Asia

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Metodo di ricerca ed analisi adottato

Per il medoto di ricerca ed analisi adottato

Vds post in data 30 dicembre 2009 sul blog www.coltrinariatlanteamerica.blogspot.com
seguento il percorso:
Nota 1 - L'approccio concettuale alla ricerca. Il metodo adottato
Nota 2 - La parametrazione delle Capacità dello Stato
Nota 3 - Il Rapporto tra i fattori di squilibrio e le capacità delloStato
Nota 4 - Il Metodo di calcolo adottato

Per gli altri continenti si rifà riferimento al citato blog www.coltrinariatlanteamerica.blogspot.com per la spiegazione del metodo di ricerca.

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lunedì 18 aprile 2016

Un conflitto latente tra Armenia e Azerbaijan

Caucaso
Nagorno-Karabakh, la guerra dei quattro giorni
Marilisa Lorusso
13/04/2016
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Qualcuno la definisce già la guerra dei quattro giorni: dal 2 aprile fino a una concordata de-escalation del 5 si è combattuto in Nagorno-Karabakh.

È il primo conflitto armato di medie proporzioni che porta al culmine un crescendo di tensioni, iniziato nell’estate 2011. Allora come oggi era in vigore il cessate il fuoco deciso nel 1994, che aveva portato se non a una stabilizzazione della situazione di sicurezza almeno a una pausa negli scontri.

La tregua, firmata dai rappresentati delle repubbliche di Armenia e di Azerbaijan e dal comandante in capo dell’esercito secessionista del Nagorno-Karabakh congelava un conflitto iniziato nel 1988 e ulteriormente esacerbatosi dopo la fine dell’Urss, per il controllo del territorio, abitato prevalentemente da armeni ma de jure facente parte dell’Azerbaijan.

Il Karabakh e sette regioni circostanti (la così detta cintura di sicurezza) rimaneva in mano armena, ma come repubblica indipendente non riconosciuta. Sul terreno i due eserciti - quello del Karabakh e quello azero - occupavano postazioni e trincee immutate per due decenni.

Gli scontri di inizio aprile
Dal 2011, ogni estate si sono registrate “offensive”, con l’intensificarsi degli scambi di fuoco. Ma non episodi sporadici: la febbre del Karabakh ha continuato a salire, e le violazioni del cessate il fuoco si sono fatte sempre più frequenti e distribuite nel tempo. A inizio del 2016 erano ormai quotidiane. Nessuna aveva però implicato una alterazione dello status quo sul campo di battaglia e, tutte, con rare eccezioni, si limitavano all’uso di armi leggere.

La svolta, nella natura del conflitto di bassa intensità che era in corso, avviene fra la tarda notte del 1° aprile e le prime ore del 2: lo scambio di fuoco si fa intenso lungo la così definita “linea di contatto” fra Azerbaijan e Karabakh.

Alle 8.30 muore il primo civile, il dodicenne Vaghinak Grigoryan, vittima di un MM 21 (Grad) che colpisce la sua scuola presso Martuni, a circa 40 km a Est della capitale del Karabakh Stepanakert (in azero, Khankendi). Mentre le parti si accusano reciprocamente di avere causato l’inasprimento degli scontri, si continua a combattere tutto il giorno, e per altri tre giorni, con vari gradi di intensità, di giorno e di notte.

L’Azerbaijan porta avanti un’offensiva che pare finalizzata a occupare le alture nel nord della linea di contatto, fra cui la collina Lala Tepe, di rilevanza strategica. Alla fine dell’offensiva, questo scopo militare pare raggiunto, ma non vi sono conferme da parte di Stepanakert.

Il fronte del conflitto è comunque stato esteso all’intero confine karabakho-azero. Il nord-est dovrebbe essere l’unica area in cui si è proceduto ad evacuare i paesi e paesini esposti agli scontri. A sud, invece, c’è stato uno sconfinamento del conflitto in territorio iraniano: tre colpi di mortaio sono caduti a Khoda-Afarin, nel nord-est, senza tuttavia causare vittime.

Il bilancio dei caduti è provvisorio e non verificabile. Le uniche fonti sono quelle ufficiali e i numeri che si attribuiscono reciprocamente hanno variazioni di grandezza notevoli. Le parti hanno riconosciuto che almeno 81 persone sono state uccise tra il 2 e il 5 aprile: 33 soldati armeno-karabakhi, 31 soldati azeri, 4 civili armeno-karabakhi, 6 civili azeri e 7 volontari armeni, colpiti da un drone sul bus che li portava alle zone di conflitto; 25 soldati armeno-karabakhi vengono ancora indicati come dispersi in battaglia.

Le posizioni di Azerbaijan e Armenia
Il conflitto si è ufficialmente combattuto fra un esercito di un paese non riconosciuto e il paese di cui de jure fa parte. Baku, però, non considera la guerra del Karabakh un conflitto secessionista, ma un atto di aggressione e poi occupazione della vicina Armenia a danni della propria integrità territoriale. E il ritorno al regime di cessate il fuoco è stato concordato fra il capo di stato maggiore dell’Azerbaijan e il capo di stato maggiore dell’Armenia.

Per Yerevan, ufficialmente non coinvolta direttamente nelle operazioni militari, questa è stata un’aggressione verso un paese sovrano e indipendente, anche se non riconosciuto, e con il quale ha rapporti preferenziali.

È da sottolineare che gli scontri del 2-5 aprile non hanno riguardato il confine armeno-azero, chiuso dalla guerra degli anni ’90 e in passato interessato da scambi di fuoco. Questo fa ipotizzare che si ci sia stato una sorta di tacito accordo - o una coincidenza di obiettivi strategici - a non far impennare il conflitto verso una guerra aperta fra due Stati riconosciuti internazionalmente, Armenia e Azerbaijan.

In questa tattica di delicatissimo equilibrio, entrambi i Paesi hanno rispettato le regole: l’Azerbaijan non ha esteso l’attacco, l’Armenia ha sistematicamente sottolineato nelle dichiarazioni ufficiali di non essere coinvolta direttamente nelle operazioni militari, semmai minacciando di prendervi parte o di ricorrere a forme di pressione diplomatica come il riconoscimento del Karabakh.

Mosca e Ankara, i risvolti militari
È questo forse l’unico dato incoraggiante, in un quadro molto poco chiaro che può anche fare ipotizzare uno sviluppo non controllabile. E se da una parte c’è uno status quo sempre più insostenibile, dall’altra ci sono soluzioni amministrative e politiche molto difficilmente negoziabili e ancora più remotamente implementabili per la totale distanza delle posizioni delle parti coinvolte. Ed è un quadro che ha anche importanti implicazioni militari.

Un aperto conflitto armeno-azero attiverebbe un processo a catena che rischierebbe di trascinare in guerra su posizioni opposte Russia e Turchia, legate dalle rispettive alleanze militari. L’Armenia è infatti membro dell’organizzazione del Trattato di sicurezza collettiva, l’alleanza militare che raccoglie anche Russia, Kazakhstan, Tagikistan, Kirghizstan e Bielorussia.

L’Azerbaijan ha invece ratificato un accordo di partenariato strategico e mutuo supporto con la Turchia, entrato in vigore nel 2011 e che obbligherebbe Ankara a intervenire a difesa dell’alleato in caso di aggressione da parte di uno stato terzo.

Solo lo sviluppo sui campi di battaglia e dietro le porte sigillate delle diplomazie potrà confermare se questo rischio sarà scongiurato.

Marilisa Lorusso è Dottoressa in Democrazia e Diritti Umani, Cultrice di Storia dell'Europa Orientale, Facoltà di Scienze e Politiche, Università di Genova (marilisalorusso.blogspot.it).
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martedì 12 aprile 2016

Mongolia: a luglio sotto i riflettori

Asia
Mongolia verso Asem, occhio a Mosca e Pechino
Nello del Gatto
07/04/2016
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Dalla piazza principale di Ulaanbaatar, Gengis Khan (o come lo chiamano qui Cinghis) continua a guardare dall’alto del suo trono la sua Mongolia. Ma quello che, da lui creato, è stato nei secoli uno dei più grandi imperi e che qualche anno fa ha fatto registrare uno dei tassi di crescita più importanti a due cifre, sta attraversando un periodaccio.

Il vertice Asia-Ue
I conti vacillano, la situazione politica è instabile, molti settori trainanti dell’economia mongola sono alla canna del gas, tanti cittadini scontenti. Pochi giorni fa centinaia di minatori hanno manifestato a Ulaanbaatar contro il contratto di 5,4 miliardi di dollari che il governo ha sottoscritto con la Rio Tinto per l’estrazione mineraria nella zona di Oyu Tolgoi, la più importante del Paese, parlando di svalutazione dei beni dello Stato.

E, nonostante tutto questo, a luglio la Mongolia sarà al centro del mondo politico internazionale quando, il 15 e il 16, ospiterà il vertice Asem, che raduna i capi di Stato e di governo dell’Unione europea e quelli asiatici riuniti nell’Asean, più invitati illustri come cinesi e russi. Dopotutto, proprio questi due sono i convitati di pietra della Mongolia, che nella sua storia ha sempre dovuto fare i conti sia con Pechino sia con Mosca.

Gli ingombranti vicini
Sono stati proprio i russi prima ad “aiutare” i mongoli invasi dai cinesi (che si erano vendicati di centinaia di anni di battaglie perse occupando nel 1919 la Mongolia) e poi a instaurare un regime sovietico nel paese, crollato dopo la perestrojka.

E verso Pechino (nel cui territorio - esattamente nella provincia autonoma della Mongolia interna - vivono più mongoli che nella stessa repubblica di Mongolia) si muove la quasi totalità (il 95,3% secondo i dati del 2014) delle esportazioni mongole, legate soprattutto alle miniere. Il sottosuolo mongolo è, infatti, ricchissimo di rame, oro, carbone, molibdeno, fluorite, uranio, stagno e tungsteno.

Da Pechino arriva più di un terzo del volume totale delle importazioni mongole: i dati del 2014 dicono che dalla Cina arriva il 41.5% delle importazioni totali, dalla Russia il 27.4%, Corea del Sud 6.5%, Giappone 6.1%.

Economia in affanno e ruolo italiano
L’economia mongola soffre: se nel 2013 la crescita era stata dell’11,3% e l’anno successivo del 7,8%, le stime del 2015 parlano del 3,5% (altre invece sono ancora più basse, del 2,3%). A pesare, il crollo dei prezzi dei minerali estratti, che ha dato uno scossone anche al fiorente settore immobiliare e delle costruzioni. Sono molti i palazzi e i grattacieli di Ulaanbaatar che attendono di essere completati o che sono vuoti e le imprese, anche straniere, che non sono state pagate per lavori effettuati.

Il tutto, in un Paese che ha una popolazione giovanile molto numerosa (il 43% dei mongoli ha meno di 25 anni, il 45% tra i 25 e i 54), un tasso di disoccupazione del 7,7% (2014, in aumento secondo stime all’8,3) e un reddito medio di 12.500 dollari.

Secondo i dati dell’ufficio Ice di Pechino (che ha giurisdizione anche sulla Mongolia), l’Italia è al quinto posto tra i paesi destinatari dell’export della Mongolia, con una quota di mercato dell’1,3%; come fornitore (provenienza dell’import) si attesta invece al 12° posto, con una fetta di mercato pari allo 0,6% (maggio 2015).

Nel primo semestre 2015, le esportazioni italiane in Mongolia hanno registrato un calo del 15% rispetto al primo semestre 2014, attestandosi a 11,6 milioni di euro, costituendo comunque il decimo fornitore per il paese (tra le voci principali: meccanica, moda, arredo e alimentare).

La meccanica strumentale rappresenta la voce principale dell’export italiano nel paese, seguita dalla moda e dai prodotti della metallurgia. Le importazioni, pari a 25 milioni di euro, sono aumentate del 25%, e in gran parte sono costituite da prodotti agricoli.

La quota di mercato dell’export italiano è dello 0,9%, terza dopo Germania (3%) e Francia (1%). I settori di punta sono il minerario e il tessile; questi ultimi in dettaglio: 4,2 milioni di dollari per le esportazioni di metalli (2015), 7,4 milioni di dollari per le esportazioni nel settore tessile e dell’abbigliamento. Gli investimenti diretti italiani in Mongolia si attestano al 2013 a 10 milioni di euro.

Gli italiani in Mongolia sono davvero pochi: attualmente - compresi missionari e missionarie - sono poco più di una trentina, principalmente impegnati nei macchinari e nella moda (cachemire soprattutto). Ma il Paese, nonostante la crisi che sta attraversando, rappresenta comunque una grande opportunità per le nostre aziende.

Basti pensare che a fronte di quasi 3 milioni di abitanti in totale (due terzi dei quali vivono a Ulaanbaatar, in un Paese che è cinque volte l’Italia, il diciannovesimo al mondo), vivono oltre 40 milioni di animali e non c’è una industria capace di poterne processare le carni e le pelli e manca la catena del freddo.

Bisogna poi considerare l’importanza strategica del Paese non solo da un punto di vista industriale-minerario (che solo di striscio interessa l’Italia, mentre australiani e cinesi la fanno da padroni).

Un interlocutore per trattare con Pyongyang
Schiacciata tra due potenze, ma forte della sua neutralità, la Mongolia negli ultimi anni si è accreditata come interlocutore affidabile in una serie di situazioni. Prima fra tutte la Corea del Nord. Ad Ulaanbaatar c’è una forte presenza nordcoreana (è anche ospitata una rappresentanza diplomatica di Pyongyang) e nel regno di Kim Jong-un la rappresentanza diplomatica mongola è spesso la base per negoziati più o meno ufficiali tra il regime e il mondo.

L’Asem servirà proprio a questo, a dimostrare al mondo che la Mongolia può ritagliarsi un ruolo nello scacchiere internazionale, nonostante la sua attuale instabilità politica (le elezioni si terranno poco prima del vertice internazionale).

E l’Italia giustamente non vuole stare a guardare. Non a caso a dicembre il ministro Paolo Gentiloni ha annunciato l’apertura di una nostra ambasciata nel paese (attualmente c’è solo un console onorario e tutto dipende dall’ambasciata a Pechino), mentre a Roma è già presente una rappresentanza diplomatica mongola così come funziona una Camera di Commercio italo-mongola.

Nello del Gatto, dopo aver lavorato come giornalista di nera e giudiziaria nella provincia di Napoli seguendo i più importanti processi di camorra, si è dedicato agli Esteri. Nel 2003 era alla stampa della presidenza italiana del consiglio dell'Ue; poi 6 anni in India come corrispondente per l'Ansa e successivamente a Shanghai con lo stesso ruolo (Twitter: @nellocats).
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giovedì 31 marzo 2016

Hon Kong: un futuro da interpretare

Asia
Longa manus di Pechino su Hong Kong
Elisabetta Esposito Martino
25/03/2016
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Spesse e grigie nubi coprono il cielo di Hong Kong: siamo nel 2025, in una città stretta nella morsa di Pechino, dove non si sentono più risuonare gli otto toni del cantonese, tra storie tragiche ed inquietanti.

Questo è lo scenario di TenYears, una pellicola prodotta con un ridottissimo budget, che ha ricevuto la nomination al 35°Hong Kong Film Awards, ed ha già incassato 6 milioni di HK$.

Questo successo, inaspettato, ha però suscitato in Cina acerrime critiche: il Global Times ha stroncato i cinque racconti, definendoli assurdi e pessimistici, un “virus della mente”. Di conseguenza il film non sarà proiettato nel continente, né sarà trasmessa la premiazione, anche se rappresenta uno degli eventi cinematografici più importanti di tutta l’Asia; stessa sorte spetterà al Taipei Golden Horse Film Awards che si svolgerà alla fine dell’anno a Formosa.

I librai desaparecidos
Questo cinema indipendente, veicolo di critica sociale e politica, viene collegato agli scontri di Mong Kok, durante i festeggiamenti per il nuovo anno della scimmia, sfociati nella La Rivoluzione delle polpette, ultimo epigono della Rivoluzione degli Ombrelli che, dal settembre al dicembre 2014, ha veicolato molto vivacemente la richiesta di compiuta democrazia e il rispetto dei diritti fondamentali, ancor più in bilico dopo la sparizione e la successiva ricomparsa di cinque librai, che pubblicavano testi non graditi al governo centrale.

La TV satellitare Phoenix ha mandato in onda un’intervista ad alcuni di loro, annunciando che Gui Minhai sta scontando nel continente crimini pregressi (ammessi) mentre gli altri sarebbero liberi. Lee Bo, in Cina per contribuire ad un’inchiesta, avrebbe ammesso alcuni reati e rinunciato, probabilmente sotto pressione, alla cittadinanza del Regno Unito: forse un escamotage a fronte delle azioni, paventate dalla Corona Britannica, di agire contro la palese violazione del diritto internazionale. Dopo l’intervista è ricomparso nell’isola anche Cheung Chi-ping, che non ha lesinato dichiarazioni rassicuranti sulla vicenda.

L’autonomia garantita ad Hong Kong
La longa manus di Pechino sta violando lo status di Hong Kong, enclave in cui è garantito l’habeas corpus, presidio della libertà individuale contro ogni forma di arbitrio, garantito dallo speciale regime vigente dal 1° luglio 1997?

La tutela dell’ex colonia discende dalla Costituzione del 1982, che aveva previsto l’istituzione delle SARs (Special Administrative Regions) per predisporre il futuro inglobamento di Hong Kong e Macao, vagheggiando il grande ritorno, quello di Taiwan.

Da allora è sempre stato rispettato il principio “un paese due sistemi”, in base al quale in un unico Stato, la RPC, coabitano due sistemi politico-istituzionali: quello socialista e quello capitalista. La formula permette ai residenti di quelle aree di godere di una certa rappresentanza democratica, di un sistema giudiziario indipendente e di un’organizzazione multipartitica, atta a garantire una lenta transizione dell'ordinamento economico e giuridico che si compirà definitivamente nel 2047.

La parabola di Hong Kong
Nel rispetto delle peculiarità riconosciute ad Hong Kong, il Comitato permanente della XII Apn, nel 2014, aveva modificato il sistema elettorale, abrogando il precedente, che prevedeva sia un sistema proporzionale, a suffragio universale diretto, in circoscrizioni delimitate geograficamente (GeographicalConstituencies) sia una rappresentanza di categorie professionali (FunctionalConstituencies).

Il nuovo procedimento contemplava il suffragio universale, delimitando però l’elettorato passivo ai soli candidati (due o tre) selezionati da un Comitato di Designazione. Tali modifiche non hanno ottenuto, nel 2015, l’approvazione del Consiglio Legislativo, con un voto che ha sorpreso Pechino e il mondo, ma che le elezioni locali dello scorso novembre, per certi versi, hanno vanificato.

Utopie e distopie
A questo punto il Life Style dei sette milioni di abitanti di Hong Kong pare vacillare. Fino a pochi mesi fa, il governo cinese aveva evitato eccessive intromissioni, consentendo il godimento delle libertà costituzionali e persino le veglie commemorative dei fatti di piazza Tian’anmen.

Negli ultimi tempi, invece, forme di controllo sempre più stringenti stanno tracimando dai limiti del continente, attraverso un articolato sistema che coinvolge cultura, media, editoria, istruzione, come profetizzato in TenYears. Si allungano così precocemente le ombre del tramonto dell’autonomia di Hong Kong?

Intanto a Pechino le due Assemblee, Liǎnghuì两会, (il Parlamento e la Conferenza consultiva politica del popolo cinese) hanno discusso i target del 13° Piano quinquennale, già delineati dal CC del Pcc, basati su un’economia dell’offerta (per nuovi orizzonti di Reaganomics?), innovazione, lotta alla povertà, apertura, Internet Plus Plan, per raggiungere una crescita tra il 6, 5 ed il 7%, che non può prescindere dall’hub di Hong Kong.

Le periferie dell’ortodossia
Se la Rpc intende rivestire pienamente lo status di active participant allo sviluppo globale, in un mondo multilaterale, deve far attenzione alle periferie dell’ortodossia, Hong Kong e Taiwan, dove, dall’interazione tra il rispetto della sovranità e quello della libertà, può nascere un modello alternativo, retaggio dei cinquemila anni di cultura cinese declinati con i diritti umani affermati dall’Illuminismo.

Il coraggio di affrontare gli epigoni della rivoluzione colorata di giallo nel laboratorio di Hong Kong, melting pot di popoli e civiltà, di common law e civil law, Western-style democracy e socialismo con caratteristiche cinesi, misurerà la credibilità internazionale della leadership del Paese di Mezzo e, tra nuovi percorsi e millenarie tradizioni, svelerà se e in che misura la Cina tutta possa aspirare alla leadership del mondo globalizzato.

Elisabetta Esposito Martino è sinologa e costituzionalista. Responsabile Ufficio Affari generali dell'INdAM. Componente del Redress Committee del Progetto INdAM Cofund -VII Programma Quadro dell'Unione Europea.
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giovedì 24 marzo 2016

Myanmar: sulla via della democratizzazione

Myanmar
L’ex autista di Aung San Suu Kyi è presidente
Francesco Valacchi
20/03/2016
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La guida del primo governo democraticamente eletto dal 1962 in Myanmar sarà il braccio destro del Premio Nobel per la pace. Lo schivo e discreto economista Htin Kyaw che ha da sempre affiancato la leader della Lega Nazionale Democratica al punto da essere suo autista in occasione di numerosi spostamenti per la riorganizzazione del partito è stato eletto Presidente il 16 marzo.

La figlia del generale Aung San non poteva essere eletta Presidente a causa di una legge ad personam che impedisce di ricoprire tale incarico a chi sposa un cittadino straniero ed ha quindi promosso la candidatura di Htin Kyaw. La sua influenza sulle politiche governative del neo-eletto Presidente sarà quindi particolarmente forte come annunciato apertamente a seguito della vittoria alle elezioni di novembre.

Il peso della figura della campionessa di democrazia
Aung San Suu Kyi è stata determinante anche in questo inizio del complesso processo di democratizzazione del paese. Il Premio Nobel per la pace, nonostante l’ormai pluridecennale impegno nella lotta per i diritti umani e la democratizzazione del suo paese, per il quale ha pagato un altissimo prezzo sul piano personale, non ha certo perso lo smalto e le capacità del leader democratico.

Da novembre sino ad oggi la rappresentante della Lega Nazionale Democratica (Lnd) si è fatta carico di incontrare rappresentanze interne (come ad esempio l’incontro con le fazioni etniche tenuto assieme ai rappresentanti del governo uscente) per gestire al meglio il processo di avvicendamento delle istituzioni e attori internazionali (ad esempio l’incontro con Mr. Kurt Campbell, assistente del Segretario di Stato americano per l’Asia Orientale, successivo all’incontro col Segretario di Stato stesso).

Ma l’ormai enorme popolarità del personaggio, dimostrata appunto anche dalle attività nell’ambito internazionale e la figura di rilievo che è arrivata ad assumere in questi ultimi anni avrebbero avuto un peso forse eccessivo per poter coesistere con l’incarico istituzionale di capo del Governo in una fase tanto importante e delicata a prescindere dagli impedimenti legislativi.

Nell’attesa dell’insediamento delle nuove istituzioni Aung San Suu Kyi si era comunque impegnata a fondo anche nel ristrutturare la Lnd e a prepararne la dirigenza per affrontare i compiti prossimi venturi con a fianco il fedelissimo Htin Kyaw.

Democratizzazione: un processo in tre punti
Il nuovo governo avrà tre aspetti principali dei quali occuparsi: sviluppo economico, politica internazionale e integrazione etnica. Per quanto concerne lo sviluppo della propria economia Rangoon parte già da un buona base di Investimenti diretti esteri (Ide) dovuti allo sfruttamento delle ingenti risorse naturali e da un’ottima posizione strategica per il turismo internazionale (proveniente sia dall’Asia Orientale che dall’Europa).

La Cina rimane il primo investitore, insistendo con il 42% degli Ide, per un ammontare di circa 14 miliardi di dollari investiti attualmente su un totale di 33,67 (dati 2015).

Sarà importante per i futuri governanti mantenere l’attrattiva per la Cina che era tradizionalmente legata al regime militare, consolidando l’economia con riforme liberali, ma allo stesso tempo divenire appetibile anche per investitori europei (non legandosi quindi a doppio filo all’economia di Pechino).

E l’attrattiva per l’Europa, oltre alla novità del mercato potrebbe essere l’incentivo alla stabilizzazione di un’area chiave per la sicurezza dell’Oceano Indiano e il controllo delle rotte dei migranti.

Le riforme chiaramente devono evitare un eccessivo accentramento delle risorse economiche, nel momento dell’apertura al mercato e delle inevitabili ulteriori privatizzazioni, aggirando la pericolosa formazione di oligarchie.

Per quanto riguarda il turismo in particolare si dovrà evitare che un'esplosione incontrollata del settore crei flussi economici ingestibili o eccessivamente frammentari (ci sono alcune etnie, come ad esempio la Karen che hanno già sviluppato propri uffici turistici indipendenti). La svolta democratica porterà a una nuova articolazione dei rapporti internazionali.

Tra la Cina e l’India, Myanmar ripensa la sua politica estera
Myanmar è geopoliticamente in una posizione importantissima, trovandosi all’ingresso dello stretto di Malacca, è quindi fondamentale sia per l’India che per la Cina mantenere strette relazioni con Rangoon.

La politica estera di Myanmar è tradizionalmente vicina alla Repubblica Popolare Cinese. Tuttavia, a partire dalla seconda metà degli anni Duemila, si è assistito a un parziale raffreddamento dei rapporti con la Cina.

Allo stesso tempo, mentre la politica cinese di lotta all’estremismo del Presidente Hu causava il peggioramento delle relazioni con Rangoon, l’India si avvicinava a Myanmar paradossalmente proprio in virtù di accordi strategici per reprimere l’estremismo dei gruppi di etnia Chin (presenti sul confine indiano).

L’India ha da in passato appoggiato i movimenti democratici birmani causando alcuni screzi con il governo militare. L’assunzione del potere da parte di un governo democratico potrebbe porre quindi il dilemma di dover scegliere se spostare il proprio asse verso la Repubblica dell’India, rimanere sulle posizioni tradizionali di amicizia con Pechino o continuare a oscillare fra le simpatie dei due giganti dell’Area Pacifico.

A fianco di India e Cina si è assistito poi alla conferma dell’interesse statunitense per il paese e di quello inglese, come ribadito dalla visita - a gennaio - del Capo di Stato Maggiore della Difesa britannico.

Dai cinesi Han agli indiani: 135 gruppi etnici
Per quanto concerne la problematica etnica, ci si troverà a dover gestire la democratizzazione di un territorio che vede la presenza di ben 135 gruppi etnici riconosciuti, raggruppati in otto macro-gruppi, oltre ad alcune altre minoranze (tra cui Cinesi Han e Indiani che insieme formano il 3% della popolazione).

Nonostante la Birmania nella sua storia sia riuscita e gestire abbastanza bene le instabilità etniche grazie a forti meccanismi di integrazione: arrivando a coinvolgere le etnie nella redazione della Costituzione del paese, si sono avuti a varie riprese scontri di larga portata (come nel 1987).

La sfida del nuovo governo sarà quella di trattare univocamente con i vari gruppi etnici e trovare un accordo che soddisfi tutte le istanze, piuttosto che cercare di sfruttare il principio di “dividere per comandare” come avvenuto col governo militare.

Francesco Valacchi si è laureato in Scienze Strategiche nel 2004 presso l’ateneo di Torino ed in Studi Internazionali presso quello di Pisa nel 2013. È appassionato di geopolitica e strategia; è ufficiale in servizio permanente effettivo nell’esercito italiano.
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lunedì 14 marzo 2016

Afganistan: l'interesse di Mosca. Cambiamenti all'orizzonte

Afghanistan 
Mosca, i talebani e il timore dei foreign fighters
Giovanna De Maio
05/03/2016
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Fino a pochi anni fa l’Afghanistan era un terreno dove gli interessi delle grandi potenze sembravano convergere, soprattutto in termini di stabilità politica, lotta al terrorismo e al narcotraffico.

Tuttavia, ora che la comunità internazionale è in stallo e cresce il pericolo dei foreign fighters affiliati al sedicente “stato islamico”, Isis, in Asia centrale, la Russia mette in pratica il pensiero laterale.

Alla fine del 2015, un funzionario anonimo del Cremlino ha rivelato che Mosca avrebbe stabilito contatti con i Talebani, fino a poco tempo prima temuti al pari dei terroristi del Caucaso, in un originale do ut des. “Il fine giustifica i mezzi” - sembra dire Mosca.

Talebani ancora attivi in Afghanistani
In Afghanistan è in corso la difficile transizione dopo 14 anni di guerra trapuntata da elezioni presidenziali controverse e dal lento consolidamento di un esercito che fatica a prendere il posto della Nato, il cui ritiro era previsto per la fine del 2014.

Solo qualche mese fa, i talebani hanno preso il controllo della città di Kunduz nel nord dell’Afghanistan. Tuttavia, già da qualche tempo stavano recuperando terreno nella regione grazie anche all’aiuto dei militanti dell’Asia centrale affiliati con il Movimento islamico dell’Uzbekistan (MIU), di matrice sunnita.

La sinergia tra questi due gruppi ha portato a un consolidamento delle posizioni talebane tra le comunità uzbeke, turkmene e tagiche e alla presa di tutte e otto le città del nord-ovest dell’Afghanistan.

In cambio i talebani hanno aiutato il MIU a installare piattaforme di reclutamento dei militanti e a lanciare attacchi in cinque delle ex-Repubbliche sovietiche dell’Asia centrale a prevalenza musulmana.

Tuttavia, questo idillio non è durato molto e di recente i talebani hanno preso le distanze dai colleghi centro-asiatici a causa dell’emergere tra essi di gruppi che hanno giurato fedeltà al sedicente “stato islamico”.

Riprendendo uno dei fondamentali della logica realista che contraddistingue la politica russa, il nemico del mio nemico è mio amico, ecco che la Russia ha colto al volo questa opportunità.

I foreign fighters nell’Asia centrale che spaventano la Russia
Perfettamente in linea con i recenti sviluppi in politica estera, la Russia ha saputo destreggiarsi abilmente negli spazi lasciati vuoti dalle indecisioni e dai tentennamenti dell’Occidente.

Subito dopo aver annunciato l’intervento russo in Siria, il presidente russo Vladimir Putin si era espresso sulle precarie condizioni della sicurezza in Afghanistan facendo leva in entrambi i casi sul pericolo rappresentato dai foreign fighters nell’Asia Centrale.

Il Tagikistan, l’Uzbekistan e il Turkmenistan sono per Mosca il cortile di casa e non c’è da stupirsi che la Russia si senta in pericolo.

Sin dalla guerra in Cecenia, i russi hanno sempre ribadito l’impossibilità di distinguere tra terroristi buoni e terroristi cattivi (i Talebani figurano nella lista russa delle organizzazioni terroristiche). Alla luce di ciò, questa collaborazione a livello di intelligence sembrerebbe del tutto contraddittoria, o quantomeno un altro colpo di teatro.

Certo la preoccupazione per la crescente penetrazione dell’Isis in Afghanistan non è una novità in Russia, come si evince dai ripetuti allarmi lanciati dal Ministro della difesa Sergej Shoigu.

Se i Talebani hanno negato, dal governo russo non è arrivata nessuna smentita. Il nocciolo della questione sarebbe un originale do ut des dove Mosca fa leva sul timore dei Talebani nei confronti dell’instaurazione di un grande Califfato che inglobi il territorio afghano.

In cambio di informazioni sui miliziani dell’Isis, Mosca promette un atteggiamento più flessibile riguardo all’alleggerimento delle sanzioni Onu contro i Talebani.

Rivalsa di Mosca
Sono in molti a pensare che dietro questo movente ci sia una sostanziale volontà di rivalsa nei confronti del mondo occidentale, di sfidare la NATO e indebolire gli Stati Uniti dove si trovano in una condizione di vulnerabilità.

Sembrerebbe una riproposizione alla rovescia di quanto accaduto durante l’invasione sovietica dell’Afghanistan nel ’79, in cui gli Usa appoggiarono la ribellione contro l’allora presidente afghano filo-comunista. Nel caso della Russia questa componente non può essere scartata a priori.

Tuttavia, in queste circostanze è opportuno operare un altro tipo di riflessione che concerne Mosca e il ruolo che intende giocare sul piano internazionale. Si sente spesso ripetere che la Russia vuole essere considerata un partner alla pari nelle relazioni internazionali, ma ancora più di frequente non si comprende la sostanza.

Per Mosca questa uguaglianza non si riferisce a una rappresentanza nelle organizzazioni internazionali o a un collegamento con Unione europea o Nato, ma piuttosto all’avere voce in capitolo nel dettare gli equilibri geopolitici mondiali.

Dire che la Russia stia aizzando i talebani contro il governo afghano sarebbe forse un po’ azzardato, ma la rivalsa russa potrebbe avere un valore molto più simbolico e dimostrativo: mostrare agli occhi di tutti il fallimento delle iniziative di democratizzazione occidentale, capaci di apportare solo violenza e instabilità.

Giovanna De Maio è dottoranda di ricerca presso l'Università degli Studi di Napoli L'Orientale; è stata stagista per la comunicazione presso lo IAI.
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AZERBAIJAN. Appunti di un incontro


Federico Salvati


appunti che o preso durante un colloquio 
con NIjat mammadli 
capo dell'agenzia per la convivenza pacifica delle religioni.

secondo Nijat l'azerbaijan è una nazione democratica e laica. la società azera è una società d'ispirazione sciita ed è orgogliiosa delle sue radici. l'Azerbaijan è la prima nazione sciita che si è organizzata secondo un sistema laico e burocratico moderno. persino l'arabia saudita nonostante avesse raggiunto l'indipendenza prima aveva ancora un'impostazione tribalistica durante gli anni 20 del 900. la legge per la libertà religiosa è stata varata nel 1992 e da allora è stata modificata vaire volte per migliorare e raffinare 

il carattere laico dello statoe la protezione delle minoranze(???). nel 2001   haydar haliyev istituì il comitato per gli affari e le organizzazioni religiose che prmuove e si occupa della convivenza pacifica tra le varie fedi. circa l'85% della popolazione azera è sciita ma a fianco di questa grande maggioranza ci sono anche cristiani (di varie confessioni) ebrei, zoroastristi e musulmani sunniti. il presidente Nijat ci ha tenuto a sottolineare come viene concessa libertà di culto anche ad una piccola comunità armena che detiene l'autonomia della sua chiesa e non riceve pressioni e ritorsioni dallo stato. nonostante ciò comunque attenzione particolare viene dedicata alla religione sciita che comunque rimane la base dell'identità della nazione. particolarmente rilevante risulta il trattamento e la formazione degli Immamh all'interno dell'azerbaijan. mentre le comunità religiose hanno la facoltà di sottomettersi a istituzioni che si trovano al di la dei confini della nazione, gli Immamh azeri devono aver studiato l'islam in azerbaijan altrimenti non possono esercitare regolarmente. la norma ci è stato spiegato è stata inserita nella legislazione sulla religione per garantire il carattere supremo della laicità dello stato. in questo modo si scoraggiano le influenze di dottrine estere (in primis l'iran) che cercano di influenzare le politiche statali. tutte le confessioni comunque secondo costituzione mantengono la stessa dignità davanti alla legge. per quanto riguarda il conflitto del nagorno il patriarca armeno e quello russo con il shiekh ul islam pashazade hanno firmato una dichiarazione congiunta per una risoluzione pacifica del conflitto. il Nagorno comunque non è accentrato il tema religioso, in maniera trasversale attraversa i gruppi al livello trasversale più al livello etnico che religioso
un saluto alla cattedra di geopolitica


lunedì 22 febbraio 2016

Cina: davanti al nuovo pontefice

Vaticano
Bergoglio, pragmatismo per conquistare la Cina
Nello del Gatto
18/02/2016
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È la Cina uno dei principali obiettivi pastorali e diplomatici di Papa Francesco che in più di una occasione si è detto pronto ad andare lì anche subito.

I rapporti tra le parti sono però difficili. I due paesi non hanno relazioni diplomatiche dal 1951, anche per il riconoscimento della Santa Sede di Taiwan che Pechino ritiene proprio territorio.

Uno scoglio che il Vaticano ha fatto intendere di poter superare in cambio di poter legittimamente “entrare” in un paese dove, secondo alcune stime, ci sono almeno il 2,3% di cristiani, in maggioranza protestanti, con circa 14 milioni di cattolici (tra membri della chiesa statale e fedeli al Papa).

Il solco insormontabile è la presenza dell’Associazione Patriottica Cattolica Cinese, la chiesa autocefala cinese che, non legata al papato, nomina, consacra e ordina vescovi e sacerdoti. È proprio sui vescovi che Roma e Pechino hanno le maggiori distanze.

La prima intervista di Bergoglio a un giornale asiatico
Il 2 febbraio, il quotidiano on line di Hong Kong Asia Times, ha pubblicato una intervista a papa Bergoglio, la prima a un giornale asiatico sulla Cina e i cinesi.

L’intervista segue la poco realistica (visto l’intervistato, capo di uno stato di vera teocrazia e ierocrazia e di una religione) premessa di non parlare di politica né di religione. Il tutto pienamente nel solco di una realpolitik tutta bergogliana verso la Cina (qualcuno dice anche nuova Ostpolitik) anche al prezzo dell’amaro in bocca di molti fedeli cinesi e lo sconcerto di diversi osservatori.

Nell’intervista Bergoglio loda la cultura e il popolo cinese e affronta temi come quello del figlio unico. Nessuna parola però sulla situazione dei cristiani in Cina, sulle chiese abbattute dal governo, sui fedeli arrestati, sui vescovi impossibilitati a svolgere il proprio mandato.

Come Taddeus Ma Daqin, vescovo di Shanghai dal 2012, che durante l’omelia dell’ordinazione annunciò fedeltà al Papa e da allora è rinchiuso “agli esercizi spirituali” a Sheshan. Oppure come Cosma Shi Enxiang, che ha passato 54 anni in carcere. Arrestato l’ultima volta nel 2001, non se ne sapeva nulla fino all’anno scorso, quando le autorità informarono la famiglia che era morto, senza mai restituire i suoi resti.

Il pragmatismo del Vaticano
L’intervista sarebbe perfetta in termini diplomatici se a parlare fosse un capo di stato interessato a entrare nel mercato cinese e quindi disposto a soprassedere sulle questioni dei diritti umani e sociali, più che il capo della Chiesa Cattolica.

Bergoglio è molto consequenziale in questo atteggiamento: non a caso non incontrò l’anno scorso a Roma il Dalai Lama e sono davvero poche le sue condanne alla situazione dei cristiani in Cina, tanto che il cardinale Joseph Zen Ze-kiun di Hong Kong, il più illustre esponente del Vaticano nell’area, ha più volte criticato questo silenzio di Roma.

Bergoglio ha spesso ribadito di muoversi nel solco della lettera che Benedetto XVI inviò ai cattolici di Cina nel 2007. Eppure, nel documento, il teologo tedesco scrisse chiaramente dell’incompatibilità della Santa Sede e della dottrina cattolica con la Chiesa patriottica cinese e il suo decantato e difeso autocefalismo.

Difesa che il governo cinese ha ribadito il 4 febbraio, in un editoriale del Global Times, quotidiano vicino al partito. Per i cinesi, il messaggio del papa è “una nota gentile”, ma il Vaticano “deve essere pragmatico”, riaffermando il concetto di indipendenza della propria chiesa da Roma: “La Cina - è scritto - dà grande importanza alla presente indipendenza delle istituzioni religiose da quelli fuori della Cina. Non ci si può aspettare che Pechino trovi un compromesso su questo punto”.

La Chiesa patriottica cinese
Una porta chiusa, che riporta tutto su un piano ancora più reale. Si parla di applicare alla Cina il modello vietnamita per la nomina dei vescovi, nel quale il Vaticano presenta al governo un nome e se Hanoi l’approva, la Santa Sede nomina ufficialmente il vescovo, altrimenti si ricomincia. Un modello che Pechino rigetta, perché vuole proporre i nomi che poi magari possano trovare il favore papale.

L’opposizione della Cina sta in due fattori: innanzitutto il governo centrale non può permettere a un paese straniero di interferire in nomine di funzionari di un apparato di governo quale è la chiesa patriottica (impensabile che cancellino l’associazione guidata da un funzionario del partito comunista); in secondo luogo, si teme per il peso sociale e politico che i pastori delle diocesi hanno, soprattutto in chiave anti governativa o a favore di rivendicazioni sociali e umane.

Bergoglio non ha finora scoperto le carte sulla sua idea di compromesso con i cinesi, punta a un incontro faccia a faccia con il presidente, per poi cominciare una vera trattativa.

L’intervista va in questo solco, mostrando Bergoglio come Matteo Ricci, il gesuita “euclideo” che per entrare alla corte degli imperatori Ming, si “vestì da mandarino” e acquistò molto credito a Pechino.

Questo vestito sicuramente agli occhi dei cinesi fa ottenere molta simpatia a Bergoglio, ma dire se otterrà quanto richiesto, è difficile. Un incontro è possibile, la cancellazione della chiesa patriottica è al momento impossibile.

Nello del Gatto, dopo aver lavorato come giornalista di nera e giudiziaria nella provincia di Napoli seguendo i più importanti processi di camorra, si è dedicato agli Esteri. Nel 2003 era alla stampa della presidenza italiana del consiglio dell'Ue; poi 6 anni in India come corrispondente per l'Ansa e successivamente a Shanghai con lo stesso ruolo (Twitter: @nellocats).
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venerdì 19 febbraio 2016

Orizzonte CINA. Febbraio 2016

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Bentornati al bimestrale OrizzonteCina (ISSN 2280-8035). 


In questo numero* articoli su:
• Cina e Italia in Africa: il caso dell’Etiopia
• Prima base militare all’estero: anche la Cina sceglie Gibuti
• La Cina e Aden: la difesa dell’interesse nazionale nei mari lontani
• L’Africa tra Via della Seta cinese e partenariato con la Ue
• La prima generazione sino-italiana
• Tre trend fondamentali per il 2016
• Governance transmediale in Cina: il caso di Under the dome
• Ritorno a Confucio. La Cina di oggi fra tradizione e mercato, di Maurizio Scarpari| Recensione


* Per la consultazione degli articoli cliccare

martedì 2 febbraio 2016

Cina: una finestra in medio oriente

Cina
Pechino in Medio Oriente con la nuova 'Via della Seta'
Nello del Gatto
19/01/2016
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Per il suo primo viaggio estero del 2016, Xi Jinping ha scelto il Medio Oriente, dove il presidente cinese sarà, tra Arabia Saudita, Egitto ed Iran, fino al 23 gennaio. E non senza validi motivi.

Nella complessa liturgia non scritta del partito comunista cinese, nell’esegesi delle parole non dette e degli atti non svelati, il primo viaggio dell’anno identifica, per la dirigenza cinese, l’area di interesse per quell’anno.

Negli anni scorsi erano stati la Russia più volte e il Pakistan. Stavolta invece il segretario del partito comunista cinese ha deciso di recarsi in Arabia Saudita, Egitto ed Iran. Con una tempistica che, certamente, gli affida la palma di abile diplomatico tra i leader mondiali.

Tralasciando il paese dei faraoni (dove Pechino vuole sicuramente giocare un ruolo dopo l’ampliamento del canale di Suez, sia come porta verso il Medio Oriente e Africa, che l’Europa), le visite in Arabia e in Iran assumono in questo momento storico di forte tensione nell’area tra i due paesi ma, soprattutto, tra i due blocchi musulmani di sunniti e sciiti, una valenza importante.

Pechino e i conflitti mediorientali
La Cina è forse uno dei pochi paesi al mondo che ha visto i vari conflitti mediorientali da lontano. Pur sedendo nel consiglio di Sicurezza dell’Onu, il paese del dragone non ha mai preso posizione per un paese o per l’altro, lasciando il proscenio alle altre nazioni. Una scelta dettata più da una abile mossa politico-diplomatica che da altro.

Mentre i suoi “avversari” sullo scacchiere politico ed economico mondiali, gli Usa, sono sempre stati in prima fila, la Cina si è defilata, ma non se ne è lavata le mani, ribadendo la necessità di una soluzione diplomatica ai conflitti e la necessità della creazione di uno stato palestinese.

Questa posizione ha fatto sì che la Cina diventasse negli anni uno degli interlocutori privilegiati da questi paesi soprattutto come destinazione della loro materia prima per eccellenza, il petrolio, sempre più necessario alla Cina che cresce.

Anche per questi motivi, Pechino non ha mai criticato la situazione dei diritti civili in questi paesi (forse pure per evitare di attirare gli occhi sulla sua situazione interna con la filosofia: io non critico, voi neppure), si è proposta come mediatrice nella risoluzione del conflitto siriano ospitando emissari delle parti in guerra.

Inoltre la Cina, che al suo interno ha un problema terrorismo (dovuto a frange di uighuri che sono andati ad infoltire le fila del califfato) cerca di giocare anche su questo fronte un ruolo significativo.

China's Arab Policy Paper
L’importanza strategica che la Cina ripone in quest’area è stata ribadita dalla pubblicazione, la settimana scorsa, del China's Arab Policy Paper. In questo documento, unico nel suo genere, il governo di Pechino traccia brevemente la storia delle relazioni sino-arabe, dagli scambi attraverso l'antica Via della Seta alla fondazionedel Forum di cooperazione Cina-Stati Arabi nel 2004, prima di definire il piano di espansione di queste relazioni nel futuro.

Nel documento non si parla mai di un paese specifico (a parte la questione della Palestina), ma si fa invece riferimento a tutta l’area, il complesso di paesi arabi, cercando quindi un approccio generale e avendo come riferimento la Lega Araba, senza prediligere alcun rapporto bilaterale particolare.

I paesi arabi sono ovviamente i maggiori fornitori di petrolio in Cina, con l’Arabia che la fa da padrone. Ma la Cina è anche il miglior cliente dell’Iran. Nel documento, la cooperazione energetica è ovviamente il centro degli interessi bilaterali, con una politica che la Cina definisce “1+2+3”.

La cooperazione energetica sarà il "cuore" del rapporto. La costruzione di infrastrutture e la semplificazione del commercio e degli investimenti, sono i 2 punti centrali del nucleo. Il "3" si riferisce invece ad una lista di desideri futuri: cooperazione nel campo nucleare, energie nuove e pulite, e l’aerospaziale.

La cintura economica della Via della Seta e la via della seta marittima 
Inoltre,la Cina, ricordando come storicamente i paesi dell’area (ma anche quelli che non fanno parte della Lega come l’Iran) sono suoi partner commerciali lungo l’antica Via della Seta, intende spingere sempre di più la nuova strategia di sviluppo che ha chiamato “La cintura economica della via della seta e la via della seta marittima del 21mo secolo”, conosciuta anche come “One Belt, One Road”.

L’Iran che da pochissimo, grazie alla rimozione delle sanzioni, si sta aprendo moltissimo, fornendo al mondo una incredibile occasione di mercato, per la Cina è sicuramente un obiettivo importante.

Non a caso proprio Pechino ha giocato un ruolo di mediatore tra Teheran e Washington. Sia in Iran che in Arabia i giganti petroliferi cinesi cercheranno non solo accordi economici, ma anche la possibilità di potenziare strutture estrattive e di raffinazione. Insomma una visione, quella cinese, che attraverso un approccio globale al mondo arabo intende assicurarsi l’approvvigionamento energetico necessario al suo sviluppo.

Nello del Gatto, dopo aver lavorato come giornalista di nera e giudiziaria nella provincia di Napoli seguendo i più importanti processi di camorra, si è dedicato agli Esteri. Nel 2003 era alla stampa della presidenza italiana del consiglio dell'Ue; poi 6 anni in India come corrispondente per l'Ansa e successivamente a Shanghai con lo stesso ruolo.
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lunedì 11 gennaio 2016

L’ASIA IL CONTINENTE PIU' POVERO


Su dati comunicati dalla Asian Development Bank (ASDB) i due/terzi dei poveri del mondo sono in Asia. In questo continente vi sono 1,7 miliardi di persone con un reddito di meno di 2 $ al giorni; in più di questi 828.000 persone hanno un reddito inferiore a 1,25$ aò giorno. La ASDB ha avuto a Roma un incontro in cui ha illustrato i suoi fini: liberare l’Asia dalla povertà per permettere lo sviluppo. Al riguardo sono previsti piani per 730 miliardi di finanziamenti  da destinare ai settori dell’energia, dei trasporti, delle risorse idriche ed a quello della istruzione.

Massimo Coltrinari


giovedì 7 gennaio 2016

Cina: aperture militari all'Europa

Asia
Le relazioni militari tra Cina ed Europa: dinamiche attuali e prospettive
Nicola Casarini
04/01/2016
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L’evoluzione della postura militare cinese, incluse le revisioni dottrinali che si sono susseguite negli ultimi decenni, è oggetto di attenta osservazione da parte di Washington e dei suoi alleati asiatici.

L’Europa, seppur distante e non coinvolta direttamente nel mantenimento della sicurezza in Asia orientale, ha comunque prestato una certa attenzione a tali dinamiche. Già alla fine degli anni Settanta, infatti, un rapporto dell’Unione dell’Europa occidentale (Ueo), aveva messo in luce le implicazioni dell’evoluzione economico-politica e militare della Cina per la sicurezza europea (1).

Nel giugno del 1978, l’Assemblea della Ueo approvò una risoluzione (2) che raccomandava ai paesi membri di considerare in maniera favorevole le crescenti richieste cinesi di ottenere tecnologie occidentali, anche quelle dual-use e dall’evidente potenziale militare. Questo perché dopo il viaggio di Nixon in Cina nel 1972, la Repubblica popolare era diventata parte della strategia americana di contenimento dell’Unione Sovietica.

In un tale contesto, alcuni alleati europei degli Stati Uniti erano stati autorizzati a vendere tecnologia militare alla Cina, cosa che Washington non poteva fare per questioni di politica interna. Durante gli anni Ottanta, a varie delegazioni cinesi in visita in Europa era stato inoltre concesso di visitare fabbriche di armamenti e istallazioni militari della Nato. Il tutto fu reso possibile da due fattori: il beneplacito degli Stati Uniti e l’esistenza di un comune nemico.

Dal congelamento delle relazioni sino-europee all’apertura
In seguito al crollo dell’Unione Sovietica e dopo la repressione degli studenti da parte dell’esercito cinese in piazza Tian’anmen avvenuta nel giugno del 1989, le relazioni militari tra Europa e Cina subirono un congelamento. Il simbolo più forte di questo nuovo corso nelle relazioni sino-europee fu l’adozione dell’embargo sulla vendita di armi - tuttora in vigore.

Dal 1989 e fino all’ottobre 2003, quando Bruxelles e Pechino siglarono il partenariato strategico, le relazioni tra le due parti furono soprattutto incentrate sulle questioni economiche e commerciali. Nel 2003 avvenne, però, una svolta dalle importanti ripercussioni internazionali.

Sull’onda del partenariato strategico, i grandi paesi della Ue - con in testa Francia e Germania, ma anche Regno Unito e Italia - decisero di aprire la discussione sul superamento dell’embargo sulla vendita di armi.

Con una Cina in profonda trasformazione e un interscambio commerciale Ue-Cina in continua crescita, le leadership europee pensarono fosse giunto il momento di mandare un messaggio politico chiaro a Pechino, eliminando quello che il presidente francese dell’epoca, Jacques Chirac, aveva definito un anacronismo del passato.

Nell’autunno del 2003, un’intesa di massima su questo tema fu raggiunta in seno alla Ue-15. Anche i paesi del Nord Europa più sensibili alla questione dei diritti umani e con Parlamenti dove è tradizionalmente forte la lobby pro-Taiwan - come Svezia e Danimarca - avevano comunque deciso di allinearsi alla maggioranza degli altri paesi, anche per paura di eventuali rappresaglie commerciali da parte di Pechino, nel caso fossero stati additati come coloro che avevano impedito l’avvio di una tale discussione.

Nonostante ciò, la forte opposizione degli Stati Uniti (3) e dei loro alleati asiatici - in primis il Giappone - insieme all’intervento nel dibattito di alcuni parlamenti nazionali e del Parlamento europeo contrari alla revoca dell’embargo a causa delle continue violazioni dei diritti umani da parte del regime cinese, convinsero nel giugno 2005 un Consiglio europeo a 25 - in seguito all’allargamento della Ue ai paesi dell’Europa centrale e orientale - a sospendere sine die ogni discussione sul punto. Con questa decisione, la Ue metteva fine alle sue aspirazioni di riconoscere politicamente la Cina.

Lady Pesc e il dialogo con la Cina
Una ripresa della cooperazione sino-europea negli ambiti militari, di sicurezza e difesa si è avuta solo negli ultimi anni, in seguito alla creazione del Servizio europeo per l’azione esterna (Seae).

Dal 2011 è stato infatti avviato un dialogo annuale tra l’Alto rappresentante dell’Unione per gli affari esteri e la politica di sicurezza e il ministro della Difesa nazionale cinese. Da notare che la Cina è l’unica tra le grandi potenze con la quale esiste un tale dialogo annuale, il quale permette all’Alto rappresentante Ue di parlare a nome dei 28 paesi membri anche su questioni militari.

Nonostante i temi discussi siano alquanto generici, l’Unione trae comunque un buon vantaggio di immagine da questo dialogo, al quale si affianca il dialogo annuale politico-strategico Ue-Cina.

Sull’onda di questi dialoghi, la delegazione Ue a Pechino è stata la prima tra tutte le rappresentanze dell’Unione all’estero ad aprire un ufficio dedicato esclusivamente alle questioni sicurezza e difesa e ad avere un attaché militare. A questo ha indubbiamente contribuito la creazione, dal 2012, di un dialogo ad hoc tra il presidente del Comitato militare della Ue – attualmente il generale greco Mikhail Kostarakos - e il suo corrispettivo dell’Esercito popolare di liberazione.

Bilanci della difesa
Il dialogo militare tra Ue e Cina trova una sua ragion d’essere anche nei dati relativi ai rispettivi bilanci della difesa. La spesa militare totale dei paesi Ue è seconda solo a quella del Pentagono e ammontava nel 2014, secondo i dati Sipri, a 278 miliardi di dollari (equivalente all’1,5% del Pil europeo). Ovviamente questi dati celano profonde differenze tra i paesi membri, che impediscono all’Unione di diventare una effettiva potenza militare.

Eppure, non può non colpire come il bilancio della difesa cinese, che a fine 2014 ammontava a 216 miliardi di dollari (sempre secondo il Sipri, mentre le cifre ufficiali del governo indicano una somma totale di 131 miliardi di dollari, equivalente all’1,2% del Pil cinese) resti inferiore al dato aggregato della Ue.

Questi dati ci permettono di concludere che la Ue sarebbe in grado di dialogare - e cooperare - con Pechino su un piano di vera parità, se solo i paesi membri trovassero la necessaria volontà politica e coesione interna. In mancanza di ciò - e nonostante i vari dialoghi sopra elencati - la Ue continua a essere percepita a Pechino come una grande potenza economica, ma un nano politico e militare.

(1) Frederic Bennett, “La Chine et la sécurité européenne”, Actes officiels, 24ème session ordinaire, 1ère partie, I. Documents de seance (Parigi: Unione dell’Europa occidentale, 1978), 79-97.
(2) Recommandation n° 315 sur la Chine et la sécurité européenne, adottata il 21 giugno 1978.
(3) Kristin Archick, Richard F. Grimmett e Shirley Kan, European Union’s arms embargo on China: implications and options for U.S. policy (Washington: Congressional Research Service, 2005), https://www.fas.org/sgp/crs/row/RL32870.pdf.

Articolo pubblicato su OrizzonteCina, rivista online sulla Cina contemporanea a cura di Torino World Affairs Institute e Istituto Affari Internazionali
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Nicola Casarini, responsabile di ricerca Asia, Istituto Affari Internazionali (IAI).
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domenica 3 gennaio 2016

Sud Est Asiatico in ascesa

Sud Est asiatico
Il debutto dell’Asean Economic Community 
Pietro Ginefra
14/12/2015
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Con la nascita della sua comunità economica, l’Asean - l’ Associazione delle Nazioni del Sud-Est Asiatico istituzione fondata nel 1967 da Indonesia, Malesia, Filippine, Singapore e Tailandia che, successivamente, ha coinvolto anche il Brunei (1984), il Vietnam (1995), il Laos e il Myanmar (1997) e la Cambogia (1999) - ha raggiunto uno dei suoi ultimi obiettivi politici.

Dopo aver posto le basi per creare un nucleo politico in grado di confrontarsi con il resto del mondo e sviluppare il network e le economie di scala necessarie per conseguire obiettivi socio-economici a cui i paesi membri non avrebbero potuto aspirare singolarmente, l’Asean ha contribuito a realizzare pace, prosperità e stabilità geo-politica regionale.

Il tutto anche se negli ultimi cinquant’anni numerosi sono stati gli avvenimenti di natura economica e finanziaria che avrebbero potuto ritardare il processo di sviluppo della regione.

Assist alla crescita
Proprio la stabilità politica della regione ha consentito, ad esempio, che, dopo il Plaza Agreement del 1985, le imprese giapponesi accelerassero il processo di integrazione delle loro strutture produttive con quelle dei paesi dell’area favorendo la nascita delle tigri asiatiche.

La successiva trasformazione della Cina nella fabbrica del mondo ha consentito a tutti i paesi del sud-est asiatico di entrare nelle catene del valore globale, offrendo spesso, grazie alla presenza degli investitori giapponesi, strutture specializzate nella produzione di semi lavorati ad alto valore aggiunto, da assembleare in paesi caratterizzati da salari più bassi.

La crisi finanziaria del 1997-98 ha, invece, spinto i paesi dell’area a lanciare, già nel 2000, su impulso del Ministro delle Finanze giapponese, Miyazawa, la Chiang Mai Initiative, accordo che consente ai paesi membri dell’Asean di ridurre i rischi di nuove crisi finanziarie condividendo, secondo specifiche procedure, le riserve ufficiali di Cina, Corea del Sud e Giappone - tra le più cospicue del mondo - in caso di eventuali attacchi speculativi alle valute della regione.

Sud-est asiatico sempre più integrato e competitivo
Agli inizi del 1997, i capi di stato dei paesi membri hanno approvato “l’Asean Vision 2020”, formalizzato nel 2003 con il Bali Concord II.

Il progetto di integrazione del sud-est asiatico (Single Asean Community) che i paesi intendono perseguire si basa su tre pilastri: l’Asean Security Community, l’Asean Economic Community e l’Asean Socio-cultural Community. Nel 2007, sono stati sottoscritti i Blueprint relativi ai tre pilastri ed è stata anticipata al 2015 la realizzazione del progetto.

L’Asean Economic Community Blue print intende rendere la regione del sud-est asiatico più competitiva sotto il profilo economico, favorendo lo sviluppo di un’unica base produttiva e di un unico mercato, garantendo uno sviluppo economico equo e sostenendo una maggiore integrazione dei paesi membri nel sistema economico globale.

Libera circolazione di beni, servizi, investimenti e lavoro qualificato, da un lato, e una regolamentazione meno restrittiva dei movimenti dei capitali, dall’altro, saranno gli elementi caratterizzanti questa nuova aggregazione che, se fosse costituita da un unico paese, rappresenterebbe la settima economia mondiale con un Pil pari, nel 2013, a 2,4 trilioni di dollari e con una popolazione di circa 600 milioni di abitanti.

Forum Italia-Asean
Purtroppo i processi decisionali dell’Asean Economic Community sono ancora demandati ai singoli stati nazionali competenti, tra l’altro, per la politica commerciale.

In assenza di accordi di libero scambio, che l’Unione Europea sta negoziando con i singoli paesi dopo aver avviato inutilmente trattative con la Segreteria Generale dell’Asean, difficilmente le imprese di paesi terzi potranno usufruire di condizioni di mobilità interne all’Asean simili a quelle tipiche del mercato unico europeo.

Tuttavia, appare rilevante, sotto il profilo politico, la costituzione di una Comunità rappresentativa di un nucleo di paesi che stanno realizzando un articolato progetto di integrazione economica e finanziaria.

L’Asean Economic Community potrebbe, infatti, rappresentare sempre più un elemento di stabilizzazione di un’area sottoposta a particolari tensioni da parte di Cina e Stati Uniti in competizione per la leadership nel Pacifico. La rilevanza strategica della regione è, d’altronde, sottolineata dall’importanza, per le rotte marittime, dello stretto di Malacca da cui passa il 40% del commercio mondiale.

In Italia, l’attenzione per l’Asean Economic Community ha portato alla creazione dell’Associazione “Forum Italia-Asean” presieduta dall’ex Presidente del Consiglio, Enrico Letta. L’Associazione, nata nel 2015, si ripromette di favorire scambi culturali, commerciali, industriali e finanziari al fine di sviluppare possibili sinergie tra l’Italia e i paesi della regione, le cui potenzialità sono amplificate proprio dall’avvio della comunità economica.

Pietro Ginefra è Direttore Principale, Servizio Relazioni Internazionali, Banca d’Italia. Le opinioni dell’autore sono strettamente personali e non possono essere attribuite all’Istituzione di appartenenza.
 

martedì 15 dicembre 2015

Gli interessi strategici di Russia e Turchia


 Dal momento in cui la Russia ha iniziato a operare stabilmente in Siria sono state compiute diverse violazioni dello spazio aereo turco: i velivoli da combattimento russi hanno sconfinato nello spazio aereo di Ankara in più occasioni. Le violazioni di maggiore rilevanza si sono verificate il  3 e 4 ottobre scorsi; in questi due casi aerei Su-24 e Su-30SM sono entrati nello spazio aereo della Turchia per diversi minuti, nonostante gli avvertimenti della difesa aerea. Il 24 novembre, un Su-24 russo è stato abbattuto al confine fra Siria e Turchia da caccia F-16 in seguito ad uno sconfinamento di circa 17 secondi nel territorio turco. L’abbattimento dell’aereo da guerra russo non è stata una semplice risposta all’ennesimo sconfinamento compiuto dall’aviazione russa. Quest’ultimo deve essere interpretato come la conseguenza naturale dell’avanzata dell’esercito siriano nel nordovest della Siria, nei pressi di alcuni villaggi a maggioranza turcofona, occupati dalle milizie d’opposizione turkmene, che al momento costituiscono un supporto fondamentale di Ankara nella zona nord-occidentale del paese. In questo scenario la Russia ha avuto un ruolo rilevante, effettuando dei raid aerei a supporto dell’offensiva siriana. La Turchia vuole impedire che la regione di Aleppo cada nelle mani dell’esercito siriano, il quale, con l’aiuto dei bombardamenti russi, sta accerchiando la parte della città ancora in mano ai ribelli. Inoltre Ankara sta facendo leva sulla diffusa preoccupazione europea che tra i profughi possano infiltrarsi i terroristi dello Stato Islamico. La notevole pressione che sta esercitando sulle forze occidentali ha come fine quello di ottenere il supporto per la creazione delle zone sicure o No fly zone nel nord della Siria, le quali potrebbero contenere campi profughi ed evitare che gli sfollati proseguano nel loro transito verso l’Europa. Si tratterebbe di fasce territoriali occupate, alle quali l’esercito siriano e i suoi alleati non avrebbero alcun accesso. In realtà il vero obiettivo è arrestare l’avanzata delle milizie curde dell’Ypg lungo il confine e mantenere aperti i canali di collegamento con i gruppi ribelli islamisti siriani appoggiati da Ankara. La Russia vuole evitare che ciò avvenga. In una prospettiva a lungo termine la Turchia teme che un’eventuale federalizzazione del territorio siriano permetta ai curdi di prendere il sopravvento sui territori che delimitano il confine fra la stessa Turchia e la Siria,  negando alla prima l’accesso al territorio siriano. Se il territorio siriano occupato dai curdi dovesse ottenere un riconoscimento internazionale come stato autonomo entro determinati confini, potrebbe spingere all’insurrezione i 10 milioni di curdi che popolano la Turchia e alimentare le ovvie pretese di autonomia.
Al momento ci sono fattori importanti che dovrebbero evitare l’escalation fra Turchia e Russia:
·       Le imprese turche hanno costruito una parte consistente delle infrastrutture dei giochi olimpici di Sochi; in cambio i Russi hanno ottenuto l’appalto per costruire una centrale nucleare sulle coste mediterranee della Turchia.
·       La Turchia è il secondo acquirente per quantità di grano importato dalla Russia dopo l’Egitto. Negli ultimi mesi ha acquistato 1,6 milioni di tonnellate di grano dalla Russia. Se questo scambio commerciale dovesse essere interrotto la Turchia sarebbe costretta ad acquistare il grano da altri paesi ad un prezzo più alto.
·       La Turchia è il secondo importatore di gas naturale russo al mondo. Mesi fa i due paesi hanno approvato la costruzione di un gasdotto attraverso il Mar Nero.
·       Buona parte del materiale pesante che la Russia trasporta verso la Siria segue una rotta marittima che include lo stretto dei Dardanelli, un canale di transito al quale non potrà rinunciare.
·       Negli ultimi anni la Turchia è stata una delle principali mete turistiche dei russi. Solo nel 2014 più di tre milioni di visitatori russi hanno speso 3,6 miliardi di dollari. Nello stesso anno il commercio tra questi due stati ha superato i 30 miliardi di dollari.
L’eventuale deterioramento dei rapporti economici e diplomatici fra Mosca e Ankara dipende dalla possibile sospensione delle sanzioni imposte a Mosca in merito alla questione ucraina. Nel caso in cui dovessero essere  ripristinati gli scambi commerciali tra Europa e Russia, quest’ultima potrebbe  interrompere il partenariato economico con la Turchia e continuare ad operare contro i ribelli siriani e le minoranze turcofone nel nord della Siria, alimentando un clima di tensione già alto.

Alessandro Ugo Imbriglia


mercoledì 2 dicembre 2015

Siria e Iraq al centro degli interessi internazionali



In Siria, nelle ultime settimane, le potenze sunnite hanno fornito missili anticarro a gruppi dell’Esercito Siriano Libero e del Fronte Islamico, mentre non si dimostra efficace l’offensiva delle forze armate del regime, sostenute dal supporto logistico e militare iraniano oltre che dai raid russi. Dunque il piano di Vladimir Putin, finalizzato a facilitare lo scontro tra Assad e i jihadisti per aumentare il potere di contrattazione del regime in un eventuale patto con la comunità internazionale, si sta rivelando più complicato del previsto. La Russia vorrebbe svolgere un ruolo da protagonista nella soluzione della crisi, perché ne uscirebbe rafforzata sul piano del prestigio, consolidando la propria posizione in Medio Oriente. Per tal motivo sta rafforzando i contatti con le altre potenze internazionali, lasciando intendere che la resistenza potrebbe partecipare al negoziato. La Russia sarebbe favorevole ad un passo indietro del presidente siriano dopo le elezioni, mentre Stati Uniti, Arabia Saudita e Turchia sosterrebbero le elezioni solo dopo l’uscita di scena di Assad. Nel frattempo, sul fronte iracheno, l’esercito e le tribù sunnite locali hanno sottratto il 40 per cento della provincia di Ramadi, a circa 127 chilometri a ovest di Baghdad, al gruppo Stato Islamico, compreso l’impianto di raffinazione di Baiji. La provincia di Ramadi si estende per 138.500 chilometri quadrati nella parte occidentale del paese, e prima del conflitto aveva un milione e mezzo di abitanti. Una seconda operazione via terra, condotta dai peshmerga e coaudivata dalle forze statunitensi è stata effettuata a sette chilometri a nord dalla città di Hawija,  nell’area occidentale dell’Iraq, al confine con il Kurdistan iracheno, e ha condotto alla liberazione di circa settanta ostaggi che stavano per essere giustiziati. Era  previsto che le truppe statunitensi si limitassero a fornire consulenza ai combattenti curdi, ma sono intervenute sul campo a causa delle difficoltà incontrate dal contingente curdo. Durante l’incursione ha perso la vita un militare statunitense, il primo da quando il presidente Obama ha ordinato il ritiro delle truppe dall’Iraq nel 2011. Inoltre è la prima volta che un soldato americano perde la vita in un combattimento sul terreno contro il gruppo Stato islamico. Il soldato è stato colpito a Hawija e poi trasportato all’ospedale di Erbil, dove è deceduto. A questo punto  sarà fondamentale per le forze irachene consolidare le due vittorie e giungere ad una riconciliazione con gli abitanti dei territori sottratti al controllo dello Stato Islamico. Una fonte del ministero della difesa iracheno ha rivelato che il governo iracheno non era stato informato dell’operazione di salvataggio. In questo quadro complicato gli Stati Uniti provano a coniugare gli interessi delle forze curde con gli obiettivi delle autorità irachene, che combattono entrambe contro lo Stato islamico, nonostante l’equilibrio precario che ha contraddistinto da sempre i loro rapporti. Dall’anno scorso diversi consiglieri militari e istruttori statunitensi sono tornati in alcune zone dell’Iraq per addestrare le truppe irachene e i combattenti curdi. A questo punto  sarà fondamentale per le forze curde ed irachene consolidare le due vittorie e giungere ad una riconciliazione con gli abitanti dei territori sottratti al controllo dello Stato Islamico.


Alessandro Ugo Imbriglia

venerdì 27 novembre 2015

Cina la prospettiva militare

Orizzonte Cina
Pechino: Nato, Ue e vicinato d'Italia 
Giuseppe Cucchi
09/12/2015
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Che Cina ed Europa potessero giungere ad avere interessi e preoccupazioni di sicurezza condivisi o contrapposti, ma in ogni caso comuni sembrava - più o meno sino al 2010 - un’ipotesi ben lontana dal potersi un giorno realizzare.

Più che la considerevole lontananza geografica era infatti la pressoché completa reciproca estraneità dei due protagonisti negli ultimi sessant’anni che finiva col condizionare una percezione almeno in parte ancorata a stereotipi ormai sorpassati dai fatti e dalla storia.

Diverso invece il caso dell’Alleanza atlantica, inevitabilmente condizionata dalla presenza di un’America che aveva iniziato molto presto a considerare Pechino come il più immediato - e quindi il più pericoloso - dei potenziali aspiranti a sostituirla al vertice della leadership mondiale.

Un peccato mortale per un paese che - come gli Stati Uniti - non sopporta l'idea di essere considerato una potenza in declino, destinata, in un giorno ormai non molto lontano, a non essere più la prima superpotenza.

L’aleatorietà dei rapporti Cina Nato 
Così, almeno sin dall'inizio di questo secolo, la crescente preoccupazione americana per la crescita cinese ha finito con l'estendersi anche alla Nato: rimanendo all'inizio una preoccupazione vaga e lontana, ma divenendo molto più attuale nel momento in cui l'Alleanza ha superato tutti i vincoli di membership, di missione e di area geografica previsti dal suo trattato costitutivo per guidare un’articolata “coalition of the willing” in una missione afgana che si sta concludendo solo ora in un crepuscolo pieno di incertezze.

Con tale missione la Nato entrava a gamba tesa in Asia centrale, in una zona che si poteva considerare come un “backyard cinese”, secondo la terminologia americana, o come un “near abroad di Pechino” secondo quella russa.

La presenza più che decennale dell’Alleanza in Afghanistan, oltre ad avere un effetto stabilizzante per tutta l’area, ha permesso altresì alla Cina di non impegnarsi direttamente nel contenere l’espansione dell’estremismo islamico e il suo travaso dall’area pashtun afgana a quella uigura cinese.

Un fatto che spiega perché Pechino abbia tollerato per un periodo tanto lungo la presenza Nato in zone così prossime al suo territorio nazionale senza tentare di contrastarla in alcun modo e in alcuna sede.

Le difficoltà e i contrasti che potrebbero insorgere fra Pechino e l’Alleanza si concentrano così al momento soltanto sul contenzioso in atto nel Mar cinese meridionale, rimanendo, quindi, sino a prova contraria, unicamente potenziali.

Almeno in teoria la Nato dovrebbe infatti rimanere del tutto indifferente a una disputa tanto lontana dalla sua area e così estranea ai suoi interessi.

Se però le cose dovessero avviarsi su una china negativa, un’eventuale presa di posizione dura da parte degli Stati Uniti non potrebbe non ripercuotersi sull’Alleanza, ove l’azione congiunta di Washington e di un establishment Nato alla disperata ricerca di missioni che ne giustifichino la sopravvivenza finirebbe probabilmente col tradursi in qualche forma di coinvolgimento.

Un indizio di quanto potrebbe succedere è dato tra l’altro dal fatto che la Nato ha già da tempo rapporti particolari con il Giappone, mentre non ne intrattiene alcuno con la Cina.

Ue-Cina, sulla sicurezza rapporti stabili
All’aleatorietà dei rapporti della Cina con la Nato nel settore della sicurezza si contrappone la sostanziale stabilità di quelli con l’Unione europea, rimasti invece molto buoni, nonostante esistano fra i due protagonisti contenziosi - in atto e potenziali - che potrebbero col tempo rivelarsi pericolosi, e malgrado il fatto che i paesi dell’Unione siano al contempo, in maggioranza, anche membri dell’Alleanza atlantica.

Un comportamento vagamente schizofrenico da parte di alcuni protagonisti che seguono in pari tempo - nelle due diverse sedi - politiche in parte divergenti fra loro? La dimostrazione di quanto fortemente si possa far sentire in ambito Nato l’influenza degli Stati Uniti, che invece possono influire soltanto indirettamente sull’Unione?

Questo e altro, certamente, ma allo stesso tempo anche la piena coscienza di come la Cina possa progressivamente evidenziarsi come un partner importante e un protagonista di assoluto rilievo non soltanto nell’ambito politico ed economico ma anche in quello della sicurezza comune.

Molto gradualmente, la Cina è effettivamente riuscita ad avvicinarsi all’Europa, per lo meno per tramite delle proiezioni di forza oltremare. In Africa la presenza cinese si è progressivamente infittita negli ultimi vent’anni, arrivando a coprire con una rete capillare più o meno tutti i paesi del continente.

E non si tratta certamente di piccoli numeri: quando dovettero evacuare i connazionali dalla Libia in fiamme, i cinesi trassero in salvo oltre 35mila persone.

In parallelo alla crescita di tale presenza è altresì aumentata ovunque anche l’influenza cinese, ovviamente a discapito di preesistenti condizioni di privilegio, per la gran parte inglesi o francesi.

L’Europa si trova quindi a confrontarsi, in questo momento, con l’influenza crescente di un paese che è una grande potenza e che sempre più afferma la propria presenza sulla sponda meridionale del Mediterraneo, attraverso un processo che almeno potenzialmente potrebbe instradarla su una rotta di collisione con le due maggiori potenze militari dell’Unione.

La presenza cinese nel Mediterraneo e in zone contermini si esprime poi, ogni giorno di più, anche in altre forme che più direttamente coinvolgono il concetto di sicurezza. Contingenti di Pechino sono schierati da tempo con le forze Onu in Libano e nel Mali.

La Marina cinese è reduce da recenti manovre congiunte con quella russa nel bacino orientale del Mare nostrum. Contemporaneamente, essa coopera con le Marine Nato nell’azione anti-pirateria a sud di Suez.

Il Ministero degli affari esteri cinese ha evacuato qualche mese fa dallo Yemen travolto dalla guerra civile i connazionali a rischio - questa volta circa 600 - preoccupandosi inoltre di trarre in salvo anche i resortissants dell’Unione europea. Un bel gesto nei confronti dell’Europa, e una chiara dimostrazione di programmata efficienza.

Nel contempo, però, Pechino continua a insistere in tutte le sedi possibili perché l’Ue si decida a rispettare le promesse - più volte fatte e mai tradotte in realtà - di porre fine a un embargo sull’esportazione di armamenti in Cina che pressioni americane e veti inglesi hanno sino a questo momento impedito di revocare.

Revival delle vecchie Vie della seta 
In un certo senso si ha l'impressione di essere dinanzi a un articolato disegno strategico, quasi una enorme e complessa tela che di giorno in giorno sempre più si infittisce ed è probabilmente destinata a ricevere ancora maggiore impulso dal colossale progetto cinese di ripristino e ampliamento delle antiche “Vie della seta”, l’una terrestre e l’altra navale, che, partendo dalla Cina, avranno entrambe come terminali paesi dell’Unione.

Considerando come esse dovrebbero essere destinate a incrementare in grande misura flussi di commercio già ora molto consistenti, si comprende con facilità quale possa essere domani la dimensione dei problemi di sicurezza che Ue e Cina dovranno essere in condizione di gestire insieme.

Sorgono però spontanei, a questo punto, due fondamentali interrogativi destinati a rimanere entrambi senza risposta, almeno per il momento. Il primo riguarda la capacità di un’Ue che è ancora priva di una vera politica estera e di sicurezza comune di affrontare sfide di queste dimensioni e complessità.

Il secondo consiste invece nel chiedersi se e fino a quando durerà l’interesse europeo nel mantenere in vita un’Alleanza atlantica che ha già pesantemente contribuito a guastare i rapporti tra l’Europa e la Russia e che rischia di porci in tensione, in futuro, anche con la Cina.

Articolo pubblicato su OrizzonteCina, rivista online sulla Cina contemporanea a cura di Torino World Affairs Institute e Istituto Affari Internazionali.

Giuseppe Cucchi, Generale, è stato Rappresentante militare permanente presso la Nato e l’Ue e Consigliere militare del Presidente del Consiglio dei Ministri.
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