Asia

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Metodo di ricerca ed analisi adottato

Per il medoto di ricerca ed analisi adottato

Vds post in data 30 dicembre 2009 sul blog www.coltrinariatlanteamerica.blogspot.com
seguento il percorso:
Nota 1 - L'approccio concettuale alla ricerca. Il metodo adottato
Nota 2 - La parametrazione delle Capacità dello Stato
Nota 3 - Il Rapporto tra i fattori di squilibrio e le capacità delloStato
Nota 4 - Il Metodo di calcolo adottato

Per gli altri continenti si rifà riferimento al citato blog www.coltrinariatlanteamerica.blogspot.com per la spiegazione del metodo di ricerca.

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giovedì 23 giugno 2016

Rapporti da approfondire

Relazioni Europa-Cina
Pechino, se l’Ue crede ancora nelle riforme
Nicola Casarini
15/06/2016
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Per l’Europa, il bicchiere delle riforme in Cina sembra ancora essere mezzo pieno. La legge sulle organizzazioni caritatevoli e la legge sull’amministrazione delle organizzazioni non governative (Ong) finanziate dall’estero - entrambe approvate di recente - sono un indubbio segno dei cambiamenti in atto nel paese.

Due riforme che gettano luce sui tentativi da parte della dirigenza cinese di fornire un quadro normativo alle molteplici istanze provenienti da una società civile che si è sviluppata alquanto negli ultimi decenni, sulla scia della formidabile crescita economica avvenuta nel paese del Dragone dall’inizio della politica di riforme e dell’apertura attuata da Deng Xiaoping a partire dalla fine degli anni Settanta.

L’evoluzione del rapporto tra Stato e società civile in Cina è uno degli elementi cruciali per valutare gli effettivi cambiamenti in corso. Questo è particolarmente importante per l’Occidente, che ha scommesso sui riformatori cinesi fin dalla fine della guerra fredda, una volta riprese le relazioni politiche deterioratesi in seguito alla repressione degli studenti di Piazza Tiananmen del giugno 1989.

Economia, libertà e democrazia
A partire dai primi anni Novanta, Europa, Stati Uniti e Giappone hanno riformulato il loro approccio verso la Cina, nella speranza che una maggiore interdipendenza dell’economia cinese con il resto del mondo portasse con sé lo sviluppo di una società civile che avrebbe domandato maggiore libertà politica e democrazia.

Questo fu messo nero su bianco in un importante rapporto della Commissione Trilaterale del 1994: in esso si auspicava una maggiore integrazione della Cina con le nazioni sviluppate dell’Occidente e il Giappone al fine di promuovere il cambiamento interno in senso liberal-democratico, cosa che avrebbe oltretutto avuto effetti benefici per l’ordine regionale ed internazionale.

Tra i membri della Trilaterale, furono gli europei - meno preoccupati di “contenere” la Cina rispetto a statunitensi e giapponesi - ad appoggiare in maniera piena i tentativi dei riformatori cinesi dell’epoca di cambiare il Paese: un approccio iniziato ufficialmente nel 1995 con la pubblicazione del primo documento Ue sulla Cina dove compare la definizione di "impegno costruttivo".

Questo significava, in sostanza, che le questioni delicate quali la democrazia e i diritti umani - seppur importanti per le opinioni pubbliche occidentali - non avrebbero comunque impedito lo sviluppo di relazioni a tutto campo con il gigante asiatico, in particolare in ambito economico-commerciale, con il duplice obiettivo di trarre vantaggio dal grande mercato cinese e promuovere, in tal modo, il cambiamento interno.

Un importante risultato in tal senso fu l’ingresso della Cina nell’Organizzazione mondiale del commercio (Omc) nel 2001, un evento fortemente sostenuto dalle élite industriali e politiche europee dell’epoca, ma poi criticato negli ultimi anni, soprattutto da esponenti politici italiani tra cuil’ex ministro dell’Economia Giulio Tremonti, che nei suoi libri ha più volte identificato l’entrata della Cina nell’Omc come una delle cause principali degli attuali problemi dell’industria italiana.

Temi questi che sono riaffiorati negli ultimi mesi riguardo alla questione se l’Ue debba riconoscere alla Cina entro la fine del 2016 lo status di economia di mercato.

I timori di Roma 
L’Italia è fortemente contraria a tale riconoscimento e sostiene - a ragione - che la Cina non è ancora un’economia di mercato nel pieno senso della parola - e comunque non lo è sicuramente secondo i criteri stabiliti dalla Commissione europea.

Il resto dell’Europa, in particolare quella nordica e centro-orientale, non la pensa allo stesso modo, sostenendo - con varie sfumature - che in Cina, in ambito economico le forze del mercato e della società civile continuano a fare progressi (anche se non in maniera lineare e con frequenti marce indietro) e che sarebbe importante, pertanto, mandare un chiaro segnale di sostegno ai riformatori cinesi.

In ambito politico sta succedendo la stessa cosa. Se da una parte la legge sull’amministrazione delle Ong finanziate dall’estero ha ricevuto numerose critiche in Occidente, d’altro canto la legge sulle organizzazioni caritatevoli è stata accolta in maniera più favorevole, grazie anche al fatto che tale provvedimento fornisce finalmente un quadro normativo a un settore no profit che, nato e sviluppatosi durante gli ultimi quattro decenni, mancava di una chiara regolamentazione.

Organizzazioni caritatevoli e Ong
L’impressione che si ricava a Bruxelles è che i policy-makers europei vedano con favore la legge sulle organizzazioni caritatevoli - seppur con qualche distinguo -, mentre voci critiche si sono levate per sottolineare alcuni aspetti delle norme sull’amministrazione delle Ong finanziate dall’estero che potrebbero nuocere alle attività delle numerose organizzazioni e fondazioni europee operanti in Cina per promuovervi lo sviluppo di un’autonoma società civile, nonché democrazia e diritti umani.

Sia il dibattito in corso sulla questione dello status di economia di mercato sia quello relativo alle recenti disposizioni legislative riguardo le Ong finanziate dall’estero e le organizzazioni caritatevoli mostrano l’esistenza di varie posizioni in seno alla Ue, all’interno delle istituzioni europee di Bruxelles, ma anche all’interno e tra i 28 paesi membri.

Una situazione che non rende facile all’Unionel’assunzione di una chiara e netta posizione su queste tematiche, al contrario degli Stati Uniti che sembrano prediligere un approccio più tranchant verso la Cina e che hanno talvolta criticato l’Europa per la sua tendenza al compromesso.

La politica dell’“impegno costruttivo” - seppur declinata in maniera diversa a seconda del momento e della questione trattata - sembra comunque ancora dominare l’approccio di Bruxelles verso il gigante asiatico, come tra l’altro si evince dalla lettura dell’ultimo documento Ue sulla Cina - l’Agenda strategica Ue-Cina 2020.

C’è da chiedersi, però, per quanto tempo ancora questo approccio possa durare, essendo sotto attacco sia da molteplici partiti politici all’interno dell’Europa - come dimostra il dibattito sullo status di economia di mercato - che dai nostri tradizionali alleati e partner asiatici.

Per ora, l’Europa vede il bicchiere delle riforme ancora mezzo pieno. C’è da sperare che ulteriori cambiamenti in senso liberal-democratico all’interno della Cina possano permettere all’Ue di continuare in un tale approccio. Se ciò non avvenisse e le chiusure aumentassero, è probabile che il Vecchio continente segua Washington e Tokyosulla via di un “contenimento costruttivo”.

Nicola Casarini è coordinatore dell’area di ricerca Asia allo IAI.
 
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sabato 4 giugno 2016

Turchia: lo sguardo verso l'Europa

Europa orientale
Balcani in salsa turca
Matteo Garnero
25/05/2016
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Un'alta personalità turca in Bosnia. Ufficialmente per fede, ma in realtà per un giro di affari fatto di soft power. Il 7 maggio, il dimissionario Primo Ministro turco Ahmet Davutoğlu ha presenziato all’inaugurazione della moschea di Ferhat Pasha a Banja Luka, la seconda città della Bosnia-Erzegovina. Un gesto che oltre a scrivere una pagina della storia dei Balcani, si inserisce nel più ampio obiettivo della politica estera di Ankara di consolidare la propria presenza nella parte occidentale di questa regione.

L’inaugurazione della moschea di Ferhat Pasha
La moschea di Ferhat Pasha, risalente al XVI secolo, era stata rasa al suolo nel 1993 dalle milizie serbo-bosniache, un destino condiviso con altre 15 moschee di Banja Luka distrutte fra il 1993 ed il 1995. E per tenere a memoria quanto accaduto in questi anni alle comunità islamiche in Bosnia, il 7 maggio, viene celebrato il Giorno delle Moschee.

I lavori di ricostruzione della moschea, allora parte del patrimonio Unesco, erano stati inaugurati proprio il 7 maggio del 2001, data segnata da violente contestazioni ad opera di nazionalisti serbi, causando un morto.

Il costo complessivo dei lavori è stato di 5 milioni di dollari, di cui oltre 1 è stato fornito dalla Tika, l’agenzia di cooperazione turca. Consultando i canali ufficiali dell’agenzia si nota l’evidente impegno della cooperazione turca nei Balcani occidentali che non è concentrato solo nei Paesi in cui Ankara detiene i principali interessi economici (Serbia, Macedonia e Bosnia).

I progetti finanziati dalla Tika riflettono una strategia multidimensionale che comprende forme di sostegno alla popolazione in situazioni di emergenza come in caso di alluvioni, programmi educativi nel settore agro-alimentare e il rafforzamento dei legami culturali fra la Turchia ed i Balcani che passa attraverso la costruzione o il rinnovamento di biblioteche, monumenti e, per l’appunto, moschee.

Il ritorno della Turchia nei Balcani
Il ritorno nei Balcani della Turchia si è proprio registrato nel corso degli anni Novanta, durante i quali il processo di disgregazione della Jugoslavia ha alimentato processi di frammentazione e drammatiche guerre civili in un’area prossima ai confini turchi.

Nel corposo volume di geopolitica “Profondità strategica” pubblicato nel 2001 quand’era direttore del dipartimento di Relazioni internazionali dell’Università Beykent di Istanbul, Ahmet Davutoğlu aveva individuato nei Balcani uno dei “bacini geo-culturali di prossimità” della Turchia, status determinato non solo dall’ovvio legame geografico di connessione fra l’Anatolia e l’Europa centrale, bensì anche dall’eredità storica rappresentata dall’Impero Ottomano nella regione.

Commentando nel merito della presenza turca nei Balcani, il sito del Ministero degli Affari Esteri turco definisce la Turchia “un Paese balcanico”, in continuità con la visione di Davutoğlu, aggiungendo che “le relazioni bilaterali con questi Paesi sono basate sui principi di indipendenza, sovranità e integrità territoriale, non interferenza negli affari interni e ulteriormente sanciti dei legami storici che ci legano, nonché alla luce del principio di buon vicinato”.

Soft power turco
Durante l’era del partito di Giustizia e Sviluppo, Akp (Adalet ve Kalkınma Partisi), l’azione esterna della Turchia ha adoperato sempre più strumenti di soft power, attraverso il finanziamento di progetti per il tramite dell’agenzia Tika ed il consolidamento delle relazioni commerciali con i Paesi della regione.

Consultando i dati riportati dall’istituto statistico turco Tuik, è possibile rilevare come, nel periodo 2012-2015, si sia registrato un notevole incremento degli scambi con quasi tutti i Balcani occidentali: Montenegro (+31%), Serbia (+29%), Macedonia (+19%), Bosnia-Erzegovina (+16%), Albania (+12%) e Kosovo (-6%). Il dato relativo a Pristina, tuttavia, riporta una diminuzione degli scambi rispetto al 2012 solo nel corso del 2015.

Un fenomeno interessante di queste relazioni è rappresentato dal successo delle soap turche, particolarmente seguite in Bosnia, Macedonia, Kosovo e Serbia. Negli ultimi anni, il settore in questione ha registrato una crescita significativa, rendendo la Turchia il secondo Paese esportatore al mondo, dopo gli Stati Uniti, di serie tv.

Il successo nei Balcani, in particolare, è determinato non solo dalla facile accessibilità che l’intreccio delle soap offre, bensì anche da riferimenti culturali simili, quale la rappresentazione che viene fatta della famiglia o i richiami al passato ottomano, come viene fatto in Muhteşem Yüzyıl incentrato sulla vita di Solimano I il Magnifico.

L’importanza economica della Turchia registra quindi un trend positivo ed è diventato un mezzo efficace per migliorare le relazioni bilaterali con i Paesi della regione e per offrire un’immagine positiva alla popolazione.

Oltre il neo-ottomanesimo
Nonostante le accuse di “neo-ottomanesimo” mosse dai nazionalisti della regione e alcuni esponenti dell’accademia, la politica estera di Ankara nei confronti dei Balcani è stata, in larga parte, a sostegno del processo di adesione all’Ue, nonché nel quadro Nato.

La Turchia è stata infatti fra i membri fondatori del South-East European Cooperation Process, il quale si pone l’obiettivo di facilitare l’integrazione con le piattaforme comunitarie e del patto atlantico. Ankara ha avviato inoltre delle iniziative politiche di natura più indipendente, quali gli incontri trilaterali con Bosnia e Serbia, i quali hanno facilitato il dialogo fra i due Paesi, pur sempre i linea con le aspirazioni dell’Ue.

Ciò non toglie che sia possibile rilevare numerosi elementi culturali di riferimento alle minoranze turche nei Balcani, all’eredità ottomana e alla religione islamica. Proprio durante il discorso in occasione della cerimonia di inaugurazione della moschea, infatti, Davutoğlu ha ricordato i legami culturali che accomunano i due Paesi, esprimendo un forte senso di solidarietà e di supporto. Ha inoltre sottolineato l’importanza dell’unità territoriale della Bosnia, nonché la necessità di coesistenza pacifica fra le diverse fedi.

In quest’ottica, dunque, l’attivismo turco della regione non rappresenta una novità e i commenti di un “ritorno” di Ankara nei Balcani sembrano ignorare la continuità, al contrario, dell’ovvio interesse e coinvolgimento della Turchia nell’immediato vicinato.

È pur vero che questa stessa presenza ha modificato i propri strumenti e approcci, ma ciò va interpretato piuttosto alla luce di una serie di fattori di natura sistemica, più che di un strutturale ripensamento della politica estera turca. Con la fine della Guerra Fredda, la disgregazione della Jugoslavia e il processo di integrazione europeo, la Turchia ha semplicemente preso atto dei nuovi elementi che hanno dato forma al quadro regionale.

Matteo Garnero è stagista dell’area Europa dello IAI.
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venerdì 27 maggio 2016

Taiwan: prospettive interessanti

Relazioni Europa-Cina
Taiwan, un nuovo presidente e le sfide per l’Ue
Nicola Casarini
20/05/2016
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L’Unione europea non riconosce politicamente la Repubblica di Cina con capitale a Taipei, ovvero Taiwan, in ossequio al principio di “una sola Cina” (one China policy) che prevede che solo la Repubblica popolare cinese con sede a Pechino rappresenti la Cina.

Questo principio guida le relazioni esterne di Bruxelles dal maggio 1975, data del riconoscimento ufficiale della Rpc da parte della Comunità europea. Nonostante il vuoto diplomatico-politico, le relazioni Ue-Taiwan sono solide: consultazioni ufficiali tra Bruxelles e Taipei si tengono annualmente su questioni che vanno dalla ricerca e tecnologia a educazione, cultura, ambiente e altri settori di interesse comune.

Particolare attenzione è data alla dimensione economico-commerciale: l’ufficio di rappresentanza della Ue a Taipei si chiama Ufficio economico e commerciale europeo (European economic and trade office: Eeto).

Solide relazioni economiche
Taiwan è il quarto partner commerciale della Ue in Asia, dopo Cina, Giappone e Corea del Sud. Con un interscambio che ammontava a fine 2014 a 40,2 miliardi di euro, Taipei conta l’1,2% del commercio globale della Ue, piazzandosi al diciannovesimo posto, in ascesa di due posizioni dal 2013.

L’Europa rappresenta per Taipei il quarto mercato di sbocco - dopo Cina, Giappone e Stati Uniti - e una fonte importante di investimenti esteri. Questi ultimi sono cresciuti del 115% tra il 2013 e il 2014, portando lo stock totale a 1,36 miliardi di euro.

Taiwan e Ue collaborano attivamente in seno all’Organizzazione mondiale del commercio, una delle poche organizzazioni intergovernative delle quali Taipei fa parte dal 2002 con il nome di Territorio doganale separato di Taiwan, Penghu, Kinmen e Matsu (Separate customs territory of Taiwan, Penghu, Kinmen and Matsu).

La Commissione europea ha incluso Taiwan nella sua recente comunicazione “Commercio per tutti”, adottata il 14 ottobre 2015. Nel documento si dice che “la Ue esplorerà la possibilità di avviare negoziati” sugli investimenti con Taiwan.

Una decisione che ha connotati simbolici e politici, se si pensa che Bruxelles sta attualmente negoziando un accordo bilaterale sugli investimenti con Pechino (Bit). È probabile che, una volta concluso il Bit tra Ue e Cina, tocchi poi a Taiwan, come accaduto già con l’entrata di Taipei nell’Omc, avvenuta un anno dopo l’ingresso della Prc, per ragioni politiche e di immagine.

Un contesto politico in evoluzione
La schiacciante vittoria di Tsai Ying-Wen e del Partito democratico progressista di Taiwan alle elezioni presidenziali e legislative tenutesi a inizio gennaio 2016 ha messo fine a otto anni di potere del presidente Ma e del suo partito, il Kuomintang, che aveva puntato sul riavvicinamento con la madrepatria cinese.

Con l’elezione di Tsai, l’elettorato taiwanese ha voluto mettere fine a un riavvicinamento alla Repubblica popolare che molti considerano deleterio per l’isola. La Cina non fa mistero di voler riportare Taiwan sotto la propria sovranità, anche con la forza, e mantiene circa 1.500 missili puntati sull’isola.

Nonostante il miglioramento delle relazioni economiche, la vittoria di Tsai dimostra che la maggioranza dei taiwanesi vuole mantenere una certa distanza con Pechino. E la questione taiwanese torna a riemergere nello scenario internazionale, con Tsa Ying-Wen che il 20 maggio si insedia ufficialmente - come previsto dalla Costituzione - alla presidenza.

L’Europa tra valori e realpolitik
Le nuove dinamiche impresse alle relazioni Rpc-Taiwan in seguito alla vittoria di Tsai non chiamano solo in causa gli Stati Uniti e gli alleati asiatici, in primis il Giappone, ma anche la Ue.

Nelle sue dichiarazioni ufficiali, Bruxelles continua ad appoggiare la risoluzione della questione taiwanese con mezzi pacifici, condannando l’uso della forza. L’Ue insiste inoltre che ogni accordo sullo status futuro dell’isola debba essere raggiunto tra Pechino e Taipei, senza interventi unilaterali, tenendo in considerazione i desideri della popolazione taiwanese.

All’indomani della vittoria di Tsai, Federica Mogherini ha fatto una dichiarazione succinta - di poche righe, per non indispettire troppo Pechino - richiamando l’attenzione sull’importanza del processo democratico a Taiwan e ribadendo il sostegno dell’Unione alla risoluzione pacifica delle relazioni tra Pechino e Taipei.

Se le posizioni di Mogherini e del Servizio europeo di azione esterna rimangono improntate alla massima cautela per non mettere a repentaglio gli interessi economici con la Cina, il Parlamento europeo non esita a prendere posizione a favore di Taiwan.

Il Gruppo degli amici di Taiwan nel Parlamento europeo, il cui chairman è il tedesco Werner Langen, si è congratulato per la vittoria di Tsai con una nota nella quale si esplicita il sostegno del gruppo nelle sfide future che Taiwan dovrà affrontare, anche in vista di relazioni sempre più strette tra Bruxelles e Taipei.

Proprio il forte impegno del Gruppo degli amici di Taiwan nel Parlamento europeo ha spinto per l’inclusione di Taipei nel documento della Commissione europea sul “Commercio per tutti”; inoltre, gli europarlamentari hanno promosso l’inclusione di Taiwan nel programma “Schengen visa waiver” che permette ai cittadini taiwanesi di entrare nello spazio Schengen senza bisogno di visto.

Il Parlamento europeo non ha, invece, molta voce in capitolo riguardo la politica estera europea. Questo permette alla Ue di giocare la carta dei valori nei riguardi di Taiwan e di salvaguardare gli interessi economici con la Cina grazie al ruolo più conciliante verso Pechino adottato dalla Commissione europea e dal Seae.

C’è da chiedersi, però, se di fronte all’evoluzione delle dinamiche tra Taiwan e Rpc un tale equilibrismo da parte della Ue possa continuare, senza che ciò metta a repentaglio quei valori e principi su cui si basa la costruzione europea e la stessa proiezione internazionale dell’Unione.

Articolo pubblicato su OrizzonteCina, rivista online sulla Cina contemporanea a cura di Torino World Affairs Institute e Istituto Affari Internazionali.

Nicola Casarini è coordinatore dell’area di ricerca Asia allo IAI.
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lunedì 16 maggio 2016

Relazioni Italia-Cina


A ogni turista il suo poliziotto
Nello del Gatto
13/05/2016
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Poliziotti italiani accompagnati da poliziotti cinesi. Si sono visti per due settimane, in alcune strade di Milano e di Roma, a seguito dell’accordo di cooperazione internazionale tra il Ministero dell’Interno italiano e la polizia cinese.

Turismo sicuro
Il progetto si chiama “Turismo Sicuro” e il suo scopo è quello di garantire ai turisti del Paese del dragone la massima sicurezza, specie nei luoghi di grande affluenza quali ad esempio a Roma il Vaticano.

L’accordo, che a sua volta segue un memorandum d’intesa siglato lo scorso 24 settembre all’Aja tra il ministero dell’Interno e il corrispondente dicastero della Pubblica sicurezza della Repubblica Popolare Cinese, prevede che i poliziotti cinesi, due a Roma e due a Milano, indossino sempre la loro divisa per essere facilmente riconoscibili dai loro connazionali, pur essendo coordinati dai Comandi dei Carabinieri italiani.

Prima di arrivare in Italia, i poliziotti cinesi sono stati sottoposti a un training speciale a Pechino, condotto da nostri esperti che si sono recati appositamente in Cina. Il loro compito è stato principalmente quello di assistere e dare informazioni in lingua ai sempre più numerosi turisti cinesi in arrivo nel nostro paese.

I dati ufficiali parlano infatti di 4 milioni di turisti cinesi giunti in Italia nel 2015 con tendenza all’aumento per il 2016. Il Ministro dell’Interno Angelino Alfano, ha parlato con entusiasmo dell’iniziativa, annunciando in Cina un’operazione simile con poliziotti italiani. Vero è anche che la collaborazione con forze dell’ordine di Paesi stranieri non è da considerarsi per l’Italia una novità assoluta.

Due anni fa venne attuato un progetto molto simile con la polizia spagnola. Agenti italiani e del Cuerpo National de Policia spagnola hanno prestato servizio congiunto in diverse località turistiche sia italiane e spagnole, specie nel periodo estivo.

E a Roma, per il Giubileo, sono arrivati in aiuto ai nostri agenti, anche poliziotti polacchi e degli Stati Uniti, anche se giustificare la presenza dei poliziotti cinesi con il giubileo pare forzato, in virtù della relazione non proprio stretta dei cinesi con la religione cattolica. Certamente però, la presenza dei poliziotti cinesi ha un impatto maggiore, anche in termini di immagine.

Nonostante questo, dall’iniziativa scaturiscono diversi dubbi, espressi anche da una parte della stampa internazionale. Il Global Times, quotidiano di Pechino, pur lodando in senso generale lo spirito di collaborazione manifestato in questa occasione dal nostro governo nei confronti della Cina, si è chiesto dell’utilità della presenza dei poliziotti cinesi, specie in considerazione del fatto che sono solo due per città rispetto alla grande quantità di cinesi presenti.

E il settimanale tedesco Der Spiegel, in un lungo articolo esprime forte perplessità sul fatto che un Paese come l’Italia senta la necessità, per garantire la sicurezza in particolare dei turisti stranieri, di importare, per così dire, le forze dell’ordine da Paesi terzi che, non avendo alcun inquadramento normativo, non ha alcun potere di effettuare arresti o interventi concreti.

Operazione di marketing
Una perplessità, quella avanzata dai tedeschi, che appare almeno in parte condivisibile. Anche perché la comunità cinese non è la sola ad avere una forte presenza, turistica e non, nel nostro Paese. Basti pensare ai russi, solo per fare un esempio.

Quella voluta dal governo italiano, allora, inevitabilmente, sembra più un’operazione di facciata, una sorta di “show off”, per dare l’immagine dell’Italia come di un Paese aperto al mondo e, soprattutto, al paese del dragone.

Il gigante asiatico è sempre più presente in Italia:intere città italiane, o almeno interi quartieri di esse, sono in mano ai cinesi. I consistenti e costanti aumenti dei flussi turistici dalla Cina dimostrano un continuo aumento dell’interesse per il Bel Paese, le sue bellezze e il suo invidiato stile di vita.

I poliziotti cinesi, che non parlano italiano e dunque non possono interagire con la popolazione locale, stanno svolgendo un ruolo che si avvicina di più a quello di un ufficio informazioni o guida. Cosa alquanto inutile considerando la forte presenza in Italia di persone che parlano il cinese, anche grazie ai numerosi corsi di lingua avviati dalle nostre principali università.

No dell’Ue all’economia di mercato cinese
La presenza dei poliziotti cinesi per le strade di Roma e Milano accorcia se possibile ancora di più le distanze, stringe i cordoni di un’amicizia che innegabilmente all’Italia fa comodo, anche e soprattutto in chiave economica. Asservimento in chiave utilitaristica? Forse. L’Italia però in questo non segue del tutto l’Europa o alcuni dei suoi partner europei.

Non a caso anche la Francia, un paio di anni fa, aveva avviato con la Cina delle trattative per un pattugliamento congiunto delle strade di Parigi, ma il progetto non era poi andato avanti a causa delle forti perplessità del governo francese, specie basate sulle profonde differenze normative e procedurali tra le polizie dei due paesi.

La decisione poi in queste ore dell'Europarlamento per il quale "la Cina non è un'economia di mercato" e "ancora non soddisfa i cinque criteri stabiliti dall’Unione europea per definire le economie di mercato", pone altre barriere tra il Paese del dragone e il vecchio continente, con l’Italia candidata a fare da pontiere.

Nello del Gatto, dopo aver lavorato come giornalista di nera e giudiziaria nella provincia di Napoli seguendo i più importanti processi di camorra, si è dedicato agli Esteri. Nel 2003 era alla stampa della presidenza italiana del consiglio dell'Ue; poi 6 anni in India come corrispondente per l'Ansa e successivamente a Shanghai con lo stesso ruolo (Twitter: @nellocats).
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lunedì 9 maggio 2016

Afganistan Offensiva di primavera dei Talebani

Lunedì 11 Aprile, i talebani hanno annunciato l’inizio della così detta offensiva di primavera, l’annuale ripresa delle attività di insorgenza coincidente con l’inizio della bella stagione. All'annuncio dell’operazione, quest’anno chiamata “Operazione Omari” in onore dello storico leader Mullah Omar, deceduto la scorsa estate, sono seguite le dichiarazioni del Ministero della Difesa che ha parlato di una pronta controffensiva da parte delle Forze di sicurezza afghane (ANSF), chiamata “Operazione Shafaq”, per cercare di arginare una minaccia che appare ormai sempre più pressante. Già nei giorni scorsi, come preludio dell’offensiva, i combattenti talebani avevano rivendicato due attenti a distanza di poche ore. A Jalalabad City (nella provincia di Nangarhar) una bomba su un bus dell’Esercito ha provocato la morte di 12 uomini e il ferimento di 38, mentre a Kabul un ordigno posato su strada è detonato al passaggio di un veicolo con personale del Ministero dell’Istruzione, uccidendo due persone e ferendone altre cinque. Mentre nel recente passato l’impraticabilità delle impervie vie di comunicazione interne aveva effettivamente rallentato l’avanzata dei miliziani ribelli nei mesi invernali, negli ultimi due anni i talebani hanno guadagnato un controllo talmente capillare del territorio da essere ormai in grado di mettere costantemente in seria difficoltà le autorità di Kabul e le ANSF.
Ad oggi, i talebani controllano o contestano alle Forze di sicurezza afghane circa 80 distretti su 400, non solo nelle tradizionali enclaves nel sud e nell'est del Paese, ma anche nelle regioni settentrionali, in passato storiche roccaforti delle forze di opposizione alla militanza. Oltre ai successi registrati questo inverno nella conquista della provincia meridionale dell’Helmand, i talebani hanno ormai rafforzato la propria presenza anche al nord, sia nella provincia di Kunduz sia in quella di Baghlan. In proposito, con la recente conquista di diverse basi militari e checkpoints a Dandghur (nei pressi del capoluogo di Baghlan), l’insorgenza sarebbe ora in grado di controllare importanti vie di comunicazioni verso il confine con il Tajikistan. L’attuale forza della militanza sembra essere confermata anche dalla recente scelta di numerosi comandanti, che momentaneamente avevano abbandonato la causa talebana per unirsi alla così detta branca Khorasan dello Stato Islamico, di tornare tra le fila dell’insorgenza. In un momento in cui le ANSF si dimostrano inadeguate nel rispondere ai problemi di sicurezza interna, il rinsaldamento del fronte talebano sembra destinato ad esacerbare ulteriormente la già profonda instabilità all’interno del Paese.

Fonte CESI Geopolitikal 214

OrizzontiCina Gennaio Febbraio 2016 Vol. 7



 bimestrale OrizzonteCina (ISSN 2280-8035)

In questo numero articoli su:

• Le implicazioni del nuovo scenario politico a Taipei
• I limiti e le opportunità della democrazia taiwanese
• Ambiente e politica a Taiwan
• Le relazioni Europa-Taiwan tra valori e realpolitik
• Stanley Kao, Rappresentante di Taipei in Italia – Intervista con il Direttore
• Il sistema dei media a Taiwan
• Prove di partecipazione politica attiva. I cinesi d’Italia e le primarie del Pd
• Nel paese delle nevi. Storia culturale del Tibet dal VII al XXI secolo, di Chiara Bellini – Recensione

lunedì 2 maggio 2016

Cina: novità da Hong Kong

Asia
Hong Kong riscopre la democrazia ateniese
Elisabetta Esposito Martino
29/04/2016
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Da inizio aprile si è diffusa una nuova fragranza nel Porto Profumato: quella della democrazia ateniese. Joshua Wong ha fondato un nuovo partito politico, battezzato Demosisto, insieme al gruppo di giovanissimi con cui, nell’autunno 2014, aveva dato vita al movimento Occupy Central, animando le strade di Hong Kong con una protesta che, anche dopo lo sgombero dell’ultimo accampamento, avvenuto nel dicembre dello stesso anno, non si era mai definitivamente spenta.

Il nome del nuovo partito vagheggia e profonde lo spirito che anima il comitato fondatore, un richiamo al demos, il popolo, come nucleo fondante della costituzione della polis greca, espressione concreta di una visione politica egualitaria, in cui tutti i cittadini sono posti sul medesimo piano, fusi nella totalità del corpo civico, nell’appartenenza che sostanzia la democrazia di Atene.

Al demos si aggiunge il verbo latino sisto che, in tutte le sue accezioni (innalzare, erigere, costruire, consolidare, rafforzare, stare, presentarsi, resistere, perseverare) racconta i sogni del popolo di Hong Kong, che intende resistere ed ergersi a baluardo di democrazia e di libertà, fermarsi e stare, come sentinelle in terra d’Oriente e, da ultimo, vuole presentarsi alle prossime elezioni.

All’indomani della rivoluzione degli ombrelli
I giovani che, guidando la rivoluzione degli ombrelli, hanno chiesto per due anni a gran voce una reale democrazia, hanno deciso di affrontare un nuovo agone, quello del parlamento della Regione amministrativa speciale di Hong Kong.

Dopo l’attivismo da strada, è giunta adesso l’ora di un impegno meno improvvisato, strutturato politicamente e culturalmente, che affronterà il primo esame nel corso delle elezioni per il Consiglio legislativo del prossimo settembre. Consultazioni, tuttavia, alle quali il fondatore del Demosisto ed i suoi collaboratori non potranno candidarsi, non avendo ancora compiuto i 21 anni richiesti per l’elettorato passivo.

Il Programma della nuova formazione politica richiama il coraggio e le aspirazioni che avevano permesso a pochi studenti di trainare un movimento sfuggito di mano ai borghesi moderati, sovente pedine di Pechino, nel distretto finanziario che rappresenta la forza motrice dell’incredibile sviluppo cinese.

La volontà che emerge è quella di entrare nei gangli del sistema politico, creando un partito capace di influenzare concretamente l’agenda politica, tessendo un consenso che spinga all'autodeterminazione e strappi l'isola dalle soffocanti maglie della rete del governo della Repubblica popolare cinese e del capitalismo più sfrenato.

Le dichiarazioni ufficiali sollecitano i sette milioni di abitanti di Hong Kong a non permettere al Partito comunista di determinare il futuro dell’isola ma, insieme alle altre formazioni politiche, di lavorare per mantenere ed aumentare l'autonomia nel panorama cinese, che declina la democrazia limitatamente al rule by law, come rappresentato dai potenti movimenti filo-Pechino.

HK exit all’orizzonte?
Il nuovo partito guarda al 2047, quando - in base all’accordo sulla riunificazione cinese negoziato da Deng Xiaoping e Margaret Thatcher - finirà lo spazio di operatività del principio costituzionale “un paese, due sistemi” e Hong Kong scivolerà completamente nel sistema politico ed economico di Pechino.

L’unico argine che possa frenare questo precipizio, secondo i giovani dell’isola, è rappresentato dalla democrazia che - mai compiutamente realizzata sotto il dominio coloniale britannico - aveva però radicato il rispetto delle libertà fondamentali, almeno fino ai recenti casi degli editori scomparsi, della Fishball Revolutiona Mong Kok durante il capodanno lunare, resi più inquietanti dal panorama distopico evocato dal film TenYears e dalla minacciata chiusura del museo che ricorda i fatti di piazza Tiananmen del 1989, inaugurato nel 2014. Per impedire tutto ciò si chiede come prima azione politica un referendum, una sorta di HK exit,per uscire dal tunnel evocato nel logo del partito.

Antichità classica e presente cinese
Ma questo vagheggiare il demos dell’antichità classica, se per l’occidente è foriero di un messaggio profondo, fatto di democrazia, di libertà e di uguaglianza, per un cinese è un vuoto risuonare. Innanzitutto il nome del partito risulta impronunciabile, inoltre la trasposizione in cinese (cantonese, Xiānggǎngzhòngzhì) si allontana dall’immaginario evocato per tornare ad un mixage tra aspirazione, ideale, volontà di un popolo - quello greco - allora compattato contro i barbari (persiani), ma ora da compattare contro i nuovi barbari, che però barbari non sono e anzi tacciano gli avversari di barbarie.

In effetti, il concetto stesso di democrazia è stato, nel continente del Dragone, rielaborato e combinato dapprima con la tradizione classica, come fece SunYat-sen con i "tre principi del popolo", e poi con quella socialista, come fece Mao con i discorsi "sulla nuova democrazia", focalizzandosi sulla partecipazione del popolo e declinando diversamente pluralismo e libertà. Inoltre le categorie occidentali non sono applicabili al sistema politico cinese, frutto di cinquemila anni di storia, segnati dal modello confuciano ora come allora.

Ad oggi non sappiamo quanta presa una simile formazione politica possa avere ad Hong Kong, e sarà la storia a raccontarlo. Certamente, la specificità di Hong Kong - città globale la cui gente si considera cittadina del mondo, smart, efficiente ed imprenditoriale, libera dalle catene della corruzione, forte nelle libertà ed anche per la tela di interessi economici - potrebbe costituire un laboratorio dove declinare i diritti e le libertà, la separazione dei poteri e l’equilibrio di checks and balances di matrice europea con il senso del dovere e dello stato e l’armonia ispirata dallo spirito confuciano.

Certo è che la partita che si gioca ad Hong Kong non riguarda solo sette milioni di cittadini ma il futuro dell’idea universale di democrazia.

Elisabetta Esposito Martino è sinologa e costituzionalista. Responsabile Ufficio Affari generali dell'INdAM. Componente del Redress Committee del Progetto INdAM Cofund -VII Programma Quadro dell'Unione Europea.
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lunedì 18 aprile 2016

Un conflitto latente tra Armenia e Azerbaijan

Caucaso
Nagorno-Karabakh, la guerra dei quattro giorni
Marilisa Lorusso
13/04/2016
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Qualcuno la definisce già la guerra dei quattro giorni: dal 2 aprile fino a una concordata de-escalation del 5 si è combattuto in Nagorno-Karabakh.

È il primo conflitto armato di medie proporzioni che porta al culmine un crescendo di tensioni, iniziato nell’estate 2011. Allora come oggi era in vigore il cessate il fuoco deciso nel 1994, che aveva portato se non a una stabilizzazione della situazione di sicurezza almeno a una pausa negli scontri.

La tregua, firmata dai rappresentati delle repubbliche di Armenia e di Azerbaijan e dal comandante in capo dell’esercito secessionista del Nagorno-Karabakh congelava un conflitto iniziato nel 1988 e ulteriormente esacerbatosi dopo la fine dell’Urss, per il controllo del territorio, abitato prevalentemente da armeni ma de jure facente parte dell’Azerbaijan.

Il Karabakh e sette regioni circostanti (la così detta cintura di sicurezza) rimaneva in mano armena, ma come repubblica indipendente non riconosciuta. Sul terreno i due eserciti - quello del Karabakh e quello azero - occupavano postazioni e trincee immutate per due decenni.

Gli scontri di inizio aprile
Dal 2011, ogni estate si sono registrate “offensive”, con l’intensificarsi degli scambi di fuoco. Ma non episodi sporadici: la febbre del Karabakh ha continuato a salire, e le violazioni del cessate il fuoco si sono fatte sempre più frequenti e distribuite nel tempo. A inizio del 2016 erano ormai quotidiane. Nessuna aveva però implicato una alterazione dello status quo sul campo di battaglia e, tutte, con rare eccezioni, si limitavano all’uso di armi leggere.

La svolta, nella natura del conflitto di bassa intensità che era in corso, avviene fra la tarda notte del 1° aprile e le prime ore del 2: lo scambio di fuoco si fa intenso lungo la così definita “linea di contatto” fra Azerbaijan e Karabakh.

Alle 8.30 muore il primo civile, il dodicenne Vaghinak Grigoryan, vittima di un MM 21 (Grad) che colpisce la sua scuola presso Martuni, a circa 40 km a Est della capitale del Karabakh Stepanakert (in azero, Khankendi). Mentre le parti si accusano reciprocamente di avere causato l’inasprimento degli scontri, si continua a combattere tutto il giorno, e per altri tre giorni, con vari gradi di intensità, di giorno e di notte.

L’Azerbaijan porta avanti un’offensiva che pare finalizzata a occupare le alture nel nord della linea di contatto, fra cui la collina Lala Tepe, di rilevanza strategica. Alla fine dell’offensiva, questo scopo militare pare raggiunto, ma non vi sono conferme da parte di Stepanakert.

Il fronte del conflitto è comunque stato esteso all’intero confine karabakho-azero. Il nord-est dovrebbe essere l’unica area in cui si è proceduto ad evacuare i paesi e paesini esposti agli scontri. A sud, invece, c’è stato uno sconfinamento del conflitto in territorio iraniano: tre colpi di mortaio sono caduti a Khoda-Afarin, nel nord-est, senza tuttavia causare vittime.

Il bilancio dei caduti è provvisorio e non verificabile. Le uniche fonti sono quelle ufficiali e i numeri che si attribuiscono reciprocamente hanno variazioni di grandezza notevoli. Le parti hanno riconosciuto che almeno 81 persone sono state uccise tra il 2 e il 5 aprile: 33 soldati armeno-karabakhi, 31 soldati azeri, 4 civili armeno-karabakhi, 6 civili azeri e 7 volontari armeni, colpiti da un drone sul bus che li portava alle zone di conflitto; 25 soldati armeno-karabakhi vengono ancora indicati come dispersi in battaglia.

Le posizioni di Azerbaijan e Armenia
Il conflitto si è ufficialmente combattuto fra un esercito di un paese non riconosciuto e il paese di cui de jure fa parte. Baku, però, non considera la guerra del Karabakh un conflitto secessionista, ma un atto di aggressione e poi occupazione della vicina Armenia a danni della propria integrità territoriale. E il ritorno al regime di cessate il fuoco è stato concordato fra il capo di stato maggiore dell’Azerbaijan e il capo di stato maggiore dell’Armenia.

Per Yerevan, ufficialmente non coinvolta direttamente nelle operazioni militari, questa è stata un’aggressione verso un paese sovrano e indipendente, anche se non riconosciuto, e con il quale ha rapporti preferenziali.

È da sottolineare che gli scontri del 2-5 aprile non hanno riguardato il confine armeno-azero, chiuso dalla guerra degli anni ’90 e in passato interessato da scambi di fuoco. Questo fa ipotizzare che si ci sia stato una sorta di tacito accordo - o una coincidenza di obiettivi strategici - a non far impennare il conflitto verso una guerra aperta fra due Stati riconosciuti internazionalmente, Armenia e Azerbaijan.

In questa tattica di delicatissimo equilibrio, entrambi i Paesi hanno rispettato le regole: l’Azerbaijan non ha esteso l’attacco, l’Armenia ha sistematicamente sottolineato nelle dichiarazioni ufficiali di non essere coinvolta direttamente nelle operazioni militari, semmai minacciando di prendervi parte o di ricorrere a forme di pressione diplomatica come il riconoscimento del Karabakh.

Mosca e Ankara, i risvolti militari
È questo forse l’unico dato incoraggiante, in un quadro molto poco chiaro che può anche fare ipotizzare uno sviluppo non controllabile. E se da una parte c’è uno status quo sempre più insostenibile, dall’altra ci sono soluzioni amministrative e politiche molto difficilmente negoziabili e ancora più remotamente implementabili per la totale distanza delle posizioni delle parti coinvolte. Ed è un quadro che ha anche importanti implicazioni militari.

Un aperto conflitto armeno-azero attiverebbe un processo a catena che rischierebbe di trascinare in guerra su posizioni opposte Russia e Turchia, legate dalle rispettive alleanze militari. L’Armenia è infatti membro dell’organizzazione del Trattato di sicurezza collettiva, l’alleanza militare che raccoglie anche Russia, Kazakhstan, Tagikistan, Kirghizstan e Bielorussia.

L’Azerbaijan ha invece ratificato un accordo di partenariato strategico e mutuo supporto con la Turchia, entrato in vigore nel 2011 e che obbligherebbe Ankara a intervenire a difesa dell’alleato in caso di aggressione da parte di uno stato terzo.

Solo lo sviluppo sui campi di battaglia e dietro le porte sigillate delle diplomazie potrà confermare se questo rischio sarà scongiurato.

Marilisa Lorusso è Dottoressa in Democrazia e Diritti Umani, Cultrice di Storia dell'Europa Orientale, Facoltà di Scienze e Politiche, Università di Genova (marilisalorusso.blogspot.it).
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martedì 12 aprile 2016

Mongolia: a luglio sotto i riflettori

Asia
Mongolia verso Asem, occhio a Mosca e Pechino
Nello del Gatto
07/04/2016
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Dalla piazza principale di Ulaanbaatar, Gengis Khan (o come lo chiamano qui Cinghis) continua a guardare dall’alto del suo trono la sua Mongolia. Ma quello che, da lui creato, è stato nei secoli uno dei più grandi imperi e che qualche anno fa ha fatto registrare uno dei tassi di crescita più importanti a due cifre, sta attraversando un periodaccio.

Il vertice Asia-Ue
I conti vacillano, la situazione politica è instabile, molti settori trainanti dell’economia mongola sono alla canna del gas, tanti cittadini scontenti. Pochi giorni fa centinaia di minatori hanno manifestato a Ulaanbaatar contro il contratto di 5,4 miliardi di dollari che il governo ha sottoscritto con la Rio Tinto per l’estrazione mineraria nella zona di Oyu Tolgoi, la più importante del Paese, parlando di svalutazione dei beni dello Stato.

E, nonostante tutto questo, a luglio la Mongolia sarà al centro del mondo politico internazionale quando, il 15 e il 16, ospiterà il vertice Asem, che raduna i capi di Stato e di governo dell’Unione europea e quelli asiatici riuniti nell’Asean, più invitati illustri come cinesi e russi. Dopotutto, proprio questi due sono i convitati di pietra della Mongolia, che nella sua storia ha sempre dovuto fare i conti sia con Pechino sia con Mosca.

Gli ingombranti vicini
Sono stati proprio i russi prima ad “aiutare” i mongoli invasi dai cinesi (che si erano vendicati di centinaia di anni di battaglie perse occupando nel 1919 la Mongolia) e poi a instaurare un regime sovietico nel paese, crollato dopo la perestrojka.

E verso Pechino (nel cui territorio - esattamente nella provincia autonoma della Mongolia interna - vivono più mongoli che nella stessa repubblica di Mongolia) si muove la quasi totalità (il 95,3% secondo i dati del 2014) delle esportazioni mongole, legate soprattutto alle miniere. Il sottosuolo mongolo è, infatti, ricchissimo di rame, oro, carbone, molibdeno, fluorite, uranio, stagno e tungsteno.

Da Pechino arriva più di un terzo del volume totale delle importazioni mongole: i dati del 2014 dicono che dalla Cina arriva il 41.5% delle importazioni totali, dalla Russia il 27.4%, Corea del Sud 6.5%, Giappone 6.1%.

Economia in affanno e ruolo italiano
L’economia mongola soffre: se nel 2013 la crescita era stata dell’11,3% e l’anno successivo del 7,8%, le stime del 2015 parlano del 3,5% (altre invece sono ancora più basse, del 2,3%). A pesare, il crollo dei prezzi dei minerali estratti, che ha dato uno scossone anche al fiorente settore immobiliare e delle costruzioni. Sono molti i palazzi e i grattacieli di Ulaanbaatar che attendono di essere completati o che sono vuoti e le imprese, anche straniere, che non sono state pagate per lavori effettuati.

Il tutto, in un Paese che ha una popolazione giovanile molto numerosa (il 43% dei mongoli ha meno di 25 anni, il 45% tra i 25 e i 54), un tasso di disoccupazione del 7,7% (2014, in aumento secondo stime all’8,3) e un reddito medio di 12.500 dollari.

Secondo i dati dell’ufficio Ice di Pechino (che ha giurisdizione anche sulla Mongolia), l’Italia è al quinto posto tra i paesi destinatari dell’export della Mongolia, con una quota di mercato dell’1,3%; come fornitore (provenienza dell’import) si attesta invece al 12° posto, con una fetta di mercato pari allo 0,6% (maggio 2015).

Nel primo semestre 2015, le esportazioni italiane in Mongolia hanno registrato un calo del 15% rispetto al primo semestre 2014, attestandosi a 11,6 milioni di euro, costituendo comunque il decimo fornitore per il paese (tra le voci principali: meccanica, moda, arredo e alimentare).

La meccanica strumentale rappresenta la voce principale dell’export italiano nel paese, seguita dalla moda e dai prodotti della metallurgia. Le importazioni, pari a 25 milioni di euro, sono aumentate del 25%, e in gran parte sono costituite da prodotti agricoli.

La quota di mercato dell’export italiano è dello 0,9%, terza dopo Germania (3%) e Francia (1%). I settori di punta sono il minerario e il tessile; questi ultimi in dettaglio: 4,2 milioni di dollari per le esportazioni di metalli (2015), 7,4 milioni di dollari per le esportazioni nel settore tessile e dell’abbigliamento. Gli investimenti diretti italiani in Mongolia si attestano al 2013 a 10 milioni di euro.

Gli italiani in Mongolia sono davvero pochi: attualmente - compresi missionari e missionarie - sono poco più di una trentina, principalmente impegnati nei macchinari e nella moda (cachemire soprattutto). Ma il Paese, nonostante la crisi che sta attraversando, rappresenta comunque una grande opportunità per le nostre aziende.

Basti pensare che a fronte di quasi 3 milioni di abitanti in totale (due terzi dei quali vivono a Ulaanbaatar, in un Paese che è cinque volte l’Italia, il diciannovesimo al mondo), vivono oltre 40 milioni di animali e non c’è una industria capace di poterne processare le carni e le pelli e manca la catena del freddo.

Bisogna poi considerare l’importanza strategica del Paese non solo da un punto di vista industriale-minerario (che solo di striscio interessa l’Italia, mentre australiani e cinesi la fanno da padroni).

Un interlocutore per trattare con Pyongyang
Schiacciata tra due potenze, ma forte della sua neutralità, la Mongolia negli ultimi anni si è accreditata come interlocutore affidabile in una serie di situazioni. Prima fra tutte la Corea del Nord. Ad Ulaanbaatar c’è una forte presenza nordcoreana (è anche ospitata una rappresentanza diplomatica di Pyongyang) e nel regno di Kim Jong-un la rappresentanza diplomatica mongola è spesso la base per negoziati più o meno ufficiali tra il regime e il mondo.

L’Asem servirà proprio a questo, a dimostrare al mondo che la Mongolia può ritagliarsi un ruolo nello scacchiere internazionale, nonostante la sua attuale instabilità politica (le elezioni si terranno poco prima del vertice internazionale).

E l’Italia giustamente non vuole stare a guardare. Non a caso a dicembre il ministro Paolo Gentiloni ha annunciato l’apertura di una nostra ambasciata nel paese (attualmente c’è solo un console onorario e tutto dipende dall’ambasciata a Pechino), mentre a Roma è già presente una rappresentanza diplomatica mongola così come funziona una Camera di Commercio italo-mongola.

Nello del Gatto, dopo aver lavorato come giornalista di nera e giudiziaria nella provincia di Napoli seguendo i più importanti processi di camorra, si è dedicato agli Esteri. Nel 2003 era alla stampa della presidenza italiana del consiglio dell'Ue; poi 6 anni in India come corrispondente per l'Ansa e successivamente a Shanghai con lo stesso ruolo (Twitter: @nellocats).
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giovedì 31 marzo 2016

Hon Kong: un futuro da interpretare

Asia
Longa manus di Pechino su Hong Kong
Elisabetta Esposito Martino
25/03/2016
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Spesse e grigie nubi coprono il cielo di Hong Kong: siamo nel 2025, in una città stretta nella morsa di Pechino, dove non si sentono più risuonare gli otto toni del cantonese, tra storie tragiche ed inquietanti.

Questo è lo scenario di TenYears, una pellicola prodotta con un ridottissimo budget, che ha ricevuto la nomination al 35°Hong Kong Film Awards, ed ha già incassato 6 milioni di HK$.

Questo successo, inaspettato, ha però suscitato in Cina acerrime critiche: il Global Times ha stroncato i cinque racconti, definendoli assurdi e pessimistici, un “virus della mente”. Di conseguenza il film non sarà proiettato nel continente, né sarà trasmessa la premiazione, anche se rappresenta uno degli eventi cinematografici più importanti di tutta l’Asia; stessa sorte spetterà al Taipei Golden Horse Film Awards che si svolgerà alla fine dell’anno a Formosa.

I librai desaparecidos
Questo cinema indipendente, veicolo di critica sociale e politica, viene collegato agli scontri di Mong Kok, durante i festeggiamenti per il nuovo anno della scimmia, sfociati nella La Rivoluzione delle polpette, ultimo epigono della Rivoluzione degli Ombrelli che, dal settembre al dicembre 2014, ha veicolato molto vivacemente la richiesta di compiuta democrazia e il rispetto dei diritti fondamentali, ancor più in bilico dopo la sparizione e la successiva ricomparsa di cinque librai, che pubblicavano testi non graditi al governo centrale.

La TV satellitare Phoenix ha mandato in onda un’intervista ad alcuni di loro, annunciando che Gui Minhai sta scontando nel continente crimini pregressi (ammessi) mentre gli altri sarebbero liberi. Lee Bo, in Cina per contribuire ad un’inchiesta, avrebbe ammesso alcuni reati e rinunciato, probabilmente sotto pressione, alla cittadinanza del Regno Unito: forse un escamotage a fronte delle azioni, paventate dalla Corona Britannica, di agire contro la palese violazione del diritto internazionale. Dopo l’intervista è ricomparso nell’isola anche Cheung Chi-ping, che non ha lesinato dichiarazioni rassicuranti sulla vicenda.

L’autonomia garantita ad Hong Kong
La longa manus di Pechino sta violando lo status di Hong Kong, enclave in cui è garantito l’habeas corpus, presidio della libertà individuale contro ogni forma di arbitrio, garantito dallo speciale regime vigente dal 1° luglio 1997?

La tutela dell’ex colonia discende dalla Costituzione del 1982, che aveva previsto l’istituzione delle SARs (Special Administrative Regions) per predisporre il futuro inglobamento di Hong Kong e Macao, vagheggiando il grande ritorno, quello di Taiwan.

Da allora è sempre stato rispettato il principio “un paese due sistemi”, in base al quale in un unico Stato, la RPC, coabitano due sistemi politico-istituzionali: quello socialista e quello capitalista. La formula permette ai residenti di quelle aree di godere di una certa rappresentanza democratica, di un sistema giudiziario indipendente e di un’organizzazione multipartitica, atta a garantire una lenta transizione dell'ordinamento economico e giuridico che si compirà definitivamente nel 2047.

La parabola di Hong Kong
Nel rispetto delle peculiarità riconosciute ad Hong Kong, il Comitato permanente della XII Apn, nel 2014, aveva modificato il sistema elettorale, abrogando il precedente, che prevedeva sia un sistema proporzionale, a suffragio universale diretto, in circoscrizioni delimitate geograficamente (GeographicalConstituencies) sia una rappresentanza di categorie professionali (FunctionalConstituencies).

Il nuovo procedimento contemplava il suffragio universale, delimitando però l’elettorato passivo ai soli candidati (due o tre) selezionati da un Comitato di Designazione. Tali modifiche non hanno ottenuto, nel 2015, l’approvazione del Consiglio Legislativo, con un voto che ha sorpreso Pechino e il mondo, ma che le elezioni locali dello scorso novembre, per certi versi, hanno vanificato.

Utopie e distopie
A questo punto il Life Style dei sette milioni di abitanti di Hong Kong pare vacillare. Fino a pochi mesi fa, il governo cinese aveva evitato eccessive intromissioni, consentendo il godimento delle libertà costituzionali e persino le veglie commemorative dei fatti di piazza Tian’anmen.

Negli ultimi tempi, invece, forme di controllo sempre più stringenti stanno tracimando dai limiti del continente, attraverso un articolato sistema che coinvolge cultura, media, editoria, istruzione, come profetizzato in TenYears. Si allungano così precocemente le ombre del tramonto dell’autonomia di Hong Kong?

Intanto a Pechino le due Assemblee, Liǎnghuì两会, (il Parlamento e la Conferenza consultiva politica del popolo cinese) hanno discusso i target del 13° Piano quinquennale, già delineati dal CC del Pcc, basati su un’economia dell’offerta (per nuovi orizzonti di Reaganomics?), innovazione, lotta alla povertà, apertura, Internet Plus Plan, per raggiungere una crescita tra il 6, 5 ed il 7%, che non può prescindere dall’hub di Hong Kong.

Le periferie dell’ortodossia
Se la Rpc intende rivestire pienamente lo status di active participant allo sviluppo globale, in un mondo multilaterale, deve far attenzione alle periferie dell’ortodossia, Hong Kong e Taiwan, dove, dall’interazione tra il rispetto della sovranità e quello della libertà, può nascere un modello alternativo, retaggio dei cinquemila anni di cultura cinese declinati con i diritti umani affermati dall’Illuminismo.

Il coraggio di affrontare gli epigoni della rivoluzione colorata di giallo nel laboratorio di Hong Kong, melting pot di popoli e civiltà, di common law civil lawWestern-style democracy e socialismo con caratteristiche cinesi, misurerà la credibilità internazionale della leadership del Paese di Mezzo e, tra nuovi percorsi e millenarie tradizioni, svelerà se e in che misura la Cina tutta possa aspirare alla leadership del mondo globalizzato.

Elisabetta Esposito Martino è sinologa e costituzionalista. Responsabile Ufficio Affari generali dell'INdAM. Componente del Redress Committee del Progetto INdAM Cofund -VII Programma Quadro dell'Unione Europea.
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giovedì 24 marzo 2016

Myanmar: sulla via della democratizzazione

Myanmar
L’ex autista di Aung San Suu Kyi è presidente
Francesco Valacchi
20/03/2016
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La guida del primo governo democraticamente eletto dal 1962 in Myanmar sarà il braccio destro del Premio Nobel per la pace. Lo schivo e discreto economista Htin Kyaw che ha da sempre affiancato la leader della Lega Nazionale Democratica al punto da essere suo autista in occasione di numerosi spostamenti per la riorganizzazione del partito è stato eletto Presidente il 16 marzo.

La figlia del generale Aung San non poteva essere eletta Presidente a causa di una legge ad personam che impedisce di ricoprire tale incarico a chi sposa un cittadino straniero ed ha quindi promosso la candidatura di Htin Kyaw. La sua influenza sulle politiche governative del neo-eletto Presidente sarà quindi particolarmente forte come annunciato apertamente a seguito della vittoria alle elezioni di novembre.

Il peso della figura della campionessa di democrazia
Aung San Suu Kyi è stata determinante anche in questo inizio del complesso processo di democratizzazione del paese. Il Premio Nobel per la pace, nonostante l’ormai pluridecennale impegno nella lotta per i diritti umani e la democratizzazione del suo paese, per il quale ha pagato un altissimo prezzo sul piano personale, non ha certo perso lo smalto e le capacità del leader democratico.

Da novembre sino ad oggi la rappresentante della Lega Nazionale Democratica (Lnd) si è fatta carico di incontrare rappresentanze interne (come ad esempio l’incontro con le fazioni etniche tenuto assieme ai rappresentanti del governo uscente) per gestire al meglio il processo di avvicendamento delle istituzioni e attori internazionali (ad esempio l’incontro con Mr. Kurt Campbell, assistente del Segretario di Stato americano per l’Asia Orientale, successivo all’incontro col Segretario di Stato stesso).

Ma l’ormai enorme popolarità del personaggio, dimostrata appunto anche dalle attività nell’ambito internazionale e la figura di rilievo che è arrivata ad assumere in questi ultimi anni avrebbero avuto un peso forse eccessivo per poter coesistere con l’incarico istituzionale di capo del Governo in una fase tanto importante e delicata a prescindere dagli impedimenti legislativi.

Nell’attesa dell’insediamento delle nuove istituzioni Aung San Suu Kyi si era comunque impegnata a fondo anche nel ristrutturare la Lnd e a prepararne la dirigenza per affrontare i compiti prossimi venturi con a fianco il fedelissimo Htin Kyaw.

Democratizzazione: un processo in tre punti
Il nuovo governo avrà tre aspetti principali dei quali occuparsi: sviluppo economico, politica internazionale e integrazione etnica. Per quanto concerne lo sviluppo della propria economia Rangoon parte già da un buona base di Investimenti diretti esteri (Ide) dovuti allo sfruttamento delle ingenti risorse naturali e da un’ottima posizione strategica per il turismo internazionale (proveniente sia dall’Asia Orientale che dall’Europa).

La Cina rimane il primo investitore, insistendo con il 42% degli Ide, per un ammontare di circa 14 miliardi di dollari investiti attualmente su un totale di 33,67 (dati 2015).

Sarà importante per i futuri governanti mantenere l’attrattiva per la Cina che era tradizionalmente legata al regime militare, consolidando l’economia con riforme liberali, ma allo stesso tempo divenire appetibile anche per investitori europei (non legandosi quindi a doppio filo all’economia di Pechino).

E l’attrattiva per l’Europa, oltre alla novità del mercato potrebbe essere l’incentivo alla stabilizzazione di un’area chiave per la sicurezza dell’Oceano Indiano e il controllo delle rotte dei migranti.

Le riforme chiaramente devono evitare un eccessivo accentramento delle risorse economiche, nel momento dell’apertura al mercato e delle inevitabili ulteriori privatizzazioni, aggirando la pericolosa formazione di oligarchie.

Per quanto riguarda il turismo in particolare si dovrà evitare che un'esplosione incontrollata del settore crei flussi economici ingestibili o eccessivamente frammentari (ci sono alcune etnie, come ad esempio la Karen che hanno già sviluppato propri uffici turistici indipendenti). La svolta democratica porterà a una nuova articolazione dei rapporti internazionali.

Tra la Cina e l’India, Myanmar ripensa la sua politica estera
Myanmar è geopoliticamente in una posizione importantissima, trovandosi all’ingresso dello stretto di Malacca, è quindi fondamentale sia per l’India che per la Cina mantenere strette relazioni con Rangoon.

La politica estera di Myanmar è tradizionalmente vicina alla Repubblica Popolare Cinese. Tuttavia, a partire dalla seconda metà degli anni Duemila, si è assistito a un parziale raffreddamento dei rapporti con la Cina.

Allo stesso tempo, mentre la politica cinese di lotta all’estremismo del Presidente Hu causava il peggioramento delle relazioni con Rangoon, l’India si avvicinava a Myanmar paradossalmente proprio in virtù di accordi strategici per reprimere l’estremismo dei gruppi di etnia Chin (presenti sul confine indiano).

L’India ha da in passato appoggiato i movimenti democratici birmani causando alcuni screzi con il governo militare. L’assunzione del potere da parte di un governo democratico potrebbe porre quindi il dilemma di dover scegliere se spostare il proprio asse verso la Repubblica dell’India, rimanere sulle posizioni tradizionali di amicizia con Pechino o continuare a oscillare fra le simpatie dei due giganti dell’Area Pacifico.

A fianco di India e Cina si è assistito poi alla conferma dell’interesse statunitense per il paese e di quello inglese, come ribadito dalla visita - a gennaio - del Capo di Stato Maggiore della Difesa britannico.

Dai cinesi Han agli indiani: 135 gruppi etnici
Per quanto concerne la problematica etnica, ci si troverà a dover gestire la democratizzazione di un territorio che vede la presenza di ben 135 gruppi etnici riconosciuti, raggruppati in otto macro-gruppi, oltre ad alcune altre minoranze (tra cui Cinesi Han e Indiani che insieme formano il 3% della popolazione).

Nonostante la Birmania nella sua storia sia riuscita e gestire abbastanza bene le instabilità etniche grazie a forti meccanismi di integrazione: arrivando a coinvolgere le etnie nella redazione della Costituzione del paese, si sono avuti a varie riprese scontri di larga portata (come nel 1987).

La sfida del nuovo governo sarà quella di trattare univocamente con i vari gruppi etnici e trovare un accordo che soddisfi tutte le istanze, piuttosto che cercare di sfruttare il principio di “dividere per comandare” come avvenuto col governo militare.

Francesco Valacchi si è laureato in Scienze Strategiche nel 2004 presso l’ateneo di Torino ed in Studi Internazionali presso quello di Pisa nel 2013. È appassionato di geopolitica e strategia; è ufficiale in servizio permanente effettivo nell’esercito italiano.
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lunedì 14 marzo 2016

Afganistan: l'interesse di Mosca. Cambiamenti all'orizzonte

Afghanistan 
Mosca, i talebani e il timore dei foreign fighters
Giovanna De Maio
05/03/2016
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Fino a pochi anni fa l’Afghanistan era un terreno dove gli interessi delle grandi potenze sembravano convergere, soprattutto in termini di stabilità politica, lotta al terrorismo e al narcotraffico.

Tuttavia, ora che la comunità internazionale è in stallo e cresce il pericolo dei foreign fighters affiliati al sedicente “stato islamico”, Isis, in Asia centrale, la Russia mette in pratica il pensiero laterale.

Alla fine del 2015, un funzionario anonimo del Cremlino ha rivelato che Mosca avrebbe stabilito contatti con i Talebani, fino a poco tempo prima temuti al pari dei terroristi del Caucaso, in un originale do ut des. “Il fine giustifica i mezzi” - sembra dire Mosca.

Talebani ancora attivi in Afghanistani
In Afghanistan è in corso la difficile transizione dopo 14 anni di guerra trapuntata da elezioni presidenziali controverse e dal lento consolidamento di un esercito che fatica a prendere il posto della Nato, il cui ritiro era previsto per la fine del 2014.

Solo qualche mese fa, i talebani hanno preso il controllo della città di Kunduz nel nord dell’Afghanistan. Tuttavia, già da qualche tempo stavano recuperando terreno nella regione grazie anche all’aiuto dei militanti dell’Asia centrale affiliati con il Movimento islamico dell’Uzbekistan (MIU), di matrice sunnita.

La sinergia tra questi due gruppi ha portato a un consolidamento delle posizioni talebane tra le comunità uzbeke, turkmene e tagiche e alla presa di tutte e otto le città del nord-ovest dell’Afghanistan.

In cambio i talebani hanno aiutato il MIU a installare piattaforme di reclutamento dei militanti e a lanciare attacchi in cinque delle ex-Repubbliche sovietiche dell’Asia centrale a prevalenza musulmana.

Tuttavia, questo idillio non è durato molto e di recente i talebani hanno preso le distanze dai colleghi centro-asiatici a causa dell’emergere tra essi di gruppi che hanno giurato fedeltà al sedicente “stato islamico”.

Riprendendo uno dei fondamentali della logica realista che contraddistingue la politica russa, il nemico del mio nemico è mio amico, ecco che la Russia ha colto al volo questa opportunità.

I foreign fighters nell’Asia centrale che spaventano la Russia
Perfettamente in linea con i recenti sviluppi in politica estera, la Russia ha saputo destreggiarsi abilmente negli spazi lasciati vuoti dalle indecisioni e dai tentennamenti dell’Occidente.

Subito dopo aver annunciato l’intervento russo in Siria, il presidente russo Vladimir Putin si era espresso sulle precarie condizioni della sicurezza in Afghanistan facendo leva in entrambi i casi sul pericolo rappresentato dai foreign fighters nell’Asia Centrale.

Il Tagikistan, l’Uzbekistan e il Turkmenistan sono per Mosca il cortile di casa e non c’è da stupirsi che la Russia si senta in pericolo.

Sin dalla guerra in Cecenia, i russi hanno sempre ribadito l’impossibilità di distinguere tra terroristi buoni e terroristi cattivi (i Talebani figurano nella lista russa delle organizzazioni terroristiche). Alla luce di ciò, questa collaborazione a livello di intelligence sembrerebbe del tutto contraddittoria, o quantomeno un altro colpo di teatro.

Certo la preoccupazione per la crescente penetrazione dell’Isis in Afghanistan non è una novità in Russia, come si evince dai ripetuti allarmi lanciati dal Ministro della difesa Sergej Shoigu.

Se i Talebani hanno negato, dal governo russo non è arrivata nessuna smentita. Il nocciolo della questione sarebbe un originale do ut des dove Mosca fa leva sul timore dei Talebani nei confronti dell’instaurazione di un grande Califfato che inglobi il territorio afghano.

In cambio di informazioni sui miliziani dell’Isis, Mosca promette un atteggiamento più flessibile riguardo all’alleggerimento delle sanzioni Onu contro i Talebani.

Rivalsa di Mosca
Sono in molti a pensare che dietro questo movente ci sia una sostanziale volontà di rivalsa nei confronti del mondo occidentale, di sfidare la NATO e indebolire gli Stati Uniti dove si trovano in una condizione di vulnerabilità.

Sembrerebbe una riproposizione alla rovescia di quanto accaduto durante l’invasione sovietica dell’Afghanistan nel ’79, in cui gli Usa appoggiarono la ribellione contro l’allora presidente afghano filo-comunista. Nel caso della Russia questa componente non può essere scartata a priori.

Tuttavia, in queste circostanze è opportuno operare un altro tipo di riflessione che concerne Mosca e il ruolo che intende giocare sul piano internazionale. Si sente spesso ripetere che la Russia vuole essere considerata un partner alla pari nelle relazioni internazionali, ma ancora più di frequente non si comprende la sostanza.

Per Mosca questa uguaglianza non si riferisce a una rappresentanza nelle organizzazioni internazionali o a un collegamento con Unione europea o Nato, ma piuttosto all’avere voce in capitolo nel dettare gli equilibri geopolitici mondiali.

Dire che la Russia stia aizzando i talebani contro il governo afghano sarebbe forse un po’ azzardato, ma la rivalsa russa potrebbe avere un valore molto più simbolico e dimostrativo: mostrare agli occhi di tutti il fallimento delle iniziative di democratizzazione occidentale, capaci di apportare solo violenza e instabilità.

Giovanna De Maio è dottoranda di ricerca presso l'Università degli Studi di Napoli L'Orientale; è stata stagista per la comunicazione presso lo IAI.
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AZERBAIJAN. Appunti di un incontro


Federico Salvati


appunti che o preso durante un colloquio 
con NIjat mammadli 
capo dell'agenzia per la convivenza pacifica delle religioni.

secondo Nijat l'azerbaijan è una nazione democratica e laica. la società azera è una società d'ispirazione sciita ed è orgogliiosa delle sue radici. l'Azerbaijan è la prima nazione sciita che si è organizzata secondo un sistema laico e burocratico moderno. persino l'arabia saudita nonostante avesse raggiunto l'indipendenza prima aveva ancora un'impostazione tribalistica durante gli anni 20 del 900. la legge per la libertà religiosa è stata varata nel 1992 e da allora è stata modificata vaire volte per migliorare e raffinare 

il carattere laico dello statoe la protezione delle minoranze(???). nel 2001   haydar haliyev istituì il comitato per gli affari e le organizzazioni religiose che prmuove e si occupa della convivenza pacifica tra le varie fedi. circa l'85% della popolazione azera è sciita ma a fianco di questa grande maggioranza ci sono anche cristiani (di varie confessioni) ebrei, zoroastristi e musulmani sunniti. il presidente Nijat ci ha tenuto a sottolineare come viene concessa libertà di culto anche ad una piccola comunità armena che detiene l'autonomia della sua chiesa e non riceve pressioni e ritorsioni dallo stato. nonostante ciò comunque attenzione particolare viene dedicata alla religione sciita che comunque rimane la base dell'identità della nazione. particolarmente rilevante risulta il trattamento e la formazione degli Immamh all'interno dell'azerbaijan. mentre le comunità religiose hanno la facoltà di sottomettersi a istituzioni che si trovano al di la dei confini della nazione, gli Immamh azeri devono aver studiato l'islam in azerbaijan altrimenti non possono esercitare regolarmente. la norma ci è stato spiegato è stata inserita nella legislazione sulla religione per garantire il carattere supremo della laicità dello stato. in questo modo si scoraggiano le influenze di dottrine estere (in primis l'iran) che cercano di influenzare le politiche statali. tutte le confessioni comunque secondo costituzione mantengono la stessa dignità davanti alla legge. per quanto riguarda il conflitto del nagorno il patriarca armeno e quello russo con il shiekh ul islam pashazade hanno firmato una dichiarazione congiunta per una risoluzione pacifica del conflitto. il Nagorno comunque non è accentrato il tema religioso, in maniera trasversale attraversa i gruppi al livello trasversale più al livello etnico che religioso
un saluto alla cattedra di geopolitica


lunedì 22 febbraio 2016

Cina: davanti al nuovo pontefice

Vaticano
Bergoglio, pragmatismo per conquistare la Cina
Nello del Gatto
18/02/2016
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È la Cina uno dei principali obiettivi pastorali e diplomatici di Papa Francesco che in più di una occasione si è detto pronto ad andare lì anche subito.

I rapporti tra le parti sono però difficili. I due paesi non hanno relazioni diplomatiche dal 1951, anche per il riconoscimento della Santa Sede di Taiwan che Pechino ritiene proprio territorio.

Uno scoglio che il Vaticano ha fatto intendere di poter superare in cambio di poter legittimamente “entrare” in un paese dove, secondo alcune stime, ci sono almeno il 2,3% di cristiani, in maggioranza protestanti, con circa 14 milioni di cattolici (tra membri della chiesa statale e fedeli al Papa).

Il solco insormontabile è la presenza dell’Associazione Patriottica Cattolica Cinese, la chiesa autocefala cinese che, non legata al papato, nomina, consacra e ordina vescovi e sacerdoti. È proprio sui vescovi che Roma e Pechino hanno le maggiori distanze.

La prima intervista di Bergoglio a un giornale asiatico
Il 2 febbraio, il quotidiano on line di Hong Kong Asia Times, ha pubblicato una intervista a papa Bergoglio, la prima a un giornale asiatico sulla Cina e i cinesi.

L’intervista segue la poco realistica (visto l’intervistato, capo di uno stato di vera teocrazia e ierocrazia e di una religione) premessa di non parlare di politica né di religione. Il tutto pienamente nel solco di una realpolitik tutta bergogliana verso la Cina (qualcuno dice anche nuova Ostpolitik) anche al prezzo dell’amaro in bocca di molti fedeli cinesi e lo sconcerto di diversi osservatori.

Nell’intervista Bergoglio loda la cultura e il popolo cinese e affronta temi come quello del figlio unico. Nessuna parola però sulla situazione dei cristiani in Cina, sulle chiese abbattute dal governo, sui fedeli arrestati, sui vescovi impossibilitati a svolgere il proprio mandato.

Come Taddeus Ma Daqin, vescovo di Shanghai dal 2012, che durante l’omelia dell’ordinazione annunciò fedeltà al Papa e da allora è rinchiuso “agli esercizi spirituali” a Sheshan. Oppure come Cosma Shi Enxiang, che ha passato 54 anni in carcere. Arrestato l’ultima volta nel 2001, non se ne sapeva nulla fino all’anno scorso, quando le autorità informarono la famiglia che era morto, senza mai restituire i suoi resti.

Il pragmatismo del Vaticano
L’intervista sarebbe perfetta in termini diplomatici se a parlare fosse un capo di stato interessato a entrare nel mercato cinese e quindi disposto a soprassedere sulle questioni dei diritti umani e sociali, più che il capo della Chiesa Cattolica.

Bergoglio è molto consequenziale in questo atteggiamento: non a caso non incontrò l’anno scorso a Roma il Dalai Lama e sono davvero poche le sue condanne alla situazione dei cristiani in Cina, tanto che il cardinale Joseph Zen Ze-kiun di Hong Kong, il più illustre esponente del Vaticano nell’area, ha più volte criticato questo silenzio di Roma.

Bergoglio ha spesso ribadito di muoversi nel solco della lettera che Benedetto XVI inviò ai cattolici di Cina nel 2007. Eppure, nel documento, il teologo tedesco scrisse chiaramente dell’incompatibilità della Santa Sede e della dottrina cattolica con la Chiesa patriottica cinese e il suo decantato e difeso autocefalismo.

Difesa che il governo cinese ha ribadito il 4 febbraio, in un editoriale del Global Times, quotidiano vicino al partito. Per i cinesi, il messaggio del papa è “una nota gentile”, ma il Vaticano “deve essere pragmatico”, riaffermando il concetto di indipendenza della propria chiesa da Roma: “La Cina - è scritto - dà grande importanza alla presente indipendenza delle istituzioni religiose da quelli fuori della Cina. Non ci si può aspettare che Pechino trovi un compromesso su questo punto”.

La Chiesa patriottica cinese
Una porta chiusa, che riporta tutto su un piano ancora più reale. Si parla di applicare alla Cina il modello vietnamita per la nomina dei vescovi, nel quale il Vaticano presenta al governo un nome e se Hanoi l’approva, la Santa Sede nomina ufficialmente il vescovo, altrimenti si ricomincia. Un modello che Pechino rigetta, perché vuole proporre i nomi che poi magari possano trovare il favore papale.

L’opposizione della Cina sta in due fattori: innanzitutto il governo centrale non può permettere a un paese straniero di interferire in nomine di funzionari di un apparato di governo quale è la chiesa patriottica (impensabile che cancellino l’associazione guidata da un funzionario del partito comunista); in secondo luogo, si teme per il peso sociale e politico che i pastori delle diocesi hanno, soprattutto in chiave anti governativa o a favore di rivendicazioni sociali e umane.

Bergoglio non ha finora scoperto le carte sulla sua idea di compromesso con i cinesi, punta a un incontro faccia a faccia con il presidente, per poi cominciare una vera trattativa.

L’intervista va in questo solco, mostrando Bergoglio come Matteo Ricci, il gesuita “euclideo” che per entrare alla corte degli imperatori Ming, si “vestì da mandarino” e acquistò molto credito a Pechino.

Questo vestito sicuramente agli occhi dei cinesi fa ottenere molta simpatia a Bergoglio, ma dire se otterrà quanto richiesto, è difficile. Un incontro è possibile, la cancellazione della chiesa patriottica è al momento impossibile.

Nello del Gatto, dopo aver lavorato come giornalista di nera e giudiziaria nella provincia di Napoli seguendo i più importanti processi di camorra, si è dedicato agli Esteri. Nel 2003 era alla stampa della presidenza italiana del consiglio dell'Ue; poi 6 anni in India come corrispondente per l'Ansa e successivamente a Shanghai con lo stesso ruolo (Twitter: @nellocats).
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venerdì 19 febbraio 2016

Orizzonte CINA. Febbraio 2016

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Bentornati al bimestrale OrizzonteCina (ISSN 2280-8035)


In questo numero* articoli su:
• Cina e Italia in Africa: il caso dell’Etiopia
• Prima base militare all’estero: anche la Cina sceglie Gibuti
• La Cina e Aden: la difesa dell’interesse nazionale nei mari lontani
• L’Africa tra Via della Seta cinese e partenariato con la Ue
• La prima generazione sino-italiana
• Tre trend fondamentali per il 2016
• Governance transmediale in Cina: il caso di Under the dome
• Ritorno a Confucio. La Cina di oggi fra tradizione e mercato, di Maurizio Scarpari| Recensione


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