Asia

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Metodo di ricerca ed analisi adottato

Per il medoto di ricerca ed analisi adottato

Vds post in data 30 dicembre 2009 sul blog www.coltrinariatlanteamerica.blogspot.com
seguento il percorso:
Nota 1 - L'approccio concettuale alla ricerca. Il metodo adottato
Nota 2 - La parametrazione delle Capacità dello Stato
Nota 3 - Il Rapporto tra i fattori di squilibrio e le capacità delloStato
Nota 4 - Il Metodo di calcolo adottato

Per gli altri continenti si rifà riferimento al citato blog www.coltrinariatlanteamerica.blogspot.com per la spiegazione del metodo di ricerca.

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mercoledì 14 settembre 2016

Hong Kong: verso la ribellione

Asia
Ombrelli gialli nel Parlamento di Hong Kong
Nello del Gatto
06/09/2016
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Mentre il presidente cinese Xi Jinping era impegnato ad Hangzhou a dimostrare il valore politico e il ruolo che Pechino vuole acquisire nel mondo, l’establishment cinese riceveva un sonoro ceffone da Hong Kong.

Nelle elezioni dell’ex colonia britannica, che servivano a disegnare il nuovo parlamentino (Legislative Council of Hong Kong, LegCo), non solo si è registrata la più grande affluenza al voto nella storia elettorale locale iniziata del 1998 (58%) , ma gli hongkonghini hanno fatto chiaramente sapere che non vogliono perdere il loro status, arrendendosi a diventare una filiale della madre patria.

L’ex colonia britannica ancora assetata d’indipendenza
I leader della protesta del 2014, poi ribattezzata la rivoluzione degli ombrelli dopo essere stata Occupy central, sono entrati in parlamento, cavalcando lo slogan dell’indipendenza. E questo crea non pochi problemi a Pechino.

Il parlamento di Hong Kong conta 70 seggi, 35 dei quali vengono assegnati dal verdetto delle urne e il resto su scelta (diciamo cooptazione) anche di aziende, ma sempre dietro pressioni di Pechino. Questo perché il governo centrale cinese, quando nel 1997 ha preso in mano dagli inglesi Hong Kong, voleva assicurarsi una base su cui poteva contare per far passare idee e leggi.

Mai il legislatore cinese dell’epoca avrebbe potuto pensare che l’ex colonia un giorno si sarebbe rivoltata contro come è successo dal 2014 ad oggi. Gli indipendentisti e gli oppositori a Pechino hanno conquistato, infatti, più dei 24 seggi necessari per bloccare riforme costituzionali. E qui il mal di testa di Pechino che avrà vita non facile per imporre propri cambiamenti in vista del 2047, quando Hong Kong tornerà completamente sotto controllo cinese.

Fino ad allora, dovrebbe vigere il principio di “un paese due sistemi” che dovrebbe garantire una certa autonomia a Hong Kong. Da qualche anno a questa parte però, la pressione di Pechino sull’ex colonia britannica si è fatta sempre più forte, complici soprattutto gli ultimi due leader del governo locale (uno dei quali, Leung Chun-ying, derogando alla tradizione, ha addirittura giurato alla sua nomina in mandarino, lingua della capitale cinese e non i cantonese, parlato a Hong Kong), che non hanno perso occasione per ribadire la filiazione dell’ex colonia dalla “madre patria”.

Suffragio universale, non alla cinese
Proprio sulla figura del capo del governo locale si sono accesi gli animi che hanno portato agli scontri nel 2014. Pechino aveva promesso che le prossime elezioni del 2017 sarebbero state le prime nelle quali la Cina avrebbe concesso il suffragio universale per la scelta del capo del governo locale (chief executive), come stipulato nella Legge Fondamentale, la mini-costituzione di Hong Kong.

Il progetto di riforma di Pechino prevedeva un suffragio universale “alla cinese”: i cittadini di Hong Kong avrebbero sì potuto eleggere il loro candidato preferito alla carica di capo dell’esecutivo locale, ma tra una rosa di due o tre nomi, scelti da un gruppo di 1200 persone per la quasi totalità vicine a Pechino.

Ad agosto 2014, l’annuncio di questa riforma (poi respinta), scatenò le proteste di larga parte dell’opinione pubblica hongkonghina, che sfociarono nell’autunno successivo in settimane di manifestazioni. Una Occupy Hong Kong che chiedendo un vero e proprio suffragio universale, catapultò l’ex colonia britannica sui media internazionali per il grande numero di partecipanti, soprattutto giovani universitari, che si battevano contro il potere di Pechino.

Un vento di cambiamento pericoloso per Pechino
I leader di quella rivolta, tutti giovanissimi, siedono ora in parlamento, uno di loro è il più giovane deputato mai eletto e un altro il più votato in assoluto. Bisogna ora vedere se avranno la capacità politica di non restare fossilizzati sulle loro posizioni (ultimamente parlano solo di indipendenza da Pechino) o saranno in grado di riuscire a stringere alleanze con gli altri partiti anti Pechino, per portare a casa, passo dopo passo, risultati che allontanino la Cina da Hong Kong.

Qui, infatti, si potrebbe davvero realizzare quella piena autonomia che Pechino ha sempre promesso in altre regioni, come Tibet e Xinjiang, ma che non è mai stata realizzata. Per ora Pechino tace, segno che sta pensando a una soluzione.

La Nuova Cina, l’agenzia ufficiale Xinhua, ha riportato il comunicato dell’ufficio del Consiglio di Stato per gli affari di Hong Kong e Macao, nel quale si ribadisce la ferma opposizione a qualsiasi forma di indipendenza contraria alla costituzione cinese e alle altre leggi.

Ma i mal di testa restano e i vertici di Pechino dovranno dimostrare le capacità diplomatiche e di statisti che Xi Jinping ha voluto mettere in mostra ad Hangzhou per accreditarsi con il mondo. Altrimenti, da Hong Kong può spirare (ma è davvero una ipotesi remota) un vento di cambiamento in tutto il Paese. Ed è forse questo il timore maggiore per Pechino.

Nello del Gatto, dopo aver lavorato come giornalista di nera e giudiziaria nella provincia di Napoli seguendo i più importanti processi di camorra, si è dedicato agli Esteri. Nel 2003 era alla stampa della presidenza italiana del consiglio dell'Ue; poi 6 anni in India come corrispondente per l'Ansa e successivamente a Shanghai con lo stesso ruolo (Twitter: @nellocats).

venerdì 2 settembre 2016

Cooperazione sulla difesa tra India e Stati Uniti

Firmato il 30 agosto 2016 a Waschington un accordo Tra Stati Uniti ed India per la condivisione di base aeree e militari in caso di riparazione e fornitura di mezzi. L'Intesa è stata scritta con finalità di sostegno logistico bilaterale, ma in realtà, secondo molti analisti sia indiani che statunitensi, è stata salutata come una pietra miliare nel campo della difesa e cooperazione tra i due Paesi.

L'accordo, il Logistics Exchange Memorandum Agreement,  nasce nel 2002 ma solo ad aprile del 2016 Nuava Delhi ha dato il suo assenso. I termini operativi erano stati definiti lo scorso giugno durante la visita del premier indiano Narendra Modi negli Stati Uniti, resi pubblici con una nota dal pentagono nei giorni scorsi.

Protagonisti dell'accorso sono stati il Segretario alla Difesa degli Stati Unti, Ashton Carter ed il ministro della Difesa indiano Manohar Parrikar. E' convinzione dei protagonisti che le Marine dei due paesi, con questo accordo, potranno sostenere con il relativo supporto logistico esercitazioni, operazioni di peacekeepig e assistenza umanitaria. In molti pensano, peraltro, che questo accordo incida positivamente in tema di sicurezza come contrasto all'estremismo; in pratica si lancia un segnale diretto contro i militanti del cosiddetto Stato Islamico (Is) operante in Afganistan e Pakistan

Massimo Coltrinari
(geografia 2013@libero.it)





mercoledì 31 agosto 2016

Uzbekistan: una difficile eredità

aucaso
Uzbekistan, l’enigma del dopo Karimov
Sara Bonotti
12/10/2016
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L’annuncio, il 2 settembre, della morte del Presidente Islam Karimov ha dato il via alla transizione uzbeka.

All’indomani della scomparsa di quello che dal 1989 era il leader incontrastato del Paese, Nigmatilla Yuldashev, Presidente del Senato, ha adempito i primi doveri presidenziali che, in linea con l’articolo 96 della Costituzione e legislazione ordinaria, prevedono un periodo massimo di tre mesi per l’elezione del successore.

La nomina, nel 2015, dell’avvocato ed ex-Ministro della Giustizia Yuldashev a leader della Camera alta era già segnale loquace della necessità di rafforzare i contrappesi istituzionali allo strapotere degli organi di sicurezza.

La realtà politica appare, tuttavia, più dinamica del cristallino dettato costituzionale: il vaso di Pandora della lotta alla successione si è aperto tra giochi di potere esacerbati dalle divisioni in clan, volatilità sociale e stallo economico.

Conservare lo status quo
Eppure i fedelissimi dell’ex-Presidente sono orientati allo status quo. Tra i papabili emerge la figura di Shavkat Mirziyoyev, Primo ministro dal 2003 e Presidente pro tempore dall’8 settembre, a seguito della tempestiva rinuncia di Yuldashev.

Mirziyoyev ha compiuto gli onori di casa in occasione del funerale di Karimov, delle visite di delegazioni straniere - tra cui l’omologo russo Dmitry Medvedev - e dell’inattesa toccata e fuga del Presidente russo Vladimir Putin a Samarcanda.

Mirziyoyev godrebbe della fiducia di Rustam Inoyatov, capo del Servizio di sicurezza nazionale, e del Cremlino, vantando inoltre una forte base elettorale quale candidato del maggiore partito dell’Uzbekistan, il Liberal democratico.

Fuori dai giochi sembrerebbero i discendenti diretti del Presidente. L’erede designata Lola, unica dei figli presente alle commemorazioni, ha infatti manifestato disinteresse per la leadership, mentre l’altra figlia Gulnara è stata estromessa a causa del coinvolgimento in scandali finanziari.

Coesione uzbeka a dura prova
La coesione nazionale è stata, negli anni, messa a dura prova da controllo capillare della società civile e repressione sanguinosa di oppositori politici, fondamentalisti islamici e manifestanti che rivendicavano condizioni socio-economiche più eque.

La gestione delle minoranze nazionali, in primis kirghisa e tagica, rappresenta l’altro anello debole di un sistema centralizzato e autoritario, incline alla spartizione elitaria del potere. Le relazioni con gli stati confinanti sono tutt’altro che idilliche, a causa di frontiere mai definitivamente concordate, tensioni interetniche e conflitti latenti su risorse naturali ed energetiche.

La posizione al confine con l’Afghanistan e un revival islamico rivitalizzato da decenni di ateismo sovietico, a tratti radicale, rendono il Paese suscettibile di innescare effetti domino nell’intera regione.

La crisi economica, in parte conseguenza della recessione russa, penalizza soprattutto i lavoratori migranti uzbeki in Russia - 2 milioni secondo le stime - ma si estende all’intero sistema fiscale, che trae notevoli boccate d’ossigeno dalle rimesse estere.

I tagli al welfare statale e agli investimenti nel settore educativo inaspriscono il malcontento, mentre le condizioni salariali della polizia minano la fiducia nel regime di una categoria cruciale per il controllo sociale.

La capacità agricola è indebolita da tecniche di coltivazione obsolete, depauperamento del suolo e scarsa lungimiranza nell’attuare riforme indispensabili al sostegno di ben un terzo della classe lavoratrice. L’economia risente anche delle oscillazioni nei prezzi globali delle materie prime, principale fonte d’esportazione.

I tentativi di Tashkent di sdoganarsi dall’influenza russa hanno portato frutti. L’Uzbekistan è divenuto partner logistico e strategico dell’Occidente come piattaforma di lancio nella palude afghana e base di monitoraggio delle dinamiche regionali.

Un netto rifiuto è stato opposto al tentativo russo di inglobare il paese nell’Unione economica euroasiatica. Karimov optava inoltre per il ritiro dall’Organizzazione del trattato per la sicurezza collettiva a guida russa nel 2012. Tuttavia, il progressivo disimpegno degli Stati Uniti nell’area, l’apertura di nuovi scenari di crisi in Medio Oriente e l’interventismo russo hanno ridimensionato il peso dell’Asia Centrale sugli equilibri mondiali. Il potere negoziale dell’Uzbekistan secondo logiche da guerra fredda è in fase declinante.

L’eco nella regione
Altri leader della regione, intanto, sembrano far tesoro della lezione uzbeka sulla successione. Recentemente il presidente kazako Nursultan Nazarbayev, unico leader regionale a governare ininterrottamente dall’era sovietica, ha avviato un rimpasto governativo, nominando il Premier Karim Masimov a capo della Commissione per la sicurezza nazionale e la figlia Dariga Nazarbayeva Vice-Presidente del Senato.

Un Ministero per affari religiosi e società civile è sorto come risposta alla crisi del consenso sociale, mentre sette nuove leggi mirano a contrastare estremismo e terrorismo tramite intelligence e sicurezza informatica. Le mosse sottintendono l’esigenza di stabilità, prevenzione di dissenso e spaccature all’interno dell’élite.

Spostandosi su un altro scenario, Gurbanguly Berdymukhammedov, presidente del Turkmenistan, ha preparato il terreno per un potenziale governo a vita, autorizzando emendamenti costituzionali che gli consentiranno di candidarsi per le future elezioni presidenziali del 2017, indipendentemente dall’età, ed estendono il suo mandato da cinque a sette anni.

Le presidenziali uzbeche del 4 dicembre saranno dunque sotto la luce dei riflettori quale possibile modello di gestione di un’eredità post-sovietica condivisa dai Paesi confinanti. La leadership al potere dovrà saper raccogliere il lascito influente di chi un terzo della popolazione conosceva come unico padre della patria.

Le scelte su campagna elettorale e controllo del consenso - il 90% per Karimov alle elezioni 2015 - le negoziazioni dei clan rivali, il ruolo dei servizi segreti e le manovre russe nel ”cortile di casa” peseranno come fattori cruciali non solo sul futuro di Tashkent ma sulle successioni nell’intera regione.

Sara Bonotti, Programme Manager Human Dimension, Organization for Security and Co-operation in Europe (Osce), Programme Office in Astana.

venerdì 26 agosto 2016

Filippine: fibrillazioni antiUSA

sia
Duterte, il giustiziere filippino anti-americano
Francesco Valacchi
12/09/2016
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Il presidente filippino Rodrigo Duterte fa parlare di sé. Non solo per le offese rivolte al presidente Barack Obama, seguite a quelle riservate a Papa Francesco, ma anche per la sua politica, interna ed estera.

Infatti oltre al pronunciamento della corte internazionale dell’Aia sulla controversia per le isole del Mar Cinese Meridionale che ha dato forza alla posizione di Manila, è stata rilevante l’attività del Paese in ambito Asean ed i passi avanti nel ristabilimento completo dell’autorità del governo nel Sud del territorio, con l’inizio del dialogo con il gruppo Abu Sayyaf (legato al sedicente “stato islamico”).

Il recente attentato avvenuto a Davao il 2 settembre, rivendicato appunto dal gruppo Abu Sayyaf, a seguito del quale Duterte ha annullato la prima tappa di una serie di viaggi tra i Paesi dell’ASean, spinge però ad una più critica e completa analisi della strategia filippina.

L’antiamericanismo di Duterte
Dal momento della sua elezione il presidente ha iniziato una politica estera di confronto diretto con gli Stati Uniti che ha visto forti prese da parte di Manila sempre più caratterizzate da un pittoresco anti-americanismo. Basti pensare alle parole con le quali Duterte ha accusato gli Stati Uniti di favorire estremismo islamico e terrorismo con la loro spregiudicata politica estera.

Il confronto è avvenuto con toni esasperati da parte filippina mentre Washington ha smorzato le polemiche di facciata, definendo le uscite di Duterte delle ragazzate. Tuttavia i rapporti fra i due paesi, tradizionalmente legati dalla colonizzazione statunitense, non potranno certo essere cancellati con un colpo di spugna dalle intemperanze momentanee del nuovo leader di Manila.

Fra gli Usa e le Filippine si era già tenuto un vertice economico che aveva fra gli argomenti di spicco la cooperazione in ambito Wto, Apec e Asean in marzo e la cooperazione risulterà fondamentale per l’implementazione del trattato Trans-Pacific Partnership (Ttp).

Inoltre i ben 18 miliardi di dollari di interscambio commerciale raggiunti nel 2015 sono certo una cifra di tutto rispetto ed avranno un loro peso nel mantenere buono il rapporto fra i due Paesi, così come l’accesso, consentito alle truppe americane, a cinque basi militari su territorio filippino (accordo di marzo 2016).

Pena di morte e schiaffo ai diritti umani
Il versante della politica interna ha fatto registrare gli aspetti più stridenti dell’azione di Duterte. A partire dalla sua elezione infatti, con una violentissima lotta al traffico della droga il governo ha calpestato numerose libertà civili (sembra che la polizia abbia sommariamente ucciso 2000 cittadini).

Il Presidente ha inoltre annunciato l’intenzione di voler reintrodurre la pena capitale. Da più parti, organizzazioni non governative come Human Rights Watch gridano alla sistematica violazione dei diritti umani, mentre le Nazioni Unite hanno pesantemente criticato la politica interna di Duterte.

Se la recrudescenza della lotta ai trafficanti, già applicata da Duterte durante il suo mandato come sindaco della città di Davao, può aver colpito duramente le organizzazioni criminali, ha di certo impressionato la popolazione e l’ha portata ad avvicinarsi a gruppi più radicali.

L’aumento del consenso per gruppi come Abu Sayyaf sta motivando estremisti e l’attentato di Davao potrebbe essere solo il primo segnale di una maggior aggressività di tali attori. Dal canto suo Duterte ha risposto con la collaudata decisione e, dopo aver dichiarato lo stato d’emergenza e concesso poteri straordinari all’esercito, ha singolarmente affermato di voler “divorare” i terroristi.

Da un certo punto di vista l’inflessibilità del metodo Duterte ha portato alcuni risultati nella municipalità da lui amministrata per ben sette mandati, dal momento che Davao da città violenta per antonomasia è passata nella classifica delle dieci città più sicure al mondo.

Ma l’altro lato della medaglia è stata la completa subordinazione dei diritti umani ai poteri della polizia nella città. Questa dinamica, come abbiamo visto, ha rafforzato i gruppi estremisti presenti nell’area e nelle aree limitrofe, fomentando il fuoco della ribellione sotto la parvenza della governance imposta dall’alto.

Manila verso la presidenza Asean 
Duterte ha ereditato una situazione economica in ripresa e le Filippine sono definite dalla Banca Mondiale come uno dei migliori Paesi per crescita economica nell’area; la crescita prevista per l’economia quest’anno è del 6,4%.

All’inizio del suo mandato ha dichiarato di volersi focalizzare, come il predecessore Benigno Aquino, sullo sviluppo delle infrastrutture e sul perfezionamento della politica fiscale (punto peraltro direttamente legato alla sua politica di lotta alla corruzione).

L’economia del Paese è inserita in maniera propositiva nel contesto dell’Asean e della sua Comunità economica e ne ha tratto grande vantaggio negli ultimi due anni. Le Filippine assumeranno la presidenza dell’organizzazione per il 2017, ottenendo un’ulteriore occasione di promuovere la propria economia.

Un’importante sfida per Duterte sarà la gestione del rapporto con la Cina. La relazione con questo partner economico di peso è segnata dalla sentenza della corte internazionale dell’Aja che ha bocciato le pretese cinesi sulle isole filippine.

Se il rapporto con Pechino dovesse compromettersi e le intemperanze del presidente dovessero mettere in discussione la cooperazione con gli Stati Uniti, Mosca sarebbe un ottimo candidato per allacciare rapporti più stretti. La Russia è infatti interessata alla promozione dei rapporti commerciali con i Paesi Asean, come ampiamente dimostrato nel vertice di Sochi di quest’anno.

Allacciare una più profonda collaborazione con le Filippine sarebbe un’importantissima leva di penetrazione nei rapporti dell’organizzazione. Oltre all’attrazione economica, la Russia è sicuramente vicina a Manila nella sanguinosa lotta al terrorismo di matrice islamica che Duterte sembra essere intenzionato a mettere in atto.

Duterte si era già professato entusiasta di incontrare Putin durante il meeting dei Paesi Asean in Laos (6-8 settembre), dal momento che si era definito “molto simile” al presidente russo. Al termine del vertice, nel quale ha accettato la presidenza dell’Asean per il 2017, Duterte ha dichiarato che lavorerà “per portare l’Asean ad un modello di regionalismo e di attore globale che metta l’interesse del popolo al centro delle sue politiche”. Si vedrà nell’arco del suo mandato se nell’interesse del popolo verrà inclusa maggiore attenzione per i diritti umani o meno.

Francesco Valacchi si è laureato in Scienze Strategiche nel 2004 presso l’ateneo di Torino ed in Studi internazionali presso quello di Pisa nel 2013. È appassionato di geopolitica e strategia; è ufficiale in servizio permanente effettivo nell’esercito italiano.
 
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Economia, un’area di libero scambio per l’Asean, Francesco Valacchi

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lunedì 22 agosto 2016

Orizzonti Cina. Agosto 2016

 OrizzonteCina (ISSN 2280-8035). 

In questo numero articoli su:

• Tutte le strade portano a Pechino: tra Market economy status e difficoltà economiche interne
• Le contraddizioni del sistema finanziario cinese
• L’internazionalizzazione del renminbi: una piccola battuta d’arresto?
• l ruolo dell’Europa nell’ascesa della finanza cinese
• La crescente importanza della “variabile etnica” nelle relazioni tra istituzioni italiane e cittadini della Rpc residenti in Italia

• Il principe rosso, di Qiu Xiaolong – Recensione

Buona lettura!

lunedì 1 agosto 2016

India: i sogni rimangono tali

Nuclear Suppliers Group
L’India deve ancora sognarsi potenza nucleare
Carlo Trezza
22/07/2016
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Porte chiuse, almeno per ora, alla candidatura di New Delhi nel Nuclear Suppliers Group, Nsg, un organismo di base a Vienna che promuove la non proliferazione nucleare attraverso il controllo alle esportazioni di materiali e tecnologie e che di fatto stabilisce le regole del gioco in questo delicato settore.

Il 24 giugno, la scalata dell'India verso il riconoscimento di uno status equiparabile a quello di una potenza nucleare ha subito una battuta di arresto.

Fattore Washington
Tutto iniziò dieci anni fa allorché gli Stati Uniti, sotto la presidenza di George W. Bush, sottoscrissero con l'India un controverso accordo di collaborazione nucleare che scosse il regime di non proliferazione nucleare ed in particolare il Trattato di non proliferazione, Tnp, che proibisce ai cinque paesi cui il Trattato concede di possedere l'arma atomica di assistere in alcun modo lo sviluppo e il controllo di tale arma da parte dei paesi non militarmente nucleari, a maggior ragione di quelli che non fanno parte del Tnp.

Le disposizioni del Nsg in questo settore sono ancora più stringenti poiché pongono restrizioni anche nel campo dell'energia atomica a scopi civili.

L'ironia è che la normativa Nsg fu introdotta proprio in risposta alla prima esplosione nucleare indiana nel 1974. Una successiva serie di esplosioni ebbe luogo nel 1998, questa volta in parallelo con analoghi test da parte del Pakistan. I due paesi vennero condannati dal Consiglio di Sicurezza e sottoposti a sanzioni.

Sin dalla prima esplosione indiana gli Stati Uniti si trovarono in prima fila nel contrastare I programmi di Delhi e nel promuovere le norme più stringenti del gruppo Nsg. Analoga reazione vi fu dopo le esplosioni del 1998.

Ma gli sconvolgimenti degli anni 90 con la scomparsa dell'impero sovietico e con l'affermarsi del ruolo strategico della Cina, indussero gli americani a ricercare l'appoggio dell'India nella partita strategica con Pechino.

Quasi da un giorno all'altro Washington perse interesse per le sanzioni e adottò la controversa decisione di includere il settore nucleare nella nuova cooperazione strategica e di aprire il proprio mercato nucleare all'India incoraggiando il resto del mondo a fare altrettanto.

Ciò che ottennero in cambio fu ben al di sotto della tradizionale richiesta occidentale che l'India aderisse al Tnp come stato non militarmente nucleare. Ottennero che la collaborazione nucleare si limitasse al settore civile e che Delhi sottoponesse tale settore alle ispezioni dell'Agenzia internazionale dell’energia atomica.

La credibilità del Tnp
Ciò costituisce in realtà una contropartita simbolica poiché le ispezioni hanno lo scopo di prevenire la conversione di programmi civili in programmi militari, cosa che nel caso indiano era già avvenuta.

Il Pakistan lamenta inoltre che il suo rivale può ora ottenere dall'estero tecnologia, materiali ed apparecchiature per i propri programmi civili e concentrare verso il settore militare tutte le proprie risorse indigene.

L'intesa ha seriamente intaccato la credibilità del Tnp se si pensa che, mentre il mondo si strappava le vesti per il programma nucleare dell'Iran, che è parte al Tnp e si trova indietro anni luce rispetto all'India nel campo militare, si dava il via ad una collaborazione nucleare con un paese che non è parte al Tnp e che si è dotato dell'arma nucleare.

L'intesa ha poi aperto un varco alla proliferazione offrendo il pretesto alla Cina di fornire a sua volta analoga assistenza al Pakistan. Quest'ultimo, inviperito dall'accordo India-Usa, ha bloccato per ripicca a Ginevra, l'avvio di un promettente negoziato sulla proibizione della produzione di materiale fissile a fini militari (Fmct).

La Cina guida I recalcitranti
Alla plenaria Nsg conclusasi il 24 giugno a Seoul si sarebbe dovuto celebrare il coronamento di questa grande apertura attraverso l'ingresso indiano nel "sancta sanctorum" della non proliferazione.

Così non è stato poiché la Cina, esprimendo capacità di leadership e scostandosi dalla tradizionale solidarietà tra potenze nucleari su questi argomenti, ha negato il suo consenso all'ingresso indiano nel Nsg invocando la non appartenenza dell'India al Tnp.

Si sono fatti coraggio nel sostenere Pechino altri paesi tra cui, secondo la stampa, l'Irlanda, la Svizzera, la Nuova Zelanda ed il Sudafrica. L'India ha solo potuto trovare consolazione in un settore parallelo: quello missilistico.

Essa è stata infatti ammessa al regime Missile Technolgy Control Regime, Mtcr, sulla non proliferazione missilistica dal quale negli ultimi mesi era stata tenuta fuori dall'Italia per motivazioni collegate con la vicenda dei Marò.

La partita nucleare tuttavia non è chiusa. Pochi giorni dopo la sessione di Seoul il primo ministro indiano Narendra Modi, in visita in Sudafrica, è riuscito a strappare il consenso di Pretoria.

Rimane inoltre immutata la determinazione di Washington a condurre in porto l'operazione e non mancheranno le pressioni sui recalcitranti. A questo stadio la palla si trova nel campo cinese. Occorrerà vedere se Pechino rimarrà ferma sulle sue posizioni di principio o se vorrà giocarsi la carta indiana per ottenere altri vantaggi: ad esempio la propria ammissione al Mtcr di cui non è ancora parte.

Con le aperture americane verso il nucleare indiano si apre un problema più ampio: quello di come trattare in futuro l'intera categoria dei paesi che rimangono fuori dal Tnp (oltre l'India, il Pakistan, Israele e la Corea del Nord).

Gli Stati Uniti sostengono l'eccezionalità del caso indiano.La questione si complica con l'aspirazione dell'India ad un seggio permanente al Consiglio di Sicurezza con il rischio di consolidare il precedente dell'identificazione dei membri permanenti con la status di potenza nucleare.

In sostanza, si sta aprendo un ginepraio che indebolisce il Tnp e introduce ulteriori elementi di incertezza anche al di là del regime di non proliferazione. La partnership strategica con l'India è legittima e comprensibile, ma viene da domandarsi se essa debba necessariamente poggiare sulla cooperazione nucleare.

L'Ambasciatore Carlo Trezza è stato presidente della Conferenza del Disarmo a Ginevra e dell'Advisory Board del Segretario Generale dell'Onu Ban Ki moon. Da ultimo ha presieduto il Missile Technology Control Regime (Mtcr).
 
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Nato e Russia, ricostruire la fiducia in Europa, Carlo Trezza
Business as usual, con l’India non basta, Antonio Armellini
Girone in Italia, in attesa di mosse diplomatiche, Natalino Ronzitti

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giovedì 28 luglio 2016

.Mongolia: gli orizzonti asiatici si allargaqno

Asia
Mongolia, tra Cina e Usa un ruolo per l'Italia
Nicola Casarini, Arianna Russano
20/07/2016
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Si è da poco concluso a Ulaan Baatar, capitale della Mongolia, il summit dei capi di Stato e di governo dell’Asia-Europe Meeting (Asem). Negli stessi giorni, la corte arbitrale dell’Aja si è espressa a favore delle Filippine sul caso delle isole contese nel Mar Cinese Meridionale, dando torto alla Cina che rivendicava gran parte dell’area.

Tutti i paesi dell’Asia orientale sono alla ricerca di un compromesso con una Cina sempre più importante economicamente, ma la cui assertività spinge i paesi confinanti a ricorrere talvolta al sostegno di Washington, per tener testa a Pechino.

Una dinamica che si è manifestata anche durante le recenti elezioni in Mongolia per il rinnovo del Grande Hural di Stato, il parlamento unicamerale. Nelle urne mongole ha prevalso il partito filo-cinese: una circostanza che potrebbe far presagire uno scontro politico con l’attuale presidente in carica, il filo-occidentale Tsakhiagiin Elbegdorj.

Quello che accade in Mongolia merita di essere seguito con attenzione dall’Europa e dall’Italia, anche perché il nostro paese ha aperto la sua prima ambasciata a Ulaan Baatar proprio qualche settimana fa.

Le elezioni legislative
Il partito con il maggior numero di seggi nel Grande Hural mongolo è chiamato a formare il nuovo governo e nominare il primo ministro. Con un’affluenza del 72%, il Mongolian People’s Party (Mpp) ha ottenuto il 46,69% dei voti, conseguendo una inaspettata e schiacciante vittoria. Aggiudicandosi 65 seggi su 76, ha guadagnato ben 39 scranni in più rispetto alla scorsa tornata elettorale.

Il partito di ispirazione conservatrice, il Democratic Party (Dp) - che è anche la forza che esprime il presidente in carica -, con il 33,55% dei voti ha racimolato appena 9 seggi, perdendone ben 25 rispetto alle consultazioni del 2012, quando aveva ottenuto la maggioranza. L’ascesa elettorale del Dp si era confermata poi l’anno dopo, nel 2013, con la schiacciante vittoria del suo leader Elbegdorj, riconfermato alla guida del paese.

Riscossa dei filo-cinesi
Il Mpp ha governato ininterrottamente la Mongolia fino al 2009, quando Elbegdorj vinse per la prima volta le presidenziali. Filo-occidentale, il capo dello Stato ha da allora avviato la transizione democratica del paese, che si è però accompagnata a casi di corruzione di alcuni esponenti del Dp. Ciò ha permesso al Mpp di presentarsi alle elezioni di quest’anno come il partito del cambiamento, vincendo anche sulla scia di promesse per un rilancio di un’economia in fase di stallo.

Nonostante la Mongolia abbia riserve minerarie tra le più estese al mondo, rimane comunque in condizioni di estrema povertà. L’economia, basata sull’export di materie prime quali rame, carbone e oro, rende il paese profondamente suscettibile a fluttuazioni di mercato. Il recente rallentamento dell’economia cinese, principale partner commerciale di Ulaan Bataar - con cui condivide l’80% delle esportazioni ed il 30% delle importazioni -, ha negativamente influenzato l’economia mongola.

La crescita del Pil è passata dal 17.5% del 2011 al 2% prevista entro la fine del 2016 (secondo le ultime stime del Fmi). Il leader del Mpp, Miyegombyn Enkhbold, ha enfatizzato in campagna elettorale l’importanza di intervenire prontamente con riforme volte a risollevare l’economia del Paese, insistendo anche sull’importanza di sviluppare le relazioni con la Cina.

Non a caso, a margine del summit Asem di metà luglio, il nuovo governo a guida Mpp ha siglato accordi a tutto spiano - più di venti, nei settori più disparati - con Li Keqiang, il premier di Pechino al suo primo viaggio in Mongolia (e il primo di un leader del paese del Dragone a Ulaan Baatar dal 2010), in modo da sottolineare una ritrovata sintonia tra Mongolia e Cina dopo le recenti elezioni.

Tra Pechino e Washington
Con la vittoria del Mpp e il probabile riavvicinamento della Mongolia a Pechino, c’è il rischio che venga meno un baluardo occidentale a ridosso della Cina. L’attuale presidente Elbegdorj, il cui mandato scade nel luglio 2017, rimane il garante dell’apertura democratica della Mongolia, ma il suo partito è oramai minoranza nel paese.

Nel luglio 2012, pochi mesi dopo che l’amministrazione Obama aveva annunciato il suo ‘pivot asiatico’, l’allora segretario di Stato Hillary Clinton fece una tappa a Ulaan Baatar, dove pronunciò un vigoroso discorso a sostegno del sistema “pluralistico e democratico” della Mongolia, con un chiaro intento polemico verso il regime del partito unico in Cina.

In quell’intervento, la Clinton rispolverò l’idea di una “comunità di democrazie” - un concetto usato in precedenza da John McCain durante la campagna presidenziale del 2008 - della quale la Mongolia del Presidente Elbegdorj faceva parte a tutti gli effetti. La vittoria schiacciante del Mpp alle ultime legislative preoccupa gli osservatori internazionali che temono che quest’oasi di democrazia possa soccombere alle pressioni dei suoi due grandi vicini: Russia e, soprattutto, Cina.

Gentiloni inaugura l’ambasciata
In un momento così delicato per il futuro del paese, è di buon auspicio l’apertura della prima ambasciata italiana in territorio mongolo, simbolo del comune desiderio di imprimere un nuovo slancio alle relazioni tra i due paesi: a inaugurarla è stato il ministro degli Esteri italiano Paolo Gentiloni, insieme all’omologo di Ulan Bataar Lundeg Purevsuren. La Mongolia ha grande interesse per il made in Italy, e questo la rende un ottimo partner commerciale con cui accrescere le esportazioni dei prodotti italiani.

Roma - fedele alleato di Washington e con buone relazioni con Pechino - può sicuramente avere un ruolo politico da giocare, contribuendo ad appoggiare la transizione democratica del paese e il suo ancoraggio occidentale.

Nicola Casarini è coordinatore dell’area di ricerca Asia dello IAI
Arianna Russano è stagista nell’area di ricerca Asia dello IAI
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martedì 28 giugno 2016

Orizzonti Cina.

VOL. 7, N. 2 | MARZO_APRILE 2016


bimestrale OrizzonteCina (ISSN 2280-8035). In questo numero articoli su:

• Un nuovo modello per le relazioni tra Stato e società in Cina
• “Emancipare la mente al servizio della modernizzazione socialista”
• La Legge sulle organizzazioni caritatevoli e la qualità dell’attività legislativa in Cina
• La Legge sulle organizzazioni caritatevoli: opportunità, ma solo per i lungimiranti
• Il bicchiere delle riforme ancora mezzo pieno — ma per quanto?
• Se in Italia gli alunni cinesi non sono i primi della classe
• L’effetto della migrazione sul Pil cinese
• Politica, società e cultura di una Cina in ascesa. L’amministrazione Xi Jinping al suo primo mandato –

 Recensione

giovedì 23 giugno 2016

Rapporti da approfondire

Relazioni Europa-Cina
Pechino, se l’Ue crede ancora nelle riforme
Nicola Casarini
15/06/2016
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Per l’Europa, il bicchiere delle riforme in Cina sembra ancora essere mezzo pieno. La legge sulle organizzazioni caritatevoli e la legge sull’amministrazione delle organizzazioni non governative (Ong) finanziate dall’estero - entrambe approvate di recente - sono un indubbio segno dei cambiamenti in atto nel paese.

Due riforme che gettano luce sui tentativi da parte della dirigenza cinese di fornire un quadro normativo alle molteplici istanze provenienti da una società civile che si è sviluppata alquanto negli ultimi decenni, sulla scia della formidabile crescita economica avvenuta nel paese del Dragone dall’inizio della politica di riforme e dell’apertura attuata da Deng Xiaoping a partire dalla fine degli anni Settanta.

L’evoluzione del rapporto tra Stato e società civile in Cina è uno degli elementi cruciali per valutare gli effettivi cambiamenti in corso. Questo è particolarmente importante per l’Occidente, che ha scommesso sui riformatori cinesi fin dalla fine della guerra fredda, una volta riprese le relazioni politiche deterioratesi in seguito alla repressione degli studenti di Piazza Tiananmen del giugno 1989.

Economia, libertà e democrazia
A partire dai primi anni Novanta, Europa, Stati Uniti e Giappone hanno riformulato il loro approccio verso la Cina, nella speranza che una maggiore interdipendenza dell’economia cinese con il resto del mondo portasse con sé lo sviluppo di una società civile che avrebbe domandato maggiore libertà politica e democrazia.

Questo fu messo nero su bianco in un importante rapporto della Commissione Trilaterale del 1994: in esso si auspicava una maggiore integrazione della Cina con le nazioni sviluppate dell’Occidente e il Giappone al fine di promuovere il cambiamento interno in senso liberal-democratico, cosa che avrebbe oltretutto avuto effetti benefici per l’ordine regionale ed internazionale.

Tra i membri della Trilaterale, furono gli europei - meno preoccupati di “contenere” la Cina rispetto a statunitensi e giapponesi - ad appoggiare in maniera piena i tentativi dei riformatori cinesi dell’epoca di cambiare il Paese: un approccio iniziato ufficialmente nel 1995 con la pubblicazione del primo documento Ue sulla Cina dove compare la definizione di "impegno costruttivo".

Questo significava, in sostanza, che le questioni delicate quali la democrazia e i diritti umani - seppur importanti per le opinioni pubbliche occidentali - non avrebbero comunque impedito lo sviluppo di relazioni a tutto campo con il gigante asiatico, in particolare in ambito economico-commerciale, con il duplice obiettivo di trarre vantaggio dal grande mercato cinese e promuovere, in tal modo, il cambiamento interno.

Un importante risultato in tal senso fu l’ingresso della Cina nell’Organizzazione mondiale del commercio (Omc) nel 2001, un evento fortemente sostenuto dalle élite industriali e politiche europee dell’epoca, ma poi criticato negli ultimi anni, soprattutto da esponenti politici italiani tra cuil’ex ministro dell’Economia Giulio Tremonti, che nei suoi libri ha più volte identificato l’entrata della Cina nell’Omc come una delle cause principali degli attuali problemi dell’industria italiana.

Temi questi che sono riaffiorati negli ultimi mesi riguardo alla questione se l’Ue debba riconoscere alla Cina entro la fine del 2016 lo status di economia di mercato.

I timori di Roma 
L’Italia è fortemente contraria a tale riconoscimento e sostiene - a ragione - che la Cina non è ancora un’economia di mercato nel pieno senso della parola - e comunque non lo è sicuramente secondo i criteri stabiliti dalla Commissione europea.

Il resto dell’Europa, in particolare quella nordica e centro-orientale, non la pensa allo stesso modo, sostenendo - con varie sfumature - che in Cina, in ambito economico le forze del mercato e della società civile continuano a fare progressi (anche se non in maniera lineare e con frequenti marce indietro) e che sarebbe importante, pertanto, mandare un chiaro segnale di sostegno ai riformatori cinesi.

In ambito politico sta succedendo la stessa cosa. Se da una parte la legge sull’amministrazione delle Ong finanziate dall’estero ha ricevuto numerose critiche in Occidente, d’altro canto la legge sulle organizzazioni caritatevoli è stata accolta in maniera più favorevole, grazie anche al fatto che tale provvedimento fornisce finalmente un quadro normativo a un settore no profit che, nato e sviluppatosi durante gli ultimi quattro decenni, mancava di una chiara regolamentazione.

Organizzazioni caritatevoli e Ong
L’impressione che si ricava a Bruxelles è che i policy-makers europei vedano con favore la legge sulle organizzazioni caritatevoli - seppur con qualche distinguo -, mentre voci critiche si sono levate per sottolineare alcuni aspetti delle norme sull’amministrazione delle Ong finanziate dall’estero che potrebbero nuocere alle attività delle numerose organizzazioni e fondazioni europee operanti in Cina per promuovervi lo sviluppo di un’autonoma società civile, nonché democrazia e diritti umani.

Sia il dibattito in corso sulla questione dello status di economia di mercato sia quello relativo alle recenti disposizioni legislative riguardo le Ong finanziate dall’estero e le organizzazioni caritatevoli mostrano l’esistenza di varie posizioni in seno alla Ue, all’interno delle istituzioni europee di Bruxelles, ma anche all’interno e tra i 28 paesi membri.

Una situazione che non rende facile all’Unionel’assunzione di una chiara e netta posizione su queste tematiche, al contrario degli Stati Uniti che sembrano prediligere un approccio più tranchant verso la Cina e che hanno talvolta criticato l’Europa per la sua tendenza al compromesso.

La politica dell’“impegno costruttivo” - seppur declinata in maniera diversa a seconda del momento e della questione trattata - sembra comunque ancora dominare l’approccio di Bruxelles verso il gigante asiatico, come tra l’altro si evince dalla lettura dell’ultimo documento Ue sulla Cina - l’Agenda strategica Ue-Cina 2020.

C’è da chiedersi, però, per quanto tempo ancora questo approccio possa durare, essendo sotto attacco sia da molteplici partiti politici all’interno dell’Europa - come dimostra il dibattito sullo status di economia di mercato - che dai nostri tradizionali alleati e partner asiatici.

Per ora, l’Europa vede il bicchiere delle riforme ancora mezzo pieno. C’è da sperare che ulteriori cambiamenti in senso liberal-democratico all’interno della Cina possano permettere all’Ue di continuare in un tale approccio. Se ciò non avvenisse e le chiusure aumentassero, è probabile che il Vecchio continente segua Washington e Tokyosulla via di un “contenimento costruttivo”.

Nicola Casarini è coordinatore dell’area di ricerca Asia allo IAI.
 
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sabato 4 giugno 2016

Turchia: lo sguardo verso l'Europa

Europa orientale
Balcani in salsa turca
Matteo Garnero
25/05/2016
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Un'alta personalità turca in Bosnia. Ufficialmente per fede, ma in realtà per un giro di affari fatto di soft power. Il 7 maggio, il dimissionario Primo Ministro turco Ahmet Davutoğlu ha presenziato all’inaugurazione della moschea di Ferhat Pasha a Banja Luka, la seconda città della Bosnia-Erzegovina. Un gesto che oltre a scrivere una pagina della storia dei Balcani, si inserisce nel più ampio obiettivo della politica estera di Ankara di consolidare la propria presenza nella parte occidentale di questa regione.

L’inaugurazione della moschea di Ferhat Pasha
La moschea di Ferhat Pasha, risalente al XVI secolo, era stata rasa al suolo nel 1993 dalle milizie serbo-bosniache, un destino condiviso con altre 15 moschee di Banja Luka distrutte fra il 1993 ed il 1995. E per tenere a memoria quanto accaduto in questi anni alle comunità islamiche in Bosnia, il 7 maggio, viene celebrato il Giorno delle Moschee.

I lavori di ricostruzione della moschea, allora parte del patrimonio Unesco, erano stati inaugurati proprio il 7 maggio del 2001, data segnata da violente contestazioni ad opera di nazionalisti serbi, causando un morto.

Il costo complessivo dei lavori è stato di 5 milioni di dollari, di cui oltre 1 è stato fornito dalla Tika, l’agenzia di cooperazione turca. Consultando i canali ufficiali dell’agenzia si nota l’evidente impegno della cooperazione turca nei Balcani occidentali che non è concentrato solo nei Paesi in cui Ankara detiene i principali interessi economici (Serbia, Macedonia e Bosnia).

I progetti finanziati dalla Tika riflettono una strategia multidimensionale che comprende forme di sostegno alla popolazione in situazioni di emergenza come in caso di alluvioni, programmi educativi nel settore agro-alimentare e il rafforzamento dei legami culturali fra la Turchia ed i Balcani che passa attraverso la costruzione o il rinnovamento di biblioteche, monumenti e, per l’appunto, moschee.

Il ritorno della Turchia nei Balcani
Il ritorno nei Balcani della Turchia si è proprio registrato nel corso degli anni Novanta, durante i quali il processo di disgregazione della Jugoslavia ha alimentato processi di frammentazione e drammatiche guerre civili in un’area prossima ai confini turchi.

Nel corposo volume di geopolitica “Profondità strategica” pubblicato nel 2001 quand’era direttore del dipartimento di Relazioni internazionali dell’Università Beykent di Istanbul, Ahmet Davutoğlu aveva individuato nei Balcani uno dei “bacini geo-culturali di prossimità” della Turchia, status determinato non solo dall’ovvio legame geografico di connessione fra l’Anatolia e l’Europa centrale, bensì anche dall’eredità storica rappresentata dall’Impero Ottomano nella regione.

Commentando nel merito della presenza turca nei Balcani, il sito del Ministero degli Affari Esteri turco definisce la Turchia “un Paese balcanico”, in continuità con la visione di Davutoğlu, aggiungendo che “le relazioni bilaterali con questi Paesi sono basate sui principi di indipendenza, sovranità e integrità territoriale, non interferenza negli affari interni e ulteriormente sanciti dei legami storici che ci legano, nonché alla luce del principio di buon vicinato”.

Soft power turco
Durante l’era del partito di Giustizia e Sviluppo, Akp (Adalet ve Kalkınma Partisi), l’azione esterna della Turchia ha adoperato sempre più strumenti di soft power, attraverso il finanziamento di progetti per il tramite dell’agenzia Tika ed il consolidamento delle relazioni commerciali con i Paesi della regione.

Consultando i dati riportati dall’istituto statistico turco Tuik, è possibile rilevare come, nel periodo 2012-2015, si sia registrato un notevole incremento degli scambi con quasi tutti i Balcani occidentali: Montenegro (+31%), Serbia (+29%), Macedonia (+19%), Bosnia-Erzegovina (+16%), Albania (+12%) e Kosovo (-6%). Il dato relativo a Pristina, tuttavia, riporta una diminuzione degli scambi rispetto al 2012 solo nel corso del 2015.

Un fenomeno interessante di queste relazioni è rappresentato dal successo delle soap turche, particolarmente seguite in Bosnia, Macedonia, Kosovo e Serbia. Negli ultimi anni, il settore in questione ha registrato una crescita significativa, rendendo la Turchia il secondo Paese esportatore al mondo, dopo gli Stati Uniti, di serie tv.

Il successo nei Balcani, in particolare, è determinato non solo dalla facile accessibilità che l’intreccio delle soap offre, bensì anche da riferimenti culturali simili, quale la rappresentazione che viene fatta della famiglia o i richiami al passato ottomano, come viene fatto in Muhteşem Yüzyıl incentrato sulla vita di Solimano I il Magnifico.

L’importanza economica della Turchia registra quindi un trend positivo ed è diventato un mezzo efficace per migliorare le relazioni bilaterali con i Paesi della regione e per offrire un’immagine positiva alla popolazione.

Oltre il neo-ottomanesimo
Nonostante le accuse di “neo-ottomanesimo” mosse dai nazionalisti della regione e alcuni esponenti dell’accademia, la politica estera di Ankara nei confronti dei Balcani è stata, in larga parte, a sostegno del processo di adesione all’Ue, nonché nel quadro Nato.

La Turchia è stata infatti fra i membri fondatori del South-East European Cooperation Process, il quale si pone l’obiettivo di facilitare l’integrazione con le piattaforme comunitarie e del patto atlantico. Ankara ha avviato inoltre delle iniziative politiche di natura più indipendente, quali gli incontri trilaterali con Bosnia e Serbia, i quali hanno facilitato il dialogo fra i due Paesi, pur sempre i linea con le aspirazioni dell’Ue.

Ciò non toglie che sia possibile rilevare numerosi elementi culturali di riferimento alle minoranze turche nei Balcani, all’eredità ottomana e alla religione islamica. Proprio durante il discorso in occasione della cerimonia di inaugurazione della moschea, infatti, Davutoğlu ha ricordato i legami culturali che accomunano i due Paesi, esprimendo un forte senso di solidarietà e di supporto. Ha inoltre sottolineato l’importanza dell’unità territoriale della Bosnia, nonché la necessità di coesistenza pacifica fra le diverse fedi.

In quest’ottica, dunque, l’attivismo turco della regione non rappresenta una novità e i commenti di un “ritorno” di Ankara nei Balcani sembrano ignorare la continuità, al contrario, dell’ovvio interesse e coinvolgimento della Turchia nell’immediato vicinato.

È pur vero che questa stessa presenza ha modificato i propri strumenti e approcci, ma ciò va interpretato piuttosto alla luce di una serie di fattori di natura sistemica, più che di un strutturale ripensamento della politica estera turca. Con la fine della Guerra Fredda, la disgregazione della Jugoslavia e il processo di integrazione europeo, la Turchia ha semplicemente preso atto dei nuovi elementi che hanno dato forma al quadro regionale.

Matteo Garnero è stagista dell’area Europa dello IAI.
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