa possibile dal ferreo controllo del Partito sulle attività produttive e finanziarie della Cina - rappresenta una grande opportunità per le élite politiche ed economiche dei paesi attraversati da questo grandioso progetto, che sperano di attirare investimenti cinesi sul loro territorio.

Maoismo 2.0 e ripensamenti europei
Allo stesso tempo, però, il maoismo di ritorno “stile Xi Jinping” sta mettendo in crisi la politica di apertura costruttiva (constructive engagement) che ha caratterizzato l’Occidente - e soprattutto l’Europa - dalla metà degli anni Novanta.

Questa politica era basata sulla speranza che la crescita economica e l’incremento degli scambi a tutto campo con il resto del mondo avrebbero via via facilitato l’apertura della Cina e la sua democratizzazione, creando spazi per la nascente società civile.

Questo non è avvenuto e a Bruxelles si sta assistendo a un ripensamento della politica da adottare nei confronti di una Cina che in campo politico e riguardo alle libertà, invece di evolvere, appare regredire.

Il cambio di marcia si è cominciato a vedere questa estate, con la pubblicazione dell’ultimo documento dell’Ue sulla Cina, dove sono chiaramente indicate le preoccupazioni dell’Europa per la lentezza - se non il vero e proprio arresto - del processo di apertura democratica del paese. Non è ancora un cambio di politica, ma semplicemente un primo avvertimento. Il maoismo di ritorno non favorisce certo le relazioni politiche tra Bruxelles e Pechino, anche se sul piano economico e culturale le opinioni sono più sfaccettate.

I giovani europei di oggi non brandiscono più il libretto rosso di Mao, ma vogliono piuttosto andare in Cina a trovare quelle opportunità che troppo spesso mancano nel vecchio continente. Senza dimenticare che la Cina è ormai diventata un investitore importantissimo per un’Europa che stenta a uscire dalla crisi economica. Nel vecchio continente non si sventola più il libretto rosso, ma il libretto degli assegni.

(1) Xu Youyu, “The Cultural Revolution, Fifty Years Later”, Foreign Affairs, 15 maggio 2016, https://www.foreignaffairs.com/node/1117491.
(2) Suisheng Zhao, “Xi Jinping’s Maoist Revival”, Journal of Democracy 27 (2016) 3: 83-97, http://www.journalofdemocracy.org/sites/default/files/Zhao-27-3.pdf. Vedi anche: Jamil Anderlini, “The Return of Mao: A New Threat to China’s Politics”, Financial Times (supplemento Life & Arts), 1-2 ottobre 2016, pp. 1-2, https://www.ft.com/content/63a5a9b2-85cd-11e6-8897-2359a58ac7a5.

Articolo pubblicato su OrizzonteCina, rivista online sulla Cina contemporanea a cura di Torino World Affairs Institute e Istituto Affari Internazionali
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Nicola Casarini è coordinatore dell’area di ricerca Asia dello IAI.

domenica 23 ottobre 2016

Orizzonti CINA.. Luglio Agosto 2014



bimestrale OrizzonteCina (ISSN 2280-8035).


 In questo numero articoli su:
• Non è un paese per ribelli | Daniele Brigadoi Cologna
• La generazione delle guardie rosse al potere | Patricia Thornton
• La Rivoluzione culturale e la Cina contemporanea | Gao Mobo
• Testimonianze - La Rivoluzione culturale e le nuove generazioni | Gabriele Battaglia
• Europa&Cina - Il maoismo e l’Europa: ieri e oggi | Nicola Casarini
• Cinesitaliani - Dai cinesi “in rivolta” di Sesto Fiorentino ai cinesi “in soccorso” dei terremotati di Amatrice. Tappe di un dialogo difficile ma necessario | Daniele Brigadoi Cologna
• Recensione - Cina e modernità. Cultura e istituzioni dalle Guerre dell’oppio a oggi, di Alessandra Lavagnino e Bettina Mottura | Giuseppe Gabusi



  VOL. 7, N. 4 | LUGLIO_AGOSTO 2016

domenica 2 ottobre 2016

La Cina e Apec.

Asia
Xi, all’Apec per difendere il libero commercio
Nello del Gatto
23/11/2016
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La Cina che si sta imponendo al mondo è un Paese bivalente che se dal punto di vista della politica interna è improntato ad un rigorismo e a un conservatorismo che non ha precedenti, quanto meno nei tempi più recenti, dal punto di vista della proiezione esterna, in chiave per lo più economica, tende ad aprirsi sempre di più.

Non a caso, in occasione del recente vertice Apec (Asia Pacific Economic Cooperation) tenutosi a Lima, l’ormai quasi “leader maximo” Xi Jinping ha fortemente difeso il libero commercio.

Chiusura interna, apertura internazionale
Una chiara risposta al neo presidente Usa, Donald Trump, che del protezionismo (e della lotta al made in China con l’ipotesi dell’introduzione di nuovi pesanti dazi per il paese del dragone) ha fatto uno dei cavalli di battaglia della sua campagna elettorale (a dire il vero, poco applicabili, più slogan elettorali che altro).

E mentre si apre al mondo globalizzato, Xi Jinping all’interno concentra sempre di più su di sé il potere politico. Da quando è diventato presidente, nel 2013, ha assommato nella sua persona un numero sempre maggiore di cariche, compresa quella di Comandante del centro operativo delle forze armate. Qualche analista ha detto che dai tempi di Mao nessun altro leader aveva avuto tanto potere.

E dalla fine di ottobre il presidente cinese è diventato anche “nucleo” della leadership del partito. Durante il sesto Plenunum del Comitato Centrale del partito comunista, infatti, Xi ha ottenuto anche questa nuova nomina. Un ulteriore rafforzamento dei suoi poteri, dimostrata anche dalla nomina di suoi sodali a posti chiave o a capi di commissioni che di fatto guidano, sotto il suo controllo, il paese. Xi ha anche licenziato il ministro dell’economia, sostituendolo.

Un cinese a capo dell’Interpol
Fa parte del soft power cinese e del suo accreditamento internazionale anche la recente nomina a capo dell’Interpool di un cinese, Meng Hongwei, ex viceministro della pubblica sicurezza, che succede alla francese Mireille Ballestrazzi. E se per qualcuno avere un cinese a capo dell’Interpool potrebbe favorire il miglioramento dei rapporti internazionali della Cina con gli altri Paesi, per altri non si tratta che dell’ennesimo colpo di Xi per perseguire la sua politica anti-dissidenza.

Già in passato infatti la Cina aveva dato all’Interpool un lungo elenco di nomi di ricercati, latitanti all’estero (corrotti ma anche dissidenti per motivi politici) per i cinesi, rifugiati per altri, che potrebbero vedersi obbligati a tornare in patria. Molti di questi vivono in Paesi che non hanno trattati di estradizione con la Cina, a causa della presenza di torture e pena di morte in questo Paese.

Ma alcuni Stati, come il Canada, hanno deciso di cominciare a discutere un trattato del genere con Pechino. La preoccupazione è che, come per la lotta interna agli oppositori, la Cina possa sfruttare l’autorevolezza del capo dell’Interpool (che non ha sua polizia ma coordina e indirizza azioni) per combattere chi si oppone al regime cinese, come accade per gli uighuri.

L’originale giuramento dei parlamentari di Hong Kong non piace alla Cina
E lo strapotere cinese si fa sentire sempre di più anche a Hong Kong. La ex colonia britannica infatti fa sempre più fatica a conservare la sua autonomia e indipendenza nei confronti della politica accentratrice e decisionista di Pechino.

Il tribunale di Hong Kong ha deciso pochi giorni fa di sospendere due membri del nuovo parlamento, eletti lo scorso settembre, dopo che proprio Pechino, il 7 novembre, aveva sollevato la questione che il giuramento da loro prestato fosse da considerarsi nullo e invalido.

La questione era sorta dopo che i due giovanissimi neo parlamentari, Sixtus Leung (detto Baggio in onore del famoso calciatore italiano) e Yau Wai-ching, il 12 ottobre, durante l’ufficiale cerimonia di giuramento e fedeltà, avevano deciso autonomamente di non attenersi alle formule standard che prevedono un giuramento di fedeltà sia alla regione autonoma di Hong Kong che alla repubblica cinese, ma avevano inserito nel discorso alcune espressioni in chiave anti-cinese e si erano presentati avvolti nella bandiera di Hong Kong, con sopra la scritta “Hong Kong is not China”.

Nel recitare le formule avevano anche intenzionalmente pronunciato male il termine “Cina” utilizzando lo stesso modo dispregiativo usato dai nazi-giapponesi. I due, che fanno parte del partito pro indipendenza Youngspiration, hanno già annunciato che faranno appello e che non intendono cedere.

In questo caso Pechino ha agito, almeno formalmente, nella cornice della legalità e del consentito. Il Paese del dragone infatti ha giustificato la sua intromissione negli affari di Hong Kong avvalendosi di una clausola presente nella costituzione di Hong Kong, la cosiddetta Basic Law, che consente alla Cina in particolari circostanze di prevalere sul legislatore locale.

Una clausola in verità usata nella storia solo cinque volte, sempre però per rimarcare, come sostengono i protestanti, che Hong Kong di fatto non è indipendente o comunque lo è sempre meno. E del resto la posizione di Hong Kong nei confronti della Cina è sempre stata particolare e di difficile definizione, sin da quando, nel 1997, la città, sottratta agli inglesi, ritornò di fatto alla Cina.

Gli accordi presi stabilirono un periodo di transizione, fino al 2024, durante il quale Hong Kong si sarebbe governata da sola, in base al principio “un Paese, due sistemi”. E per questo periodo fu varata appunto una “mini costituzione” che però tra le sue clausole prevede la possibilità per la Cina di intervenire.

Nello del Gatto, dopo aver lavorato come giornalista di nera e giudiziaria nella provincia di Napoli seguendo i più importanti processi di camorra, si è dedicato agli Esteri. Nel 2003 era alla stampa della presidenza italiana del consiglio dell'Ue; poi 6 anni in India come corrispondente per l'Ansa e successivamente a Shanghai con lo stesso ruolo (Twitter: @nellocats).
 

lunedì 19 settembre 2016

La situazione politica in Georgia: un'opinione.

di Federico Salvati



La Georgia insieme alla Moldavia rappresenta una della “success stories” della Eastern Partnership europea. Il paese, negli ultimi anni, ha fatto grandi sforzi per rialzarsi da una situazione che all'inizio degli anni 90, lo vedeva praticamente in ginocchio (ricordiamo che la Georgia era stata dichiarata ufficialmente uno stato fallito dopo le guerre con l'Abkhazia e l'Ossezia). Oggi, nelle strade di Tbilisi, è impossibile trovare il caos e la tensione sociale che è descritto nei report delle missioni ONU e OSCE negli anni immediatamente seguenti alla caduta dell'Unione Sovietica.

La Georgia nelle sue relazioni con l'Europa si prodiga in ogni modo. Lo slancio del governo nelle riforme istituzionali per il “perfezionamento della democrazia nazionale” è eguagliato solo dall' “ammirazione che i georgiani hanno dell'Europa”.

Dietro tutti questi titanici sforzi istituzionali, però, scavando nel profondo, si nasconde una realtà ben più amara, la quale il paese cerca di nascondere dietro il suo “entusiasmo riformista”.

Diciamo innanzi tutto, per mettere subito le cose in chiaro, che “freedom house” definisce la Georgia come “un'autarchia competitiva”. Questo significa che nonostante l'alternanza periodica nell'elezioni politiche i contendenti, una volta al poter, detengono un potere che è va decisamente al di la di quelli che sono i limiti costituzionali, politici e giuridici che contraddistinguono una democrazia.

La società georgiana è caratterizzata da un alto livello di informalità e comunitarismo che male si sposa con gli standard politico amministrativi proposti dall'occidente e dall'EU in particolare. A contraddistinguere la situazione socio-politica del paese è un altissimo livello di amministrazione informale (shadow governance) che continua a pesare sui processi istituzionali in maniera consistente. Tutto ciò crea un forte scollamento tra la base elettorale e le élite di governo.
La classe politico-amministrativa vive in un “paradiso dorato” fatto di privilegi e benessere, mentre la gente comune rimane legata a standard di vita piuttosto bassi in generale.
L'opinione pubblica non ha nessuna fiducia ne nelle istituzioni ne nei suoi rappresentanti. Per questo motivo la vita socio-economica ruota ancora intorno alle conoscenze personali, le dinamiche familiari e l'appartenenza etnica.
Emblematico di ciò che si è appena detto è la figura dell'ex presidente Ivanashvili. Tim Ogden1 scrivendo per GeorgiaToday, si dice sempre più perplesso dal fatto che l'ex presidente Mr. Ivanashvili (che ricordiamo al momento non rimane né più e né meno di un privato cittadino), nonostante abbia esplicitamente affermato il suo non-convolgimento in qualunque azione governativa, continui ad apparire in maniera incessante in tutti gli eventi pubblici di prestigio e sia allo stesso tempo un assiduo frequentatore degli ambienti politici di governo. L'autore afferma apertamente come eventuali disaccordi tra la posizione del Presidente Margvelashvili e quella di Mr Ivanashvili continuano a causare, “inspiegabilmente”, crisi interne nel consiglio di ministri.

Democrazia e Georgia è un binomio che ancora stride in maniera evidente. Per chiarire meglio il concetto, di seguito andiamo a commentare due eventi che, nell'opinione di scrive chi scrive, sono iconici della situazione socio-politica georgiana.

Governance e riforma del sistema di difesa

Alla fine dello scorso anno il governo ha finalizzato un processo di riforma che andava avanti da anni. L'enorme sforzo legislativo ha portato con successo a ristrutturare in maniera consistente il sistema di difesa. Il programma è stato implementato in maniera soddisfacente, con tanto di complimenti dell'ambasciatrice Inglese che ha supervisionato e promosso la riforma.

Nel corso della cerimonia per la chiusura dei lavori però, nei loro discorsi diretti ai presenti, vari partecipanti hanno notato come la questione si presentasse tutt'altro che risolta. Con tale riforma quello che la Georgia voleva ottenere era un maggiore controllo civile delle forze armate. Ciò però può accadere solo attraverso una solida e funzionante base istituzionale che presenti dei requisiti minimi di trasparenza, rule of law e accountability.

Quello che invece è emerso durante la discussione è che ci sono ancora seri dubbi sulle capacità delle sfere militari nazionali di esercitare con successo le funzioni di comando e controllo. Inoltre, gran parte dell'alto comando rimane ancora legato ad una visione sovietica dell'esercito. Ciò sta a significare che i comandanti si rifiutano di abbracciare l'idea di un esercito professionalizzato e svincolato da un qualsiasi coinvolgimento nei processi politico-civili.
Più di ogni altra cosa però si è rimarcato come l'accentramento del potere nella mani delle istituzioni civili non corrisponda ad un parallelo aumento della trasparenza nella gestione delle questioni amministrative e in particolare del budget e degli approvvigionamenti. La debolezza dell'autorità statale, infatti, lascerebbe troppo spazio ad interessi privati che potrebbero avere un peso fondamentale nei processi di decision-making.

Peacebuilding e società civile

È un fatto, ormai, più che rinomato che la Georgia (sponsorizzata da cospicui fondi internazionali per la pace e la stabilità) compie quotidianamente grandi sforzi per costruire un futuro pacifico tra la madre patria e le regioni secessioniste del Sud Ossezia e dell'Abkhazia. Una miriade di NGO , INGO, fondazioni e gruppi d'azione lavora da 20 anni sul processo di pace, promuovendo a scadenze serrate progetti sociali sui temi più vari. Indagando sull'argomento, però, cominciano ad affiorare le solite contraddizioni che fanno sempre apparire profonde rughe sulle fronti di qualunque social worker di Tbilisi, coinvolto nell'argomento.

Messa in maniera semplice, la società civile ha riportato nel campo del peacebuilding risultati a dir poco inconsistenti. L'autore dell'articolo tiene a sottolineare che esistono delle meravigliose eccezioni alla regola in Georgia e alcune associazioni portano avanti programmi che obiettivamente meriterebbero un caloroso e incondizionato supporto sia dalle autorità nazionali che da quelle internazionali. Per la maggior parte però il processo di pace, per come è svolto, lascia grandi dubbi sulla sua efficacia. Nel complesso il quadro potrebbe essere definito più o meno così: da una parte c'è il governo che mantiene una posizione che sembra quasi di disinteresse sulla cosa; dall'altra ci sono le associazioni non governative che cercano di accaparrarsi i fondi della cooperazione alla pace, proponendo ogni volta progetti rivoluzionari che promettono di innescare radicali cambiamenti sociali (i tristemente famosi silver bullet projects). La società civile, comunque, si guarda bene dall'essere sia troppo audace che troppo innovativa. Presentarsi in questa maniera significa suscitare il dubbio tra i donors internazionali e la preoccupazione del governo il quale lascia lavorare la associazioni fin tanto che queste non propongano una vera e propria agenda di opposizione. Da tali circostanze, l'unico risultato ottenibile sarebbe solo l'esclusione del gruppo operante da qualsiasi rete di finanziamento.
A chiudere il circolo troviamo la comunità internazionale che continua finanziare i progetti di cui sopra con la ingenua speranza di avere finalmente dei risultati tangibili.
Chi si occupa un minimo di società civile avrà notato che c'è un grande assente nelle dinamiche appena descritte: il processo di advocacy. L'advocacy è uno dei fattori chiave per permettere alla società civile di partecipare attivamente al dibattito democratico. Questa è il perno della partecipazione popolare attraverso le strutture non-governative. Le associazioni georgiane che si occupano di pace non possono permettersi di fare pressioni sul governo per il raggiungimento di un accordo negoziale al più presto. Tutto ciò è impensabile. Un'azione del genere provocherebbe la furia dei media, del governo e anche di gran parte dei comuni cittadini. Risultando nella cessazione dell'operato della sventurata associazione. Si capisce che ciò che resta ai soggetti della società civile è la speranza di continuare a lavorare nel loro piccolo, portando a casa risultati al quanto limitati e innocui, mentre pregano che fondi internazionali che le finanziano di non smettano di arrivare nelle loro tasche.

La situazione oggi in Georgia assomiglia molto a quella dell'ex jugoslava post Dyton. Il processo di pace si muove in maniera gattopardesca. Gli sforzi della società civile vengono finanziati da lauti fondi internazionali che hanno trasformato il settore in uno dei principali sbocchi d'impiego del paese. La Georgia ha, numericamente, una quantità di NGO legalmente registrate che supera di quella delle stesse presenti in tutti gli Stati Uniti (fonte: City hall Tbilisi). Non è azzardato prevedere che una volta che i fondi per la pace e la cooperazione cominceranno a diminuire tutti questi soggetti spariranno da un giorno all'altro (come è già successo nell'ex Jugoslavia) dal momento che il potere statale non ha ne le risorse ne l'interesse per mantenere in piedi questa complessa struttura.


Conclusioni

Come giudicare la Georgia di oggi dunque? Nel complesso stiamo parlando di un paese che ha un ex calciatore del Milan (Kaladze) che è stato eletto inspiegabilmente ministro delle risolse naturali e dell'energia. Di certo non si deve essere troppo duri con questa povera nazione ma è opinione dell'autore che in passato i commenti riguardo i cambiamenti socio-economico del paese sono stati un pochino esagerati.

Letto in questa ottica diventa più comprensibile, il rifiuto delle Germania sull'approvazione della facilitazione del visti Shengen per la Georgia. La notizia ha suscitato nel paese una rabbia sociale inaspettata. I giornali erano coperti di articoli che recitavano che esprimevano lo sdegno dell'opinione pubblica con espressioni anche forti.

La Georgia, nonostante quello che dicano i georgiani, rimane un partner che soddisfa gli standard Europei di cooperazione solo in superficie. Nel profondo il sistema politico manca ancora dei principali strumenti di rule of law e partecipazione democratica. L'informalità e l'incapacità di amministrazione delle autorità non promettono un miglioramento delle relazioni tra l'EU e il paese nel caso di un'apertura del regime di visti.

In conclusione vorrei comunque citare le parole de rappresentante della NATO qui a Tbilisi che ha commentato, definendo la Georgia un esempio di democrazia per gli altri paesi nella regione.
Si può concordare in pieno con queste parole.
Visti ti risultati di Azerbaijan e Armenia la Georgia appare come il proverbiale orbo in terra di cechi. Ma di certo le possibilità e la realtà politiche del paese non devono essere esagerate, altrimenti rischiamo di scambiare orbi per aquile reali.

1Ogden “Deeply Concerned: Ogden on the Contradictory Nature of Georgian Politics” http://georgiatoday.ge/news/3996/Deeply-Concerned%3A-Ogden-on-the-Contradictory-Nature-of-Georgian-Politics accesso 20/06/2016


mercoledì 14 settembre 2016

Hong Kong: verso la ribellione

Asia
Ombrelli gialli nel Parlamento di Hong Kong
Nello del Gatto
06/09/2016
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Mentre il presidente cinese Xi Jinping era impegnato ad Hangzhou a dimostrare il valore politico e il ruolo che Pechino vuole acquisire nel mondo, l’establishment cinese riceveva un sonoro ceffone da Hong Kong.

Nelle elezioni dell’ex colonia britannica, che servivano a disegnare il nuovo parlamentino (Legislative Council of Hong Kong, LegCo), non solo si è registrata la più grande affluenza al voto nella storia elettorale locale iniziata del 1998 (58%) , ma gli hongkonghini hanno fatto chiaramente sapere che non vogliono perdere il loro status, arrendendosi a diventare una filiale della madre patria.

L’ex colonia britannica ancora assetata d’indipendenza
I leader della protesta del 2014, poi ribattezzata la rivoluzione degli ombrelli dopo essere stata Occupy central, sono entrati in parlamento, cavalcando lo slogan dell’indipendenza. E questo crea non pochi problemi a Pechino.

Il parlamento di Hong Kong conta 70 seggi, 35 dei quali vengono assegnati dal verdetto delle urne e il resto su scelta (diciamo cooptazione) anche di aziende, ma sempre dietro pressioni di Pechino. Questo perché il governo centrale cinese, quando nel 1997 ha preso in mano dagli inglesi Hong Kong, voleva assicurarsi una base su cui poteva contare per far passare idee e leggi.

Mai il legislatore cinese dell’epoca avrebbe potuto pensare che l’ex colonia un giorno si sarebbe rivoltata contro come è successo dal 2014 ad oggi. Gli indipendentisti e gli oppositori a Pechino hanno conquistato, infatti, più dei 24 seggi necessari per bloccare riforme costituzionali. E qui il mal di testa di Pechino che avrà vita non facile per imporre propri cambiamenti in vista del 2047, quando Hong Kong tornerà completamente sotto controllo cinese.

Fino ad allora, dovrebbe vigere il principio di “un paese due sistemi” che dovrebbe garantire una certa autonomia a Hong Kong. Da qualche anno a questa parte però, la pressione di Pechino sull’ex colonia britannica si è fatta sempre più forte, complici soprattutto gli ultimi due leader del governo locale (uno dei quali, Leung Chun-ying, derogando alla tradizione, ha addirittura giurato alla sua nomina in mandarino, lingua della capitale cinese e non i cantonese, parlato a Hong Kong), che non hanno perso occasione per ribadire la filiazione dell’ex colonia dalla “madre patria”.

Suffragio universale, non alla cinese
Proprio sulla figura del capo del governo locale si sono accesi gli animi che hanno portato agli scontri nel 2014. Pechino aveva promesso che le prossime elezioni del 2017 sarebbero state le prime nelle quali la Cina avrebbe concesso il suffragio universale per la scelta del capo del governo locale (chief executive), come stipulato nella Legge Fondamentale, la mini-costituzione di Hong Kong.

Il progetto di riforma di Pechino prevedeva un suffragio universale “alla cinese”: i cittadini di Hong Kong avrebbero sì potuto eleggere il loro candidato preferito alla carica di capo dell’esecutivo locale, ma tra una rosa di due o tre nomi, scelti da un gruppo di 1200 persone per la quasi totalità vicine a Pechino.

Ad agosto 2014, l’annuncio di questa riforma (poi respinta), scatenò le proteste di larga parte dell’opinione pubblica hongkonghina, che sfociarono nell’autunno successivo in settimane di manifestazioni. Una Occupy Hong Kong che chiedendo un vero e proprio suffragio universale, catapultò l’ex colonia britannica sui media internazionali per il grande numero di partecipanti, soprattutto giovani universitari, che si battevano contro il potere di Pechino.

Un vento di cambiamento pericoloso per Pechino
I leader di quella rivolta, tutti giovanissimi, siedono ora in parlamento, uno di loro è il più giovane deputato mai eletto e un altro il più votato in assoluto. Bisogna ora vedere se avranno la capacità politica di non restare fossilizzati sulle loro posizioni (ultimamente parlano solo di indipendenza da Pechino) o saranno in grado di riuscire a stringere alleanze con gli altri partiti anti Pechino, per portare a casa, passo dopo passo, risultati che allontanino la Cina da Hong Kong.

Qui, infatti, si potrebbe davvero realizzare quella piena autonomia che Pechino ha sempre promesso in altre regioni, come Tibet e Xinjiang, ma che non è mai stata realizzata. Per ora Pechino tace, segno che sta pensando a una soluzione.

La Nuova Cina, l’agenzia ufficiale Xinhua, ha riportato il comunicato dell’ufficio del Consiglio di Stato per gli affari di Hong Kong e Macao, nel quale si ribadisce la ferma opposizione a qualsiasi forma di indipendenza contraria alla costituzione cinese e alle altre leggi.

Ma i mal di testa restano e i vertici di Pechino dovranno dimostrare le capacità diplomatiche e di statisti che Xi Jinping ha voluto mettere in mostra ad Hangzhou per accreditarsi con il mondo. Altrimenti, da Hong Kong può spirare (ma è davvero una ipotesi remota) un vento di cambiamento in tutto il Paese. Ed è forse questo il timore maggiore per Pechino.

Nello del Gatto, dopo aver lavorato come giornalista di nera e giudiziaria nella provincia di Napoli seguendo i più importanti processi di camorra, si è dedicato agli Esteri. Nel 2003 era alla stampa della presidenza italiana del consiglio dell'Ue; poi 6 anni in India come corrispondente per l'Ansa e successivamente a Shanghai con lo stesso ruolo (Twitter: @nellocats).

venerdì 2 settembre 2016

Cooperazione sulla difesa tra India e Stati Uniti

Firmato il 30 agosto 2016 a Waschington un accordo Tra Stati Uniti ed India per la condivisione di base aeree e militari in caso di riparazione e fornitura di mezzi. L'Intesa è stata scritta con finalità di sostegno logistico bilaterale, ma in realtà, secondo molti analisti sia indiani che statunitensi, è stata salutata come una pietra miliare nel campo della difesa e cooperazione tra i due Paesi.

L'accordo, il Logistics Exchange Memorandum Agreement,  nasce nel 2002 ma solo ad aprile del 2016 Nuava Delhi ha dato il suo assenso. I termini operativi erano stati definiti lo scorso giugno durante la visita del premier indiano Narendra Modi negli Stati Uniti, resi pubblici con una nota dal pentagono nei giorni scorsi.

Protagonisti dell'accorso sono stati il Segretario alla Difesa degli Stati Unti, Ashton Carter ed il ministro della Difesa indiano Manohar Parrikar. E' convinzione dei protagonisti che le Marine dei due paesi, con questo accordo, potranno sostenere con il relativo supporto logistico esercitazioni, operazioni di peacekeepig e assistenza umanitaria. In molti pensano, peraltro, che questo accordo incida positivamente in tema di sicurezza come contrasto all'estremismo; in pratica si lancia un segnale diretto contro i militanti del cosiddetto Stato Islamico (Is) operante in Afganistan e Pakistan

Massimo Coltrinari
(geografia 2013@libero.it)





mercoledì 31 agosto 2016

Uzbekistan: una difficile eredità

aucaso
Uzbekistan, l’enigma del dopo Karimov
Sara Bonotti
12/10/2016
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L’annuncio, il 2 settembre, della morte del Presidente Islam Karimov ha dato il via alla transizione uzbeka.

All’indomani della scomparsa di quello che dal 1989 era il leader incontrastato del Paese, Nigmatilla Yuldashev, Presidente del Senato, ha adempito i primi doveri presidenziali che, in linea con l’articolo 96 della Costituzione e legislazione ordinaria, prevedono un periodo massimo di tre mesi per l’elezione del successore.

La nomina, nel 2015, dell’avvocato ed ex-Ministro della Giustizia Yuldashev a leader della Camera alta era già segnale loquace della necessità di rafforzare i contrappesi istituzionali allo strapotere degli organi di sicurezza.

La realtà politica appare, tuttavia, più dinamica del cristallino dettato costituzionale: il vaso di Pandora della lotta alla successione si è aperto tra giochi di potere esacerbati dalle divisioni in clan, volatilità sociale e stallo economico.

Conservare lo status quo
Eppure i fedelissimi dell’ex-Presidente sono orientati allo status quo. Tra i papabili emerge la figura di Shavkat Mirziyoyev, Primo ministro dal 2003 e Presidente pro tempore dall’8 settembre, a seguito della tempestiva rinuncia di Yuldashev.

Mirziyoyev ha compiuto gli onori di casa in occasione del funerale di Karimov, delle visite di delegazioni straniere - tra cui l’omologo russo Dmitry Medvedev - e dell’inattesa toccata e fuga del Presidente russo Vladimir Putin a Samarcanda.

Mirziyoyev godrebbe della fiducia di Rustam Inoyatov, capo del Servizio di sicurezza nazionale, e del Cremlino, vantando inoltre una forte base elettorale quale candidato del maggiore partito dell’Uzbekistan, il Liberal democratico.

Fuori dai giochi sembrerebbero i discendenti diretti del Presidente. L’erede designata Lola, unica dei figli presente alle commemorazioni, ha infatti manifestato disinteresse per la leadership, mentre l’altra figlia Gulnara è stata estromessa a causa del coinvolgimento in scandali finanziari.

Coesione uzbeka a dura prova
La coesione nazionale è stata, negli anni, messa a dura prova da controllo capillare della società civile e repressione sanguinosa di oppositori politici, fondamentalisti islamici e manifestanti che rivendicavano condizioni socio-economiche più eque.

La gestione delle minoranze nazionali, in primis kirghisa e tagica, rappresenta l’altro anello debole di un sistema centralizzato e autoritario, incline alla spartizione elitaria del potere. Le relazioni con gli stati confinanti sono tutt’altro che idilliche, a causa di frontiere mai definitivamente concordate, tensioni interetniche e conflitti latenti su risorse naturali ed energetiche.

La posizione al confine con l’Afghanistan e un revival islamico rivitalizzato da decenni di ateismo sovietico, a tratti radicale, rendono il Paese suscettibile di innescare effetti domino nell’intera regione.

La crisi economica, in parte conseguenza della recessione russa, penalizza soprattutto i lavoratori migranti uzbeki in Russia - 2 milioni secondo le stime - ma si estende all’intero sistema fiscale, che trae notevoli boccate d’ossigeno dalle rimesse estere.

I tagli al welfare statale e agli investimenti nel settore educativo inaspriscono il malcontento, mentre le condizioni salariali della polizia minano la fiducia nel regime di una categoria cruciale per il controllo sociale.

La capacità agricola è indebolita da tecniche di coltivazione obsolete, depauperamento del suolo e scarsa lungimiranza nell’attuare riforme indispensabili al sostegno di ben un terzo della classe lavoratrice. L’economia risente anche delle oscillazioni nei prezzi globali delle materie prime, principale fonte d’esportazione.

I tentativi di Tashkent di sdoganarsi dall’influenza russa hanno portato frutti. L’Uzbekistan è divenuto partner logistico e strategico dell’Occidente come piattaforma di lancio nella palude afghana e base di monitoraggio delle dinamiche regionali.

Un netto rifiuto è stato opposto al tentativo russo di inglobare il paese nell’Unione economica euroasiatica. Karimov optava inoltre per il ritiro dall’Organizzazione del trattato per la sicurezza collettiva a guida russa nel 2012. Tuttavia, il progressivo disimpegno degli Stati Uniti nell’area, l’apertura di nuovi scenari di crisi in Medio Oriente e l’interventismo russo hanno ridimensionato il peso dell’Asia Centrale sugli equilibri mondiali. Il potere negoziale dell’Uzbekistan secondo logiche da guerra fredda è in fase declinante.

L’eco nella regione
Altri leader della regione, intanto, sembrano far tesoro della lezione uzbeka sulla successione. Recentemente il presidente kazako Nursultan Nazarbayev, unico leader regionale a governare ininterrottamente dall’era sovietica, ha avviato un rimpasto governativo, nominando il Premier Karim Masimov a capo della Commissione per la sicurezza nazionale e la figlia Dariga Nazarbayeva Vice-Presidente del Senato.

Un Ministero per affari religiosi e società civile è sorto come risposta alla crisi del consenso sociale, mentre sette nuove leggi mirano a contrastare estremismo e terrorismo tramite intelligence e sicurezza informatica. Le mosse sottintendono l’esigenza di stabilità, prevenzione di dissenso e spaccature all’interno dell’élite.

Spostandosi su un altro scenario, Gurbanguly Berdymukhammedov, presidente del Turkmenistan, ha preparato il terreno per un potenziale governo a vita, autorizzando emendamenti costituzionali che gli consentiranno di candidarsi per le future elezioni presidenziali del 2017, indipendentemente dall’età, ed estendono il suo mandato da cinque a sette anni.

Le presidenziali uzbeche del 4 dicembre saranno dunque sotto la luce dei riflettori quale possibile modello di gestione di un’eredità post-sovietica condivisa dai Paesi confinanti. La leadership al potere dovrà saper raccogliere il lascito influente di chi un terzo della popolazione conosceva come unico padre della patria.

Le scelte su campagna elettorale e controllo del consenso - il 90% per Karimov alle elezioni 2015 - le negoziazioni dei clan rivali, il ruolo dei servizi segreti e le manovre russe nel ”cortile di casa” peseranno come fattori cruciali non solo sul futuro di Tashkent ma sulle successioni nell’intera regione.

Sara Bonotti, Programme Manager Human Dimension, Organization for Security and Co-operation in Europe (Osce), Programme Office in Astana.

venerdì 26 agosto 2016

Filippine: fibrillazioni antiUSA

sia
Duterte, il giustiziere filippino anti-americano
Francesco Valacchi
12/09/2016
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Il presidente filippino Rodrigo Duterte fa parlare di sé. Non solo per le offese rivolte al presidente Barack Obama, seguite a quelle riservate a Papa Francesco, ma anche per la sua politica, interna ed estera.

Infatti oltre al pronunciamento della corte internazionale dell’Aia sulla controversia per le isole del Mar Cinese Meridionale che ha dato forza alla posizione di Manila, è stata rilevante l’attività del Paese in ambito Asean ed i passi avanti nel ristabilimento completo dell’autorità del governo nel Sud del territorio, con l’inizio del dialogo con il gruppo Abu Sayyaf (legato al sedicente “stato islamico”).

Il recente attentato avvenuto a Davao il 2 settembre, rivendicato appunto dal gruppo Abu Sayyaf, a seguito del quale Duterte ha annullato la prima tappa di una serie di viaggi tra i Paesi dell’ASean, spinge però ad una più critica e completa analisi della strategia filippina.

L’antiamericanismo di Duterte
Dal momento della sua elezione il presidente ha iniziato una politica estera di confronto diretto con gli Stati Uniti che ha visto forti prese da parte di Manila sempre più caratterizzate da un pittoresco anti-americanismo. Basti pensare alle parole con le quali Duterte ha accusato gli Stati Uniti di favorire estremismo islamico e terrorismo con la loro spregiudicata politica estera.

Il confronto è avvenuto con toni esasperati da parte filippina mentre Washington ha smorzato le polemiche di facciata, definendo le uscite di Duterte delle ragazzate. Tuttavia i rapporti fra i due paesi, tradizionalmente legati dalla colonizzazione statunitense, non potranno certo essere cancellati con un colpo di spugna dalle intemperanze momentanee del nuovo leader di Manila.

Fra gli Usa e le Filippine si era già tenuto un vertice economico che aveva fra gli argomenti di spicco la cooperazione in ambito Wto, Apec e Asean in marzo e la cooperazione risulterà fondamentale per l’implementazione del trattato Trans-Pacific Partnership (Ttp).

Inoltre i ben 18 miliardi di dollari di interscambio commerciale raggiunti nel 2015 sono certo una cifra di tutto rispetto ed avranno un loro peso nel mantenere buono il rapporto fra i due Paesi, così come l’accesso, consentito alle truppe americane, a cinque basi militari su territorio filippino (accordo di marzo 2016).

Pena di morte e schiaffo ai diritti umani
Il versante della politica interna ha fatto registrare gli aspetti più stridenti dell’azione di Duterte. A partire dalla sua elezione infatti, con una violentissima lotta al traffico della droga il governo ha calpestato numerose libertà civili (sembra che la polizia abbia sommariamente ucciso 2000 cittadini).

Il Presidente ha inoltre annunciato l’intenzione di voler reintrodurre la pena capitale. Da più parti, organizzazioni non governative come Human Rights Watch gridano alla sistematica violazione dei diritti umani, mentre le Nazioni Unite hanno pesantemente criticato la politica interna di Duterte.

Se la recrudescenza della lotta ai trafficanti, già applicata da Duterte durante il suo mandato come sindaco della città di Davao, può aver colpito duramente le organizzazioni criminali, ha di certo impressionato la popolazione e l’ha portata ad avvicinarsi a gruppi più radicali.

L’aumento del consenso per gruppi come Abu Sayyaf sta motivando estremisti e l’attentato di Davao potrebbe essere solo il primo segnale di una maggior aggressività di tali attori. Dal canto suo Duterte ha risposto con la collaudata decisione e, dopo aver dichiarato lo stato d’emergenza e concesso poteri straordinari all’esercito, ha singolarmente affermato di voler “divorare” i terroristi.

Da un certo punto di vista l’inflessibilità del metodo Duterte ha portato alcuni risultati nella municipalità da lui amministrata per ben sette mandati, dal momento che Davao da città violenta per antonomasia è passata nella classifica delle dieci città più sicure al mondo.

Ma l’altro lato della medaglia è stata la completa subordinazione dei diritti umani ai poteri della polizia nella città. Questa dinamica, come abbiamo visto, ha rafforzato i gruppi estremisti presenti nell’area e nelle aree limitrofe, fomentando il fuoco della ribellione sotto la parvenza della governance imposta dall’alto.

Manila verso la presidenza Asean 
Duterte ha ereditato una situazione economica in ripresa e le Filippine sono definite dalla Banca Mondiale come uno dei migliori Paesi per crescita economica nell’area; la crescita prevista per l’economia quest’anno è del 6,4%.

All’inizio del suo mandato ha dichiarato di volersi focalizzare, come il predecessore Benigno Aquino, sullo sviluppo delle infrastrutture e sul perfezionamento della politica fiscale (punto peraltro direttamente legato alla sua politica di lotta alla corruzione).

L’economia del Paese è inserita in maniera propositiva nel contesto dell’Asean e della sua Comunità economica e ne ha tratto grande vantaggio negli ultimi due anni. Le Filippine assumeranno la presidenza dell’organizzazione per il 2017, ottenendo un’ulteriore occasione di promuovere la propria economia.

Un’importante sfida per Duterte sarà la gestione del rapporto con la Cina. La relazione con questo partner economico di peso è segnata dalla sentenza della corte internazionale dell’Aja che ha bocciato le pretese cinesi sulle isole filippine.

Se il rapporto con Pechino dovesse compromettersi e le intemperanze del presidente dovessero mettere in discussione la cooperazione con gli Stati Uniti, Mosca sarebbe un ottimo candidato per allacciare rapporti più stretti. La Russia è infatti interessata alla promozione dei rapporti commerciali con i Paesi Asean, come ampiamente dimostrato nel vertice di Sochi di quest’anno.

Allacciare una più profonda collaborazione con le Filippine sarebbe un’importantissima leva di penetrazione nei rapporti dell’organizzazione. Oltre all’attrazione economica, la Russia è sicuramente vicina a Manila nella sanguinosa lotta al terrorismo di matrice islamica che Duterte sembra essere intenzionato a mettere in atto.

Duterte si era già professato entusiasta di incontrare Putin durante il meeting dei Paesi Asean in Laos (6-8 settembre), dal momento che si era definito “molto simile” al presidente russo. Al termine del vertice, nel quale ha accettato la presidenza dell’Asean per il 2017, Duterte ha dichiarato che lavorerà “per portare l’Asean ad un modello di regionalismo e di attore globale che metta l’interesse del popolo al centro delle sue politiche”. Si vedrà nell’arco del suo mandato se nell’interesse del popolo verrà inclusa maggiore attenzione per i diritti umani o meno.

Francesco Valacchi si è laureato in Scienze Strategiche nel 2004 presso l’ateneo di Torino ed in Studi internazionali presso quello di Pisa nel 2013. È appassionato di geopolitica e strategia; è ufficiale in servizio permanente effettivo nell’esercito italiano.
 
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Economia, un’area di libero scambio per l’Asean, Francesco Valacchi

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lunedì 22 agosto 2016

Orizzonti Cina. Agosto 2016

 OrizzonteCina (ISSN 2280-8035)

In questo numero articoli su:

• Tutte le strade portano a Pechino: tra Market economy status e difficoltà economiche interne
• Le contraddizioni del sistema finanziario cinese
• L’internazionalizzazione del renminbi: una piccola battuta d’arresto?
• l ruolo dell’Europa nell’ascesa della finanza cinese
• La crescente importanza della “variabile etnica” nelle relazioni tra istituzioni italiane e cittadini della Rpc residenti in Italia

• Il principe rosso, di Qiu Xiaolong – Recensione

Buona lettura!

lunedì 1 agosto 2016

India: i sogni rimangono tali

Nuclear Suppliers Group
L’India deve ancora sognarsi potenza nucleare
Carlo Trezza
22/07/2016
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Porte chiuse, almeno per ora, alla candidatura di New Delhi nel Nuclear Suppliers Group, Nsg, un organismo di base a Vienna che promuove la non proliferazione nucleare attraverso il controllo alle esportazioni di materiali e tecnologie e che di fatto stabilisce le regole del gioco in questo delicato settore.

Il 24 giugno, la scalata dell'India verso il riconoscimento di uno status equiparabile a quello di una potenza nucleare ha subito una battuta di arresto.

Fattore Washington
Tutto iniziò dieci anni fa allorché gli Stati Uniti, sotto la presidenza di George W. Bush, sottoscrissero con l'India un controverso accordo di collaborazione nucleare che scosse il regime di non proliferazione nucleare ed in particolare il Trattato di non proliferazione, Tnp, che proibisce ai cinque paesi cui il Trattato concede di possedere l'arma atomica di assistere in alcun modo lo sviluppo e il controllo di tale arma da parte dei paesi non militarmente nucleari, a maggior ragione di quelli che non fanno parte del Tnp.

Le disposizioni del Nsg in questo settore sono ancora più stringenti poiché pongono restrizioni anche nel campo dell'energia atomica a scopi civili.

L'ironia è che la normativa Nsg fu introdotta proprio in risposta alla prima esplosione nucleare indiana nel 1974. Una successiva serie di esplosioni ebbe luogo nel 1998, questa volta in parallelo con analoghi test da parte del Pakistan. I due paesi vennero condannati dal Consiglio di Sicurezza e sottoposti a sanzioni.

Sin dalla prima esplosione indiana gli Stati Uniti si trovarono in prima fila nel contrastare I programmi di Delhi e nel promuovere le norme più stringenti del gruppo Nsg. Analoga reazione vi fu dopo le esplosioni del 1998.

Ma gli sconvolgimenti degli anni 90 con la scomparsa dell'impero sovietico e con l'affermarsi del ruolo strategico della Cina, indussero gli americani a ricercare l'appoggio dell'India nella partita strategica con Pechino.

Quasi da un giorno all'altro Washington perse interesse per le sanzioni e adottò la controversa decisione di includere il settore nucleare nella nuova cooperazione strategica e di aprire il proprio mercato nucleare all'India incoraggiando il resto del mondo a fare altrettanto.

Ciò che ottennero in cambio fu ben al di sotto della tradizionale richiesta occidentale che l'India aderisse al Tnp come stato non militarmente nucleare. Ottennero che la collaborazione nucleare si limitasse al settore civile e che Delhi sottoponesse tale settore alle ispezioni dell'Agenzia internazionale dell’energia atomica.

La credibilità del Tnp
Ciò costituisce in realtà una contropartita simbolica poiché le ispezioni hanno lo scopo di prevenire la conversione di programmi civili in programmi militari, cosa che nel caso indiano era già avvenuta.

Il Pakistan lamenta inoltre che il suo rivale può ora ottenere dall'estero tecnologia, materiali ed apparecchiature per i propri programmi civili e concentrare verso il settore militare tutte le proprie risorse indigene.

L'intesa ha seriamente intaccato la credibilità del Tnp se si pensa che, mentre il mondo si strappava le vesti per il programma nucleare dell'Iran, che è parte al Tnp e si trova indietro anni luce rispetto all'India nel campo militare, si dava il via ad una collaborazione nucleare con un paese che non è parte al Tnp e che si è dotato dell'arma nucleare.

L'intesa ha poi aperto un varco alla proliferazione offrendo il pretesto alla Cina di fornire a sua volta analoga assistenza al Pakistan. Quest'ultimo, inviperito dall'accordo India-Usa, ha bloccato per ripicca a Ginevra, l'avvio di un promettente negoziato sulla proibizione della produzione di materiale fissile a fini militari (Fmct).

La Cina guida I recalcitranti
Alla plenaria Nsg conclusasi il 24 giugno a Seoul si sarebbe dovuto celebrare il coronamento di questa grande apertura attraverso l'ingresso indiano nel "sancta sanctorum" della non proliferazione.

Così non è stato poiché la Cina, esprimendo capacità di leadership e scostandosi dalla tradizionale solidarietà tra potenze nucleari su questi argomenti, ha negato il suo consenso all'ingresso indiano nel Nsg invocando la non appartenenza dell'India al Tnp.

Si sono fatti coraggio nel sostenere Pechino altri paesi tra cui, secondo la stampa, l'Irlanda, la Svizzera, la Nuova Zelanda ed il Sudafrica. L'India ha solo potuto trovare consolazione in un settore parallelo: quello missilistico.

Essa è stata infatti ammessa al regime Missile Technolgy Control Regime, Mtcr, sulla non proliferazione missilistica dal quale negli ultimi mesi era stata tenuta fuori dall'Italia per motivazioni collegate con la vicenda dei Marò.

La partita nucleare tuttavia non è chiusa. Pochi giorni dopo la sessione di Seoul il primo ministro indiano Narendra Modi, in visita in Sudafrica, è riuscito a strappare il consenso di Pretoria.

Rimane inoltre immutata la determinazione di Washington a condurre in porto l'operazione e non mancheranno le pressioni sui recalcitranti. A questo stadio la palla si trova nel campo cinese. Occorrerà vedere se Pechino rimarrà ferma sulle sue posizioni di principio o se vorrà giocarsi la carta indiana per ottenere altri vantaggi: ad esempio la propria ammissione al Mtcr di cui non è ancora parte.

Con le aperture americane verso il nucleare indiano si apre un problema più ampio: quello di come trattare in futuro l'intera categoria dei paesi che rimangono fuori dal Tnp (oltre l'India, il Pakistan, Israele e la Corea del Nord).

Gli Stati Uniti sostengono l'eccezionalità del caso indiano.La questione si complica con l'aspirazione dell'India ad un seggio permanente al Consiglio di Sicurezza con il rischio di consolidare il precedente dell'identificazione dei membri permanenti con la status di potenza nucleare.

In sostanza, si sta aprendo un ginepraio che indebolisce il Tnp e introduce ulteriori elementi di incertezza anche al di là del regime di non proliferazione. La partnership strategica con l'India è legittima e comprensibile, ma viene da domandarsi se essa debba necessariamente poggiare sulla cooperazione nucleare.

L'Ambasciatore Carlo Trezza è stato presidente della Conferenza del Disarmo a Ginevra e dell'Advisory Board del Segretario Generale dell'Onu Ban Ki moon. Da ultimo ha presieduto il Missile Technology Control Regime (Mtcr).
 
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