mercoledì 14 settembre 2016
venerdì 2 settembre 2016
Cooperazione sulla difesa tra India e Stati Uniti
Firmato il 30 agosto 2016 a Waschington un accordo Tra Stati Uniti ed India per la condivisione di base aeree e militari in caso di riparazione e fornitura di mezzi. L'Intesa è stata scritta con finalità di sostegno logistico bilaterale, ma in realtà, secondo molti analisti sia indiani che statunitensi, è stata salutata come una pietra miliare nel campo della difesa e cooperazione tra i due Paesi.
L'accordo, il Logistics Exchange Memorandum Agreement, nasce nel 2002 ma solo ad aprile del 2016 Nuava Delhi ha dato il suo assenso. I termini operativi erano stati definiti lo scorso giugno durante la visita del premier indiano Narendra Modi negli Stati Uniti, resi pubblici con una nota dal pentagono nei giorni scorsi.
Protagonisti dell'accorso sono stati il Segretario alla Difesa degli Stati Unti, Ashton Carter ed il ministro della Difesa indiano Manohar Parrikar. E' convinzione dei protagonisti che le Marine dei due paesi, con questo accordo, potranno sostenere con il relativo supporto logistico esercitazioni, operazioni di peacekeepig e assistenza umanitaria. In molti pensano, peraltro, che questo accordo incida positivamente in tema di sicurezza come contrasto all'estremismo; in pratica si lancia un segnale diretto contro i militanti del cosiddetto Stato Islamico (Is) operante in Afganistan e Pakistan
Massimo Coltrinari
(geografia 2013@libero.it)
L'accordo, il Logistics Exchange Memorandum Agreement, nasce nel 2002 ma solo ad aprile del 2016 Nuava Delhi ha dato il suo assenso. I termini operativi erano stati definiti lo scorso giugno durante la visita del premier indiano Narendra Modi negli Stati Uniti, resi pubblici con una nota dal pentagono nei giorni scorsi.
Protagonisti dell'accorso sono stati il Segretario alla Difesa degli Stati Unti, Ashton Carter ed il ministro della Difesa indiano Manohar Parrikar. E' convinzione dei protagonisti che le Marine dei due paesi, con questo accordo, potranno sostenere con il relativo supporto logistico esercitazioni, operazioni di peacekeepig e assistenza umanitaria. In molti pensano, peraltro, che questo accordo incida positivamente in tema di sicurezza come contrasto all'estremismo; in pratica si lancia un segnale diretto contro i militanti del cosiddetto Stato Islamico (Is) operante in Afganistan e Pakistan
Massimo Coltrinari
(geografia 2013@libero.it)
mercoledì 31 agosto 2016
Uzbekistan: una difficile eredità
venerdì 26 agosto 2016
Filippine: fibrillazioni antiUSA
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lunedì 22 agosto 2016
Orizzonti Cina. Agosto 2016
OrizzonteCina (ISSN 2280-8035).
In questo numero articoli su:
• Tutte le strade portano a Pechino: tra Market economy status e difficoltà economiche interne
• Le contraddizioni del sistema finanziario cinese
• L’internazionalizzazione del renminbi: una piccola battuta d’arresto?
• l ruolo dell’Europa nell’ascesa della finanza cinese
• La crescente importanza della “variabile etnica” nelle relazioni tra istituzioni italiane e cittadini della Rpc residenti in Italia
• Il principe rosso, di Qiu Xiaolong – Recensione
Buona lettura!
lunedì 1 agosto 2016
India: i sogni rimangono tali
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giovedì 28 luglio 2016
.Mongolia: gli orizzonti asiatici si allargaqno
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Tutti i paesi dell’Asia orientale sono alla ricerca di un compromesso con una Cina sempre più importante economicamente, ma la cui assertività spinge i paesi confinanti a ricorrere talvolta al sostegno di Washington, per tener testa a Pechino. Una dinamica che si è manifestata anche durante le recenti elezioni in Mongolia per il rinnovo del Grande Hural di Stato, il parlamento unicamerale. Nelle urne mongole ha prevalso il partito filo-cinese: una circostanza che potrebbe far presagire uno scontro politico con l’attuale presidente in carica, il filo-occidentale Tsakhiagiin Elbegdorj. Quello che accade in Mongolia merita di essere seguito con attenzione dall’Europa e dall’Italia, anche perché il nostro paese ha aperto la sua prima ambasciata a Ulaan Baatar proprio qualche settimana fa. Le elezioni legislative Il partito con il maggior numero di seggi nel Grande Hural mongolo è chiamato a formare il nuovo governo e nominare il primo ministro. Con un’affluenza del 72%, il Mongolian People’s Party (Mpp) ha ottenuto il 46,69% dei voti, conseguendo una inaspettata e schiacciante vittoria. Aggiudicandosi 65 seggi su 76, ha guadagnato ben 39 scranni in più rispetto alla scorsa tornata elettorale. Il partito di ispirazione conservatrice, il Democratic Party (Dp) - che è anche la forza che esprime il presidente in carica -, con il 33,55% dei voti ha racimolato appena 9 seggi, perdendone ben 25 rispetto alle consultazioni del 2012, quando aveva ottenuto la maggioranza. L’ascesa elettorale del Dp si era confermata poi l’anno dopo, nel 2013, con la schiacciante vittoria del suo leader Elbegdorj, riconfermato alla guida del paese. Riscossa dei filo-cinesi Il Mpp ha governato ininterrottamente la Mongolia fino al 2009, quando Elbegdorj vinse per la prima volta le presidenziali. Filo-occidentale, il capo dello Stato ha da allora avviato la transizione democratica del paese, che si è però accompagnata a casi di corruzione di alcuni esponenti del Dp. Ciò ha permesso al Mpp di presentarsi alle elezioni di quest’anno come il partito del cambiamento, vincendo anche sulla scia di promesse per un rilancio di un’economia in fase di stallo. Nonostante la Mongolia abbia riserve minerarie tra le più estese al mondo, rimane comunque in condizioni di estrema povertà. L’economia, basata sull’export di materie prime quali rame, carbone e oro, rende il paese profondamente suscettibile a fluttuazioni di mercato. Il recente rallentamento dell’economia cinese, principale partner commerciale di Ulaan Bataar - con cui condivide l’80% delle esportazioni ed il 30% delle importazioni -, ha negativamente influenzato l’economia mongola. La crescita del Pil è passata dal 17.5% del 2011 al 2% prevista entro la fine del 2016 (secondo le ultime stime del Fmi). Il leader del Mpp, Miyegombyn Enkhbold, ha enfatizzato in campagna elettorale l’importanza di intervenire prontamente con riforme volte a risollevare l’economia del Paese, insistendo anche sull’importanza di sviluppare le relazioni con la Cina. Non a caso, a margine del summit Asem di metà luglio, il nuovo governo a guida Mpp ha siglato accordi a tutto spiano - più di venti, nei settori più disparati - con Li Keqiang, il premier di Pechino al suo primo viaggio in Mongolia (e il primo di un leader del paese del Dragone a Ulaan Baatar dal 2010), in modo da sottolineare una ritrovata sintonia tra Mongolia e Cina dopo le recenti elezioni. Tra Pechino e Washington Con la vittoria del Mpp e il probabile riavvicinamento della Mongolia a Pechino, c’è il rischio che venga meno un baluardo occidentale a ridosso della Cina. L’attuale presidente Elbegdorj, il cui mandato scade nel luglio 2017, rimane il garante dell’apertura democratica della Mongolia, ma il suo partito è oramai minoranza nel paese. Nel luglio 2012, pochi mesi dopo che l’amministrazione Obama aveva annunciato il suo ‘pivot asiatico’, l’allora segretario di Stato Hillary Clinton fece una tappa a Ulaan Baatar, dove pronunciò un vigoroso discorso a sostegno del sistema “pluralistico e democratico” della Mongolia, con un chiaro intento polemico verso il regime del partito unico in Cina. In quell’intervento, la Clinton rispolverò l’idea di una “comunità di democrazie” - un concetto usato in precedenza da John McCain durante la campagna presidenziale del 2008 - della quale la Mongolia del Presidente Elbegdorj faceva parte a tutti gli effetti. La vittoria schiacciante del Mpp alle ultime legislative preoccupa gli osservatori internazionali che temono che quest’oasi di democrazia possa soccombere alle pressioni dei suoi due grandi vicini: Russia e, soprattutto, Cina. Gentiloni inaugura l’ambasciata In un momento così delicato per il futuro del paese, è di buon auspicio l’apertura della prima ambasciata italiana in territorio mongolo, simbolo del comune desiderio di imprimere un nuovo slancio alle relazioni tra i due paesi: a inaugurarla è stato il ministro degli Esteri italiano Paolo Gentiloni, insieme all’omologo di Ulan Bataar Lundeg Purevsuren. La Mongolia ha grande interesse per il made in Italy, e questo la rende un ottimo partner commerciale con cui accrescere le esportazioni dei prodotti italiani. Roma - fedele alleato di Washington e con buone relazioni con Pechino - può sicuramente avere un ruolo politico da giocare, contribuendo ad appoggiare la transizione democratica del paese e il suo ancoraggio occidentale. Nicola Casarini è coordinatore dell’area di ricerca Asia dello IAI Arianna Russano è stagista nell’area di ricerca Asia dello IAI. |
martedì 28 giugno 2016
Orizzonti Cina.
| VOL. 7, N. 2 | MARZO_APRILE 2016 | |
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• Un nuovo modello per le relazioni tra Stato e società in Cina
• “Emancipare la mente al servizio della modernizzazione socialista” • La Legge sulle organizzazioni caritatevoli e la qualità dell’attività legislativa in Cina • La Legge sulle organizzazioni caritatevoli: opportunità, ma solo per i lungimiranti • Il bicchiere delle riforme ancora mezzo pieno — ma per quanto? • Se in Italia gli alunni cinesi non sono i primi della classe • L’effetto della migrazione sul Pil cinese • Politica, società e cultura di una Cina in ascesa. L’amministrazione Xi Jinping al suo primo mandato –
Recensione
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giovedì 23 giugno 2016
Rapporti da approfondire
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sabato 4 giugno 2016
Turchia: lo sguardo verso l'Europa
| Europa orientale Balcani in salsa turca Matteo Garnero 25/05/2016 |
L’inaugurazione della moschea di Ferhat Pasha
La moschea di Ferhat Pasha, risalente al XVI secolo, era stata rasa al suolo nel 1993 dalle milizie serbo-bosniache, un destino condiviso con altre 15 moschee di Banja Luka distrutte fra il 1993 ed il 1995. E per tenere a memoria quanto accaduto in questi anni alle comunità islamiche in Bosnia, il 7 maggio, viene celebrato il Giorno delle Moschee.
I lavori di ricostruzione della moschea, allora parte del patrimonio Unesco, erano stati inaugurati proprio il 7 maggio del 2001, data segnata da violente contestazioni ad opera di nazionalisti serbi, causando un morto.
Il costo complessivo dei lavori è stato di 5 milioni di dollari, di cui oltre 1 è stato fornito dalla Tika, l’agenzia di cooperazione turca. Consultando i canali ufficiali dell’agenzia si nota l’evidente impegno della cooperazione turca nei Balcani occidentali che non è concentrato solo nei Paesi in cui Ankara detiene i principali interessi economici (Serbia, Macedonia e Bosnia).
I progetti finanziati dalla Tika riflettono una strategia multidimensionale che comprende forme di sostegno alla popolazione in situazioni di emergenza come in caso di alluvioni, programmi educativi nel settore agro-alimentare e il rafforzamento dei legami culturali fra la Turchia ed i Balcani che passa attraverso la costruzione o il rinnovamento di biblioteche, monumenti e, per l’appunto, moschee.
Il ritorno della Turchia nei Balcani
Il ritorno nei Balcani della Turchia si è proprio registrato nel corso degli anni Novanta, durante i quali il processo di disgregazione della Jugoslavia ha alimentato processi di frammentazione e drammatiche guerre civili in un’area prossima ai confini turchi.
Nel corposo volume di geopolitica “Profondità strategica” pubblicato nel 2001 quand’era direttore del dipartimento di Relazioni internazionali dell’Università Beykent di Istanbul, Ahmet Davutoğlu aveva individuato nei Balcani uno dei “bacini geo-culturali di prossimità” della Turchia, status determinato non solo dall’ovvio legame geografico di connessione fra l’Anatolia e l’Europa centrale, bensì anche dall’eredità storica rappresentata dall’Impero Ottomano nella regione.
Commentando nel merito della presenza turca nei Balcani, il sito del Ministero degli Affari Esteri turco definisce la Turchia “un Paese balcanico”, in continuità con la visione di Davutoğlu, aggiungendo che “le relazioni bilaterali con questi Paesi sono basate sui principi di indipendenza, sovranità e integrità territoriale, non interferenza negli affari interni e ulteriormente sanciti dei legami storici che ci legano, nonché alla luce del principio di buon vicinato”.
Soft power turco
Durante l’era del partito di Giustizia e Sviluppo, Akp (Adalet ve Kalkınma Partisi), l’azione esterna della Turchia ha adoperato sempre più strumenti di soft power, attraverso il finanziamento di progetti per il tramite dell’agenzia Tika ed il consolidamento delle relazioni commerciali con i Paesi della regione.
Consultando i dati riportati dall’istituto statistico turco Tuik, è possibile rilevare come, nel periodo 2012-2015, si sia registrato un notevole incremento degli scambi con quasi tutti i Balcani occidentali: Montenegro (+31%), Serbia (+29%), Macedonia (+19%), Bosnia-Erzegovina (+16%), Albania (+12%) e Kosovo (-6%). Il dato relativo a Pristina, tuttavia, riporta una diminuzione degli scambi rispetto al 2012 solo nel corso del 2015.
Un fenomeno interessante di queste relazioni è rappresentato dal successo delle soap turche, particolarmente seguite in Bosnia, Macedonia, Kosovo e Serbia. Negli ultimi anni, il settore in questione ha registrato una crescita significativa, rendendo la Turchia il secondo Paese esportatore al mondo, dopo gli Stati Uniti, di serie tv.
Il successo nei Balcani, in particolare, è determinato non solo dalla facile accessibilità che l’intreccio delle soap offre, bensì anche da riferimenti culturali simili, quale la rappresentazione che viene fatta della famiglia o i richiami al passato ottomano, come viene fatto in Muhteşem Yüzyıl incentrato sulla vita di Solimano I il Magnifico.
L’importanza economica della Turchia registra quindi un trend positivo ed è diventato un mezzo efficace per migliorare le relazioni bilaterali con i Paesi della regione e per offrire un’immagine positiva alla popolazione.
Oltre il neo-ottomanesimo
Nonostante le accuse di “neo-ottomanesimo” mosse dai nazionalisti della regione e alcuni esponenti dell’accademia, la politica estera di Ankara nei confronti dei Balcani è stata, in larga parte, a sostegno del processo di adesione all’Ue, nonché nel quadro Nato.
La Turchia è stata infatti fra i membri fondatori del South-East European Cooperation Process, il quale si pone l’obiettivo di facilitare l’integrazione con le piattaforme comunitarie e del patto atlantico. Ankara ha avviato inoltre delle iniziative politiche di natura più indipendente, quali gli incontri trilaterali con Bosnia e Serbia, i quali hanno facilitato il dialogo fra i due Paesi, pur sempre i linea con le aspirazioni dell’Ue.
Ciò non toglie che sia possibile rilevare numerosi elementi culturali di riferimento alle minoranze turche nei Balcani, all’eredità ottomana e alla religione islamica. Proprio durante il discorso in occasione della cerimonia di inaugurazione della moschea, infatti, Davutoğlu ha ricordato i legami culturali che accomunano i due Paesi, esprimendo un forte senso di solidarietà e di supporto. Ha inoltre sottolineato l’importanza dell’unità territoriale della Bosnia, nonché la necessità di coesistenza pacifica fra le diverse fedi.
In quest’ottica, dunque, l’attivismo turco della regione non rappresenta una novità e i commenti di un “ritorno” di Ankara nei Balcani sembrano ignorare la continuità, al contrario, dell’ovvio interesse e coinvolgimento della Turchia nell’immediato vicinato.
È pur vero che questa stessa presenza ha modificato i propri strumenti e approcci, ma ciò va interpretato piuttosto alla luce di una serie di fattori di natura sistemica, più che di un strutturale ripensamento della politica estera turca. Con la fine della Guerra Fredda, la disgregazione della Jugoslavia e il processo di integrazione europeo, la Turchia ha semplicemente preso atto dei nuovi elementi che hanno dato forma al quadro regionale.
Matteo Garnero è stagista dell’area Europa dello IAI.
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