Asia

Per la traduzione in una lingua diversa dall'Italiano.For translation into a language other than.

Il presente blog è scritto in Italiano, lingua base. Chi desiderasse tradurre in un altra lingua, può avvalersi della opportunità della funzione di "Traduzione", che è riporta nella pagina in fondo al presente blog.

This blog is written in Italian, a language base. Those who wish to translate into another language, may use the opportunity of the function of "Translation", which is reported in the pages.

Metodo di ricerca ed analisi adottato

Per il medoto di ricerca ed analisi adottato

Vds post in data 30 dicembre 2009 sul blog www.coltrinariatlanteamerica.blogspot.com
seguento il percorso:
Nota 1 - L'approccio concettuale alla ricerca. Il metodo adottato
Nota 2 - La parametrazione delle Capacità dello Stato
Nota 3 - Il Rapporto tra i fattori di squilibrio e le capacità delloStato
Nota 4 - Il Metodo di calcolo adottato

Per gli altri continenti si rifà riferimento al citato blog www.coltrinariatlanteamerica.blogspot.com per la spiegazione del metodo di ricerca.

Cerca nel blog

mercoledì 10 maggio 2017

Corea del sud: un voto senza sorprese

Elezioni presidenziali
Corea del Sud al voto fra sfide e minacce
Lorenzo Mariani
07/05/2017
 più piccolopiù grande
All’ombra delle continue provocazioni militari a cui Pyongyang e Washington ci hanno abituato nel corso degli ultimi mesi, martedì 9 maggio i sudcoreani saranno chiamati a scegliere il loro prossimo presidente in uno dei momenti più delicati nella storia politica del Paese.

Dopo lo scandalo per corruzione ed abuso di potere che lo scorso 10 marzo ha portato alla destituzione della presidentessa Park Geun-hye, i tredici candidati in lizza per la presidenza hanno avuto poco meno di due mesi di campagna elettorale per esporre a 42 milioni di elettori le loro soluzioni per affrontare le stringenti questioni domestiche ed internazionali che opprimono la Corea del Sud.

Stando alle ultime proiezioni, tuttavia, il voto di martedì non dovrebbe riservare grandi sorprese. Con l’attuale partito di governo ai minimi storici dopo lo scandalo Park, è il candidato del Democratic Party of Korea (Dpk), Moon Jae-in, a dominare incontrastato la corsa elettorale con il 40% delle preferenze e ben venti punti di distacco da AhnCheol-soo, secondo in classifica.

Le proposte presentate dal leader del centro-sinistra nel corso di queste settimane sono in netto contrasto con la linea politica adottata dalla precedente amministrazione e dopo aver dichiarato di voler riformare l’assetto politico ed economico della nazione, Moon promette di avere la soluzione per riaprire il dialogo con la Corea del Nord.

Economia: spine corruzione e crescita
Nonostante la crescente tensione sul 38° parallelo abbia occupato per diverse settimane le prime pagine di tutti i quotidiani internazionali, l’onere di dover trovare una soluzione alla questione nordcoreana è solo una delle molte urgenze che il prossimo inquilino della Casa Blu erediterà dalla controversa presidenza Park.

Dopo l’ennesimo scandalo di corruzione nella breve storia democratica del Paese, i cittadini sudcoreani chiedono ora che venga posta fine alle frequenti collusioni tra il mondo della politica e quello delle chaebol, i conglomerati industriali che dominano l’economia coreana.

Nonostante il varo di una nuova legge anti-corruzione lo scorso settembre, l’impeachment della presidentessa Park sembrerebbe aver gravemente compromesso la fiducia dei cittadini nei confronti dell’attuale classe politica. In questo senso, la nuova amministrazione dovrà darsi da fare per dimostrare di avere la volontà politica di riformare le chaebol, spesso ritenute intoccabili, privandole dell’influenza che spesso riescono ad esercitare sui vertici dello Stato.

Sul fronte economico, invece, il rallentamento della crescita del Paese ed il costante indebitamento medio delle famiglie sudcoreane minacciano di portare alla sclerosi il modello di sviluppo che ha reso la Corea del Sud una delle principali potenze economiche su scala globale.

La marcata disuguaglianza economica che divide le classi lavorative del Paese e l’alto tasso di disoccupazione, specialmente tra i giovani, sono altri due importanti fattori di rischio. La progressiva precarietà nel mondo del lavoro ha infatti portato ad una drastica diminuzione dei matrimoni con un forte impatto anche sul numero delle nascite, con il tasso di crescita demografica attualmente all’ 1.2% ed in costante diminuzione.

Distensione con Pyongyang e questione ambientale
Altra questione delicata è poi quella ambientale, tema sempre più importante per gli elettori sudcoreani. Nei primi mesi del 2017, il livello dell’inquinamento atmosferico nell’area metropolitana di Seoul ha segnato un nuovo record negativo, facendo apparire per la prima volta la capitale sudcoreana tra le città asiatiche con la più alta concentrazione giornaliera di polveri sottili. Per poter ridurre le proprie emissioni, il Paese sta progressivamente spostando il suo fabbisogno energetico su nuovi impianti industriali, ma anche in questo caso il problema dello smaltimento dei rifiuti sembra ancora essere privo di soluzione.

Infine, vi è la delicata posizione di Seoul sulla scena internazionale. L’escalation militare tra Corea del Nord e Stati Uniti ha portato nelle scorse settimane allo schieramento in territorio sudcoreano dello scudo missilistico Thaad, fortemente inviso alla Cina, la quale ha minacciato pesanti ripercussioni economiche sui rapporti con Seoul. I sudcoreani si ritrovano così divisi su due fronti, con i liberali che chiedono di negoziare la riapertura dei canali di cooperazione economica con Pyongyang in cambio di una distensione dei rapporti ed il fronte conservatore che chiede di continuare sulla linea dura della deterrenza.

L’agenda di Moon
Le elezioni di martedì rappresentano dunque soltanto la prima delle numerose sfide che attendono Moon Jae-in in caso di vittoria. Il leader del Dpknon è di certo un volto nuovo nella politica sudcoreana. Con un passato da militante nelle associazioni studentesche e di avvocato per i diritti umani, Moon ha ricoperto dal 2003 al 2008 il ruolo di capo di gabinetto del presidente RohMoo-hyun, l’ultimo capo di Stato ad aver promosso una concreta politica distensiva nei confronti di Pyongyang.

Contando su un forte consenso elettorale nelle due principali città metropolitane del paese, Seoul e Busan, Moon è sostenuto da un elettorato giovane, che vede nelle sue proposte la promessa di un taglio netto con la politica delle ultime due amministrazioni conservatrici.

In ambito domestico, Moon ha promesso, oltre alla riforma delle cheabol, lo stanziamento di fondi statali che permetterebbero la creazione di circa un milione e mezzo di nuovi posti di lavoro. Ha inoltre avanzato l’idea di una possibile riforma costituzionale per poter permettere un secondo mandato presidenziale e garantire così maggiore continuità e stabilità al Paese.

Sul fronte estero, invece, durante la campagna elettorale Moon Jae-in ha più volte espresso la volontà di riaprire ai negoziati con Pyongyang, indicando la cooperazione economica tra i due Paesi come l’unica soluzione pacifica che possa garantire una de-escalation militare nella regione. In questo senso, l’immediata riapertura del distretto industriale congiunto di Kaesong rappresenterebbe il primo passo verso la distensione dei rapporti con il Nord.

Per quanto riguarda l’alleanza con Washington, Moon è stato molto critico nei confronti del dispiegamento del Thaad e si è espresso più volte a favore di un maggiore controllo di Seoul sulle decisioni strategiche riguardanti la difesa del Paese. La fermezza di Moon Jae-in e le sue posizioni riguardo il futuro delle relazioni inter-coreane gli sono già valsi il soprannome di “negoziatore” sull’ultima copertina del Times, ma per poter dimostrare l’efficacia delle sue convinzioni il candidato progressista dovrà ancora aspettare sino a martedì.

Lorenzo Mariani è assistente alla ricerca dell’area Asia dello IAI, dove si occupa di Relazioni internazionali dell’Asia orientale.

venerdì 5 maggio 2017

Cina: nessun cedimento per Tibet,Xinjiang e Homg Kong

Tentazioni indipendentiste
Cina: flessibilità esterna, rigidità interna
Nello del Gatto
03/05/2017
 più piccolopiù grande
Se Pechino da un lato mostra flessibilità e mediazione nelle questioni di politica internazionale, soprattutto legate alla Corea del Nord, dall’altro continua senza esitazione a tenere il pugno duro internamente e a combattere quelle che ritiene essere tentazioni indipendentiste (molte delle quali, invece, sono rivendicazioni di autonomie già concesse a termine di legge). Così, qualsiasi accenno di insubordinazione alle regole imposte e alle posizioni del partito comunista, continua ad essere soffocato sul nascere.

L'attenzione di Pechino e del suo più alto rappresentante, quel Xi Jinping che dal primo momento del suo insediamento ha spinto la Cina verso posizioni sempre più intransigenti e - se possibile - persino peggiori di quelle del passato in termini di libertà di espressione e autonomia, è rivolta in modo particolare verso quelle situazioni che rappresentano un potenziale pericolo per l’unità cinese.

La situazione di Hong Kong
Hong Kong prima di tutto. Ritornata alla Cina nel 1997, l'ex colonia britannica è, almeno sulla carta, una regione autonoma speciale. L'accordo sino-britannico prevede infatti il principio "un Paese due sistemi" fino al 2047, anno in cui poi Hong Kong dovrebbe tornare definitivamente alla Cina. Questo in teoria, come si diceva, perché le ingerenze di Pechino nella vita politica di Hong Kong sono sempre più frequenti.

È di solo qualche giorno fa la notizia dell'arresto di due parlamentari, Sixtus Leung Chung-hang detto Baggio e Yau Wai Ching, per aver tentato di entrare con la forza nel Legco, il Parlamento locale. La storia dei due in realtà va avanti da mesi. Iscritti al partito Young Ispiration, che crede nelle libertà civili e nel rispetto della democrazia (impegnati in quel movimento anti-Pechino chiamato “Umbrella Movement”), i due erano stati eletti lo scorso settembre nelle elezioni amministrative.

I guai per loro erano iniziati presto. Ad ottobre, nel corso della cerimonia di giuramento, pronunciarono volutamente la parola "Cina" nel modo usato dai giapponesi durante la seconda guerra mondiale e considerato offensivo dai cinesi. Non solo: si presentarono issando striscioni su cui c'era scritto "Hong Kong is not China”. Il loro giuramento non è stato riconosciuto come valido e dopo qualche giorno Pechino vietò l’insediamento ai due parlamentari. Il 2 novembre, in segno di protesta, i due tentarono di introdursi nel parlamento e si scontrarono con le forze dell'ordine.

Recependo le disposizioni del governo centrale cinese, il 15 novembre l'alta Corte di Hong Kong ha escluso i giovani parlamentari dalla possibilità di ricoprire l'incarico politico per il quale erano stati eletti. Ora i due, fermati dalla polizia, dovranno anche rispondere delle loro azioni di protesta.

La repressione nello Xinjiang musulmano
Altra regione a patire la pressione cinese è da sempre quella dello Xinjang, a maggioranza musulmana, dove da secoli è insediata la minoranza etnica degli uiguri, che i cinesi mirano a sottomettere a vantaggio della imposizione della cultura Han. Gli uiguri, osteggiati dalla Cina e considerati terroristi, rivendicano l’autonomia concessa (lo Xinjiang è regione autonoma) che dovrebbe declinarsi anche nella possibilità di perseguire la fede, i costumi, le usante islamiche e l’uso dell’arabo.

C’è da dire che alcune fronde uighure chiedono invece l’indipendenza da Pechino anche a suon di attentati. È così, dopo il divieto di portare la barba o il velo femminile, arriva ora da parte del governo cinese il divieto di chiamare i bambini con nomi di derivazione o significato che rimandi alla religione islamica.

Per ora l'ordinanza prevede 12 nomi messi al bando, tra i quali Mohammed e Jihad, ma non è escluso che la lista possa essere ampliata. In caso di violazione del divieto il neonato non potrà essere registrato, e quindi non potrà avere accesso all'assistenza sanitaria e all'istruzione. Pechino giustifica le decisioni parlando di strumenti di lotta all'estremismo religioso.

Nessun cedimento in Tibet
E la situazione resta sempre tesa anche in Tibet dove la Cina non mostra nessun segno di cedimento. Anzi. Anche qui, come nello Xinjiang, XI Jinping e i suoi proseguono con un'opera di evidente cinesizzazione, tentando di sradicare in ogni modo la cultura locale e religiosa e i suoi simboli.

In questa ottica si pone anche la distruzione, avviata ormai mesi fa, di un importante simbolo religioso buddista, il monastero e l'accademia di Larung Gar, considerato la più grande scuola filosofica del Tibet, sito nella prefettura di Kardze. Al momento dell'intervento cinese nella struttura organizzazioni pro Tibet si tratta dell'ennesimo sopruso cinese nei confronti della regione lamaista.

A luglio scorso, dopo l'inizio dei lavori di demolizione, due giovani monache tibetane si tolsero la vita in segno di protesta.

Nello del Gatto, dopo aver lavorato come giornalista di nera e giudiziaria nella provincia di Napoli seguendo i più importanti processi di camorra, si è dedicato agli Esteri. Nel 2003 era alla stampa della presidenza italiana del consiglio dell'Ue; poi 6 anni in India come corrispondente per l'Ansa e successivamente a Shanghai con lo stesso ruolo (Twitter: @nellocats).

mercoledì 3 maggio 2017

India: le relazioni con il Pakistan

Asia
India-Pakistan: tensioni e riposizionamenti
Francesco Valacchi
30/04/2017
 più piccolopiù grande
Il caso giudiziario della presunta spia indiana arrestata e condannata a morte in Pakistan, a inizio aprile, per sabotaggio e reati connessi al terrorismo riporta all’attualità un comportamento dell’India già visto in passato.

Nuova Delhi, a più riprese nella storia delle sue relazioni con il Pakistan, ha usato mezzi a dir poco pragmatici per fomentare l’instabilità nello Stato rivale (si pensi ai vari conflitti per il Kashmir ed alla guerra civile in Pakistan nel 1971). Da parte di Islamabad, le risposte non sono certo state meno aggressive, ma l’attuale deteriorarsi della situazione potrebbe essere dovuto a fattori temporanei di politica interna indiana, oppure essere il cosciente inizio di una strategia più aggressiva di Nuova Delhi contro il Pakistan.

Successo nazionalista
Nell urne delle elezioni locali del grande Stato dell’Uttar Pradesh, a marzo, il partito nazionalista del primo ministro indiano Narendra Modi (Baratyia Janata Party, Bjp) ha ottenuto una schiacciante maggioranza (312 dei 403 seggi in palio), assicurandosi il più netto risultato mai registrato nello Stato negli ultimi quarant’anni. Un successo che vede il rapporto di forze nel palcoscenico politico indiano pendere sempre più a favore del partito nazionalista attualmente al governo.

Forte del risultato, il Bjp ha nominato Yogi Adityianath come governatore dell’Uttar Pradesh. La nuova figura è un religioso fortemente nazionalista, e rappresenta uno dei rarissimi casi in cui il Bjp affida posizioni esecutive ad un membro del clero. Il nazionalismo ed il tradizionalismo sono certo tratti distintivi del partito di Narendra Modi, ma lo stesso attuale primo ministro dell’India era salito al potere grazie alla sua capacità di mediare fra riformismo economico e tradizionalismo induista.

Il possibile spostamento del Bjp verso tematiche sempre più nazionaliste potrebbe essere un tentativo di captazione di consensi dalla parte più conservatrice dell’elettorato una volta che si è ottenuto la fiducia degli elettori più moderati, come pure una svolta ideologica all’interno del partito nel momento i cui si verifica una sempre maggiore presenza di nazionalisti e tradizionalisti fra i quadri.

Le tensioni fra Nuova Delhi e Islamabad
Negli ultimi mesi, Pakistan e India hanno visto impennarsi le tensioni attorno alla contesa regione del Kashmir. A metà settembre 2016, infatti, Nuova Delhi aveva accusato Islamabad di essere mandante di un attacco terroristico ad una sua base militare in Kashmir; mossa che ha dato il via ad un’altalenante crisi.

Ad inizio aprile, la Corte marziale generale (competente a giudicare gli accusati di terrorismo arrestati dalle Forze Armate, a seguito di un emendamento del 2015 al Pakistan Army Act) ha condannato a morte Kulbhushan Jadhav, cittadino indiano accusato di terrorismo e spionaggio. Secondo la corte pakistana, Jadhav avrebbe confessato ancora prima di essere giudicato; per l’India, invece, si tratta nient’altro che di un ex ufficiale della sua Marina militare non collegato ai servizi segreti.

Il tribunale pakistano ha invece concluso che l’accusato è un alto funzionario dei servizi segreti, incaricato dal proprio governo di coordinare cellule terroristiche nella provincia pakistana del Belucistan in grado di colpire in special modo siti ed attività collegate al progetto del corridoio infrastrutturale ed economico realizzato in collaborazione con la Cina (China-Pakistan Economic Corridor). A prescindere da quest’ultimo evento, che se confermato avrebbe una sua particolare gravità, è chiaro che l’India è responsabile dell’innalzamento della tensione almeno quanto il Pakistan.

In una dichiarazione, il ministro degli Interni indiano Rajnath Singh ha affermato che Nuova Delhi potrebbe chiudere i confini con il Pakistan entro il 2018, in modo da scongiurare le continue infiltrazioni terroristiche. Varie altre dichiarazioni ufficiali del governo indiano, a partire da quelle del primo ministro Modi, dimostrano una coordinata recrudescenza dell’India nel confronto col Pakistan.

Il chiaro discorso politico di stampo nazionalista portato avanti da Nuova Delhi sulla crisi con Islamabad potrebbe essere sintomo che l’azione dell’India, a volte decisamente spregiudicata, sia frutto della necessità politica interna di mostrare uno spostamento dell’esecutivo su posizioni di più deciso nazionalismo.

D’altro canto, una realpolitik indiana tanto spinta e sbilanciata, tesa all’ottenimento esclusivo di vantaggi strategici sul terreno, sembra davvero troppo pronunciata. La ricerca del confronto sul piano della sicurezza è tanto più controproducente per entrambi gli Stati, dal momento che a giugno sia India sia Pakistan dovrebbero con ogni probabilità entrare a pieno titolo a far parte della Shanghai Cooperation Organization.

L’ingresso nell’alleanza strategica (che persegue proprio obiettivi di sicurezza, con particolare attenzione per l’anti-terrorismo) è stato intrapreso con una dichiarazione di intenti in vista dell’adesione, l’anno scorso, ed è caldeggiato soprattutto dalla Russia. Mosca sarebbe infatti interessata a un tal allargamento al fine di rendere più efficace il contrasto al terrorismo a sud delle repubbliche centroasiatiche.

Modi a un bivio?
Continuare con la linea dura verso il Pakistan, quindi, se può portare ad un rafforzamento della posizione interna del primo ministro conservatore non può che essere negativo per la politica estera dell’India. In particolare, la consacrazione dell’India come potenza regionale asiatica e, segnatamente, garante della sicurezza per l’area dell’Oceano Indiano e per tutto il subcontinente indiano è in aperto contrasto con le prove di forza nei confronti di Islamabad.

È molto probabile, quindi, che a breve il governo del Bjp sarà soggetto ad una nuova articolazione delle proprie posizioni nella relazione con il Pakistan verso ad un atteggiamento di potenza pacifica e garante della sicurezza.

Francesco Valacchi si è laureato in Scienze Strategiche nel 2004 presso l’ateneo di Torino ed in Studi internazionali presso quello di Pisa nel 2013. È appassionato di geopolitica e strategia; è ufficiale in servizio permanente effettivo nell’esercito italiano.

CINA: sospetto verso l'imprevedibilità di Waschington

olitica estera del Dragone
Nord Corea: Trump e opinione pubblica cinese
Stefano Pelaggi
26/04/2017
 più piccolopiù grande
Sin dai giorni immediatamente successivi alle elezioni statunitensi, Pechino ha guardato con sospetto e velato timore alle mosse di Donald Trump.

La telefonata con la presidente taiwanese TsaiIng-Wen ha suscitato grande agitazione sia in Cina sia negli Usa. L’inusuale approccio in politica estera di Trump ha colto di sorpresa il mondo intero, ma in particolare la leadership cinese è rimasta spiazzata dalla strategia comunicativa del presidente statunitense.

Nell’interpretazione della stampa cinese, l’incontro nella residenza di Trump a Mar-a-Lago con il presidente cinese Xi Jinping ha inaugurato un nuovo corso nelle relazioni sino-statunitensi. Il meeting è stato presentato come un successo diplomatico, soprattutto nella chiave del riconoscimento del ruolo di Pechino nella politica internazionale.

La lettura che i media cinesi hanno dato all’incontro di Xi con il presidente Trump nella residenza privata in Florida è stata incentrata sul riconoscimento da parte di Washington dell’importanza del ruolo di Pechino nello scacchiere internazionale, sulla necessità di un dialogo continuo tra le due principali economie mondiali e sulla crescente interdipendenza economica tra i due Paesi. La Cina da anni sta cercando di presentarsi in patria e all’estero, seguendo una rivisitazione della filosofia confuciana, come una potenza benevola e responsabile che coniuga armonia sociale e interessi condivisi.

Cina potenza globale
Tutti gli articoli usciti in Cina dopo l’incontro con Trump hanno enfatizzato la figura di Xi Jinping come unico possibile intermediario di Washington, accentuando ulteriormente la dimensione globale della politica di Pechino dopo l’intervento del segretario del Partito Comunista a Davos nello scorso gennaio.

Non si tratta di una strategia esclusivamente mediatica: le recenti iniziative di Pechino (dalla istituzione della Asian Infrastructure Investment Bank all’ambizioso progetto della One Belt One Road, la nuova Via della Seta) mostrano chiaramente la volontà cinese di una proiezione globale sempre più intensa, che sembra ipotizzare un’alternativa all’egemonia statunitense nel mondo.

Anche la notizia del bombardamento in Siria, comunicata proprio durante l’incontro tra i due presidenti, non ha destato particolare attenzione in Cina. La strategia statunitense in Medio Oriente è stata interpretata dai media cinesi come l’ulteriore conferma di un attrito costante tra Washington e Mosca: una dinamica che comporterebbe un necessario rinsaldamento dell’alleanza tra Cina e Stati Uniti. Il bombardamento è stato descritto come l’inevitabile conseguenza della politica estera di ingerenza compiuta da Putin nell’area, comportamento che viene puntualmente confrontato con l’azione cinese.

Le tensioni con Kim e i fastidi di Xi
La proiezione globale dello sviluppo armonioso di Pechino è messa a dura prova dalle continue tensioni in Corea del Nord. I continui riferimenti del presidente Trump alla necessità di una mediazione di Pechino stanno minando l’immagine che la Cina ha faticosamente creato negli ultimi anni.

Alcuni analisti vicini alla leadership cinese hanno addirittura evocato un filo diretto tra Washington e Pyongyang. Una possibilità lontana dalla realtà ma che descrive in maniera accurata il fastidio che Pechino sta vivendo con la crisi nordcoreana: l’immagine di potenza benevola ed efficace, capace di trovare soluzioni armoniose nei conflitti internazionali, è a rischio.

La stampa cinese ha sottolineato la centralità di Pechino nella questione nordcoreana, senza tuttavia mostrare le criticità o le responsabilità delle Repubblica popolare. Un eventuale fallimento di Pechino, a ridosso dei confini nazionali e in una nazione che è anche il prodotto della politica cinese, peserebbe in maniera sostanziale sulla nuova proiezione internazionale della Cina. Un intervento militare statunitense in Corea del Nord, anche di bassa o bassissima intensità, sancirebbe un fallimento del progetto egemonico cinese minando anche l’immagine di Pechino nella regione.

Fra Pechino e Pyongyang è finita l’armonia
Le relazioni tra Cina e Corea del Nord sono profonde: tutti i libri di testi usati nella Repubblica Popolare descrivono accuratamente il sacrificio di tanti cinesi nella penisola coreana nel secondo dopoguerra e numerosi film sono stati realizzati sull’argomento. Tutti i cinesi sentono la Corea del Nord come un paese fraterno, ma negli ultimi anni l’atteggiamento dell’apparato politico sembra essere mutato.

Le dichiarazioni ufficiali nei confronti di Kim Jong-un mostrano un’irritazione sempre maggiore: già dall’inizio del 2017 è stata bloccata da Pechino l’importazione di carbone dalla Corea del Nord, un settore che rappresenta una delle principali fonti di approvvigionamento di valuta straniera per Pyongyang.

Un’ulteriore conferma del nuovo approccio cinese viene dalla gestione delle informazioni in rete. Molte notizie riguardanti Pyongyang (in particolare quelle sulle eccentricità di Kim Jong-un) sono state recentemente censurate dai principali motori di ricerca, mentre reperire sui media notizie sulla situazione nordcoreana è sempre più difficile in Cina.

L’interpretazione dell’opinione pubblica cinese è sempre un’operazione complessa: tuttavia, i sentimenti della maggior parte della popolazione sembrano contrari all’adozione del pugno di ferro nei confronti di Pyongyang, mentre le esigenze di realpolitik di Pechino suggeriscono una soluzione drastica nei confronti dello scomodo alleato.

Pechino si trova a dover calibrare esigenze di politica interna e ambizioni internazionali,di fronte ad una impasse inaspettata che rischia di minare sia il futuro della proiezione globale cinese sia la sua ambiziosa strategia di diplomazia pubblica. Mentre l’amministrazione Trump sembra aver in mano una carta decisiva per gli equilibri della regione.

Stefano Pelaggi è Docente a Sapienza Università di Roma e Research Fellow presso il Centre for Chinese Studies a Taipei.

mercoledì 26 aprile 2017

India: nuovi rapporti con UE ed Italia

Verso Vertice ottobre
Ue-India: Federica Mogherini a Nuova Delhi 
Stefania Benaglia
23/04/2017
 più piccolopiù grande
Il 21 e 22 aprile, l’Alto Rappresentante dell’Unione europea per la politica estera e di sicurezza comune e vicepresidente della Commissione europea, Federica Mogherini, ha compiuto una visita ufficiale in India - la prima dopo oltre quattro anni.

La Mogherini ha incontrato il premier Modi, il ministro degli Esteri Sushma Swaraje il consigliere per la Sicurezza nazionale Ajit Doval. Fra i vari temi, si è discusso dei preparativi del 14° Vertice India–Ue, che si terrà in ottobre a Nuova Delhi.

Rilancio dei rapporti 
La visita sancisce il rilancio dei rapporti tra Ue e India, dopo un periodo di raffreddamento tra il 2012 e il 2016, anche a causa della crisi nelle relazioni bilaterali tra India e Italia conseguente all’arresto dei fucilieri di marina Massimo Latorre e Salvatore Girone.

L’ultimo dialogo ad alto livello Ue-India a Nuova Delhi si tenne infatti nel gennaio 2012, quando l’allora Alto Rappresentante Catherine Ashton incontrò il ministro degli Esteri indiano S. M. Krishna. La visita fu ricambiata a Bruxelles dal ministro degli Esteri Salman Khurshid nel gennaio 2013. Da allora, i ministri degli Esteri europeo e indiano non si erano più incontrati.

Questa visita conferma, quindi,la volontà da parte di entrambi di superare le tensioni passate e di rilanciare una partnership strategica in grado di dialogare - con la speranza di iniziare presto anche a cooperare attivamente - su temi di comune interesse.

Il ravvicinamento si era concretizzato già nel marzo 2016, quando si tenne a Bruxelles il Vertice Ue-India, dopo un’attesa di quattro anni. In quell’occasione, i leader concordarono l’Agenda 2020, una roadmap su temi strategici di comune interesse, nel quadro di una cooperazione bilaterale estesa anche a temi d’interesse globale. Il prossimo Vertice di ottobre traccerà un bilancio provvisorio di questa agenda di lavoro e, se possibile, l’approfondirà.

Trasformare i valori comuni in interessi comuni
Federica Mogherini, durante il discorso d’inaugurazione della mostra dedicata ai 60 anni dalla firma dei Trattati di Roma, presso l’Ambasciata Italiana a Nuova Delhi, ha ricordato che “abbiamo interessi comuni nel campo dell'economia, ma anche di sicurezza, difesa, anti-terrorismo, e nella soluzione di alcune crisi regionali che sono importanti per noi e per l'India, come Afghanistan e Corea del Nord”.

La lista degli interessi comuni è difatti lunga. In particolare, la cooperazione nella lotta al terrorismo – priorità condivisa da Paesi membri dell’Ue, tra cui l’Italia - ha riscontrato un’enfasi speciale da entrambe le parti. Durante la visita, è stato confermato pure l’interesse per la possibilità di rilanciare i negoziati per unaccordo commerciale di libero scambio.

Strategia globale per la politica estera e di sicurezza dell’Unione europea
In occasione di questa missione, l’Alto Rappresentate ha discusso della Strategia globale per la politica estera e di sicurezza della Ue. Affermare l’Ue come un importante attore di sicurezza globale è fondamentale per il suo futuro, e ancor più per la rilevanza dei suoi Stati membri.

Come ha ricordato Federica Mogherini, quando ci si rapporta con un Paese di 1,3 miliardi di persone, ciascuno dei Paesi dell’Ue è “piccolo”. Inoltre, più del 50% della popolazione indiana (ovvero circa 665 milioni) è composta da giovani di età inferioreai 25 anni, mentre i giovani sotto i 15 anni dei paesi dell’Ue (che conta 500 milioni di abitanti, includendo il Regno Unito) sono a malapena 80 milioni.

Questi semplici numeri aiutano a capire l’impatto demografica nel futuro, e quanto sia importante per gli stati dell’Ue agire in concerto per mantenere una posizione influente nei prossimi 30 anni rispetto ad attori di dimensioni economiche, demografiche e politiche quasi “continentali”.

Rilancio delle relazioni bilaterali Italia-India
La visita segnala anche un rilancio delle relazioni Italia-India: la scelta d’includere nel programma ufficiale l’inaugurazione della mostra presso l’Ambasciata d’Italia non è casuale.

A riconferma di questo rilancio, la prossima settimana il sottosegretario al Commercio Ivan Scalfarotto guiderà in India una delegazione di imprese italiane per una serie d’incontri con imprese e autorità indiane. A seguire, una delegazione di alto livello indiana si recherà in Italia ad inizio maggio.

Stefania Benaglia è ricercatrice associato, IAI; trasferitasi a Nuova Delhi nel 2014, vi lavora come consulente e ricercatrice freelance.

mercoledì 19 aprile 2017

Nord Corea: confronto Usa-Cina

Escalation Trump vs Kim
Corea: vicini all’epilogo della crisi
Enrico Mariutti
15/04/2017
 più piccolopiù grande
Da quando, nell’ottobre del 2006, la Corea del Nord ha compiuto il primo test atomico, la tensione lungo il 38° parallelo sperimenta periodiche escalation. Non di rado nel corso dell’ultimo decennio un gruppo da battaglia della US Navy s’è avvicinato alla penisola coreana e anche i movimenti di truppe lungo il confine sino-coreano sono stati piuttosto frequenti.

Il riposizionamento della USS Carl Vinson e il rafforzamento del dispositivo di sicurezza sul fronte cinese del confine tra le due Repubbliche popolari si potrebbero quindi interpretare come un ennesimo momento di una crisi politico-diplomatica decennale a intensità intermittente.

Tuttavia, comparando gli eventi odierni con il passato e contestualizzandoli alla luce dei profondi mutamenti che stanno sconvolgendo lo scenario internazionale, emerge un quadro assai più inquietante. L’escalation militare per la prima volta appare reale e addirittura imminente, mentre i contrappesi strategici a un intervento unilaterale Usa si dimostrano improvvisamente fragili e aleatori.

Il quadro tattico
Non è la prima volta che la USS Carl Vinson solca le acque limitrofe alla penisola coreana. Nel corso degli ultimi anniil Pacifico occidentale, il Mar Cinese e il Mar Giallo hanno ricevuto periodicamente la visita di super-portaerei classe Nimitz: la USS Nimitz, la USS George Washington o la USS Ronald Reagan, che con il suo gruppo da battaglia è di stanza presso la base navale di Yokosuka, lungo le coste sud-occidentali del Giappone.

Una complessa catena di eventi, però, assegna al riposizionamento del Carrier Strike Group One una valenza del tutto nuova. A partire da gennaio 2016 gli F-22 Raptor di stanza a Elmendorf, Alaska, hanno iniziato a fare la spola tra la base Usa, quella giapponese di Yokota e quella australiana di Tindal.

Il Raptor è l’unico velivolo al mondo con capacità stealth di V generazione ed è stato appena testato in Siria, dove il Pentagono ha messo alla prova il suo ‘pupillo’, ancora digiuno di un vero e proprio battesimo del fuoco, contro sistemi antiaerei che potrebbero avere caratteristiche molto simili, se non superiori, a quelli nordcoreani. Le straordinarie capacità del Raptor si aggiungono a quelle dei B-1 e B-2, altre due punte di diamante dell’arsenale Usa, che sovente decollano dalla base di Guam per sorvolare la regione.

Mentre la capacità di proiezione degli Usa nell’area si è andata progressivamente rafforzando, una serie di esercitazioni congiunte tra la US Navy, le forze armate giapponesi e quelle sudcoreane hanno testato, con successo, la capacità dei rispettivi dispositivi antimissile di intercettare missili a corto e medio raggio, minacciando di incrinare il meccanismo di deterrenza che garantisce, almeno teoricamente, il fragile equilibrio regionale.

All’inizio del mese mese scorso il Governo statunitense ha annunciato di aver inviato le prime componenti del Thaad (Terminal High Altitude Area Defense) in Corea del Sud, aggiungendo così l’ultimo tassello all’ombrello antimissile che copre tutte le principali basi americane nella regione e completando inoltre l’accerchiamento del regime nordcoreano.

Il quadro strategico
L’argine naturale a un’escalation individuato, talvolta aprioristicamente e fideisticamente, dalla letteratura specializzata non è però di natura militare e di ordine tattico, ma di natura politica e di ordine strategico. Per lungo tempo, infatti, la gran parte degli esperti internazionali ha identificano nella Cina di Xi Jinping il convitato di pietra al tavolo della crisi, nonché l’adeguato contraltare alle tentazioni interventiste statunitense.

Improvvisamente, la Cina si scopre troppo debole o troppo poco interessata per contenere la pressione Usa. Mettere a confronto le parole con cui a novembre del 2013 il presidente cinese promulgò unilateralmente l’Adiz (Air Defense Identification Zone) con le dichiarazioni odierne risulta, infatti, impietoso.

L’approccio assertivo e muscolare che ha contraddistinto sin dall’inizio la presidenza di Xi si stempera improvvisamente in quelle che, con una certa malizia, potrebbero essere interpretate come docili suppliche agli Usa perché “rimangano calmi ed esercitino moderazione”, mentre contemporaneamente il governo cinese cerca di fare pressione su Pyongyang sospendendo la cooperazione economica.

Gli unici movimenti militari significativi si hanno lungo il confine sino-coreano, dove Pechino ha rischierato circa 175.000 uomini in pochi giorni. Evidentemente senza alcun intento minaccioso. Ma un rafforzamento che non ha precedenti nella storia recente, fatta di rischieramenti tempestivi ma dal valore simbolico.

La svolta protezionistica paventata dal nuovo presidente statunitense ha messo a nudo contraddizioni della globalizzazione a lungo sottaciute, imponendo una rapida reinterpretazione della struttura del commercio globale e dei conseguenti rapporti di forza internazionali. Venuto meno il contrappeso cinese, sempre che vi sia mai stato, l’opzione militare appare improvvisamente reale; e le dichiarazionidi Trump suonano drammaticamente come un ultimatum al regime nordcoreano.

Lo stile di Trump
Da molte parti nel corso dei suoi due mandati si erano levate critiche alla politica estera di Obama, accusato di debolezza. Trump vuole affermare la differenza del suo approccio rispetto a quello del predecessore e lo fa nella maniera più semplice e teatrale possibile, senza alcun senso di responsabilità nei confronti del contesto internazionale, fedele al suo credo isolazionista ed eccezionalista.

L’intervento in Siria è stato il primo atto, ma la piece trumpiana si nutre di continui rilanci, di un simbolismo dissacrante e iconoclasta. La Corea del Nord appare quindi il teatro ideale su cui mettere in scena il coupe de theatre che potrebbe segnare così precocemente il suo mandato.

Uno dei gruppi da battaglia più potenti di tutta la US Navy, composto dalla USS Carl Vinson, che imbarca i temibili F-18 Super Hornet e dispone del primo centro di controllo per Uav imbarcato, da due incrociatori classe Ticonderoga e dal Destroyer Squadron 1, che dispone di cacciatorpediniere classe Arleigh Burke, incrocia al largo della penisola coreana. Sia gli incrociatori che le cacciatorpediniere sono equipaggiate con il sistema di combattimento integrato Aegis, che garantisce loro la possibilità di intercettare missili balistici a corto e medio raggio, oltre a integrare le capacità di attacco.

Cacciatorpediniere giapponesi classe Kongo, anch’esse equipaggiate con sistema di attacco integrato Aegis, sono in procinto di unirsi alla squadra navale statunitense. Complessivamente, il gruppo da battaglia Usa dispone di quasi 300 celle per missili da crociera. È altamente probabile, inoltre, che anche sottomarini nucleari e bombardieri strategici pattuglino le acque e i cieli della regione. Difficile interpretarla come una parata.

Improvvisamente, la Corea del Nord si scopre nuda. O quasi. Oltre al basso profilo le rimangono solo poche opzioni. Folli, fatalmente controproducenti e dall’esito incerto. Le voci su un test nucleare programmato per il fine settimana, in coincidenza con i festeggiamenti per il 105° anniversario della nascita di Kim Il-sung, si rincorrevano oramai da giorni: il tempismo dell’exploit statunitense non è casuale. Se i preparativi erano già in corso, infatti, la mossa Usa mette Kim Jong-un in una posizione molto difficile. Tutto è pronto. Ma non è detto che il ‘gran finale’ vada in scena.

Enrico Mariutti, laureato in storia antica presso la Sapienza, ha conseguito un Master di II livello in Geopolitica e Sicurezza Globale; attualmente collabora con l’Istituto Alti Studi di Geopolitica e Scienze Ausiliarie (IsAG).

sabato 8 aprile 2017

Cina: Il ritorno dello Stato e la guerra del popolo

Cina
Xinjiang, misure contro la radicalizzazione
Paolo Recaldini
11/04/2017
 più piccolopiù grande
Dopo l’adozione della discussa legge omnicomprensiva sul terrorismo nell’agosto scorso, il 1° aprile 2017 è entrato in vigore il regolamento della Regione autonoma uigura dello Xinjiang sulla de-radicalizzazione, che mira all’eradicazione e al contenimento dell’estremismo attraverso la prevenzione della violenza terroristica nella più estesa regione cinese, situata nel nord-ovest del Paese.

Il nuovo regolamento si aggiunge alle misure di antiterrorismo adottate fino ad ora e mostra che Pechino è ancora in cerca di una strategia efficace contro la radicalizzazione della minoranza uigura, composta da 10 milioni di musulmani turcofoni.

Nel complesso, può sembrare che la Cina stia tentando un approccio multilivello, associando all’intervento statale la partecipazione popolare, in una sinergia fondata sulla “guerra del popolo”. La Repubblica popolare avrebbe dunque capito che la mera repressione coercitiva non sia la strategia migliore da applicare nella regione, visti gli scarsi risultati ottenuti. Un’analisi accurata, infatti, rivela che le cause di radicalizzazione derivano in primis da problemi economici e di integrazione.

Il ritorno dello Stato e la guerra del popolo
Le norme rivelano chiaramente l’intenzione di salvaguardare il carattere secolare della società cinese. Il nuovo provvedimento proibisce un elenco di comportamenti che potrebbero diffondere il “fanatismo”, tra i quali indossare il niqabo barba di lunghezza “anormale”.

Sono quindi vietate pratiche ritenute “pericolose”: si ribadisce, ad esempio, l’esigenza di permettere ai bambini la frequenza delle scuole pubbliche, accanto all’obbligo di conformarsi alle politiche di pianificazione familiare, in combinazione con il divieto di contrarre matrimonio unicamente tramite cerimonie religiose.

Sebbene a prima vista il provvedimento sembri mirato a contenere l’Islam radicale, tra le righe compare la chiara intenzione del governo di riportare la regione dello Xinjiang sotto l’influenza della capitale, così da combatterne le tendenze separatiste. La pervasività del regolamento, motivata come conseguenza necessaria di fronte a un estremismo radicale lesivo per la popolazione, vuole in realtà riaffermare la presenza dello Stato e l’unità statale, in particolare tra i 56 gruppi etnici, principio fondamentale anche nella Costituzione.

Nell’ottica di Pechino, tuttavia, l’intervento della legge si dovrà combinare con la partecipazione attiva dei cittadini. Il regolamento regionale richiama la legge nazionale sul terrorismo, che sancisce il principio della “guerra del popolo” e dispone per organizzazioni e individui l’obbligo di assistenza e cooperazione con le autorità.

L’efficacia di tale strategia, infatti, dipende dal coordinamento tra potere pubblico e organizzazioni civiche: l’adesione volontaria di civili nelle varie comunità e minoranze etniche incoraggerebbe l’intera popolazione a collaborare nella prevenzione di attività terroristiche.

Il principio della “guerra del popolo” fu utilizzato con risultati positivi già nell’agosto 2014, quando più di 30 mila residenti nella prefettura di Hotan, nello Xinjiang, furono mobilitati per individuare dieci sospetti terroristi. Questo principio e la strategia derivata si basano sull’idea che la popolazione, qualora stimolata a farlo, partecipa volontariamente alla lotta al terrorismo perché può trarvi un beneficio impareggiabile, dato che vi convive in stretto contatto e ne riceve danni duraturi nel tempo.

Incentivi economici e sconti di pena
Nel febbraio scorso, le autorità dello Xinjiang hanno incrementato le ricompense pecuniarie in cambio di informazioni, per un totale di 100 milioni di yuan. A marzo, invece, sono stati promessi sconti o esenzioni di pena a chi confessa determinati crimini, dalla pianificazione di attacchi terroristici all’incitazione al terrorismo o separatismo. Inoltre, chi consegna spontaneamente armi, esplosivo o munizioni alle autorità, può ricevere somme di denaro proporzionali.

Questi provvedimentifanno seguito ad altri interventi da parte del governo centrale, che dopo gli episodi del 2009 ha adottato diverse misure per stabilizzare la regione e combattere il separatismo, non solo per mezzo di misure punitive ma anche con aiuti economici ed investimenti (soprattutto nel settore tessile) volti a diminuire lo scontento della popolazione uigura.

Tra le cause remote degli attriti tra l’etnia degli uiguri e quella degli han (la più diffusa in Cina) non devono annoverarsi solo il sostanzioso aumento di cinesi Han negli ultimi 60 anni e le diversità tra le identità culturali. Studi recenti mostrano infatti come le forti disparità - non solo di reddito o standard di vita, ma anche di livello di istruzione e accessibilità ai servizi sanitari - abbiano ampliato il divario tra uiguri e han, strettamente legato a fattori socio-economici. I primi, autoctoni della regione, cercano quindi una soluzione nella rottura con Pechino.

La centralità della regione
Lo Xinjiang ricopre tuttavia un ruolo centrale per la Cina dal punto di vista energetico, economico e strategico, soprattutto in una prospettiva di lungo periodo; la Repubblica popolare è quindi intenzionata a mantenere un controllo stabile e duraturo sulla regione. La strategia repressiva adottata dopo il 2009 non ha però prodotto risultati, incrementando invece la radicalizzazione tra gli uiguri. Le nuove modalità, soprattutto quelle che cercano il contributo attivo della popolazione, non paiono inserite in un piano di lungo periodo che possa affrontare le cause reali del malcontento diffuso tra la popolazione.

Sembra piuttosto che le autorità abbiano rinunciato ad elaborare una vera e propria tattica, e stiano invece tornando a misure di tipo punitivo e coercitivo. Le possibilità di riuscita di una strategia frammentata e di breve periodo sono molto basse; certo è che le autorità, per ottenere risultati positivi e duraturi, dovrebbero tenere conto delle peculiarità dello Xinjiang e delle cause profonde delle frizioni tra le due comunità.

Paolo Recaldini è studente della laurea magistrale congiunta in International Security Studies presso la Scuola Superiore Sant'Anna e l'Università degli Studi di Trento.

venerdì 31 marzo 2017

Le due Coree: prospettive italiane

ontani e vicini
Il futuro della penisola coreana e l’Italia
Nicola Casarini
29/03/2017
 più piccolopiù grande
C’è un film di Wim Wenders del 1993 il cui titolo – così lontano, così vicino - ben si addice alla relazione tra l’Italia e la penisola coreana. Quest’ultima è infatti uno dei territori più distanti da noi. Eppure è proprio con una parte della penisola – la Corea del Sud – che l’Italia e l’Europa hanno stretto rapporti economici e politici tra i più intensi al mondo.

Seul è stata infatti la prima capitale di un grande Paese industrializzato a siglare un accordo di libero scambio (Free trade agreement – Fta) con l’Ue nel luglio 2011. Da allora, l’interscambio Ue-Corea del Sud è in continuo aumento, anche perché dal 1̊ luglio 2016 i dazi all’importazione sono stati eliminati su tutti i prodotti ad eccezione di un numero limitato di derrate agricole.

Rapporti Corea del Sud-Ue sempre più stretti
L’interscambio bilaterale Italia-Corea del Sud è cresciuto di conseguenza negli ultimi anni. Secondo i dati Ice, nel 2010 l’interscambio complessivo era pari a 5,5 miliardi di euro con esportazioni italiane per 2,5 miliardi di euro. Nel 2015, l’interscambio è arrivato a 7,7 miliardi di euro e le nostre esportazioni sono salite oltre i 4,5 miliardi di euro, a dimostrazione del salto di qualità rappresentato dall’accordo di libero scambio.

I dati definitivi per il 2016, sebbene non ancora pubblicati, lasciano intravvedere un aumento ulteriore dell’interscambio, in particolare nell’alimentare e nella moda, ma anche in settori quali automotive, macchine utensili, biomedicale e biotecnologie.

Sull’onda del successo dell’accordo con la Corea del Sud, la Ue sta finalizzando un Fta con il Giappone (che si dovrebbe concludere quest’anno), ha aperto le discussioni con l’India e ha in corso negoziazioni con la Cina su un accordo sugli investimenti.

La Corea del Sud ha pertanto fatto da apripista agli accordi commerciali tra la Ue e i grandi Paesi asiatici. Seul rappresenta – dopo Giappone, Cina e India - la quarta potenza economica dell’Asia e la sesta potenza manifatturiera mondiale, avendo superato proprio l’Italia nel 2010.

Il legame tra Corea del Sud e Europa non è solo economico, ma anche politico. Seul è stata, infatti, la prima capitale sempre di un grande Paese industrializzato a siglare, nel 2015, un accordo con la Ue per la partecipazione alle missioni europee di gestione delle crisi, in particolare in Africa. Anche in questo caso, la Corea del Sud sta facendo da apripista per altri paesi asiatici.

Questa luna di miele tra Ue e Seul richia, però, di venire turbata da un terzo incomodo: Pyongyang.

La minaccia nord-coreana
La Corea del Sud si trova ora in uno stato di massima allerta, dopo che il 6 marzo, quattro missili sono stati lanciati simultaneamente dal sito militare di Tongchang-ri in Corea del Nord. Il lancio è avvenuto in risposta all’inizio delle annuali esercitazioni militari congiunte tra Stati Uniti e Corea del Sud, che da quarant’anni si tengono solitamente in questo periodo e che Pyongyang vede come delle vere e proprie prove di invasione.

Allo stesso tempo, Usa e Corea del Sud hanno trovato un accordo per l’installazione dello scudo missilistico Thaad (Terminal High Altitude Area Defense), che avrà il compito di neutralizzare la minaccia missilistica nordcoreana. Il test simultaneo di inizio marzo ha accelerato i piani di dispiegamento, a tal punto che le prime componenti dello scudo missilistico sono già arrivate a Seul.

Il tutto succede in un momento di grave crisi politica nel Sud, dopo che il 10 marzo – e dopo ben quattro mesi dallo scandalo che aveva portato la presidentessa Park Geun-hye alla messa in stato d’accusa - la Corte costituzionale sudcoreana ha confermato con voto unanime le accuse mosse nei confronti della Park, obbligandola di fatto a rassegnare le proprie dimissioni.

In un tale conteso, il 17 marzo è avvenuta la visita di Rex Tillerson in Corea del Sud. Il segretario di Stato Usa ha voluto rassicurare l’alleato, dichiarando che tutte le opzioni sono aperte (‘all options are on the table’) nei confronti della Corea del Nord.

Cosa può fare l’Italia
Di fronte alla minaccia nord-coreana e al dispiegamento del Thaad, non c’è molto che l’Europa e l’Italia possano fare, se non ricordare - come ha fatto l’Alto Commissario Federica Mogherini in varie dichiarazioni nelle ultime settimane – la ferma condanna alle provocazioni provenienti da Pyongyang e l’auspicio che si trovi una soluzione che garantisca pace e stabilità alla penisola coreana.

Una cosa però il governo italiano può fare. Ed è di ricordarsi che la penisola coreana non è cosi lontana, e che i missili nord-coreani colpiscono indirettamente anche noi, visto che minacciano la sicurezza di un Paese – la Corea del Sud - che è sempre piu vicino a noi, sia economicamente, che politicamente.

In qualità di membro del club del G7, l’Italia deve sforzarsi – nonostante il provincialismo della maggioranza della classe politica italiana – a pensare in maniera globale. Perche se è vero che Roma può fare poco, è altrettanto vero che, anche solo mantenendo l’attenzione viva sulla crisi che attanaglia la penisola coreana, l’Italia dà il suo contributo alla questione. In tal senso il 30 marzo lo IAI organizza a Firenze una conferenza su What Future for the Korean Peninsula?.

Nicola Casarini è coordinatore dell’area di ricerca Asia dello IAI.

martedì 28 marzo 2017

Una volta si chiamava Birmania

Asia
Myanmar: la pace non è più un gioco a somma zero
Francesco Valacchi
27/03/2017
 più piccolopiù grande
Si terrà entro fine marzo il secondo incontro del processo di pace tra fazioni etniche del Myanmar ed il primo governo democraticamente eletto e indipendente del Paese.

Se la reggenza militare che ha accompagnato (direttamente e indirettamente) il Myanmar sino al 2016 aveva investito nella ricerca di accordi bilaterali con i vari gruppi etnici, per dividere le fazioni e controllare meglio la situazione nel Paese, il governo attuale sta invece intraprendendo una strategia più ampia. Il perseguimento di una soluzione cooperativa che unisca i gruppi armati in una visione comune ha però bisogno di vantaggi condivisi nel processo di pace che devono essere creati sul medio e lungo termine per essere appetibili.

Gli accordi del regime militare
Un importante punto del programma della Lega nazionale per la democrazia (Nld) di Aung San SuuKyi è l’impegno politico per una soluzione di ampio respiro al problema della presenza dei gruppi armati nel Paese. La strategia del regime militare aveva, da par suo, ottenuto risultati parziali, siglando accordi bilaterali con le singole fazioni, in modo da consolidare il potere centrale con un classico gioco a somma zero.

I risultati di rilievo raccolti negli ultimi anni erano stati gli accordi bilaterali con l’”Organizzazione per l’indipendenza del Kachin” (1994), l’“UnitedWa State Army” (cessate il fuoco nel 2011 e accordi nel 2013), il “Gruppo per la restaurazione del Consiglio Shan” (cessate il fuoco nel 2012), il “Partito progressista Shan” (cessate il fuoco nel 2012), l’”Unione nazionale Karen” (cessate il fuoco nel 2012), il “Partito Progressista delle Nazionalità Karenni” (accordi fra 2012 e 2013), il “Fronte Nazionale Chin” (2012)e con il “Partito per la liberazione dell’Arakan” (2012).

Tuttavia, la quasi totalità di queste intese, eccezion fatta per quelli riguardanti la nazionalità Karenni (arricchiti nel 2013 da una commissione mista di controllo delle misure attuative) hanno vacillato o sono naufragati per il comportamento di entrambe le parti. Gli accordi con i Karenni sono stati importanti per la creazione di condizioni di sicurezza in un territorio stravolto dal problema dei campi minati. La causa del fallimento degli altri trattati è invece da ricercarsi nella posizione generale delle parti (governo militare da un lato, gruppi di insorgenza dall’altro) che hanno negoziato al fine di ottenere vantaggi parziali per la propria fazione.

La strategia di Aung San Suu Kyi
Il partito di Aung San Suu Kyi ha cercato invece un approccio più riflessivo alla questione dell’insorgenza etnica nel Paese, pur affrontando in maniera pronta e proattiva la questione. Nell’agosto 2016, pochi mesi dopo l’insediamento del governo, si è infatti tenuta nella capitale Naypyidaw la Conferenza di Pace di Panglong del XXI secolo (dal nome dell’iniziativa che si tenne nel 1947 nell’omonima cittadina e con cui gli organi politici delle nazioni Chin, Kachin e Shan presero la decisione di entrare nell’Unione Birmana).

L’incontro ha visto l’estensione dell’invito a tutti i gruppi di ribelli, prendendo le mosse da una prima iniziativa a dimensione nazionale già realizzata dal precedente esecutivo: l’Accordo nazionale di cessate il fuoco. Tale documento era stato siglato da otto gruppi con il governo nell’ottobre 2015 e conteneva le basi dell’intesa per un inclusivo processo di pace a partire dal riconoscimento della sovranità del governo birmano sul territorio e dal contemporaneo, generale, riconoscimento di una certa dimensione di autonomia federalista, specialmente dal punto di vista economico.

L’iniziativa Panglong-21, procede dall’intesa del 2015 e cerca di formare un tavolo di dialogo continuativo, inclusivo e a tappe, a cadenza semestrale. Hanno partecipato, in vari titoli e forme, le rappresentanze di tutti i gruppi di insorti ad eccezione dell’“Esercito di Arakan”, dell’“Esercito nazionale di liberazione del Ta’ang”, dell’“Esercito dell’Alleanza nazionaldemocratica per il Myanmar” e di alcuni gruppi della nazione Khaplang.

Il risultato principale è stato il coinvolgimento inclusivo dei gruppi a livello nazionale per la ricerca di una soluzione definitiva che includa tutte le realtà. Questo meccanismo è destinato a superare gli accordi bilaterali che lasciavano spazio da un lato alla decadenza degli interessi di una parte e alla successiva ripresa delle ostilità, e dall’altro ad alleanze fra le fazioni per cercare una soluzione egoisticamente migliore. Si è intrapresa quindi una strada politica che mira a cercare una soluzione generale e coinvolge le parti per la prima volta in una visione essenzialmente nazionale del problema.

Difficoltà e cooperazione
Gli aspetti che ancora purtroppo non convincono dell’iniziativa Panglong-21 sono il mantenimento ad un livello generale delle trattative, che saranno però approfondite nei successivi incontri, e il rischio che i richiami frequenti dei convegni non consentano un avanzamento delle condizioni di partenza della posizione delle singole parti.

La seconda conferenza Panglong-21, inizialmente prevista per febbraio è stata rimandataa fine marzo per permettere un ulteriore coordinamento fra gruppi partecipanti come firmatari di accordi precedenti e non (in particolare con i componenti dell’etnia Wa), e se possibile, una parificazione delle loro posizioni di fronte a quella dell’esecutivo birmano. Proprio per raggiungere le trattative al meglio, alcuni gruppi, fra partecipanti e non alla Conferenza, si sono incontrati, nel frattempo,nella confinante provincia cinese dello Yunnan con rappresentanti del governo di Pechino.

Tanto sta avvenendo mentre nelle regioni dell’Arakan e dello Shan vi sono stati e sono in corso combattimenti tra fazioni ed esercito birmano, che saranno forieri di un clima di difficile incertezza nelle trattative.

I vantaggi di un gioco cooperativo possono essere attrattivi a medio termine se rappresentano un tangibile win-win economico per le parti in causa. Allo stesso tempo, l’ingresso nei mercati, conseguenza della democratizzazione del paese, potrà essere la svolta per la creazione di significative occasioni economiche condivisibili fra le parti (ad esempio in ambito turistico), dando vigore all’iniziativa Panglong-21 e accelerandone i tempi.

Francesco Valacchi si è laureato in Scienze Strategiche nel 2004 presso l’ateneo di Torino ed in Studi internazionali presso quello di Pisa nel 2013. È appassionato di geopolitica e strategia; è ufficiale in servizio permanente effettivo nell’esercito italiano.

domenica 26 marzo 2017

Corea del sud:: si cerca una soluzione

Asia
Scudi missilistici e crisi politica: Corea Sud dopo Park 
Lorenzo Mariani, Giuseppe Spatafora
22/03/2017
 più piccolopiù grande
Si è conclusa con quasi dieci mesi di anticipo rispetto alla naturale scadenza del mandato la presidenza di Park Geun-hye, figlia dell’ex-dittatore Park Chung-hee e prima donna alla guida della Corea del Sud.

Il 10 marzo, dopo quattro mesi dallo scandalo che aveva portato la presidentessa alla messa in stato d’accusa, la Corte costituzionale sudcoreana ha confermato con voto unanime le accuse mosse nei confronti della Park, obbligandola di fatto a rassegnare le proprie dimissioni.

La Park era stata sospesa dall’incarico nel dicembre dello scorso anno a seguito del presunto coinvolgimento nel caso di corruzione che aveva portato all’arresto di Choi Soo Sil, sua amica d’infanzia. Dalle indagini era emerso che la Choi, vera e propria eminenza grigia dell’amministrazione Park, aveva avuto regolare accesso a documenti governativi riservati ed era accusata di aver influenzato le scelte della presidentessa: una circostanza che aveva messo in discussione l’integrità e l’affidabilità della più alta carica dello Stato.

Il vuoto di potere generato dalla crisi di governo apre ora un periodo delicato per la Corea del Sud. Se il rallentamento della crescita economica e la necessità di riformare le chaebol (i conglomerati industriali che dominano l’economia sudcoreana) rappresentano i due temi di politica interna di maggior urgenza, è tuttavia dal punto di vista internazionale che il prossimo presidente dovrà scegliere con cautela la propria strategia. In un clima globale particolarmente teso, il primo ministro e presidente ad interim Hwang Kyo-ahn avrà di fronte a sé 60 giorni per condurre il Paese alle elezioni anticipate.

Equilibri nella penisola
Dal punto di vista internazionale, Seoul si ritrova in una situazione geopolitica particolarmente critica, marcata dalle crescenti tensioni con la Corea del Nord e dalle scelte in possibile rotta di collisione con la Cina del presidente statunitense Donald Trump.

Il 6 marzo, quattro missili sono stati lanciati simultaneamente dal sito militare di Tongchang-ri in Corea del Nord: tre di questi sono ammarati nel Mar del Giappone, all’interno della zona economica esclusiva (Zee) di Tokyo. Il lancio è avvenuto in risposta all’inizio delle annuali esercitazioni militari congiunte tra Stati Uniti e Corea del Sud, che da quarant’anni si tengono solitamente in questo periodo e che Pyongyang vede come delle vere e proprie prove di invasione.

L’elezione di Trump, lo scorso novembre, aveva messo in discussione la cooperazione militare tra americani e sudcoreani, ma il presidente sembrerebbe essere tornato sui suoi passi riguardo la necessità per Washington di mantenere salda la propria presenza nella penisola, almeno per il momento.

Allo stesso tempo, Usa e Corea del Sud hanno trovato un accordo per l’installazione dello scudo missilistico Thaad (Terminal High Altitude Area Defense), che avrà il compito di neutralizzare la minaccia missilistica nordcoreana. Il test simultaneo di inizio marzo ha accelerato i piani di dispiegamento, tanto che le prime componenti dello scudo missilistico sarebbero già arrivate in Corea poco dopo.

Seoul fra Cina e Usa
Ed è proprio sulla questione dell’installazione del Thaad che nelle settimane passate le relazioni tra Pechino e Seoul si sono fatte sempre più tese. Nonostante la Cina abbia recentemente riconosciuto la necessità per la Corea del Sud di far fronte alla crescente minaccia nordcoreana, dal suo punto di vista lo scudo missilistico americano rappresenterebbe più una manovra di contenimento nei confronti del Paese del Dragone che un sistema di difesa per Seoul.

Il raggio d’azione dello scudo si estenderebbe, infatti, ben oltre la penisola coreana e, se integrato con nuove installazioni nelle Filippine ed in Giappone, rappresenterebbe una seria minaccia ai crescenti interessi della Cina nella regione.

Pechino ha minacciato ritorsioni economiche nei confronti di aziende sudcoreane: nel corso dell’ultima settimana, una campagna di boicottaggio ha preso di mira la catena di supermercati Lotte, dopo la notizia che il gruppo sudcoreano avrebbe concesso al governo di Seoul alcuni terreni di sua proprietà per ospitare il Thaad.

Le crescenti tensioni diplomatiche rischiano di mettere in seria discussione non solo i rapporti commerciali e finanziari tra i due Paesi ma anche di trascinare la Cina verso un’ulteriore corsa agli armamenti. Alle parole del ministro degli Esteri cinese WangYi (secondo il quale Seoul e Washington “dovranno rispondere di tutte le conseguenze” che scaturiranno dalle loro “scelte sbagliate”) hanno fatto seguito i preoccupati editoriali pubblicati dal Global Times e dall’agenzia cinese Xinhua, nei quali si invitava Pechino a incrementare il proprio arsenale militare per controbilanciare l’egemonia militare statunitense.

I candidati alla successione
Come prevedibile, l’impeachment della presidentessa Park ha riportato gran parte del consenso dell’elettorato sudcoreano verso l’attuale forza di opposizione, il Democratic Party of Korea (Dpk), per il quale ora si presenta una grande occasione per riconquistare la presidenza dopo i due mandati consecutivi del partito conservatore.

Stando alle ultime proiezioni rilasciate dall’agenzia Realmeter, la breve campagna elettorale non dovrebbe riservare grandi sorprese: i due candidati favoriti sono entrambi del Democratic Party e hanno un distacco percentuale che gli avversari potranno difficilmente recuperare. In testa ai sondaggi, con il 32% delle preferenze, è Moon Jae-in, sessantaquattrenne ex parlamentare del Dpk, l’avversario sconfitto dalla Park nel 2012 con uno scarto di appena il 3%.

In politica estera, Moon si discosta profondamente dall’amministrazione uscente: è a favore di un approccio più flessibile con Pyongyang ed ha anche promesso di rivedere la decisione di dispiegare il Thaad alla luce della reazione cinese.

Il candidato che potrebbe maggiormente insidiare Moon è An Hee-jung, anch’egli proveniente dall’ala di centrosinistra: secondo le rilevazioni, è dato al 17%. Come Moon, An suggerisce di rivedere la strategia nazionale nei confronti della Corea del Nord, ma senza rinunciare allo sviluppo del Thaad. Con la sua posizione più moderata, An ha intenzione di creare una grande coalizione, cercando di attirare i voti non solo dell’elettorato centrista ma anche dei conservatori delusi dalla Park.

Fra le fila del centrodestra, attualmente al minimo storico dei consensi, potrebbe emergere la candidatura del presidente ad interim Hwang Kyo-ahn, considerato uno dei fedelissimi della Park e fermo sostenitore della sua politica estera. Dalla sua parte sarebbe al momento il 9% dell’elettorato. Hwang, che ha promesso di portare a termine l’istallazione dello scudo missilistico prima delle elezioni, potrebbe sfruttare questi ultimi due mesi prima del voto per raccogliere consensi tra i sostenitori della presidentessa delusi dalla decisione della Corte costituzionale.

Lorenzo Mariani e Giuseppe Spatafora sono assistenti alla ricerca dell’area Asia dello IAI, dove si occupano di Relazioni internazionali dell’Asia orientale.

mercoledì 8 marzo 2017

CINA: nuove prospettive in Europa

Cina
La nuova Via della Seta passa per i Balcani
Anastas Vangeli
06/03/2017
 più piccolopiù grande
I Paesi dell’Europa centro-orientale hanno un ruolo significativo per l’attuazione della Belt & Road Inititative (Bri), la nuova Via della Seta che punta a migliorare collegamenti e cooperazione nella regione eurasiatica. Una convinzione rafforzata dalle visite del presidente cinese Xi Jinping a Praga, Belgrado e Varsavia, l’anno scorso.

Già nel 2012, la Cina aveva lanciato una piattaforma per la cooperazione 16+1 con i sedici paesi dell’Europa centrale, orientale e sud-orientale. Con l’avvio della Bri, nel 2013 il raggruppamento 16+1 è stato riformulato come uno dei meccanismi per l’implementazione della nuova iniziativa.

Insoddisfazione per l’Ue, arriva Pechino
In Europa, il principale interrogativo attorno alla cooperazione 16+1 riguarda i suoi potenziali effetti sulle relazioni fra Unione europea, Ue e Cina: undici dei Paesi interessati sono infatti membri dell’Ue. Interrogativi altrettanto importanti - anch’essi con ricadute sulle relazioni fra Bruxelles e Pechino - suscita pure la cooperazione fra la Cina e i rimanenti cinque Paesi della regione, interlocutori privilegiati dell’Ue in ottica di allargamento: Albania, Bosnia Erzegovina, Macedonia, Montenegro e Serbia.

Le guerre degli anni Novanta e il conseguente declino politico ed economico della regione hanno privato i Paesi balcanici di buona parte del loro peso internazionale. Negli ultimi 25 anni, l’agenda regionale è stata di fatto dettata dalla comunità internazionale, vale a dire in primis dall’Ue e dagli Stati Uniti.

Vista in passato come portatrice di cambiamenti positivi, l’Ue è oggi considerata sempre più come parte del problema. Ancora peggiore è il bilancio sul piano delle trasformazioni economiche. Le riforme neoliberiste hanno prodotto devastazione economica. La crisi finanziaria globale ha finito per consolidare la posizione dei Balcani quale “super-periferia” dell’Europa, che ha sofferto maggiormente della recessione globale del 2008-2009. Se i settori ad alta intensità di lavoro prosperano nella regione, è perché qui il lavoro manuale costa ancora meno che in Cina.

Una cooperazione pragmatica
La Bri approda quindi nei Balcani proprio nel momento in cui a dominare è l’insoddisfazione per i paradigmi prevalenti negli ultimi 25 anni. I principi su cui si basa l’iniziativa sono assai differenti da quelli sinora promossi dall’Occidente. La parola-chiave impiegata dalla Cina è infatti “potenziale economico non sfruttato”: la cooperazione interessa cioè diversi ambiti, ma viene qualificata come “pragmatica”, nel senso che le questioni politiche vengono lasciate al di fuori del perimetro delle discussioni.

L’attenzione si concentra piuttosto sull’elaborazione e sull’attuazione di progetti concreti, in alcuni settori prioritari: le reti infrastrutturali di trasporto ed energia, la cooperazione in materia di capacità industriale e il potenziamento di commercio e investimenti.

Lentamente ma con costanza, la Cina ha saputo garantire risultati concreti: autostrade, centrali elettriche e stabilimenti siderurgici sono in fase di realizzazione o sono già stati completati, mentre un numero sempre maggiore di progetti è oggetto di discussione in svariate sedi politiche e accademiche.

Nonostante Pechino riconosca la differenza esistente fra Stati membri dell’Ue e non - e anzi attribuisca ai secondi una maggiore “flessibilità” nella cooperazione -, l’approccio sinora seguito dalla Cina rifugge dalla caratterizzazione dei Balcani come gruppo strutturalmente distinto per specificità storiche e culturali (spesso negative). Al contrario, Pechino guarda ai Paesi dell’ex Jugoslavia come parte di una regione più ampia, definita sulla base di somiglianze strutturali e prossimità geografiche.

Allo stesso modo, la geografia mentale della Cina non vede nei Balcani il retroterra dell’Europa, bensì un ponte fra regioni diverse. È su queste basi che sono stati inclusi nella Bri progetti infrastrutturali su vasta scala, come la cosiddetta China-Europe Land-Sea Express Railway, che collega Budapest al porto greco del Pireo (ora posseduto al 67% dalla cinese Cosco) attraverso Serbia e Macedonia, coinvolgendo Paesi Ue e non.

Si mira così a superare le distinzioni e le contrapposizioni storiche attraverso una cooperazione intra-regionale che appare oggi imprescindibile. Ciò dovrebbe permettere ai Balcani di ritrovare un ruolo internazionale e di agire in prima persona sulla propria agenda di sviluppo.

La cooperazione all’interno della Brisi presenta come un processo aperto e senza condizionalità, con risultati facilmente visibili e misurabili in termini di investimenti infrastrutturali e di flussi commerciali. L’iniziativa è ancora allo stadio iniziale e avrà bisogno di tempo per crescere ed espandersi. Assumendo che la tendenza attuale continui, quali potranno esserne i risultati?

La Cina non intende sostituire l’Ue e gli Stati Uniti quale principale attore esterno nella regione; non ne avrebbe peraltro il potenziale. Né può fare miracoli, come spera qualcuno.L’esperienza di altre regioni mostra, tuttavia, che a un intensificarsi della diplomazia economica cinese corrispondono migliori performance economiche. Anche se ciò ha un prezzo: per esempio, la Cina influenza indirettamente il dibattito locale sui modelli politici, offrendo spesso ispirazione ai fautori di militarismo e liberalizzazione economica.

Bca, Bri e riflessi per l’Italia
Quale sarà la risposta degli altri attori globali - e dell’Ue in particolare - all’espansione della Bri nei Balcani? Nel 2014, Bruxelles ha avviato il cosiddetto Processo di Berlino sui Balcani occidentali e nel 2015 la Balkan connectivity agenda (Bca), mettendo per la prima volta l’accento sullo sviluppo economico.

Dati il cambiamento di approccio e la somiglianza con quanto la Cina sta facendo nella regione, la Bca è stata vista da alcuni come la risposta europea alla Bri. Ma Cina e Ue restano dopotutto partner strategici: così come hanno individuato forme di coordinamento fra il piano Juncker e la Bri, potrebbero riuscire a creare sinergie tra la Bca e la componente balcanica della Bri.

Infine, che cosa significa per l’Italia il crescente coinvolgimento della Cina nei Balcani? Tramite il mare Adriatico e il porto di Trieste, l’Italia è fisicamente connessa ai Balcani, i suoi legami storici e culturali con la regione sono profondi e Roma resta tuttora uno dei principali partner economici dei Paesi balcanici.

Le nuove vie di comunicazione terrestri e marittime delineate dalla Bri non potranno che rafforzare tali legami, mentre il rilancio di un’agenda economica per i Balcani creerà nuove opportunità per la cooperazione economica. Sono questi, di per sé, incentivi sufficienti per mettere a frutto l’esperienza che l’Italia ha maturato nella cooperazione tanto con la Cina quanto con i Balcani.

Traduzione dall’inglese a cura di Simone Dossi.

Articolo pubblicato su OrizzonteCina, rivista online sulla Cina contemporanea a cura di Torino World Affairs Institute e Istituto Affari Internazionali.

Anastas Vangeli, dottorando, Graduate School for Social Research dell’Accademia polacca delle scienze; junior research fellow, T.wai

martedì 7 marzo 2017

Orizzonte CIna: Marzo 2017



Bentornati al bimestrale OrizzonteCina (ISSN 2280-8035). In questo numero articoli su:
• La Belt & Road Initiative e il nuovo globalismo sinocentrico di Pechino | Enrico Fardella
• La geo-economia marittima, la Cina e la nuova centralità del Mediterraneo | Massimo Deandreis
• L’impatto della Belt & Road Initiative sull’economia italiana | Giorgio Prodi
• La dimensione people-to-people nella Belt & Road Initiative: come un pubblico strategico cinese percepisce l’Italia | Giovanni Andornino
• La Via della seta nei Balcani: contesto e prospettive | Anastas Vangeli
• Sicurezza, stabilità e interessi sulle sponde del Mar Rosso: il ruolo dei caschi blu cinesi | Andrea Ghiselli
• La Via della seta marittima e il Mediterraneo | Nicola Casarini e Lorenzo Mariani
• L’importanza crescente degli studenti universitari cinesi per la società italiana | Daniele Brigadoi Cologna
• Li Kunwu e Philippe Ôtié, Una vita cinese. Il tempo del padre | Recensione di Giuseppe Gabusi

CIna: le influenze economiche in Italia

Economia
Cina, impatto nuova Via della Seta su Italia
Giorgio Prodi
27/02/2017
 più piccolopiù grande
Forse per riguardo alla storia passata, a Marco Polo e a Matteo Ricci, tutte le mappe che descrivono le nuove Vie della seta (o, per dirla alla cinese, la Belt & Road Initiative, Bri) prevedono un terminale a Venezia. Ma quale potrà essere l’impatto economico sul nostro Paese delle migliaia di miliardi di dollari previsti in investimenti infrastrutturali?

È difficile dare una risposta precisa, mentre il presidente cinese Xi Jinping, incontrando a Pechino il Capo dello Stato Sergio Mattarella, invita l’Italia a essere un partner chiave della Bri.

Da un lato, molti degli investimenti in infrastrutture devono essere ancora effettuati, se non addirittura progettati. Dall’altro, gli investimenti infrastrutturali sono solo una delle componenti della Bri. Va tuttavia notato che gli investimenti previsti dalla Bri si concentrano prevalentemente in Asia. In primo luogo, quindi, la Bri renderà più forti le connessioni tra i Paesi asiatici: il Vecchio Continente potrebbe, almeno in termini relativi, perdere parte della sua centralità economica.

Due sono gli aspetti che possono avere maggiore impatto sulle imprese e sull’economia dell’Italia: le nuove reti ferroviarie che connettono la Cina all’Europa e il rafforzamento dei porti, in particolare nel sud del continente.

Ferrovie: Roma vs Berlino
La Bri prevede tre corridoi principali. Il primo è quello che dalla Cina attraversa Kazakhstan, Russia e Polonia e termina in Germania. Il secondo connette la Cina alla Transiberiana e quindi all’Europa. Il terzo è invece un passaggio più a sud. Il primo servizio di trasporto ferroviario commerciale che unisce Pechino all’Europa è del 2011 ed è quindi antecedente all’annuncio della Bri. Più recentemente, altri ne sono stati attivati, portando treni dalla Cina a Madrid e in altre città europee (ma pure a Teheran), anche se, bisogna dire, si tratta di treni con pochissimi container.

L’aumento delle connessioni ferroviarie con l’Asia (non solo con la Cina) crea sicuramente nuove opportunità per le nostre imprese. Tuttavia l’impatto, almeno nel medio periodo, non sarà particolarmente rilevante. Le stime più accreditate prevedono che le nuove ferrovie saranno in grado di movimentare dai 300mila ai 500mila container l’anno. Numeri interessanti ma che rappresentano una piccola percentuale dei circa 20 milioni di container trasportati via mare ogni anno tra Europa e Asia.

Vi sono però filiere produttive che potrebbero veder cambiare la propria posizione competitiva. Chi esporta prodotti che hanno un rapporto valore/peso elevato può guardare con interesse a un’opportunità che permette di tagliare i tempi di trasporto tra Europa e Asia da 35/40 giorni a 15/18 giorni, a fronte però di costi di trasporto che possono essere dalle tre alle quattro volte superiori a quelli via nave.

Il settore automobilistico è uno di questi. Oggi, i produttori italiani hanno un limitato vantaggio competitivo rispetto ai competitor tedeschi: poiché quasi tutto viene trasportato via mare, ciò che è imbarcato nei porti italiani ha cinque giorni nave di vantaggio rispetto a quanto è imbarcato in Germania. L’utilizzo del trasporto su ferro azzererebbe il vantaggio tricolore e anzi lo ribalterebbe in parte, perché i tedeschi risulterebbero più vicini alla Cina rispetto ai concorrenti italiani. Diventerebbe però più facile per i cinesi esportare sui mercati europei e, quindi, anche in Italia.

Ad oggi, l’Europa importa oltre 12 miliardi di dollari in beni relativi al settore automobilistico dalla Cina: è una percentuale minima rispetto al totale delle importazioni (350 miliardi di euro nel 2015), ma si tratta di volumi che potrebbero aumentare considerevolmente.

Porti: il Pireo cannibalizza l’Adriatico?
La sfida più importante che l’Italia deve affrontare riguarda però gli investimenti che la Cina sta facendo in diversi porti del Mediterraneo. Il più importante è sicuramente l’acquisizione del porto del Pireo da parte di Cosco, ma altri corposi investimenti sono in programma, ad esempio nel porto di Cherchell, in Algeria, che potrebbe competere con Gioia Tauro per le attività di trasbordo.

È tuttavia il porto greco che può cambiare gli equilibri competitivi dell’Europa meridionale. Da un lato, il rafforzamento del Pireo è un fattore positivo perché aumenta l’attrattività del Mediterraneo, ma, dall’altro, può togliere traffico ai nostri porti, in particolare a quelli adriatici. Prima dell’investimento cinese, il porto ateniese movimentava circa 500mila container l’anno, oggi divenuti 3,1 milioni e con prospettive di raddoppiamento in pochi anni.

Se a questo si aggiunge che, con fondi cinesi, si sta progettando una ferrovia per collegare il Pireo al centro Europa passando per i Balcani, appare chiaro come i porti italiani siano in una posizione di potenziale debolezza. Una condizione che non si ferma solo ai porti, ma colpisce anche le imprese che utilizzano queste infrastrutture e i relativi territori, che si trovano ad essere meno competitivi.

Necessaria una strategia nazionale 
La dimensione degli investimenti previsti e il numero dei Paesi coinvolti obbliga questi ultimi a sviluppare una strategia nazionale. Il localismo, in questo caso, non paga. Entrando nel capitale della Banca per gli investimenti cinesi, l’Italia si è assicurata di poter almeno sedere a uno dei tavoli strategici più importanti. Questo però non basta. I porti di Ravenna, Venezia e Trieste movimentano oggi meno della metà dei container del solo Pireo.

Per rispondere a una crescita di questo tipo è necessario che i porti del nord Adriatico attuino una strategia comune. Nessuno di essi, da solo, è in grado di attrarre sufficienti volumi di traffico e gli investimenti necessari per diventare una scelta alternativa al Pireo. Gli stessi cinesi potrebbero essere interessati ad avere una sorta di seconda opzione al Pireo. Ad esempio, se la costruzione della ferrovia che deve attraversare i Balcani incontrasse degli ostacoli - con i rapporti tra i paesi dell’area non esattamente pacificati -, la rotta adriatica potrebbe acquisire nuova centralità.

Articolo pubblicato su OrizzonteCina, rivista online sulla Cina contemporanea a cura di Torino World Affairs Institute e Istituto Affari Internazionali.

Giorgio Prodi, Università di Ferrara e T.wai
.