Asia

Per la traduzione in una lingua diversa dall'Italiano.For translation into a language other than.

Il presente blog è scritto in Italiano, lingua base. Chi desiderasse tradurre in un altra lingua, può avvalersi della opportunità della funzione di "Traduzione", che è riporta nella pagina in fondo al presente blog.

This blog is written in Italian, a language base. Those who wish to translate into another language, may use the opportunity of the function of "Translation", which is reported in the pages.

Metodo di ricerca ed analisi adottato

Per il medoto di ricerca ed analisi adottato

Vds post in data 30 dicembre 2009 sul blog www.coltrinariatlanteamerica.blogspot.com
seguento il percorso:
Nota 1 - L'approccio concettuale alla ricerca. Il metodo adottato
Nota 2 - La parametrazione delle Capacità dello Stato
Nota 3 - Il Rapporto tra i fattori di squilibrio e le capacità delloStato
Nota 4 - Il Metodo di calcolo adottato

Per gli altri continenti si rifà riferimento al citato blog www.coltrinariatlanteamerica.blogspot.com per la spiegazione del metodo di ricerca.

Cerca nel blog

martedì 12 maggio 2015

Nord Corea: l'astio istituzionalizzato

Nord Corea
Tra proliferazione nucleare e isolamento internazionale
Francesco Celentano
08/05/2015
 più piccolopiù grande
Il caso, poco presente nelle cronache, della Corea del Nord è oggi oggetto di dibattito nella comunità internazionale alla luce dei recenti sviluppi attinenti la crescente attività in campo nucleare e la costante violazione dei diritti umani perpetuata dal regime al potere, non democratico.

Punto di partenza imprescindibile per comprendere a pieno la situazione nordcoreana è senz’altro il quadro storico, politico ed istituzionale del Paese.

La Repubblica democratica nasce formalmente nel 1948 con il ritiro delle truppe sovietiche che, fino a quel momento, avevano occupato la parte settentrionale della penisola coreana, in accordo con gli Stati Uniti che, a loro volta, controllavano la parte meridionale.

L’astio istituzionalizzato
Risultarono vani i tentativi delle Nazioni Unite e dei paesi vincitori della guerra di riunificare l’intera penisola sotto un unico stato. Nel 1950 la situazione degenerò, e dopo lo scoppio della Guerra di Corea, l’Onu si fece promotore di un armistizio istituendo altresì una zona “cuscinetto” che delimitasse i due paesi.

La storia del Paese asiatico è già sufficiente per comprendere le ragioni per cui il regime al governo ha, di fatto, istituzionalizzato l’astio verso il Giappone e contro gli Stati Uniti accusati di essere i responsabili della mancata riunificazione delle due Coree.

L’organizzazione statale è altrettanto sintomatica delle problematiche di cui il Paese soffre da tempo. Il potere appartiene, almeno formalmente, al popolo che lo esercita per mezzo dell’Assemblea suprema e che in base alla costituzione gode di piene libertà e diritti di uguaglianza basilari.

Il potere reale, però, appartiene da sempre in maniera dinastica a un componente della famiglia Kim, prima al “Presidente eterno” Kim Il Sung (morto nel 1994), formalmente ancora in carica, poi a suo figlio Kim Jong Il (morto nel 2011) ed in fine al nuovo giovane ‘capo assoluto’ dello Stato, Kim Jong Un, detto anche “Grande Successore”, internazionalmente noto per aver effettuato svariati test nucleari dopo il suo insediamento minacciando i nemici di sempre.

Rapporti conflittuali
In questa cornice si inserisce il conflittuale rapporto del Paese asiatico con le Nazioni Unite, di cui è membro dal 1991, con il triste primato di unico Paese a non aver mai recepito nessuna delle 167 raccomandazioni ricevute nel corso degli anni, per la maggior parte inerenti la violazione dei diritti umani (di cui si occupa un’apposita commissione istituita in seno al Consiglio per i diritti umani) e la costante corsa allo sviluppo nucleare intrapresa dai Kim.

Per quanto concerne più specificatamente la questione della proliferazione nucleare, il Paese ha in più occasioni palesato la volontà di dotarsi di armi nucleari, come naturale prosecuzione di un cammino di militarizzazione intrapreso sin dalla costituzione.

Decisiva in tal senso è stata la scelta politica, fatta dal figlio del fondatore della Repubblica (Kim Jong Il), di ritirarsi dal Trattato di non proliferazione nucleare, dopo averne per anni posticipato l’entrata in vigore nel proprio ordinamento e aver intanto goduto di aiuti finanziari che gli erano stati concessi in cambio dell’adesione iniziale.

Considerati i presupposti, potrebbero, quindi, essere decisive le aperture del nuovo leader Kim Jong-Un, il quale, dopo una prima e bellicosa fase tesa a legittimare il proprio potere interno, ha deciso di aprire a trattative che portino al cessare delle sanzioni e alla ripresa degli aiuti economici, il tutto all’indiscutibile condizione di una garanzia formale di non aggressione americana.

Aperture decisive?
In tal senso un ruolo chiave gioca anche lo storico alleato cinese che, nel 2011, si è fatto promotore dei cosiddetti Six-Party Talks, negoziati diplomatici che coinvolgono, oltre a Cina e Nord Corea, anche Russia, Usa, Corea del Sud e Giappone, in cui si è nuovamente parlato di ingenti aiuti umanitari in cambio del totale blocco del programma nucleare del Paese.

Proposta ancora una volta rigettata dalle autorità nordcoreane, non disposte a cedere a quella che definiscono un’imposizione ingiusta e non giuridicamente fondata, non essendo più Paese aderente al Trattato di non proliferazione.

In questi anni di “contezioso diplomatico” con il resto del mondo, il regime è riuscito a trasformare l’isolamento internazionale impostogli dall’esterno in un punto di forza della propria politica propagandistica, escludendo qualsiasi tipo di rapporto con il mondo esterno ed esercitando sulla popolazione un’influenza priva di ogni opposizione.

Proprio grazie a questa politica, oggi, non si ha certezza delle reali condizioni in cui versa la popolazione e soprattutto delle conseguenze generate dalle sanzioni economiche imposte nell’ultimo ventennio.

Pare dunque che la situazione politica, economica e sociale, del Paese più isolato del mondo, sia destinata a rimanere un enigma che nei prossimi anni continuerà, con ragionevole certezza, a dominare il dibattito sulla proliferazione nucleare e sulla violazione dei diritti umani nel vasto continente asiatico, che, continua a crescere dal punto di vista economico e ad arretrate sempre di più dal punto di vista delle tematiche attinenti la democratizzazione degli Stati che lo compongono.

Francesco Celentano, neolaureato in Giurisprudenza e praticante legale, si sta specializzando nello studio del diritto internazionale, già oggetto della sua tesi di laurea redatta durante un periodo di ricerca presso l'ufficio delle Nazioni Unite di Ginevra.
- See more at: http://www.affarinternazionali.it/articolo.asp?ID=3059#sthash.NgGtyGMt.dpuf

Cina: i rapporti con la Unione Europea

Ue-Cina
40 anni di relazioni, tappe e risultati
Nicola Casarini
06/05/2015
 più piccolopiù grande
Sono passati 40 anni da quando, il 6 maggio 1975, la Comunità europea riconobbe ufficialmente la Repubblica popolare cinese a seguito del disgelo delle relazioni tra Washington e Pechino avvenuto qualche anno prima con il viaggio del presidente americano Richard Nixon in Cina.

All’epoca, la notizia del riconoscimento diplomatico tra Bruxelles e Pechino non fece le prime pagine dei giornali. La Comunità europea stava muovendo i primi passi e la politica estera era ancora di esclusiva competenza dei Paesi membri.

La Cina, a sua volta, era un Paese povero e in preda alle lotte di potere per la successione a Mao che, già malato, morira’ nel settembre del 1976. Quante cose sono cambiate da allora.

Oggi, le relazioni tra Europa e Cina sono tra le più importanti al mondo, avendo acquisito un significato strategico tale da renderle oggetto di attenta osservazione – e talvolta apprensione – da parte degli Stati Uniti.

Basti pensare alle recenti critiche di Washington verso i quattro grandi Paesi Ue - Germania, Francia, Gran Bretagna e Italia - per aver aderito in qualità di soci fondatori alla nuova banca di sviluppo della Cina, la Asian Infrastructure Investment Bank (Aiib).

2003: la grande intesa
Il vero punto di svolta nelle relazioni tra Bruxelles e Pechino s’è verificato nel 2003, quando venne siglato il partenariato strategico e vennero adottate una serie di iniziative dal forte contenuto politico. Innanzitutto, le due parti si accordarono sui termini dello sviluppo congiunto di Galileo, il sistema di navigazione satellitare europeo alternativo al Gps americano.

A fianco di una maggiore cooperazione nel settore aerospaziale, vennero gettate le basi per il miglioramento delle relazioni nel campo della sicurezza e dell’industria della difesa. A tal fine, alcuni grandi Paesi europei - Germania e Francia in testa, ma anche Italia e Spagna - proposero di iniziare le discussioni sulla levata dell’embargo sulla vendita di armi alla Cina.

Secondo i sostenitori della levata dell’embargo, una tale iniziativa avrebbe dato significato strategico a un interscambio commerciale in continua crescita. Fu infatti in quegli anni - in concomitanza con l’allargamento della Ue ai Paesi dell’Europa centro-orientale - che Bruxelles divenne il più importante partner commerciale di Pechino, mentre la Cina divenne il secondo più importante partner commerciale della Ue, subito dopo gli Stati Uniti.

Gli europei furono, comunque, incapaci di trovare l’unità sulla questione dell’embargo e il Consiglio europeo del giugno 2005 decise di rimandarne sine die la sua soluzione, cosa che lasciò con l’amaro in bocca i dirigenti di Pechino.

L’elemento strategico del partenariato Ue-Cina non s’è però limitato alle questioni tecnologiche e della difesa - seppur importanti - ma ha coinvolto anche l’euro.

Nell’autunno del 2003 ci fu, infatti, un accordo tra gli europei e la Banca centrale cinese che portò Pechino a diversificare il suo paniere di riserve, aumentando in maniera graduale ma costante, negli anni a venire, la sua esposizione sulla moneta comune europea, diminuendo allo stesso tempo la sua esposizione verso il dollaro. Un processo che ha avuto importanti risvolti politici durante la recente crisi dei debiti sovrani.

Le relazioni Ue-Cina durante la crisi
Al contrario di alcuni settori dell’establishment finanziario americano che durante la recente crisi hanno speculato su una possibile disintegrazione della zona euro, la Cina ha continuato a sostenere - anche tramite interventi massicci sui mercati - la moneta comune europea.

Da agosto 2011, quando Standard & Poor’s ha declassato il rating sovrano degli Stati Uniti, la Cina ha accelerato il suo disinvestimento dal dollaro aumentando al contempo la sua esposizione sull’euro, portando la quota delle sue riserve detenute nella moneta comune europea dal 26% circa nel 2011, a circa un terzo agli inizi del 2015.

La Cina sembra riporre una sostanziale fiducia nella capacità di ripresa della zona euro e dei tentativi di riforma portati avanti da alcuni governi, in particolare quello italiano e francese.

Su questi paesi - in particolare l’Italia - si sono appuntati gli occhi di Pechino negli ultimi mesi. La Cina sta infatti investendo massicciamente nelle aziende europee con lo scopo di acquisire quel know-how e quelle tecnologie necessarie all’ammodernamento dell’industria cinese.

Focus sugli investimenti
Alla fine del 2014, la Cina aveva investito circa 54 miliardi di dollari in aziende quotate nelle borse europee, piazzandosi al quinto posto per entità degli investimenti, subito dietro al Giappone.

La Banca centrale cinese attraverso il suo braccio operativo - la State Administration of Foreign Exchange (Safe) - ha acquistato circa il 2% in otto tra le più importanti aziende italiane quotate in Borsa, tra le quali si annoverano:Fiat Chrysler Automobiles, Telecom Italia, Prysmian, Generali, Mediobanca, Saipem, Eni e Enel.

Il totale investito in Italia ammonta oggi a più di 6 miliardi di euro, corrispondente al 7% degli investimenti totali cinesi in Europa.

Il recente interesse per l’Italia e, più in generale, il sud Europa rientra nel più ampio progetto di Pechino di sviluppo della Via della Seta terrestre e della Via della Seta marittima del XXI secolo lanciato dal presidente cinese Xi Jinping nel 2013.

La Ue è oggi il primo partner commerciale di Pechino e il Mediterraneo, con al centro l’Italia, è considerato il naturale punto di arrivo della Via della Seta marittima.

L’Italia ha, pertanto la possibilità di diventare un’interlocutrice importante di Pechino. In questo, un ruolo lo gioca sicuramente la nomina a capo della diplomazia europea di Federica Mogherini. C’è inoltre un crescente interesse per il governo Renzi e i suoi progetti di riforma del Paese.

Il quarantennale che la vice-presidente della Ue ha festeggiato nella capitale cinese coincide con uno snodo importante dell’Agenda strategica di cooperazione tra Unione europea e Cina valida fino al 2020 siglata a Pechino nel novembre 2013: la possibile chiusura del negoziato bilaterale Ue-Cina sugli investimenti giunto oramai al settimo round.

Una svolta che potrebbe aprire la via, come richiesto da Xi Jinping espressamente durante la sua prima visita in Europa e alle istituzioni europee l’anno scorso, a un Fta che introdurrebbe una dinamica nuova nelle relazioni sino-europee. Si creerebbe un asse euroasiatico altrettanto significativo, sul piano economico-commerciale, di quello Atlantico e dell’area del Pacifico.

Quarant’anni dopo, è la Ue a far da apripista nel dialogo con la Cina.

Nicola Casarini è responsabile di ricerca Asia allo IAI.
- See more at: http://www.affarinternazionali.it/articolo.asp?ID=3055#sthash.ucgnlKMs.dpuf

martedì 5 maggio 2015

India: di nuovo interesse per l'industria italiana



Italia/India
Finmeccanica torna in gara per elicotteri
Antonio Armellini
30/04/2015
 più piccolopiù grande
Finmeccanica è stata ammessa nuovamente a partecipare ad una gara per la fornitura di elicotteri in India: la notizia è passata quasi sotto silenzio (ne ha parlato solo II Sole 24 Ore, direi) e invece è importante per diversi motivi che meritano di essere sottolineati.

È un segnale che la quarantena inflitta ad Agusta-Westland a seguito delle note vicende della fornitura di 12 elicotteri AW101 sta per finire. Tangenti o meno, la superiorità della macchina italo-britannica rispetto alla concorrenza europea ed americana era apparsa chiara all’epoca; l’India sta compiendo un grosso sforzo di modernizzazione delle proprie Forze Armate e si è resa conto che rinunciare all’apporto tecnologico di Agusta-Westland poteva risultare in un autogol.

Uno dei mercati della difesa più importanti al mondo
Il mercato indiano della difesa è diventato uno dei più importanti del mondo e la situazione geostrategica del paese fa sì che il suo ritmo di crescita sia destinato a durare a lungo.

Fincantieri è riuscita con una politica accorta a consolidare vieppiù le sue posizioni nel settore navale e, anche qui, le prospettive di crescita non mancano; lo stesso può dirsi per forniture di minore entità da parte di altri membri dell’ex galassia Iri, a partire da Oto Melara.

Gli AW101 avrebbero dovuto consentire al gruppo italiano di conseguire una posizione di forza nel settore degli elicotteri (sfruttando anche meglio le sinergie con il settore civile, dove Agusta-Westland godeva già di un buon nome); avrebbero soprattutto potuto costituire il biglietto d’ingresso per un vero salto di qualità in altri settori dove era rimasto ai margini.

Si trattava innanzitutto di supportare l’affidabilità tecnica con una maggiore credibilità politica (ovviando alle carenze del “sistema Italia” e a una certa discontinuità nella presenza); condizione essenziale questa, per porsi su un piano di parità con la concorrenza di altri paesi che, invece, a questi aspetti prestano giustamente attenzione.

Lo scandalo delle tangenti è stato devastante, perché ha cancellato d’un colpo un lavoro sul quale si era cominciato ad operare con il piede giusto.

Chi ritiene che il mercato della difesa in India (o altrove, se è per questo) possa diventare del tutto trasparente, passa probabilmente troppo del suo tempo nel mondo di Peter Pan: coloro che si dedicano a questo genere di operazioni stanno bene attenti a coprire le loro mosse e, se colti con le dita nella marmellata, ricorrono a ogni tipo di manovra diversiva.

L’esempio dei risultati raggiunti dalle mille commissioni d’inchiesta in Gran Bretagna a seguito del clamore legato al mega-contratto Bae all’Arabia Saudita, può dare utili ammaestramenti. Quando le tangenti, invece di restare nelle mani dell’illecito destinatario, tornano almeno in parte nel paese di partenza, e qui chi se ne ritenga ingiustamente deprivato comincia a protestare, i danni partono in tutte le direzioni.

Il mondo reale e quello di Peter Pan
La ricostruzione del profilo italiano in India dovrà passare attraverso ancora molte fasi, non sempre facili. Questa prima apertura non deve ingannare: il processo decisionale indiano è lungo e tortuoso e molto spesso - più che a fattori legati alla corruzione - le difficoltà possono nascere dalla diversa forma mentis di un paese che sembra occidentale nel modo di essere e di pensare, ma non lo è affatto.

François Hollande ha incassato con Narendra Modi a Parigi la fornitura di 36 Rafale, prima tappa di un mega-contratto che era parso in più momenti destinato a finire nelle sabbie mobili.

Per il Rafale - la cui produzione era verso la fine corsa -, si è trattato di un colpo di importanza fondamentale, per il quale la Francia ha dato prova di una abilità negoziale - ma soprattutto di una capacità di coordinamento politico a tutto campo - che dovrebbe costituire materia di studio qui da noi.

Il consorzio Eurofighter aveva un prodotto più competitivo sia tecnicamente che sul piano finanziario, ma lo ha promosso stancamente, forse nell’errato convincimento che una fornitura di simili dimensioni sarebbe inevitabilmente andata agli americani. I quali, anche loro, erano convinti di potercela fare, forti del credito acquisito dagli Usa a Delhi a seguito dell’accordo sul nucleare civile.

E invece, hanno tutti sottovalutato che quando gli indiani hanno la sensazione di finire nella morsa di un rapporto troppo stretto, scartano di lato: non Sarkozy però, che recandosi ripetutamente in India ha messo sul piatto tutta la sua influenza per portare a casa un risultato utile.

Il lobbying per l’Eurofighter per contro, era stato lasciato nelle mani dei tedeschi i quali hanno lasciato capire sin dalle prime battute di non essere intenzionati a dedicarvisi più che tanto; Finmeccanica avrebbe potuto cercare di correggere il tiro ma è caduta vittima del medesimo scetticismo. Con il risultato che si è visto e i cui goffi tentativi di recuperare posizioni ex post sono stati abilmente contrati dal presidente francese.

Finmeccanica aveva spinto qualche tempo fa il G222 e l’aereo era stato giudicato particolarmente adatto alle esigenze indiane. L’operazione non era andata avanti, perché all’eccellenza tecnica non aveva fatto seguito, allora, una spinta politica commisurata. Senza un raccordo efficace pubblico-privato - fra industria e istituzioni - farsi strada in India è difficile. I francesi lo sanno bene; saremo capaci di impararlo anche noi?

Antonio Armellini, Ambasciatore d’Italia, è commissario dell’Istituto Italiano per l'Africa e l'Oriente (IsIAO).

lunedì 13 aprile 2015

Cina: l'ascesa a leader mondiale

Asian Infrastructure Investment Bank
La bussola della governance finanziaria indica Asia
Nello del Gatto
09/04/2015
 più piccolopiù grande
La Cina non intende fermarsi. Anzi, vuole continuare a ritagliarsi il ruolo di leader mondiale, soprattutto in termini finanziari e commerciali.

A dimostrarlo è anche l’annuncio della creazione dell’Asian Infrastructure Investment Bank (Aiib), la banca di sviluppo che avrà sede a Shanghai. Che ha attirato le adesioni di molti alleati storici degli Stati Uniti - Gran Bretagna in testa -, dando un vero e proprio smacco al duopolio bancario Stati Uniti-Giappone.

Le frasi di circostanza ripetono che in Asia c’è spazio per tutti, forse anche per una terza entità oltre alla banca a guida cinese e alla Asian Development Bank (Adb) a guida giapponese.

Secondo le stime, tra il 2010 e il 2020 c’è necessità in Asia, in termini d’investimenti infrastrutturali, di 8 mila miliardi di dollari, circa 800 miliardi all’anno. Tanti soldi, che possono sicuramente essere gestiti da più di una struttura bancaria.

La nascita della banca cinese dice però altro. Il messaggio è chiaro: gli Stati Uniti stanno perdendo sempre più la loro egemonia finanziaria. La dimostrazione arriva dalla rapidità con la quale alleati storici - oltre la Gran Bretagna, Germania, Francia, Italia e non ultima l’Australia - hanno appoggiato il progetto cinese.

Anzi: in Europa, l’Aiib avrà sede proprio a Londra. Di fianco agli Usa, resta solo il Giappone, che non ha chiesto di aderire.

Intransigenza statunitense 
In commenti ufficiali, Pechino ha detto che la nascita della nuova banca di sviluppo asiatico deve essere vista come il completamento delle strutture già esistenti (leggasi Banca mondiale a guida Usa e Adb a guida giapponese).

Jim-yong Kim, presidente americano di origini sud coreane della Banca mondiale, ha dichiarato che l’istituzione da lui presieduta accoglie favorevolmente la nascita dell’Aiib a causa del bisogno straordinario di infrastrutture.

Sulla stessa linea anche Takehiko Nakao, presidente della Adb, che si è detto pronto a collaborare, spiegando che le due banche si completano a vicenda.

Ramoscelli d’ulivo arrivati dopo che gli stessi Stati Uniti hanno fatto una parziale retromarcia rispetto alle loro posizioni iniziali d’intransigenza, quando hanno visto il successo che la banca cinese ha avuto sin dall’inizio.

Quando era stata annunciata la nascita del nuovo istituto, Washington aveva espresso forti dubbi su standard di finanziamento (gli americani temono siano troppo bassi), trasparenza, sostenibilità del debito, protezioni ambientali e sociali.

Il vero timore di Washington è in realtà il potere sempre più esteso che Pechino sta assumendo non solo nell’area asiatica e in Africa, ma in Europa, antico bacino di consenso americano.

Non c’è né da stupirsi né da preoccuparsi per la decisione cinese. Oramai l’ago della bussola della governance mondiale finanziaria punta ad est, non più ad ovest.

Pechino avrà mille difetti e porta mille incognite, ma sicuramente ha quello che manca a molti: i soldi. E se l’adagio latino dell’homo sine pecunia est imago mortis o quello più prosaico del sine pecunia ne cantantur missae sono ancora validi, allora…

Sotto l’ala protettiva cinese
Senza poi considerare che, nonostante sia un enorme paese in sviluppo maggiore rispetto a tutti gli altri, Pechino conta poco nelle altre istituzioni: appena il 6,47% di voto nell’Adb, il 5,17% nella Banca Mondiale e il 3,81% nel Fondo Monetario Internazionale, Fmi (dove gli Usa, contribuendo con 65 miliardi di dollari, sono gli unici ad avere diritto di veto).

L’Aiib è quindi una alternativa notevole per Pechino. Negli ultimi anni, soprattutto grazie alla sua potenza economica, la Cina è riuscita a tessere una serie di relazioni internazionali che l’hanno portata a primeggiare. Chiara l’intenzione dei paesi aderenti della prima e della seconda ora: occupare posizioni e stare sotto l’ala protettiva della Cina, vista sempre più come punto di riferimento.

Invece dei continui scontri, Pechino preme ora sul desiderio di relazioni economiche solide nella speranza di persuadere i paesi (asiatici e non) a unirsi alla sua iniziativa e trarne guadagni in crescita.

Ai 25 paesi asiatici della prima ora (tutto il blocco del sud Est Asiatico e l’India e Singapore tra gli altri), si sono aggiunti sei europei (Gran Bretagna, Francia, Germania, Italia, Lussemburgo e Svizzera) oltre alla Nuova Zelanda, tutti con l’adesione già approvata.

Entro la scadenza dei termini dello scorso 31 marzo, hanno fatto richiesta di adesione, che deve essere vagliata, altri 21 paesi, tra i quali Taiwan. L’adesione dell’isola ribelle è stata accolta con favore da Pechino che chiederà di usare il nome “politicamente corretto” usato da Taiwan nelle manifestazioni sportive, e cioè Chinese Taipei.

Ma anche Turchia, Russia, Spagna, Corea del Sud, Israele, Brasile e Australia. La Cina guiderà il tutto con uno stanziamento iniziale di 50 miliardi di dollari che sarà portato a 100 con i versamenti dei paesi membri. Il tutto, partirà entro l’anno.

Nello del Gatto, dopo aver lavorato come giornalista di nera e giudiziaria nella provincia di Napoli seguendo i più importanti processi di camorra, si è dedicato agli Esteri. Nel 2003 era alla stampa della presidenza italiana del consiglio dell'Ue; poi 6 anni in India come corrispondente per l'Ansa e successivamente a Shanghai con lo stesso ruolo.

venerdì 27 marzo 2015

Cina: le prospettive nel mondo

Orizzonte Cina
I cinesi d’oltremare che lasciano il 'sogno italiano'
Daniele Brigadoi Cologna
24/03/2015
 più piccolopiù grande
Sul ponte di Tashan, lungo la statale 330 che dalla città di Wenzhou porta a Qingtian, storico focolaio di emigrazione dalla Cina verso l’Europa, campeggia una grande scritta in lettere alfabetiche gialle su fondo blu cielo.

Il messaggio è ripetuto per tre volte, nelle diverse lingue dei paesi che oggi ospitano le maggiori collettività di cittadini della Repubblica popolare cinese (Rpc) in Europa: italiano, spagnolo e francese.

Tra foglie cadute e testuggini marine
Quella italiana recita: “Benvenuto al distretto cinese d’oltremare Qingtian”, ma è la versione francese che svela il senso vero di questi cartelli: “Bienvenue a Qingtian aux Chinois d’outre-mer”.

Il benvenuto è diretto, infatti, alle “foglie cadute che ritornano alle radici” e alle “tartarughe marine” (gioco di parole sul diverso significato di termini omofoni: “coloro che tornano da oltremare”/“testuggini marine”), ovvero agli emigranti e agli studenti o specializzandi che scelgono di tornare alla madrepatria dopo aver fatto fortuna o essersi formati all’estero. Sottinteso: emigranti che tornano al “paese degli antenati” per investirvi capitali, idee e competenze accumulate altrove.

Lungo il corso degli anni Duemila, e con un’impennata significativa dal 2007 in avanti, una quota consistente di chi aveva lasciato la Cina per formarsi all’estero ha cominciato a tornare in patria.

Lo hanno fatto soprattutto gli individui più qualificati o in corso di alta formazione, ma il fenomeno ha gradualmente investito anche i migranti a bassa qualificazione trasferitisi in Europa.

I primi indubbiamente sedotti dalle migliori prospettive di crescita e di carriera offerte da uno dei pochi contesti internazionali ad alta resilienza, dopo che la crisi finanziaria internazionale ha cominciato a farsi sentire in tutto l’Occidente e oltre.

I secondi, invece, in parte attratti dalle opportunità di investimento e speculazione offerte dalla vitalità del mercato cinese, in parte perché ormai disillusi rispetto alle possibilità di fare fortuna nei paesi europei di maggior insediamento cinese.

L’emigrazione dal Zhejiang ha conosciuto il primo picco proprio pochi anni prima dello scoppio della crisi. In Italia, ad esempio, i flussi più consistenti si sono avuti negli anni 2003, 2004 e 2005, per lasciare poi il posto a incrementi decrescenti fino a un nuovo picco negli anni 2009, 2010 e 2011, cui è seguita una fase di contrazione degli ingressi tuttora in atto.

Dal 1994 al 2013 complessivamente 12.061 persone hanno fatto ritorno in patria. Oltre il 60%di questi ritorni si è verificato negli ultimi cinque anni. Certo, non sono poi molti: rapportati ai 256.846 cittadini cinesi residenti in Italia nel 2013, è un modesto 4,7%, che senza dubbio raccoglie anche molti anziani desiderosi di trascorrere il crepuscolo delle proprie esistenze nel paese natale.

Visitando i contesti di origine, tuttavia, non si può non restare colpiti dalla frequenza con cui ci si imbatte in persone giovani che dichiarano di essere tornati in Cina dopo aver trascorso periodi relativamente brevi in Italia.

Nelle cittadine di media grandezza i “ritornati” sono persone di età inferiore ai trentacinque anni: in questi contesti urbani, tuttora pervasi da un certo fervore commerciale, queste persone svolgono mestieri (tassisti, portieri d’albergo, commessi) che fino a metà degli anni Duemila erano più spesso riservati a migranti interni.

I più avventurosi aprono piccoli esercizi commerciali, negozi di abbigliamento o bar “in stile italiano”. Quelli che in Italia hanno fatto fortuna sul serio tendenzialmente si dedicano all’import-export, o si cimentano in arditi progetti di speculazione immobiliare.

L’Europatown di Tonglu
Un buon esempio è il progetto “Italia in Tonglu”, recentemente presentato presso la Camera di commercio italo-cinese da Jiang Wenyao (Oscar Jiang), presidente dell’Associazione generale del commercio diQingtian in Italia.

Tonglu è una “cittadina modello”, a un’ora d’auto dalla capitale del turismo interno cinese, Hangzhou. Il progetto - in cui si è impegnata una cordata di imprenditori transnazionali originari di Qingtian e residenti in Italia - prevede la realizzazione di una “Europatown”, un quartiere che amalgami in un ibrido esotizzante parchi a tema, centri commerciali, hotel di lusso, spa resort e casinò d’ispirazione europea.

China European City, infatti, si presenta come un insieme coeso di edifici costruiti in modo da emulare i tratti caratteristici del borgo italiano tipico, ma con un tocco di gigantismo alla cinese (la piazza, il campanile, i portici...). L’impatto estetico del rendering del progetto sull’osservatore europeo è straniante: un bizzarro esempio di esotismo occidentalista, ma sul consumatore cinese benestante - assicurano i proponenti - l’effetto è di grande seduzione.

Per tutti quei cinesi che non possono o non vogliono recarsi all’estero, questo surrogato offrirà le medesima opportunità di acquistare i grandi marchi europei, mangiare e bere all’europea, andare all’opera o a un concerto, per poi svagarsi all’ombra di cupoloni brunelleschiani e colonnati simil-Bernini. L’area coinvolta è di 400 mila metri quadrati, l’investimento è poco più di 420 milioni di euro (al cambio di gennaio 2015).

Se l’epopea italiana non decolla
Non è un caso che a proporre questo tipo di iniziative siano migranti transnazionali che risiedono in Italia o in altri paesi europei, e non return migrants ristabilitisi in Cina.

Il fattore motivante del ritorno di questi ultimi - per quanto riguarda l’area storica di provenienza dei “nostri” cinesi - sembra essere piuttosto il crollo delle aspettative, la fine del loro “sogno italiano”.

Emigrati sull’onda dell’ultima grande sanatoria e dei primi decreti flussi, convinti di poter realizzare a breve termine quelle “epopee veloci” di riuscita economica che avevano portato molti migranti degli anni Ottanta e Novanta dalla condizione di lavapiatti a quella di proprietario di una trattoria nel giro di meno di dieci anni, sono stati colti in contropiede dall’impatto con le mutate condizioni del mercato del lavoro degli anni Duemila.

I loro coetanei rimasti in Cina hanno spesso carriere più rapide delle loro, che perseguono assieme ai propri amici e parenti, nei contesti in cui sono cresciuti. Quelli che raccontano la decisione di tornare dopo pochi anni in Italia lo fanno senza amarezza, contenti di essere tornati per tempo in un paese che sentono ancora in corsa, ancora capace di stupire il mondo e offrire loro una chance di realizzazione personale.

Un paese che, a differenza di chi li ha preceduti, sono ancora in grado di sentire proprio, in cui si sentono a casa. E in cui, conservando i legami familiari con l’estero, fare da snodo locale per le imprese di import-export gestite dai propri parenti in Europa, aprendo loro le porte del mercato cinese.

Articolo pubblicato su OrizzonteCina, rivista online sulla Cina contemporanea a cura di Torino World Affairs Institute e Istituto Affari Internazionali.

Daniele Brigadoi Cologna è ricercatore e docente di Lingua e cultura cinese, Università degli Studi dell’Insubria; fondatore, agenzia di ricerca sociale Codici.

venerdì 20 marzo 2015

Cina: i rapporti con la Santa Sede

Santa Sede
Parolin, il chirurgo che ricuce tra Cina e Vaticano
Aldo Maria Valli
16/03/2015
 più piccolopiù grande
Sono molti i segnali di un rinnovato dialogo tra Santa Sede e Cina. Prima di tutto l’interesse di papa Francesco per l’Asia, testimoniato da numerose affermazioni del pontefice sull’importanza del continente e dai suoi viaggi in Corea del Sud, Sri Lanka e Filippine (il cui primate, cardinale Tagle, è di madre cinese).

Poi c’è il permesso concesso da Pechino al sorvolo del territorio cinese da parte dell’aereo papale sia all’andata che al ritorno da Seul (con relativi telegrammi del papa per invocare pace e benessere per il paese).

Né va dimenticata la frase di Bergoglio ai giornalisti (“Se andrei in Cina? Ma sicuro, domani!”) a seguito di uno scambio di messaggi con il presidente cinese Xi Jinping subito dopo il conclave.

A tutto questo si somma la decisione, in occasione della Via Crucis al Colosseo del 2013, di far portare la croce a due seminaristi provenienti dalla Cina.

E infine c’è la costante attenzione verso la Cina da parte del segretario di Stato della Santa Sede, il cardinale Pietro Parolin, il quale, quando era viceministro degli esteri vaticano durante il pontificato di Benedetto XVI, guidò trattative riservate con Pechino.

Tutto risolto, dunque tra Cina e Vaticano? Certamente no, perché i nodi sono tutti lì, ancora intricati. E si possono riassumere in due parole: vescovi e Chiesa. Ovvero: chi sceglie i vescovi in Cina? E da chi dipende la Chiesa cattolica cinese?

Vescovi e Chiesa in Cina
Attualmente i vescovi li sceglie il governo, attraverso l’Ufficio affari religiosi che è come dire il Partito comunista cinese. Da questo punto di vista, nulla in sostanza è cambiato rispetto ai tempi di Mao Tse-tung.

E qui veniamo al problema della Chiesa cattolica cinese che il governo vuole mantenere indipendente dal Vaticano, una Chiesa “patriottica” fedele più a Pechino che a Roma.

Da parte del governo cinese c’è stata qualche timida apertura sui vescovi. Pechino sembra ora disponibile a concedere al Vaticano una voce in capitolo nella scelta dei vescovi. È però irremovibile sul ruolo dell’Associazione patriottica, l’organismo che di fatto controlla ogni attività della Chiesa rispondendo direttamente al Partito comunista.

Insomma, se in Cina un cattolico vuole essere davvero fedele al papa, deve scendere, metaforicamente ma non tanto, nelle catacombe, e far parte della Chiesa detta sotterranea o clandestina.

A questo punto, quali margini di manovra ci sono? Sulla scelta dei vescovi, la Santa Sede è disponibile a trovare una formula che tenga conto delle esigenze di Pechino, a patto di avere l’ultima parola.

Nel 2007 Benedetto XVI lo disse chiaramente nella sua lettera ai cattolici cinesi: se l’ultima parola non spetta alla Santa Sede, il diritto alla libertà religiosa è una finzione. Da questo orecchio Pechino, però, non sembra sentirci.

Bergoglio, il non capitalista che piace alla Cina 
Ma allora perché il cardinale Parolin, parlando dei rapporti con la Cina in un’intervista al periodico dei francescani di Assisi, ha detto che “le prospettive sono promettenti” e ha accennato a “gemme” che potrebbero fiorire e dare buoni frutti?

Uno dei motivi di ottimismo è che Bergoglio, in quanto argentino, non è visto da Pechino come un classico rappresentante dell’Occidente capitalista. La sua provenienza geografica e culturale e le sue reiterate prese di posizione contro gli eccessi del liberismo lo stanno accreditando come un interlocutore con il quale poter avviare un confronto proficuo.

Francesco si ispira al confratello gesuita Matteo Ricci che cinque secoli fa andò missionario in Cina come uomo del dialogo, attento all’incontro con le persone e rispettoso della cultura cinese. Per Bergoglio, come per padre Ricci, l’azione culturale e quella diplomatica devono procedere insieme, sulla base del rispetto.

Sembrano progressi piuttosto labili, ma, sotto sotto, c’è anche qualcosa di più concreto. Secondo il sito argentino Infobae, mai smentito dal Vaticano, l’anno scorso papa Francesco, attraverso emissari argentini, avrebbe fatto recapitare una lettera personale al presidente cinese XI Jinping.

Conterrebbe un invito formale a visitare il Vaticano e vi si parlerebbe della necessità di stabilire rapporti costanti (le relazioni diplomatiche si sono interrotte nel 1951) “per contribuire così alla presa di decisioni in modo multipolare per garantire un superiore grado di governance al servizio di una società planetaria più fraterna e con maggiore equità sociale”.

Durante l’incontro con gli emissari argentini Bergoglio avrebbe detto: “Io sono un clinico. Ho detto che desidero andare in Cina, ma sui temi dell’Asia il chirurgo è il cardinale Parolin”.

In effetti è così. E il “chirurgo” Parolin deve operare su diversi tavoli. Oltre a curare i rapporti con le autorità di Pechino, deve occuparsi della questione, alquanto spinosa, dei rapporti fra gli stessi cattolici cinesi.

Decenni e decenni di divisioni e di intricati legami con il potere politico hanno portato a una situazione alquanto complicata e confusa. Individuare interlocutori credibili non è semplice, mentre è facilissimo urtare qualche sensibilità.

Davvero per il “clinico” Francesco e il “chirurgo” Parolin l’operazione Cina è ancora tutta in salita.

Aldo Maria Valli è vaticanista di Rai1.

venerdì 13 marzo 2015

Iran: quello che sta succedendo sul fronte avversario

Accordo sul nucleare iraniano
Netanyahu e l’alternativa del fallimento del negoziato 
Riccardo Alcaro
05/03/2015
 più piccolopiù grande
Il discorso al Congresso del premier israeliano Benjamin Netanyahu è sopra ogni cosa motivo di sconcerto.

Che un capo di governo straniero, su invito del partito politicamente avverso al presidente, attacchi senza misure né contraddittorio, il presidente degli Stati Uniti, a casa sua, di fronte alle camere riunite del Congresso degli Stati Uniti d’America, lascia una sensazione di sottile turbamento. Vale così poco il prestigio della carica presidenziale della nazione ritenuta la più potente della Terra?

Netanyahu contro l’accordo sul nucleare iraniano
Tuttavia, è necessario domandarsi se le circostanze che hanno originato il discorso siano tanto straordinarie da renderlo, se non appropriato sul piano del protocollo, necessario sul piano politico.

Tralasciando il fatto che Netanyahu ha criticato un testo ancora in fase di negoziazione, gli argomenti del premier israeliano possono essere ridotti a due:
- L’accordo consente all’Iran di mantenere un’autonoma capacità di arricchire l’uranio, per quanto limitata e sotto stretta sorveglianza internazionale, concedendogli, in sostanza, di mantenere una tecnologia necessaria a produrre non solo materiale per reattori, ma anche per bombe.
- L’accordo ha una durata limitata nel tempo; dopo dieci o quindici anni all’Iran verrebbe concesso di aumentare le sue capacità di arricchire l’uranio su scala industriale; e che cosa gli impedirebbe di costruirsi un arsenale nucleare?

I 5+1 (Usa, Francia, Germania, Regno Unito, Cina e Russia più l’Ue), ha sostenuto Netanyahu, dovrebbero lasciare il tavolo e chiamare il bluff degli iraniani che hanno bisogno di un compromesso più di quanto ne abbiano bisogno gli Usa, visto che in palio c’è la (progressiva) revoca delle sanzioni.

Per Netanyahu, l’unico accordo possibile è uno che costringa l’Iran a rinunciare all’arricchimento dell’uranio (o a mantenerlo in misura simbolica), una richiesta del tutto irricevibile per gli iraniani.

Invece che rincorrere i 5+1 offrendo loro maggiori concessioni è quindi più probabile Teheran li accusi di avanzare richieste eccessive e continui ad arricchire l’uranio.

Sanzioni sull’Iran
Chiunque conosce la questione sa benissimo tuttavia che la richiesta di rinunciare all’arricchimento è per l’Iran del tutto irricevibile. La vera alternativa proposta da Netanyahu è quindi l’assenza di un accordo e il fallimento del negoziato.

L’Iran deve continuare a sentire il peso delle sanzioni (che secondo lui dovrebbero essere mantenute a prescindere) e dell’isolamento internazionale.

Le sanzioni sono state però adottate per costringere l’Iran a trattare; se gli statunitensi facessero saltare il tavolo negoziale con richieste universalmente ritenute irragionevoli, quanto a lungo potrebbero mantenersi saldo il regime di sanzioni?

Ed in ogni caso le sanzioni possono avere inferto un danno all’economia iraniana, ma non hanno mai fermato il programma nucleare.

Tolta agli iraniani la chance di ottenere la revoca di almeno alcune delle sanzioni, che cosa li fermerebbe dal continuare a sviluppare il loro programma nucleare? E una volta raggiunta la ‘soglia critica’ oltre la quale l’Iran acquisirebbe capacità nucleari belliche, quale potrebbe essere la risposta di Usa e Israele, se non un attacco?

Eppure, nemmeno un attacco sarebbe risolutivo. Il Pentagono anni fa calcolò che al massimo rallenterebbe il programma nucleare iraniano di un paio d’anni o qualcosa di più.

E certamente a quel punto l’Iran non avrebbe più motivo per accettare ispezioni Onu sulle sue attività nucleari che con ogni probabilità verrebbero apertamente indirizzate ad uso militare. L’attacco sarebbe solo parzialmente efficace e al prezzo di avere ulteriormente destabilizzato il Medio Oriente.

Opzioni Obama e Netanyahu allo specchio
L’alternativa diplomatica dell’amministrazione Obama non è ideale. Ma è migliore di quella (non) proposta da Netanyahu.

L’Iran continuerà comunque ad arricchire l’uranio; nel caso di un accordo (opzione Obama), lo farebbe in modo molto limitato e sotto ispezioni Onu per dieci anni almeno e poi su scala più grande successivamente. Secondo l’opzione Netanyahu, l’Iran non avrebbe vincoli né incentivi ad accettare ispezioni più intrusive.

L’Iran avrà una capacità di arricchimento industriale prima o poi. Secondo l’opzione Obama, lo farà al termine di un processo almeno decennale durante il quale dovrà attenersi a standard di non-proliferazione molto stringenti. Secondo l’opzione Netanyahu, potrebbe espandere l’arricchimento su scala industriale a partire da domani.

L’Iran potrebbe sempre barare. Vero, ma con l’opzione Obama dovrebbe farlo avendo ispettori Onu sul terreno; secondo l’opzione Netanyahu, potrebbe arrivare a limitare al minimo le ispezioni. Più facile quindi scoprire l’inganno nel primo che nel secondo caso.

Il rischio di un confronto armato non è scongiurato. Ma nell’opzione Obama sarebbe comunque rimandato tra almeno dieci anni e, se davvero si arrivasse a tanto, nessuno potrebbe accusare gli Stati Uniti di non avere fatto di tutto pur di risolvere la questione diplomaticamente.

L’opzione Netanyahu invece avvicina il rischio di un attacco mentre ne riduce la legittimità internazionale.

Lo spettacolo di numerosi membri del Congresso che accolgono il premier di una nazione straniera quasi fosse un generale di ritorno da una guerra vittoriosa, facendogli largo al passaggio, affrettandosi a stringergli la mano, interrompendolo con applausi scroscianti dozzine di volte mentre attacca il loro stesso presidente, è ben poco edificante per il loro prestigio.

Che lo abbiano messo in scena di fronte ad argomenti tanto deboli è poco rassicurante riguardo alla loro capacità di giudizio.

Riccardo Alcaro è responsabile di ricerca dello IAI e non-resident Fellow presso il CUSE della Brookings Institution di Washington.
- See more at: http://www.affarinternazionali.it/articolo.asp?ID=2981#sthash.MxJga6vJ.dpuf

sabato 21 febbraio 2015

Cina: il newletter "Orizzonti Cina"

  






Bentornati alla newsletter 
OrizzonteCina (ISSN 2280-8035) 
nella nuova grafica! In questo numero articoli su:

• Avanzare per non arretrare: dinamiche di una fase cruciale per le riforme
• A un anno dalla terza Sessione Plenaria: riforme economiche al palo
• Governo del Partito o stato di diritto?
• Economia di mercato, stato di diritto e ruolo guida del Partito comunista

 cinese
• Consolidare il potere su tutti i fronti: la via di Xi Jinping all'"autoritarismo 

resiliente"
• L'eterno mito del ritorno a casa: i cinesi d’oltremare che lasciano il 

"sogno italiano" per quello cinese
• La migrazione cinese in Italia. Strategie di adattamento, 

imprenditorialità, e mobilità sociale
• Una prospettiva storica sullo studio dei media cinesi
• L’internazionalizzazione delle università cinesi:

 una questione globale
• Racconti di templi e di divinità. La religione popolare cinese tra spazi

 sociali e luoghi dell'aldilà (recensione)



(per avere direttamente  Orizzonti Cina scrivere a:
 orizzonticina@iai.it)

Afganistan: orizzonti oscuri sulla stabilità del paese

Dopo Isaf
'Prospettiva generale' e Afghanistan, previsioni e analisi di una guerra non vinta
Claudio Bertolotti
14/02/2015
 più piccolopiù grande
La conclusione della missione Isaf ha portato a compimento la più duratura operazione di combattimento condotta dagli Stati Uniti e dall’Alleanza atlantica.

Un impegno che proseguirà ora in altre forme: da un lato la nuova missione “train, advise e assist” della Nato, la Resolute Support, dall’altro l’operazione di “combattimento” statunitense nel solco dell’esperienza di Enduring Freedom.

Un processo di analisi incentrato sugli sviluppi dell’Afghanistan impone di valutare gli elementi in grado di influire su un paese che si appresta ad affrontare il proprio futuro con maggiore autonomia grazie a:
- il sostegno della comunità internazionale e l’interesse alla stabilità degli attori regionali;
- il compromesso politico tra i gruppi di potere legati alla diarchia Ghani-Abdullah (il primo presidente, e il secondo Chief executive officer, sorta di primo ministro de facto ma non - ancora - de jure);
- la permanenza di una residua forza internazionale.

A questi fattori si contrappongono la volontà occidentale di chiudere un impegno durato troppo a lungo, e uno stato afgano debole, inefficiente, corrotto e guidato da una burocrazia incompetente.

Stabilità afghana minacciata
Le minacce alla stabilizzazione sono la prosecuzione delle conflittualità alle quali le sole forze di sicurezza afghane non saranno in grado di far fronte, in particolare contro gruppi di opposizione armata sempre più forti e capaci di riconquistare molte delle aree in precedenza tenute dalla coalizione e dai contingenti inquadrati nella missione Isaf.

Molte le opportunità potenziali: l’impegno dei donor internazionali, le ricchezze del sottosuolo, il ruolo di zona di transito dei traffici commerciali regionali e la cooperazione economica con Iran e Cina. Nel contesto di cooperazione e sostegno all’Afghanistan attualmente vengono confermati il ruolo di Italia, Germania, Turchia e Stati Uniti, come attori dell’impegno Nato post-2014.

A fronte delle opportunità, l’assenza di truppe internazionali e la volontà dei gruppi di opposizione di destabilizzare il paese rappresentano le maggiori minacce.

Lo zampino del Califfo
In particolare, è necessario porre l’attenzione su un altro preoccupante fattore che ha recentemente fatto la sua comparsa, l’autoproclamatosi “stato islamico”.

Nel tentativo di penetrazione in Asia meridionale, il “califfato” è riuscito a stimolare la scissione del movimento dei taliban pakistani e ad avviare attività operative all’interno dell’Afghanistan, inducendo all’insorgere di dinamiche che potrebbero portare, da un lato, all’istituzione di una “libera alleanza di mujaheddin” dal forte impatto mediatico e, dall’altro, a nuovi rapporti di conflittualità e competitività tra gli stessi gruppi insurrezionali.

Rischio collasso
Sul piano politico-sociale le principali variabili sono la capacità del governo afghano di mantenere un equilibrio tra i gruppi di potere, il power-sharing tra questi ultimi, e, non ultime, le elezioni politiche previste per settembre.

Sulla sicurezza influirà principalmente il fenomeno insurrezionale, che potrebbe determinare il collasso dello stato afghano. Nel complesso, il prossimo biennio sarà contraddistinto da un aumento delle conflittualità, una riduzione delle capacità statali, e una maggiore instabilità politico-sociale.

È altresì probabile uno stato afghano debole politicamente e incapace di gestire il balance of power, vulnerabile alle pressioni dei Gruppi di opposizione armata , instabile sul piano della sicurezza interna, incapace di gestire i finanziamenti internazionali.

Senza mezzi termini o formule edulcorate, se l’Occidente non sosterrà adeguatamente le deboli istituzioni afgane e si avrà il collasso dello stato, allora la sfida in Afghanistan sarà persa, vanificando l’attività contro-insurrezionale condotta nell’ultimo decennio.

Il governo di Kabul è infatti debole e sul lungo periodo non sarà in grado di resistere all’offensiva insurrezionale condotta senza soluzione di continuità, se non avrà aiuto dall’esterno.

La prospettiva è che quanto più la Nato ridurrà la presenza sul terreno e il supporto alle forze afghane, tanto più le aree periferiche cadranno sotto l’influenza, prima, e il controllo, poi, dei gruppi di opposizione armata: dalla periferia verso il centro.

La riduzione delle forze statunitensi, in particolare, garantirà ai gruppi insurrezionali una maggiore capacità di concentrare unità e condurre azioni di massa. La prosecuzione delle azioni di combattimento si presenta come una scelta strategica dagli effetti a breve termine.

In sintesi, lo stato afghano - limitato nella governance, dipendente sul piano economico e non in grado di contrastare il fenomeno insurrezionale - punta ora a un compromesso politico che dovrà muovere verso un accordo con gli insorti afghani. Le premesse si muovono sui binari della realpolitik, con buona pace delle ambizioni democratiche.

Claudio Bertolotti, analista strategico, ricercatore senior presso il Centro militare di Studi Strategici e docente di “Analisi d’area”, è stato capo sezione contro-intelligence e sicurezza di Isaf in Afghanistan. È membro dell’Italian Team for Security, Terroristic Issues & Managing Emergencies (Itstime) e ricercatore per l’Italia alla “5+5 Defense iniziative, 2015” dell’Euro-Maghreb Centre for Research and Strategic Studies (CEMRES).

Il 19 febbraio alle 9.30, presso la sede del Centro Alti Studi per la Difesa (Roma, Palazzo Salviati), il Centro Militare di Studi Strategici (CeMiSS) presenterà le proprie analisi e previsioni strategiche contenute nelle pubblicazioni “Prospettiva Generale 2015” (di cui il presente articolo è una sintesi) e “Global Outlook 2015”.
- See more at: http://www.affarinternazionali.it/articolo.asp?ID=2964#sthash.VVrMO64a.dpuf

venerdì 13 febbraio 2015

Cina: una crescita costante

Asia
La nuova normalità dell’economia cinese
Nello del Gatto
10/02/2015
 più piccolopiù grande
La “nuova normalità” dell’economia cinese scuote un po’ Pechino, ma continua a fare invidia ai paesi di tutto il mondo. La crescita attuale è “solo” al 7,4%, il dato è il più basso dal 1990, quando la Cina crebbe al 3,8% a causa delle sanzioni imposte dopo i fatti di Piazza Tiananmen.

Ed è anche la prima volta dal 1998 (i dati sono pubblici solo dal 1995) che la crescita cinese è inferiore al target fissato dal governo che, per il 2014, era del 7,5%. La crescita ha totalizzato 63,64 trilioni di yuan (10,26 trilioni di dollari) che non permettono alla Cina il soprasso sugli Stati Uniti come pronosticato, lasciando il paese del dragone al secondo posto tra le migliori economie al mondo.

La crescita cinese rallenta
È comunque la prima volta che la Cina supera i 10 trilioni e le sono serviti 14 anni mentre agli Usa 30 per raggiungere il risultato nel 2001.

Nonostante il record a 10 trilioni, il reddito pro-capite cinese è rimasto basso, intorno al novantesimo posto nel mondo, con 200 milioni di cinesi che vivono sotto la soglia di povertà. La riduzione della crescita ha portato anche le province cinesi a ridurre i loro target, alcuni anche di 5 punti, riportando tutto ad una situazione più normale.

Le autorità cinesi si sono affrettate a parlare di una “nuova normalità” della loro economia, dopo una crescita che ha superato il 10% dal 2000 al 2012, quando poi è stata registrato un Pil al 7,7% mantenuto anche nel 2013.

E le previsioni non sono rosee: secondo il Fondo monetario internazionale, la Cina dovrebbe crescere del 6,8% (-0,3 punti) nel 2015 e nel 2016 del 6,3% (-0,5 punti). L’annuncio della normalità serve anche a calmierare posizioni e preoccupazioni: in primis quella della ricaduta occupazionale, temuta non poco da Pechino, ma anche quella del debito pubblico.

Mercato immobiliare e dell’acciaio in calo
Le cause del rallentamento della crescita cinese derivano in primo luogo da un cambiamento della stessa da un sistema basato sulle esportazioni dovute ai bassi prezzi di produzione, a un sistema basato sul consumo interno.

Il mercato immobiliare è in calo. Si tratta di uno dei fattori più importanti dell’economia cinese, nel quale gli investimenti l’anno scorso sono cresciuti del 10,5%, molto al di sotto del 9,8% di crescita del 2013. Ora le vendite sono in calo del 7,6% e con l’aumento dello spazio non venduto del 26,1%.

Il calo dell’immobiliare porta quello dell’acciaio: anche se la produzione ha raggiunto il record di 822,7 milioni di tonnellate l’anno scorso (circa la metà della produzione globale) la crescita è stata solo dello 0,9%, il dato più basso dal 1981.

Nel 2014, sono calati gli investimenti in infrastrutture, scesi a un tasso di crescita del 15,7%, contro un aumento su base annua del 19,6% nel 2013.

I dati diffusi dall’istituto nazionale di statistica hanno dimostrato una ripresa dell’economia cinese nell’ultima parte dell’anno, con buoni segnali da vendite al dettaglio e la produzione industriale: la stessa ha registrato un calo rispetto al 2013, all’8,3% su base annua, in calo rispetto al 9,7% del 2013.

Taglio dei tassi di interesse
Le autorità erano già preoccupate, non a caso a novembre hanno deciso di tagliare i tassi di interesse. Difficile che, come fatto nel 2008, butteranno soldi nel sistema, perché aumenterebbero già il notevole debito (240% del Pil), ma continueranno a cercare di stimolare la domanda interna cercando sempre più di lasciare un modello industriale pesante verso uno più efficiente aumentando i consumi interni.

Il nuovo anno non è cominciato sotto il buon auspicio. L’attività manifatturiera ha rallentato il suo corso, con il dato più basso dall’ottobre 2012 a 49,8, sotto di 0,3 rispetto a dicembre. Un dato superiore al 50 indica espansione, mentre al di sotto indica contrazione. Stessa performance anche per i servizi, che comunque si mantengono nella zona di crescita.

Liquidità e bolle speculative
Il pericolo è soprattutto la liquidità. Le province sono gravemente indebitate sin dal 2008 e si cerca di trovare un metodo per favorire le aziende. La Banca centrale cinese ha deciso di tagliare il coefficiente della riserva obbligatoria delle banche di 50 punti base proprio per dare più liquidità a sostegno delle imprese.

La banca centrale ha anche deciso di ridurre di ulteriori 50 punti per alcune banche commerciali, impegnate soprattutto verso alcuni settori strategici come l’agricoltura.

Si temono però bolle speculative. A provocarle potrebbero essere denaro non reale immesso nel mercato (si sta allargando lo scandalo di banche false e di sistemi finanziari malati) e un innalzamento dell’inflazione che rende il potere di acquisto basso.

Il dragone, ha bisogno di riforme strutturali importanti per normalizzare la sua economia. Si sta cercando di migliorare soprattutto l’accesso al mercato. Dopo alcune sperimentazioni di innovazioni economiche e finanziarie nell’area di libero scambio di Shanghai (aperta a settembre 2013), le autorità hanno ora deciso di estendere queste novità a tutto il paese.

Il governo ha ben chiaro che senza riforme strutturali l’economia cinese avrà sempre una parte malata, ma non può riformare di colpo. I tempi cinesi sono lunghi.

Nello del Gatto, dopo aver lavorato come giornalista di nera e giudiziaria nella provincia di Napoli seguendo i più importanti processi di camorra, si è dedicato agli Esteri. Nel 2003 era alla stampa della presidenza italiana del consiglio dell'Ue; poi 6 anni in India come corrispondente per l'Ansa e successivamente a Shanghai con lo stesso ruolo.
- See more at: http://www.affarinternazionali.it/articolo.asp?ID=2960#sthash.JkFCuIo8.dpuf

mercoledì 14 gennaio 2015

Cina: morire avvelenati

Cina
La lunga ombra dell’inquinamento sul cielo di Pechino
Giulia Clara Romano
30/12/2014
 più piccolopiù grande
Dall’inizio dell’inverno 2011, l’inquinamento atmosferico di Pechino è diventato oggetto di attenzione internazionale, dopo che l’ambasciata americana ha reso noti dati sull’inquinamento della città ben più preoccupanti dei numeri ufficiali pubblicati dall’Agenzia di protezione ambientale di Pechino.

La differenza tra i due sistemi di misurazione risiedeva nella formula per il calcolo della concentrazione di polveri fini (PM2,5). La versione cinese, benché utilizzasse la stessa funzione per determinare il livello d’inquinamento dell’aria (basata su di un calcolo delle concentrazioni di diverse sostanze inquinanti), prendeva in considerazione un range diverso nella valutazione della concentrazione di PM2,5.

In altri termini le densità di concentrazione di queste micro-particelle dannose per la salute umana erano edulcorate. La giustificazione addotta è che la Cina si trova a un livello d’industrializzazione meno avanzato degli Stati Uniti.

Il governo municipale si è trovato a dover rispondere alle richieste di maggior trasparenza, iniziando quindi a diffondere dati più corretti. L’Air Quality Index (Aqi) è così diventato di dominio pubblico, anche attraverso le applicazioni per smartphone e i monitor dei vagoni delle metropolitane.

Tuttavia, la maggiore trasparenza non è stata accompagnata da un miglioramento della qualità dell’aria. Al contrario, i nuovi numeri mostrano un progressivo peggioramento dell’inquinamento di Pechino, che ha raggiunto, a gennaio 2013, l’inquietante concentrazione di PM2,5 di 886 microgrammi per metro cubo, circa 35 volte superiore al livello ritenuto pericoloso per la salute umana dall’Organizzazione mondiale della sanità.

In quei giorni, con un misto di macabro umorismo, la stampa cinese aveva soprannominato il fenomeno “air-pocalypse” (kongqi mori, 空气末日). Non si tratta di un’esagerazione: per tutto il mese di gennaio 2013, l’Aqi mostrava livelli superiori a 700 (tenendo conto che il grado massimo della scala è 500), spingendo molti residenti a evitare di lasciare le proprie abitazioni.

Le maggiori responsabili dell’inquinamento di Pechino (ma anche della più ampia area Tianjin-Hebei-Shandong, del Jiangsu, di Shanghai, del Nord-est e delle province dello Shaanxi e Shanxi) sono le centrali a carbone, che rispondono a una domanda energetica in costante crescita, spinta dai bisogni dell’industria e dall’urbanizzazione galoppante.

Il governo cinese a questo proposito ha deciso di investire in questi cinque anni 275 miliardi di dollari per “ripulire l’aria”, attraverso misure di riduzione dell’inquinamento che passano obbligatoriamente dalla chiusura di stabilimenti industriali particolarmente inquinanti, ma anche attraverso la scelta di fonti energetiche più pulite, soprattutto il gas naturale.

Altre misure per contenere l’inquinamento atmosferico sono la limitazione del traffico e dell’acquisto di automobili. Tuttavia, l’automobile è diventata ormai un vero status symbol del successo economico, la cui diffusione presso le famiglie cinesi più abbienti appare difficilmente controllabile.

La Cina si propone di portare il consumo di gas all’8,3% entro il 2015 (il peso del gas nel mix energetico della Repubblica popolare cinese rimane per ora intorno al 4%), ma il gap tra la domanda e la produzione di questa risorsa mette la Cina di fronte alla prospettiva di dover aumentare la propria dipendenza per l’approvvigionamento da paesi come Turkmenistan, Qatar e Russia (ma non solo).

Per un paese che già importa il 60% del petrolio consumato, la scelta deve essere ben ponderata. Per quanto riguarda le rinnovabili, un sistema di produzione e distribuzione energetica ancora troppo a favore dei produttori di carbone (sostenuto in particolar modo dalle politiche delle province carbonifere, in contraddizione con le richieste di Pechino), fa sì che l’energia prodotta da queste fonti non sia ancora competitiva, nonostante l’adozione di strumenti come le tariffe incentivanti (feed-in tariff) e la maggiore importanza segnalata dai documenti di pianificazione economica.

Certamente il livello d’industrializzazione meno avanzato della Cina fa sì che la protezione ambientale rimanga un obiettivo secondario rispetto al bisogno immediato di garantire crescita economica e posti di lavoro.

D’altra parte, mentre prosegue il dibattito sul “sogno cinese” lanciato dall’attuale dirigenza nazionale e crescono le disponibilità economiche delle famiglie cinesi, è auspicabile che alla dimensione dello sviluppo si accompagni sempre più quella della sostenibilità umana e ambientale.

Articolo pubblicato su OrizzonteCina, rivista online sulla Cina contemporanea a cura di Torino World Affairs Institute e Istituto Affari Internazionali.

Giulia C. Romano è project manager, Programme energie et environnement, Asia Centre; dottoranda in Scienze politiche Sciences Po, Parigi.
- See more at: http://www.affarinternazionali.it/articolo.asp?ID=2919#sthash.6yw9ohoR.dpuf

CIna: la corsa verso il primato

Asia
Il risiko commerciale tra Cina e Usa 
Nello del Gatto
19/12/2014
 più piccolopiù grande
La corsa tra Cina e Usa per diventare prima potenza del mondo passa anche attraverso corridoi commerciali e accordi di libero scambio. Più che una relazione “win-win”, il rapporto “odio-amore” fra le due superpotenze richiama quella di due amanti che, soprattutto dal punto di vista economico, si prendono e si lasciano.

Gli avvicinamenti e gli allontanamenti che Cina e Usa hanno avuto negli scorsi mesi soprattutto sulla questione delle zone di libero scambio che si affacciano sul Pacifico mostrano da un lato l’interdipendenza mai realmente dichiarata, ma reale, delle due superpotenze, dall’altro la necessità di mostrare i muscoli per mantenere o conquistare le posizioni dominanti in un’area, come quella sud est asiatica e pacifica, strategica per una serie infinite di ragioni.

L’intenzione è soprattutto quella di sminuire la presenza preponderante dell’altro nella zona e nel mondo. Così tra i due grandi paesi si “gioca” da un lato a conquistare spazi e dall’altro a contenere quelli del “rivale”, su una scacchiera che vede spettatori numerosi altri paesi che devono scegliere se stare con i bianchi o con i neri.

Tpp Vs Ftaap
Il terreno ultimo di questo scontro diplomatico-commerciale - che si trascina da tempo, ma che ha avuto un picco allo scorso vertice Apec di novembre a Pechino - è la decisione dei due paesi di perseguire due distinte zone di libero scambio nelle medesime aree, giocando sulle rispettive alleanze e influenze sui paesi interessati.

Gli Stati Uniti da tempo lavorano al Partenariato trans-pacifico (Trans-Pacific Partnership, Tpp) che dovrebbe inglobare 12 paesi sulle due sponde dell’oceano Pacifico (Australia, Brunei, Canada, Cile, Giappone, Malaysia, Messico, Nuova Zelanda, Peru, Singapore, Usa e Vietnam), escludendo la Cina.

Pechino, dal canto suo, lavora alla realizzazione della Ftaap (Free trade area of the Asia-Pacific), l'accordo di libero scambio per integrare le 21 economie dell'Asia-Pacific cooperation (Apec).

Tra questi paesi, ci sono anche gli Usa che nel 2009 (quattro anni dopo l’inizio dei colloqui) entrarono nella Tpp con l’idea di contenere la Cina.

L'area coperta dalla Ftaap (esclusi gli Stati Uniti) ospita il 35% della popolazione mondiale e genera il 34% del Pil; in caso di successo, la Tpp ingloberebbe quasi la metà delle ricchezze prodotte nel mondo, il 35% del commercio internazionale e il 30% della popolazione.

Allo scorso vertice Apec si è deciso di studiare il piano, che intende superare lo stallo dei negoziati di Doha del Wto, fino al 2016.

Blocco usa contro la Cina
Il presidente cinese Xi Jinping ha aperto le porte agli Usa, sia in termini di possibili collaborazioni con la Tpp, sia di non interferenza con la proposta americana. Gli Usa però continuano a fare blocco contro i cinesi.

Dal punto di vista politico, Washington intende continuare a tenere un rapporto stretto con quei paesi da sempre suoi vicini. Gli Usa hanno anche sfruttato, nel tempo, le acredini che Pechino ha avuto con Giappone, Filippine, Vietnam per continuare a sostenere questi paesi, facendo sentire sempre più forte la sua presenza.

Dal punto di vista economico, i dati commerciali danno ragione a Washington sulla decisione di perseguire la Tpp contro la Ftaap.

Secondo le stime Peterson Institute of International Economics citati dal Wall Street Journal, la Ftaap rappresenterebbe una soluzione "win-win" per gli Stati Uniti e la Cina, anche se la Cina riuscirebbe a “mettere un piede” dinanzi agli Usa, perdendo di meno.

Per l’istituto economico, infatti, entro il 2025, la Ftaap aiuterebbe gli Stati Uniti a guadagnare circa 626 miliardi di dollari in esportazioni, mentre la Cina guadagnerebbe almeno 1.600 miliardi di dollari.

Se invece entrasse in vigore la Tpp così come è, senza la Cina, gli Stati Uniti guadagnerebbero molto meno nelle esportazioni (circa 191 miliardi dollari), ma Pechino perderebbe circa 100 miliardi di dollari di esportazioni dal momento che le nazioni facenti parte della Tpp potrebbero spostare la loro attenzione commerciale esclusivamente alle altre economie degli stati membri della zona di libero scambio.

Il pivot asiatico di Obama
La questione è aperta, anche perché se da un lato per il presidente Usa questa è la strategia economica del “pivot asiatico”, dall’altro è stata Pechino a giocare in contropiede, dichiarandosi interessata alla Tpp.

È stato il viceministro delle finanze cinesi, Zhu Guangyao che, parlando ad ottobre al Peterson, ha dichiarato l’intenzione del presidente Xi, nell’ambito della ondata di aperture economiche e commerciali, di aderire all’area proposta dagli Usa. Questo ha scombussolato i piani di Washington, dove l’annuncio ha avuto un effetto esplosivo, dividendo tra favorevoli e contrari economisti e politici.

Le aperture benevole di Xi Jinping alla Tpp sono state in qualche modo contraddette dalla stampa di Pechino. In un editoriale del Global Times, apparso anche sul sito del Quotidiano del Popolo (organo del partito comunista cinese), si bolla la proposta Usa come un tentativo di contenere la Cina attraverso l’asse Usa-Giappone.

Nello del Gatto, dopo aver lavorato come giornalista di nera e giudiziaria nella provincia di Napoli seguendo i più importanti processi di camorra, si è dedicato agli Esteri. Nel 2003 era alla stampa della presidenza italiana del consiglio dell'Ue; poi 6 anni in India come corrispondente per l'Ansa e successivamente a Shanghai con lo stesso ruolo.
- See more at: http://www.affarinternazionali.it/articolo.asp?ID=2911#sthash.3w8aoSAm.dpuf

venerdì 9 gennaio 2015

Giappone: l'esame dell'elettorato per il Governo

Asia
Elezioni in Giappone, un test ad Abenomics
Mark W. Valentiner
12/12/2014
 più piccolopiù grande
Abenomics a scrutinio degli elettori. Il primo ministro giapponese Shinzo Abe si appresta infatti ad affrontare il prossimo 14 dicembre le elezioni per il rinnovo anticipato della Camera bassa.

Le votazioni avvengono in un momento particolarmente difficile per l’economia del Sol Levante che sta vivendo una profonda crisi, in particolare dall’introduzione, lo scorso aprile, di un aumento dell’Iva dal 5 all’8% (si prevede un secondo aumento dall’8 al 10% per l’ottobre 2015).

La ricetta che fa declassare il Sol Levante
Questa manovra avrebbe dovuto arginare il debito pubblico del paese, il più alto a livello globale. Questo ha influenzato negativamente la capacità di spesa dei consumatori, trascinando l’economia nipponica in una curva discendente.

Gli ultimi dati non fanno che confermare tale trend: dopo il declassamento del paese da parte di Moody’s al rating di A1, l’8 dicembre il Pil del terzo trimestre è stato rivisto, al ribasso (-1,9%,).

Tale proiezione mostra quanto sia lontano un possibile recupero per l’economia, mettendo a nudo la fragilità dell’Abenomics, il cui punto di massima debolezza è l’incontro tra uno yen sempre più debole e i salari che non riescono a sostenere inflazione e l’aumento della pressione fiscale.

Solamente due anni fa, nelle elezioni del 2012, il programma del futuro premier prometteva il grande rilancio del paese, attraverso l’applicazione di tre misure fondamentali: un radicale allentamento monetario, maggiore spesa pubblica e riforme coraggiose.

Nelle intenzioni di Abe questa doveva essere la ricetta per risolvere per sempre il malessere economico del Giappone che, invece, si ritrova oggi in una recessione senza precedenti.

Abe chiama alle urne
Perché, quindi, il primo ministro ha deciso proprio ora per la chiamata alle urne? Anche se il suo governo ha una maggioranza rilevante, Abe sembra voler attuare una mossa strategica che ha come fine il consolidamento del suo potere, prima che la sua popolarità possa diminuire irrimediabilmente.

Il primo ministro spera che una vittoria possa conferirgli il mandato necessario per portare a compimento gli Abenomics.

C'è anche un altro motivo dietro la richiesta di nuove elezioni: Abe avrebbe la possibilità di affrontare in maniera diretta i propri avversari, non solo la debole opposizione del Partito Democratico del Giappone, ma, soprattutto i suoi veri oppositori: l’ala tradizionalista del suo partito.

Vari economisti liberaldemocratici spingono per l’attuazione dell’aumento delle tasse come da programma, per rimettere sotto controllo il galoppante debito nazionale. Temono infatti una crisi di fiducia dei mercati che impedirebbe al Giappone di vendere in futuro le proprie obbligazioni.

Abe invece è convinto che l’unica possibilità sia quella di stimolare l’economia, rinviando il secondo aumento delle tasse, in programma per il prossimo ottobre.

Rendendo l'aumento delle imposte l’argomento protagonista delle elezioni, il premier sta stringendo una morsa attorno ai propri oppositori interni che si trovano così davanti a un perentorio aut-aut: confermare la sua leadership oppure rischiare di dover affrontare non solo la crisi del paese, ma anche quella del partito.

Nonostante la partita sembri per il premier più dura del previsto, il leader liberaldemocratico può contare ancora su sondaggi favorevoli, sostenuti dallo slogan “non c’è alternativa all’Abenomics” e su un sostanziale appoggio da parte dei mercati finanziari.

Trans-Pacific Partnership
Se dovesse vincere le elezioni in modo definitivo e chiaro, per i prossimi quattro anni non dovranno più essere indette elezioni votazioni. Si aprirebbe la strada a un vero governo riformista.

Nel breve periodo, la speranza è riposta in un rilancio della competitività commerciale attraverso la Trans-Pacific Partnership (Tpp) per la quale Abe è determinato a spingere per un rapido accordo sui negoziati con gli Usa.

Ma le trattative devono confrontarsi con il veto imposto da particolari gruppi di pressione, in primis il settore agricolo che spesso impone il blocco dei colloqui commerciali.

La chiamata alle urne sembra quindi un’opportunità per utilizzare il sostegno pubblico come arma per silenziare ogni opposizione. La maggioranza della popolazione ritiene - come Abe - importanti le riforme strutturali. In pochi però sembrano disposti a mettersi in fila davanti ai seggi.

Solo un rinnovamento profondo del Giappone potrà, citando lo stesso Shinzo Abe, far diventare il paese “ancora una volta il centro del mondo e brillare".

Mark W. Valentiner è stagista di ricerca all'Istituto Affari Internazionali.
- See more at: http://www.affarinternazionali.it/articolo.asp?ID=2903#sthash.ZLPQZzp3.dpuf