Asia

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Metodo di ricerca ed analisi adottato

Per il medoto di ricerca ed analisi adottato

Vds post in data 30 dicembre 2009 sul blog www.coltrinariatlanteamerica.blogspot.com
seguento il percorso:
Nota 1 - L'approccio concettuale alla ricerca. Il metodo adottato
Nota 2 - La parametrazione delle Capacità dello Stato
Nota 3 - Il Rapporto tra i fattori di squilibrio e le capacità delloStato
Nota 4 - Il Metodo di calcolo adottato

Per gli altri continenti si rifà riferimento al citato blog www.coltrinariatlanteamerica.blogspot.com per la spiegazione del metodo di ricerca.

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martedì 1 luglio 2014

Iraq: il Kurdistan in costruzione

Conflitto in Iraq
La terza via dei curdi
Emanuela Pergolizzi
26/06/2014
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A poco più di dieci giorni dalla presa di Mosul da parte dei militanti dello Stato islamico dell'Iraq e del Levante (Isil), l'avanzata verso Baghdad delle truppe jihadiste prospetta scenari imprevedibili per l'Iraq.

Undici anni dopo l'intervento statunitense e la fine del regime baathista, nuovi giochi di forza sembrano ridisegnare la geografia irachena e l'insieme degli equilibri regionali.

Mentre le forze dell'Isil spazzavano via con relativa facilità le truppe del presidente iracheno Nouri Al-Maliki a Mosul, Tikrit e nella provincia di Diyala, una forza minore ma veloce ed efficiente non retrocede sulle proprie postazioni e guadagna lentamente terreno sul campo.

I curdi-iracheni, a cui dal 2005 è riconosciuta costituzionalmente un'entità federale e autonoma ai confini tra Iran, Turchia e Siria (Governo regionale del Kurdistan, Krg), si apprestano a giocare il ruolo di ago della bilancia dei nuovi equilibri del paese e delle delicate geometrie mediorientali.

Termopili curde
Oppressi dal regime baathista e in costante tensione con il governo centrale di Baghdad, i curdi-iracheni hanno un lungo passato di guerriglia e di addestramento sulle cime delle montagne di Qandil, ai confini con i territori turchi.

I peshmerga, i combattenti curdi, sin dalla caduta dell'impero ottomano e quello qajaro si sono battuti per la definizione di uno stato curdo indipendente, promessa-recepita dal Trattato di Sèvres del 1920, che però non entrò mai in vigore (mancando la ratifica dell’Impero Ottomano) e venne sostanzialmente superato dal successivo Trattato di Losanna (1923) con la nuova Turchia.

Numericamente inferiori all'esercito di Baghdad, ma veloci e ben addestrati, i peshmerga curdi rappresentano un efficace contro-potere nella battaglia contro l'Isil, una forza sempre più indispensabile per lo stesso governo centrale iracheno.

Uniti nel comune obiettivo di difendere i territori del Krg, i peshmerga hanno mostrato capacità di resistenza e offesa sorprendenti, guadagnando il controllo della città-simbolo di Kirkuk, "Gerusalemme curda" e capitale del petrolio a lungo reclamata al governo centrale di Baghdad.

Equilibri invertiti e "Pre" e "Post-Mosul"
La situazione in campo di un Iraq spaccato tra sciiti e sunniti, curdi, turkmeni e iracheni, non appare che la fotografia di contrasti latenti, un mosaico spaccato e impossibile da ricomporre.

Il presidente della regione autonoma irachena, Massoud Barzani, ha parlato di un "pre" e "post-Mosul", una cesura incolmabile. Se così fosse, i curdi-iracheni sarebbero i primi a beneficiare dei nuovi equilibri di fatto, espressione di uno sviluppo in atto da anni.

Da regione povera e arretrata, il Kurdistan iracheno ha vissuto nell'ultimo decennio una nuova primavera di crescita, favorita dai legami con Ankara - primo partner commerciale - e dalle promesse delle nuove esportazioni di petrolio curdo, attraverso la Turchia, verso i mercati internazionali.

Erbil, capitale del Krg, è divenuta rifugio sicuro per i civili iracheni in fuga dagli scontri con i militanti jihadisti e si afferma come unico porto franco nei turbolenti confini siriano-iracheni.

Sebbene i futuri scenari siano ancora imprevedibili, è probabile che Barzani ne esca rafforzato, con un nuovo potere di contrattazione sulle richieste da tempo sollevate nei confronti di Baghdad: la possibilità di beneficiare direttamente dei contratti di estrazione del petrolio conclusi con le imprese straniere e la disponibilità di un maggior margine di manovra sul budget federale.

Fratelli divisi e Barriere regionali
Il pericolo-Isil sembrava aver risvegliato, per un momento, un senso di identità e di unione tra le popolazioni curde sorelle al confine tra Siria e Iraq. Anche in Siria, infatti, dal novembre 2013, le forze siriane guidate dal Partito dell'Unione democratica (Pyd) avevano dichiarato la formazione di un governo autonomo animato da aspirazioni federaliste - come in Iraq - nella regione settentrionale di Rojava.

Sebbene una cooperazione a cavallo tra i due confini potrebbe rafforzare ulteriormente la resistenza contro le forze jihadiste, tra i curdi-iracheni di Barzani e quelli siriani non scorre buon sangue. I curdi-iracheni si rifiutano infatti di riconoscere le nuove amministrazioni del Pyd, continuando a preferire un braccio di ferro per il controllo regionale al posto di un'alleanza comune.

Mentre l'Isil non sembra retrocedere nelle sue posizioni, è ancora incerto cosa il "post-Mosul" prospettato da Barzani possa implicare. Nel mosaico siriano-iracheno, fratelli ancora divisi, i curdi rappresenteranno sicuramente un importante tassello nei nuovi equilibri regionali.

Emanuela Pergolizzi è stata stagista IAI nel quadro del programma Global Turkey in Europe (twitter: @empergolizzi).
 
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L’esercito di terracotta di Baghdad, Mario Arpino
L’onda d’urto dell’Isil in Medio Oriente, Ludovico Carlino
Le vere dinamiche dell’avanzata dell’Isil su Baghdad, Roberto Iannuzzi


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Cina: relazioni con gli Usa. Problemi

Asia
Relazioni Ue-Cina senza reciprocità
Edoardo Agamennone
22/06/2014
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Negli scorsi mesi due importanti notizie sono state pressoché ignorate dai media italiani, concentrati sulle elezioni europee e sulle promesse di future riforme: il superamento della soglia del 2% nella compagine azionaria sia di Enel che di Eni da parte della Banca centrale cinese e l’acquisizione ad opera di Shanghai Electric di una quota pari al 40% del capitale di Ansaldo Energia.

Concentrando l’attenzione sulla seconda vicenda, occorre segnalare come la stessa società - quotata a Hong Kong e Shanghai, ma facente parte del gruppo State Grid Corporation of China - sia già stata molto attiva sul mercato europeo negli ultimi mesi: è del marzo scorso l’acquisizione di una quota del 33% di Enemalta.

Shangai Electric entra in Ansaldo energia
L’ingresso di Shanghai Electric nel capitale di Ansaldo Energia è stata l’ennesima occasione persa per fare una seria riflessione sul principio di reciprocità nei rapporti tra Cina ed Italia nonché, più in generale, tra Cina ed Unione europea.

Il principio di reciprocità prevede, tra le sue diverse declinazioni, che un paese A riconosca un determinato diritto ad una persona fisica o giuridica di un paese B a condizione che il paese B riconosca il medesimo diritto ad una persona fisica o giuridica del paese A.

Generalmente considerato come principio fondamentale del diritto internazionale, il principio di reciprocità è espressamente riconosciuto dal diritto italiano (articolo 16 delle disposizioni preliminari al codice civile).

Ove questo basilare principio venisse effettivamente applicato dalle autorità italiane/europee la libertà di investimento delle imprese cinesi nel vecchio continente sarebbe fortemente limitata, cosi come del resto lo è per le imprese italiane/europee che intendono operare ed operano in Cina.

Dal momento che la Cina limita fortemente gli investimenti stranieri attraverso un dettagliato catalogo, ove il principio di reciprocità fosse applicato alla lettera gli investimenti cinesi in Italia sarebbero soggetti alle medesime limitazioni.

Banche occidentali e mercato cinese
Lo stesso può dirsi di altri segmenti dell’economia, il settore bancario ad esempio: le principali banche occidentali hanno provato ad entrare nel mercato cinese sin dagli anni ottanta, trovando enormi ostacoli, sicché il loro ruolo resta tuttora assolutamente marginale e l’ambito di operatività fortemente limitato. Al contrario, alle banche cinesi viene nella più parte dei casi steso il tappeto rosso affinché si stabiliscano in Europa.

Negli scorsi anni si è assistito ad una sorta di competizione tra i paesi europei per attrarre le banche cinesi: il Regno Unito, ad esempio, ha inteso offrire alle banche cinesi la possibilità di aprire delle filiali che, a differenza di società incorporate in Inghilterra, restano quindi sostanzialmente soggette alla vigilanza delle autorità cinesi.

Il Lussemburgo si sta gradualmente affermando come piattaforma bancaria e finanziaria delle imprese e banche cinesi in Europa, che possono poi aprire filiali negli altri paesi Ue beneficiando della morbida normativa e vigilanza lussemburghese (un esempio significativo è quello di Industrial and Commercial Bank of China, Icbc). Banche italiane ed europee non potrebbero neanche sognare questo tipo di opportunità per le proprie attività in Cina.

A questa situazione si può correttamente obbiettare che le concezioni di mercato, di libera concorrenza e di apertura agli investimenti esteri della Cina da un lato e di Italia ed Unione europea dall’altro sono significativamente diverse.

Nonostante negli scorsi anni alcuni paesi Ue abbiano introdotto/rafforzato meccanismi di analisi ed approvazione degli investimenti esteri (esempi significativi sono la Germania nel 2009 e la Francia quest’anno) non ci si auspica certamente una chiusura ulteriore del mercato europeo a investimenti stranieri, che - se ben “gestiti” - possono portare benefici all’economia del vecchio continente.

Sarebbe però necessario utilizzare il principio di reciprocità sopra descritto per chiedere ed ottenere dalle autorità cinesi una maggiore libertà di investimento in Cina per le imprese straniere.

Investimenti in Europa
Mai come ora le imprese cinesi sono interessate ad investire in Europa al fine di acquisire tecnologia, marchi, know-how e quote di un mercato che, seppure in una fase economica non positiva, rappresenta pur sempre più di 500 milioni di persone con un Pil pro-capite medio di sei volte superiore a quello cinese.

Questo interesse può essere utilizzato come contropartita negoziale per ottenere maggiori opportunità per le imprese italiane/europee in Cina, oppure essere trascurato in continuità con le scelte di questi ultimi anni. La questione non può che essere affrontata a livello comunitario, al fine di fare leva sul forte peso che i 28 paesi membri rappresentano congiuntamente.

Nella speranza che tale scenario ideale possa concretizzarsi all’indomani del rinnovo delle istituzioni comunitarie, spetta ai singoli paesi mantenere aperto questo dossier su tutti i tavoli politici, diplomatici e legali.

L’Italia, cui spetta il semestre di turno dell’Unione, ha una responsabilità particolare: anche le relazioni bilaterali Cina-Ue sono parte del cambiamento di verso che occorre imprimere al funzionamento dell’Unione.

Articolo in via di pubblicazione su OrizzonteCina, rivista online sulla Cina contemporanea a cura di Torino World Affairs Institute e Istituto Affari Internazionali.

Edoardo Agamennone è dottorando SOAS.
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Thailandia. Turbolenze infinite

Asia
L’impossibile normalità della Thailandia
Michelangelo Pipan
16/06/2014
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L'ennesimo colpo di stato sembra confermare l’ "impossibilita di essere normale" della Thailandia. Ma perché un paese come la Thailandia - trentatresima economia mondiale ed influente membro fondatore dell'Asean - non riesce a dare alla sua evoluzione economica e sociale una compiuta espressione politica?

Epoca Shinawatra
La questione ha a che vedere con la profonda transizione attraversata dal paese. Il sostenuto sviluppo economico degli ultimi vent'anni ne ha cambiato la struttura economica e sociale, favorendo l'emersione di nuove classi medie urbane e l'affrancamento economico delle masse rurali, bacino di mano d'opera del boom industriale.

Classi che, sino ad allora tenute ai margini della vita pubblica, hanno iniziato a reclamare un ruolo politico, mentre le tradizionali élites, impreparate ad abbandonare i propri privilegi, non hanno saputo dar vita a un progetto politico di compromesso.

Verso la fine del '900 il magnate delle telecomunicazioni Thaksin Shinawatra ha saputo "dare cittadinanza" ai soggetti politici emergenti, guadagnandosi un sostegno (alimentato, dicono i detrattori, da robuste politiche populiste) che non dà segno di erodersi.

Direttamente o in esilio per sfuggire a una condanna per abuso di potere tramite partiti a lui ispirati, ha da allora dominato ogni elezione, favorito dalla scarsa consistenza del Partito Democratico, sospeso fra logori personaggi delle vecchie élites e nuove leve di tecnocrati.

Successi poi regolarmente sovvertiti da colpi di stato militari o "giudiziari". Da qui i gravi disordini del 2009 e 2010.

Puea Thai, speranze di riconciazione
Nell'estate 2011 la vittoria del Puea Thai aveva fatto sperare in una stagione di riconciliazione nazionale. Speranza alimentata dall'iniziale consolidamento di Yingluck Shinawatra, sorella del controverso Thaksin, sia in patria, grazie a politiche economiche gradite all'elettorato, che all'estero, attraverso una ragguardevole serie di visite, tra le quali quella in Italia.

Incombeva un arduo passaggio obbligato: eliminare i due più significativi lasciti del golpe del 2006: la costituzione del 2007 e la condanna che aveva costretto il fratello all'esilio.

Ostacoli che Yingluck ha cercato di eludere, ma che una volta affrontati - peraltro senza successo- hanno fornito all'opposizione l'atteso pretesto per mobilitare la piazza, sulla base di un surreale "manifesto" politico che pretendeva la cancellazione di ogni regola democratica.

Militari nuovamente al potere
Dopo mesi di disordini e di caos istituzionale, il rischio che le camicie rosse pro-governative scendessero in piazza per un confronto che sarebbe potuto sfociare in guerra civile ha spinto il 22 maggio scorso i militari all'intervento.

L’esercito è stato visto da molti come il male minore. Il generale Phayuth Chan-Ocha leader del golpe, ha infatti lanciato inizialmente segnali contraddittori. Esibendo una forse genuina ambizione di traghettare il paese verso la normalità democratica, non ha saputo rassicurare che non ci sarebbero state derive autoritarie.

Il rapido succedersi degli eventi ha raffreddato le speranze: il Comandante Supremo dell'esercito di fronte al fallimento di frettolosi tentativi conciliatori ha presto avocato a sè tutto il potere, sospendendo la costituzione, senza più darsi un termine di scadenza, genericamente fissato a quando sarà tornata la normalità.

Mentre è difficile prevedere quando i militari torneranno nelle caserme, si profilano già le prime conseguenze sull'economia del paese, esposto alla concorrenza dei vicini Asean.

Se le reazioni iniziali non sono state negative - troppo erano durati caos ed incertezza - è difficile prevedere quali saranno le ripercussioni se la situazione si protrarrà.

I capitali internazionali, che hanno tradizionalmente privilegiato la Thailandia, potrebbero rivolgersi a altri paesi Asean che hanno in questi anni raggiunto condizioni di maturità economico-infrastrutturale tali da costituire appetibili alternative, quali Malaysia, Vietnam, Indonesia o Filippine.

Futuro della monarchia thailandese
Grande assente della vicenda il sovrano Bhumipol Adulyadej, da tempo malato, che non ha dato segno di poter esercitare quel ruolo di mediatore che in altri tempi aveva saputo assumere, sorretto dall'universale rispetto che lo circonda.

Si conferma così il grande quesito, che aleggia impronunciato sullo sfondo di qualsiasi discorso politico in Thailandia, ove l'istituzione monarchica non potrà restare immutata con il venir meno di una personalità tanto carismatica.

Si tratta di un fattore di grande peso nella congiuntura thailandese, che non avrà soluzione duratura che non includa il futuro dell'istituzione monarchica.

In tal quadro complessivo poco potrà fare per contribuire al ritorno alla normalità democratica la comunità internazionale.

L'orgoglio nazionale thailandese, condiviso da ogni componente della società, è profondamente radicato in un paese che non è mai stato sottoposto a dominazione straniera e che ricerca una propria via - "thainess" - in ogni settore di attività, e mal sopporta lezioni e pressioni da qualsivoglia parte provengano.

Michelangelo Pipan, Ambasciatore d'Italia in Thailandia 2009-2013.
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martedì 17 giugno 2014

Un volume su Asia centrale e meridionale: L'Af Pak

15 marzo 2014   //   IsAG   //   Collana Giano  //  Commenti disabilitati
Af-Pak: la sfida della stabilità
Af-Pak: la sfida della stabilità
Autore: Francesco Brunello Zanitti
Editore: Fuoco Edizioni & IsAG, Roma 2014
Collana: Giano – Collana di politica internazionale
Caratteristiche: 216 pagine, cartografie b/n di Lorenzo Giovannini, prefazioni di Roberto Toscano e Lamberto Zannier
ISBN: 9-78889736386-6
Dalla quarta di copertina:
Af-Pak è un neologismo di recente creazione, ma è ormai frequentemente utilizzato dagli analisti internazionali e dagli addetti alla politica estera. Si riferisce a una particolare area situata tra Asia centrale e meridionale e considera la stretta correlazione tra due Paesi, Afghanistan e Pakistan. Questa regione sarà contraddistinta nel 2014 da un passaggio storico e delicato, ossia il termine della missione internazionale dell’ISAF a guida statunitense. AfPak: la sfida della stabilità ha come obiettivo l’analisi delle molteplici questioni poste dall’area, che influenzeranno nei prossimi anni l’azione di diversi attori globali e regionali. Assieme a dinamiche politiche interne complesse, l’Af-Pak è contraddistinto da numerosi aspetti geografici, storici, sociali, etnografici e religiosi, i quali sono essenziali per comprendere i rapporti dei due Paesi con la regione circostante e per delineare gli ipotetici scenari dei prossimi anni.
L’Autore:
Francesco Brunello Zanitti è Direttore Scientifico dell’IsAG e Research Scholar presso lo University College of Arts and Social Sciences della Osmania University di Hyderabad (India).
Per approfondire: clic
Per acquistare: [clic]
Per maggiori informazione sulle pubblicazioni IsAG, scrivere a:
pubblicazioni@istituto-geopolitica.eu

martedì 27 maggio 2014

India: propsettive divese con il nuovo governo


India 146
Le elezioni per il rinnovo della Camera Bassa indiana (Lok Sabha), che si sono concluse lo scorso 12 maggio, hanno decretato la vittoria della Coalizione Democratica Nazionale (NDC) guidata dal Bharatya Janata Party (BJP). Il successo del BJP, capeggiato dal leader nazionalista Narenda Modi, ha segnato un risultato storico per la politica interna indiana. Infatti, per la prima volta in trent’anni, il partito di Modi, nominato Primo Ministro il 21 maggio, è riuscito a ottenere da solo la maggioranza assoluta dei voti, aggiudicandosi ben 283 seggi dei 543 totali. La competizione elettorale ha segnato la sconfitta del Partito del Congresso e ha portato a galla la forte disaffezione nei confronti della precedente classe dirigente che si è dimostrata incapace di tradurre il forte sviluppo economico in benessere diffuso ad ampie fasce della popolazione. Al contrario, gli ottimi risultati economici conseguiti dalla politica di Modi nello Stato del ! Gujarat, di cui è stato governatore, hanno contribuito al suo successo elettorale. Tuttavia, il conservatorismo religioso e la vicinanza ai movimenti induisti radicali del Primo Ministro destano non poca preoccupazione: ad oggi, infatti, non è ancora chiaro il suo coinvolgimento nei pogrom antimusulmani che si sono verificati, nel 2002 nello Stato da lui governato. La larga vittoria del BJP, che offre al partito la possibilità di garantire la stabilità del proprio mandato anche senza l’appoggio degli alleati minori, potrebbe determinare un inasprimento delle posizioni del governo. Tale cambiamento potrebbe rappresentare un fattore di criticità anche per la delicata gestione dei rapporti tra l’India e il nostro Paese. Durante la campagna elettorale, infatti, Modi aveva fortemente criticato il Partito del Congresso per l’atteggiamento conciliatorio verso i due Fucilieri di Marina, attualmente detenuti in India. Benché non sia da escludere che la retorica di Modi nei ! confronti dei due Marò sia stata un mero espediente elettorale, i numeri di cui il BJP dispone in Parlamento potrebbero determinare una gestione unilaterale della crisi diplomatica da parte del nuovo partito di maggioranza.

Fonte Cesi Roma

venerdì 16 maggio 2014

Vietnam: rivolte contro le indutrie cinesi


Vietnam 145
Nel corso di violente proteste contro il governo cinese verificatesi il 15 maggio nella provincia centrale di Ha Tinh, 20 operai hanno perso la vita e un complesso industriale siderurgico è stato dato alle fiamme. A distanza di un giorno dalle prime rivolte che hanno interessato il sud del Paese, circa 15 fabbriche di proprietà cinese o gestite da cittadini cinesi espatriati sono state incendiate e oltre 250 stabilimenti danneggiati. Alla base delle proteste vi è la decisione del governo cinese di installare, lo scorso 1 maggio, una piattaforma esplorativa e di effettuare trivellazioni sul fondale nei pressi delle isole Paracel, nel Mar Cinese Meridionale, che il Vietnam considera sua zona economica esclusiva (ZEE). Alle proteste di Hanoi, rimaste inascoltate, la Cina ha poi risposto con l’invio di 80 navi militari per pattugliare le acque al largo delle coste vietnamite.
Gli episodi di violenza degli scorsi giorni hanno contribuito a ! innalzare ulteriormente la tensione tra Pechino e Hanoi, la quale ha comunque mantenuto una politica di basso profilo limitandosi alla richiesta di ritiro della piattaforma e all’invio di motovedette per mostrare la sua presenza nell’area contesa. Tuttavia, qualora la Cina continui a ledere i diritti esclusivi di sfruttamento della ZEE

Fonte CESI 145

Thailandia: destituito il primo ministro ad interim

Thailandia
Thailandia 145

La scorso 7 maggio, la Corte Costituzionale thailandese ha reso nota la sentenza che decreta la destituzione del Primo Ministro ad interim Yingluck Shinawatra, leader del movimento politico “Pheu Thai” (“Per i Thailandesi”), risultato essere il primo partito nelle elezioni generali del 2011. L’accusa è quella di abuso di potere, in relazione alla rimozione illegittima di un impiegato statale, fatto risalente a tre anni fa. La decisione si inserisce nel quadro di un conflitto istituzionale che negli ultimi anni ha visto numerose volte la Suprema Corte entrare in conflitto con l’esecutivo in carica. Già in altre occasioni, infatti, la massima autorità giudiziaria del Paese si era pronunciata in contrasto con le direttive politiche del governo. Tuttavia, il recente verdetto non sembra essere sostenuto da una chiara previsione costituzionale ed è stato oggetto di forti contestazioni da parte dei sostenitori di Shinawatra.
Da div! ersi mesi la Thailandia è un Paese politicamente paralizzato, sin da quando, lo scorso dicembre, il Parlamento è stato sciolto in seguito a un’ondata di tumulti popolari antigovernativi che hanno colpito principalmente Bangkok. Lo scontro politico-isituzionale in atto fa da cornice, in realtà, a un generale malcontento per gli scandali di corruzione e malgoverno che hanno costellato il decennio di dominio politico della famiglia Shinawatra.
La decisione del governo, lo scorso dicembre, di convocare le elezioni politiche per febbraio si è rivelata un flop, a causa del riuscito boicottaggio dell’opposizione e della dichiarazione di invalidità del voto emessa dalla Corte Costituzionale. La situazione è precipitata ulteriormente nelle ultime settimane, duranti le quali gli scontri di piazza tra le “Red Shirts”, i sostenitori di Shinawatra, per lo più provenienti dalle aree rurali del Paese, e le “Yellow Shirts”, gli oppositori, riuniti nel “Comitato per l! e riforme Popolari” (PDRC), hanno fatto scivolare pericolosamente la Thailandia nel caos e minacciano seriamente di far slittare la nuova convocazione elettorale prevista per il mese di luglio.
Ciò che ad oggi appare l’unico esito probabile della disputa in atto è la progressiva perdita di legittimazione delle già fragili istituzioni democratiche, in una realtà statuale che ha conosciuto 10 colpi di stato negli ultimi 60 anni di storia del Paese.
 Fonte CESI 145

Siria: ritirate le truppe ribelli da Homs


Siria 145
L’implementazione degli accordi siglati nei primi giorni di maggio tra la Siria del Presidente Bashar Al-Assad e il vasto fronte di opposizione ha portato al ritiro delle truppe ribelli da Homs, a tre anni esatti dall’inizio dell’assedio nella città-simbolo della guerra civile siriana. Nell’ambito del “cessate il fuoco” previsto dagli accordi, circa 1.200 ribelli hanno abbandonato l’area della “Old City”, fatta eccezione per il distretto di Waer, nell’area nord-occidentale, ancora sotto il controllo degli insorti. La “tenuta” di Homs si potrebbe rivelare estremamente preziosa per il regime di Assad, nell’ottica di rafforzare la fascia occidentale che dalla capitale Damasco passa per Qalamoun, Qusayr, e giunge sino alla città di Latakia.
La messa in sicurezza del confine libanese, dunque, potrebbe consentire alle truppe fedeli al regime di concentrarsi sulle restanti aree contese, situate prevalentemente nel nord ! del Paese, tra cui figurano la città Aleppo e la regione di Latakia, dove nelle ultime settimane si è concentrata una vasta offensiva delle truppe lealiste nel tentativo di riguadagnare alcune posizioni strategiche che, nelle scorse settimane, erano state conquistate dai ribelli.
Al momento, per il regime di Assad le prospettive a breve-medio termine appaiono quelle di uno spostamento graduale del nucleo centrale del conflitto verso il nord del Paese, al fine di ricucire lo strappo creato dall’avanzata ribelle e di trarre guadagno da eventuali successi militari a fini propagandistici.

Fonte CESI 145

lunedì 12 maggio 2014

Filippine: un sguardo sulla prospettiva marittima Invito 28 maggio ore 12,30


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Le relazioni Italia-Filippine
una prospettiva marittima
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La Conferenza "Le relazioni Italia - Filippine: una prospettiva marittima", organizzata dal Ce.S.I Centro Studi Internazionali in partnership con l'Ambasciata delle Filippine in Italia vuole essere un approfondimento delle relazioni tra due Paesi che da sempre condividono un legame importante a livello strategico ed economico con il mare.  Grazie alla presenza di illustri esperti sarà possibile analizzare nel dettaglio il valore del contesto marittimo e delle questioni economiche e di sicurezza ad esso legate. La Conferenza vuole, inoltre, illustrare le possibilità di cooperazione tra le autorità nazionali italiane e quelle filippine evidenziando l'esperienza e le capacità italiane nel monitoraggio e nella prevenzione dei rischi del traffico marittimo nel Mediterraneo oltre ad esaminare gli ! standard d'impiego per operatori marittimi previsti dall'Unione Europea e le differenze esistenti con quelli adottate dalle Filippine. 
Tra gli altri parteciperanno S.E Virgilio A. Reyes, Ambasciatore delle Filippine in Italia, Henry Bensurto (West Philippines Sea Center), Andrea Margelletti (Centro Studi Internazionali), Andrea Perugini (Ministero Affari Esteri), Giuseppe Loffreda (Esperto di Diritto della Navigazione).
L'iniziativa organizzata dal Ce.S.I. - Centro Studi Internazionali, in collaborazione con l'Ambasciata delle Filippine, avrà luogo mercoledi 28 maggio dalle ore 10.00 alle ore 12.30 presso la Sala delle Bandiere, Parlamento Europeo, via IV Novembre 149, Roma.
28 maggio 2014, ore 10:00
Sala delle Bandiere - Rappresentanza del Parlamento Europeo 

Via IV Novembre 149 - Roma
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lunedì 5 maggio 2014

Cina: Tra Russia ed Europa. La crisi in Ukraina

La crisi di Crimea: la Cina tra la Russia e l’Occidente
Da Geopolitica 110. ISAG

Fin dallo scorso novembre, quando a Kiev sono iniziate le proteste in Piazza dell’Indipendenza (Maidan Nezalezhnosti) contro il Presidente Janukovyč, la questione ucraina ha progressivamente attratto l’attenzione delle principali potenze mondiali, evidenziando una netta contrapposizione tra due poli: da un lato l’Occidente, in particolare l’Unione Europea e gli Stati Uniti, dall’altro la Russia. Tuttavia, poco o nulla si è detto a proposito della posizione diplomatica della Cina, potenza globale emergente per eccellenza, partner economico oramai imprescindibile per l’Occidente e tradizionale alleato politico e militare della Russia.
Dopo il 1991, con il superamento dell’esperienza sovietica, Cina e Russia hanno via via intrapreso un percorso diplomatico con molti punti in comune, ergendo a baluardo della loro politica l’incondizionata tutela dell’integrità territoriale degli Stati. Con particolare riguardo agli anni 2000, tale principio è andato di pari passo all’affermazione della dottrina della non ingerenza negli affari interni degli altri Stati. Non a caso, in seno alle Nazioni Unite, Cina e Russia si sono più volte spese a difesa di Paesi dove le pressioni e il coinvolgimento occidentali si facevano insistenti, come il Sudan1 e più recentemente la Siria2.
A livello ufficiale, agli albori della crisi crimeana, il Governo cinese, tramite l’agenzia di stampa di stato, Xinhua, sembrava orientarsi verso un appoggio, seppur di basso profilo, alle istanze russe, invitando l’Occidente ad abbandonare le anacronistiche velleità di Guerra Fredda e affrontare la questione “con” e non “contro” la Russia. A dare peso all’argomentazione, la stessa fonte di stampa teneva a sottolineare come, in virtù della sua influenza storica e culturale nel Paese, il diritto di Mosca a tutelare le comunità russofone in Crimea fosse “comprensibile”3. Nelle settimane precedenti al referendum, tuttavia, Pechino ha ricalibrato il suo punto di vista, sostenendo, insieme agli Stati Uniti, che ogni soluzione alla crisi dovrà rispettare la sovranità e l’integrità territoriale dell’Ucraina4.
Alla luce di quanto detto, la Cina sembra oggi attestarsi su una posizione piuttosto ambigua e transitoria riguardo alla crisi crimeana, da un lato sostenendo l’importanza dei principi fondamentali del diritto e della diplomazia internazionali, dall’altro “tenendo in considerazione i fattori storici e contemporanei della questione ucraina”5. Tradotto nei fatti, Pechino si è limitata ad esortare le parti a riprendere la strada del dialogo e riportare la contesa nel campo diplomatico, e proprio in questo senso sarebbe da leggere l’astensione del 15 marzo scorso nel voto sulla Risoluzione del Consiglio di Sicurezza che mirava a dichiarare l’illegittimità del referendum in Crimea. Dietro quella che potrebbe apparire una mera implementazione del principio di non ingerenza negli affari di altri Stati, sembra dunque celarsi un gioco diplomatico molto più articolato, che vede Pechino districarsi tra Occidente e Russia senza voler e poter rinunciare al mantenimento di buoni rapporti con ambedue i contendenti.
Partendo dall’analisi dei rapporti con Mosca, il Presidente Xi Jinping è consapevole che le tensioni in Crimea non fanno che spingere Putin nelle braccia di Pechino e aprono la strada a un sempre più consistente riavvicinamento politico ed economico tra Russia e Cina, oramai isolate nei rispettivi scacchieri diplomatici regionali6. Tale prospettiva non sembra affatto infondata, dal momento che la nuova leadership cinese ha in passato espresso apprezzamento per la politica di Putin e il primo viaggio ufficiale di Xi Jinping è stato proprio a Mosca7. A dimostrazione di ciò, lo scorso ottobre i due Paesi hanno firmato una serie di accordi energetici, che prevedono tra l’altro la fornitura di gas russo alla Cina per una cifra di 85 miliardi di dollari8.
In secondo luogo, da un punto di vista strettamente geostrategico, una diplomazia statunitense impegnata a pieno regime sul fronte ucraino non dispiacerebbe affatto ai cinesi, desiderosi di allentare la pressione politica e militare americana in Asia orientale. Da un lato, Pechino ne beneficerebbe direttamente, potendosi ritagliare uno spazio di manovra più ampio nelle contese marittime, dall’altro un minore impegno dell’amministrazione Obama nella regione, distratta dalle crisi in Crimea e in Siria, andrebbe a ridimensionare i propositi di rebalancing politico, diplomatico e militare verso l’area Asia-Pacifico enunciati dal Presidente americano in Australia nel novembre 2011. Come conseguenza, alla luce dell’inconsistenza delle garanzie americane, gli alleati di Washington nella regione, quali la stessa Australia, il Giappone, la Corea del Sud e i Paesi dell’ASEAN9 potrebbero rivedere la loro intransigenza verso Pechino.
Da ultimo, l’acquiescenza cinese verso il colpo di mano di Putin in Crimea si potrebbe interpretare come un importante banco di prova per la credibilità della stessa risolutezza occidentale nel difendere lo status quo. In altri termini, a Pechino ci si potrebbe domandare: se Putin ha svelato il bluff americano ed europeo e si è preso la Crimea, chi potrà fermarci sulle isole Diaoyu o sulle Spratly?
Elencate le ragioni politiche e strategiche per cui la Cina appoggerebbe cautamente le manovre di Putin in Crimea, restano ora da analizzare i fattori che spingono Pechino a mantenere, invece, una posizione neutrale e distaccata nella contesa tra Mosca e l’Occidente. In questa prospettiva, la diplomazia statunitense preme affinché prevalga a Pechino la tradizionale politica del non intervento, soprattutto alla luce dell’impatto che gli eventi crimeani potrebbero avere nel complicato quadro della sicurezza interna cinese10. Non sorprende, infatti, che il referendum del 16 marzo in Crimea sia stato accolto con freddezza dagli ambienti governativi cinesi, consapevoli che un riconoscimento ufficiale delle istanze secessioniste avrebbe irrimediabilmente infiammato le già nutrite aspirazioni indipendentiste in Tibet, nello Xīnjiāng e nella Mongolia Interna. Pertanto, se è vero che la Cina non si oppone all’annessione russa, al tempo stesso la dimensione secessionista della crisi in atto in Ucraina va a toccare un nervo storicamente scoperto nella politica cinese e costringe Pechino a mantenersi vicina all’Occidente nel ribadire il rispetto del diritto internazionale e, più nello specifico, dell’integrità territoriale degli Stati.
Inoltre, sarebbe plausibile ritenere che la Cina possa scorgere nel blitz russo in Crimea un’indiretta minaccia alla sua grand strategy di espansione dell’influenza politica ed economica verso l’Asia Centrale, ribattezzata “March West11. Negli ultimi cinque anni, la presenza cinese in Asia centrale è cresciuta vertiginosamente, come dimostrato dalla conclusione di importanti accordi tra Cina e Kazakistan per un valore attorno ai 30 miliardi di dollari12. In questo progetto egemonico sembra credibile che la Cina individui proprio nel dinamismo di Putin una potenziale insidia a lungo termine.
In terzo luogo, è verosimile che il protrarsi della crisi ucraina e la possibilità dell’implementazione di nuove sanzioni e contro-sanzioni tra Occidente e Russia possano minare le già fragili fondamenta dell’economia globale, peraltro in una fase storica in cui la stessa Cina è alle prese con un rallentamento della crescita. È dunque un interesse primario di Pechino mantenere buoni rapporti con le cancellerie occidentali e tale sembra essere il proposito principale del tour europeo di Xi Jinping che, accompagnato da una delegazione di 200 uomini d’affari, sarà impegnato dal 22 marzo al 1 aprile in una serie di visite ufficiali tra Olanda, Francia, Germania e Belgio13.
Tirando le somme, la cauta posizione di neutralità cinese davanti alla crisi in atto in Crimea appare essere il naturale riflesso di una situazione in cui l’establishment di Pechino si trova a giocare due partite parallele con Mosca e con l’Occidente. Le solide radici dell’alleanza con la Russia e la comune visione geostrategica antagonistica rispetto all’egemonia statunitense sono alla base del benevolo assenso cinese all’operazione militare russa. Al tempo stesso, la Cina non può e non intende sacrificare la fruttuosa cooperazione economica con l’Occidente, basti pensare che nel solo 2013 il valore dell’interscambio commerciale tra Cina e Stati Uniti ha superato i 660 miliardi di dollari14. Inoltre, il crescente malcontento delle realtà indipendentiste interne al Paese stesso rischierebbe di acuirsi qualora Pechino si schierasse apertamente in favore del secessionismo filo-russo in Crimea. Pertanto, se al momento non sembrano esserci ragioni per cui la Cina dovrebbe abbandonare la sua sapiente equidistanza, sembra plausibile ritenere che ulteriori manovre militari russe all’interno del territorio ucraino, soprattutto nelle aree sensibili di Donetsk, Odessa e Kharkhiv, rischierebbero di alterare gli equilibri e raffreddare il legame Pechino-Mosca, aprendo nuovi scenari diplomatici in cui la Cina si troverebbe costretta a mostrare le carte.

Silvio Mudu è laureato magistrale in Scienze Internazionali e Diplomatiche (Università degli Studi di Siena).

1 Carin Zissis, Darfur crisis continues , Council on Foreign Relations, 4 Maggio 2006.
2 Holly Yan, Why Russia, Iran and China are standing by the regime, CNN, 30 Agosto 2013.
3 Lu Yu, West should work with, not against, Russia in handling Ukraine crisis, Xinhua, 3 Marzo 2014.
4 U.S., China officials agree Ukraine's territorial integrity important, Reuters, 6 Marzo 2014.
5 Hannah Beech, Russian Intervention in Crimea Puts China in Awkward Spot, Time, 4 Marzo 2014.
6 La crisi in Crimea ha di fatto interrotto il ventennale dialogo tra Russia e Unione Europea, mentre la Cina si trova a fronteggiare l'ostilità di buona parte dei Paesi vicini nelle contese marittime del Mar Cinese Meridionale e Orientale.
7 Jane Perlez, New Leader of China Plans a Visit to Moscow, The New York Times, 21 Febbraio 2013.
8 Russia, China ink $85 billion oil deal, The BRICS Post, 22 Ottobre 2013.
9 Association of South-East Asian Nations, organizzazione politica, economica e culturale che comprende Indonesia, Malesia, Filippine, Singapore, Thailandia, Brunei, Vietnam, Laos, Birmania, Cambogia.
10 Tough choice: Crisis in Ukraine pushes China into limbo, Russia Today, 14 Marzo 2014.
11 Yun Sun, March West: China's Response to the U.S. Rebalancing, Brookings, 31 Gennaio 2014.
12 Perlez, China Looks West as It Bolsters Regional Ties, The New York Times, 7 Settembre 2013.
13 Chinese President Xi Jinping begins key Europe visit, BBC News, 22 Marzo 2014.
14 Russia Today, 14 Marzo 2014. 

domenica 4 maggio 2014

Stan-countries: acque agitate per la crisi ad occidente

Crisi ucraina
Il terremoto di Kiev scuote l’Asia centrale
Cono Giardullo
21/04/2014
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Le diplomazie delle ex-repubbliche sovietiche del Centro Asia hanno avuto un bel da fare negli ultimi mesi, data la crisi ucraina. L’annessione della Crimea alla Federazione russa tramite referendum ha costretto i cinque stati (Kazakhstan, Kyrgyzstan, Uzbekistan, Tajikistan e Turkmenistan) a barcamenarsi tra dichiarazioni di sostegno e di malcelata critica verso la rinata politica espansionista di Mosca.

A mostrarlo è stato quanto accaduto in occasione della risoluzione dell’Assemblea generale Onu del 27 marzo che ha dichiarato invalido il referendum summenzionato. Kyrgyzstan, Tajikistan e Turkmenistan non hanno preso parte alla votazione, subendo nel contempo forti pressioni dai diplomatici russi.

Uzbekistan, Tajikistan, Kyrgyzstan
L’Uzbekistan, pur evitando qualsiasi riferimento diretto alla Federazione russa, si è detto preoccupato riguardo al possibile deterioramento della situazione. Tashkent ha chiaramente espresso la necessità di evitare qualsivoglia minaccia all’integrità territoriale ucraina.

Il Tajikistan, fortemente dipendente dall’economia russa, e il Turkmenistan, regime ben più autoritario di quello dell’ex-presidente ucraino Yanukovich, non si sono espressi. Il Kazakhstan, con una minoranza etnica russa pari al 22% dell’intera popolazione, ha fatto sapere che il presidente Nursultan Nazarbaev, al telefono con Putin, ha espresso comprensione per la preoccupazione russa di proteggere i diritti delle minoranze etniche in Ucraina.

Molti credevano che il Kyrgyzstan potesse assumere una posizione forte, critica nei confronti di Mosca. Il paese è infatti la speranza democratica della regione e ha vissuto due rivoluzioni: nel 2005 e nel 2010, rivolte popolari contro leader fortemente corrotti. Il presidente kyrgyzo Almazbek Atambaev ha per primo espresso le sue condoglianze alle famiglie uccise a Kiev durante gli scontri, dichiarandosi fiducioso per il futuro del popolo ucraino.

L’11 marzo, il Ministro degli esteri ha emesso un comunicato stampa condividendo l’inquietudine della comunità internazionale per l’escalation di tensione in Ucraina, descrivendo il presidente Viktor Yanukovich come esautorato de facto del potere presidenziale. Asseritamente, la minaccia di Mosca di espellere i migranti kyrgizi in Russia (tra 600,000 e 1 milione) ha costretto lo stesso Ministro a emettere un nuovo comunicato, il 20 marzo, con il quale Bishkek riconosceva i risultati del referendum in Crimea. Questi rappresentano il volere assoluto della maggioranza della popolazione della Repubblica autonoma.

Dipendenza economica dalla Russia
I paesi più poveri, Tajikistan e Kyrgyzstan, devono fare i conti con la dipendenza economica dalle rimesse dei migranti in Russia. Secondo la Banca Mondiale, il Tajikistan è al primo posto al mondo per contribuzione delle rimesse al Gdp nazionale (48%), seguito dal Kyrgyzstan (31%). È chiaro che i governi temono il declino dell’economia russa e il ritorno dei migranti in patria, dove i tassi di disoccupazione sono elevatissimi.

Il Kyrgyzstan ha inoltre venduto alcuni tra i suoi asset strategici a compagnie russe. Se nel 2013, la compagnia KyrgyzGas è stato venduta al gigante russo Gazprom per un dollaro, causa debiti, e la compagnia russa RusHydro è divenuta azionista centrale della compagnia kyrgyza idro-energetica, si fanno sempre più insistenti le voci di una futura acquisizione dell’aeroporto Manas da parte della russa Rosneft, quando gli americani abbondoneranno la base il prossimo luglio.

Unione doganale eurosiatica e influenza Cina
Nel frattempo un nuovo movimento politico di opposizione si è creato, allo scopo di respingere i tentativi di Mosca di “annettere” Bishkek all’Unione doganale euroasiatica. Sui social network il dibattito è infuriato, e se la stragrande maggioranza degli utenti parteggia per l’integrità territoriale ucraina, i media russi si sforzano di convincere la maggioranza della popolazione del contrario.

Nel frattempo l’influenza economica cinese sulla regione è in continuo aumento. La Cina è oggi una valida e potente alternativa alla Russia. La repubblica popolare è divenuta, infatti, il principale partner commerciale della regione. Xi Jinping, in visita lo scorso settembre in Asia Centrale, ha siglato nel giro di una settimana un accordo con il Turkmenistan per triplicare la quantità di esportazioni di gas verso la Cina entro il 2020; ha portato a termine accordi per 15 miliardi di dollari in Uzbekistan e ha firmato contratti per 30 miliardi in Kazakhstan.

A Bishkek, ha perfino ideato una partnership strategica con il Kyrgyzstan e donato 3 miliardi di dollari per progetti energetici e di miglioramento delle infrastrutture.

Certamente la Cina guarda con attenzione alla minoranza uigura in Kazakhstan e in Kyrgyzstan e il ritiro delle truppe americane a fine 2014 dall’Afghanistan le impone di accrescere i suoi sforzi in materia di sicurezza e di lotta a quelli che considera come i tre mali supremi: estremismo, separatismo e terrorismo.

Cono Giardullo è consigliere politico presso la Delegazione dell’Unione europea a Bishkek.
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CIna: un futuro non roseo?

Cina
Lo spettro del collasso ambientale
Cao Yuè
25/04/2014
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La Cina è oggi il maggiore consumatore di energia al mondo, il principale importatore di petrolio, nonché il primo emettitore di gas serra. Circa il 70% dell’economia cinese è alimentato dal carbone.

Le conseguenze ambientali sulla salute di questa impressionante crescita si sono manifestate con chiarezza negli ultimi anni: le cosiddette “apocalissi dell’aria” in molte città, gli scandali sui raccolti e le falde acquifere contaminati, l’abbassamento delle aspettative di vita e le morti premature tra la popolazione evidenziati da recenti studi sono gli esempi più lampanti.

Preoccupata da questi problemi, e dalla potenziale instabilità sociale, la leadership cinese ha adottato misure eccezionali per combattere il degrado ambientale. Nel 2009, al vertice sul clima di Copenaghen, la Cina si è impegnata a ridurre del 40-45% l’intensità di carbonio e a raggiungere l’obiettivo del 15% del consumo totale di energia ottenuta da combustibili non-fossili entro il 2020.

Dodicesimo piano quinquennale
Il dodicesimo piano quinquennale (2011-2015) ha confermato questa nuova direzione enunciando una strategia generale di sviluppo low-carbon: il piano abbozza i contorni dei primi mercati per i crediti di emissione, colloca le nuove energie, la conservazione dell’energia, la protezione ambientale e i veicoli a energia pulita tra le sette “industrie strategiche” sostenute dal governo, e - soprattutto - si pone come obiettivo un tasso di crescita del Pil più basso (7%), con un minore utilizzo di energia.

Quali risultati sono stati finora ottenuti? 
Dall’entrata in vigore del piano: a causa della più moderata crescita economica, la domanda di energia della Cina è cresciuta solo del 3,9% nel 2012 - il tasso di crescita più basso del decennio -, diminuendo così l’intensità energetica del 3,6%. L’emissione di CO2 è aumentata del 3,2% nel 2012 rispetto ad un aumento del 9,3% nel 2011, riducendo l’intensità di carbonio del 4,3%.

Inoltre, l’offerta di energia da combustibili non fossili è aumentata di circa il 9%, grazie alla crescita del volume di elettricità generata da centrali eoliche e idroelettriche. In aggiunta, dal giugno 2013, la Cina ha lanciato esperimenti-pilota di mercati delle emissioni a Shenzhen, Shanghai e Pechino.

Sfide future
Nonostante la Cina sembri essere sulla buona strada per quanto riguarda la riduzione dell’intensità di carbonio, grandi sfide permangono all’orizzonte. Innanzitutto, il vero problema, rappresentato dal ruolo delle imprese di stato (State-owned enterprises, Soe) non è affrontato di petto.

Le Soe attive nel settore energetico rappresentano i monopoli di mercato più imponenti del paese e influenzano i processi del policy-making, dato il rango ministeriale ricoperto da molti presidenti delle stesse aziende. Gli alti prezzi dell’energia e delle risorse sono determinati dal potere monopolistico delle imprese di Stato, non dal mercato.

In secondo luogo, bisogna considerare che l’urbanizzazione della Cina è ancora in corso. Nel 2009 McKinsey ha stimato che la popolazione urbana raggiungerà un miliardo di persone entro il 2030, e che entro il 2025 ci saranno 221 città con almeno un milione di abitanti, e 23 con oltre cinque. la domanda di energia della Cina aumenterà del 40% tra il 2011 e il 2035, arrivando a rappresentare il 40% della crescita di domanda mondiale, mentre le emissioni di CO2 cresceranno del 28% durante lo stesso periodo.

In terzo luogo, la Cina presenta un’enorme sovraccapacità nelle industrie del cemento, del vetro, del trasporto marittimo e dell’acciaio, in seguito al calo della domanda estera determinato dalla crisi economica globale. Perciò, dato che più della metà del consumo energetico cinese è di natura industriale, bisognerebbe compiere i necessari passi per non aumentare le scorte.

In quarto luogo, lo sviluppo delle nuove energie procede a singhiozzo. In seguito alla guerra commerciale dei pannelli fotovoltaici, la National Development Reform Commission (Ndrc) nel luglio 2013 ha emesso un documento per spostare il focus dell’industria sul mercato interno, e promuovere impianti diffusi di generazione di energia.

Questo piano non sta però procedendo come sperato. A causa del rapido sviluppo dell’industria, molte centrali eoliche sono state costruite in aree con abbondanza di elettricità generata dal carbone e, quindi, sono state tagliate fuori dalla rete di distribuzione. La stessa associazione stima uno spreco in 20 miliardi di KW/ora nel 2012, con una perdita totale di 10 miliardi di yuan (1,2 miliardi di euro).

Gas sostituto del carbone?
Infine, permangono sostanziali ostacoli alla sostituzione del carbone con il gas nel consumo energetico. Il paese è un importatore netto di gas convenzionale (possiede infatti solamente l’1% delle riserve globali), e l’industria dello shale gas (gas di scisto) deve ancora decollare. Perciò, per aumentare rapidamente la quota di gas nel suo mix energetico, la Cina deve assicurarsi una fornitura di gas stabile ed economica dall’estero. Il percorso di decarbonizzazione si presenta quindi come irto di ostacoli.

La sfida più complessa rimane quella della trasmissione delle politiche dal centro alle istituzioni locali, cui spetta garantirne l’attuazione. Molte cose potrebbero andare storte in questo processo. Su questo sarà giudicata negli anni avvenire la leadership guidata da Xi Jinping e Li Keqiang.

Articolo pubblicato su OrizzonteCina, rivista online sulla Cina contemporanea a cura di Torino World Affairs Institute e Istituto Affari Internazionali.

Cao Yuè è research assistant, T.wai.
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mercoledì 16 aprile 2014

Cina: Il problema inquinamento

Cina e ambiente
Se il fiume giallo diventa nero
Giuliano Crisanti
10/04/2014
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La Cina negli ultimi anni ha manifestato al mondo il suo enorme potere economico. Esistono tuttavia grandi problematiche interne che da tempo affliggono il vasto territorio cinese. Possiamo dunque considerarlo un paese in grado di guidare l’economia internazionale?

Falde acquifere cinesi inquinate
Pur detenendo il 40% delle risorse idriche mondiali, la Cina sta affrontando uno dei più grandi drammi ambientali per quanto riguarda la scarsità dell’acqua. Il problema non risiede nell’effettiva disponibilità dell’elemento, ma dal pesante inquinamento delle falde acquifere.

Due sono i fattori che alimentano tale fenomeno: la mancata tutela da parte delle autorità all’ecosistema e l’eccessivo sfruttamento dei depositi idrici nell’industria.

La Cina vanta infatti un’incredibile produzione energetica per mezzo delle numerose centrali a carbone presenti sul territorio. Questo enorme apparato produttivo ha reso possibile la grande spinta economica di Pechino negli ultimi anni, trascurando tuttavia gli effetti sull’ecosistema.

Queste grandi centrali energetiche, per poter restare attive, necessitano di spropositate quantità di acqua per il raffreddamento (circa 15 mila tonnellate l’anno per singola installazione); il governo cinese, ben consapevole di questo, ha programmato per il 2015, la costruzione di altre 450 nuove centrali a carbone.

Questo apparato industriale cinese, oltre a consumare notevoli quantità d’acqua, incide ulteriormente sul problema idrico aggravando le condizioni ambientali delle riserve stesse; i rifiuti industriali stanno inquinando le falde acquifere a livelli allarmanti, apportando danni persino all’agricoltura.

La Banca Asiatica dello Sviluppo, che ha studiato con cura l’andamento delle risorse idriche negli ultimi cinquant’anni, ha stimato come la disponibilità d’acqua pro capite in Cina sia diminuita del 60%, percentuale che nel 2025 potrebbe arrivare al 70%.

Il settore del carbone assorbe ben il 20% del consumo totale di acqua della Cina, mentre l’agricoltura prende un altro 62%. Il “popolo giallo” sussiste quasi esclusivamente di agricoltura; solamente negli ultimi anni sono subentrate le proteine nella dieta cinese, richiedendo maggiori apporti di liquidi all’organismo.

Altro dato allarmante è quello verificato dalla Commissione sanitaria di Pechino (istituita appositamente negli ultimi anni): il 90% delle acquee sotterranee è contaminato da rifiuti di depurazione e rifiuti industriali. Già nel 2010 in 183 città cinesi l’acqua era stata considerata imbevibile.

La ricchezza del fiume Giallo
I più grande corso d’acqua cinese, il Fiume Giallo (黄河 - Huáng He), è stato da sempre una benedizione per l’agricoltura del paese. Esso, cosi come tutti i suoi affluenti, irrigava e fertilizzava gli appezzamenti siti appositamente nei pressi dei suoi argini. Al giorno d’oggi, questo fenomeno di “esondazione benefica”, si sta rivelando nocivo alla produzione dei beni di primaria sussistenza, quali i cereali (la Cina è infatti primo produttore mondiale di grano e il secondo di mais).

Questo corso d’acqua viene chiamato Fiume Giallo non per caso: le sue acque sono infatti dense e limacciose, si tratta del fiume più fangoso del pianeta. Ogni tonnellata d’acqua porta infatti 40 chilogrammi di limo, il quale rende (o per meglio dire, rendeva) fertili i campi. Quello che un tempo fertilizzava le terre, ore le devasta, spargendo sui campi coltivati rifiuti industriali.

Il Fiume Giallo è il principale corso d’acqua cinese, lungo 5,464 chilometri, con una capacità media di 2,571 metri cubi al secondo; parliamo dunque di un titano dell’H2O, capace di fornire acqua a oltre 155 milioni di persone ed irrigare il 15% delle terre agricole cinesi. Il fiume nasce nella “regione dei mille laghi”, ma negli ultimi vent’anni oltre la metà di quei laghi è scomparsa.

Secondo fonti ufficiali del ministero dell’Agricoltura, “il Fiume Giallo ha sempre ospitato oltre 150 specie di pesci, ma un terzo sono ora estinte”. Ogni anno, fino a poco tempo fa, venivano pescate nel fiume 700 tonnellate di pesce; questa quantità è diminuita attualmente del 40%.

Sempre secondo questa fonte, sono gli impianti idroelettrici che hanno bloccato le vie di migrazione dei pesci, riducendo la portata dell’acqua, già aggravata dal costante inquinamento. Solamente sulle rive del Fiume Giallo e dello Yangtze (altro fiume importante, lungo circa 6.418 chilometri), sono siti 11 mila impianti chimici; queste installazioni, solamente nel 2005, hanno riversato 4,35 miliardi di tonnellate di scarichi idrici inquinanti.

Altro elemento che ha aggravato la condizione ambientale dei fiumi è stato il frequente cadere di piogge acide; nel 2005 solamente Pechino, ha registrato emissioni per 26 milioni di tonnellate di biossido di zolfo (Pechino è considerata attualmente una delle città più inquinate del mondo) Secondo dati ufficiali del Sepa (Amministrazione per la protezione ambientale dello stato, ogni anno si distruggono circa 13 milioni di tonnellate di prodotti agricoli contaminati da metalli.

I contadini nello Shandong
Caso eclatante quello dei contadini nello Shandong (provincia costiera situata lungo la regione più orientale della Repubblica popolare cinese), costretti a coltivare ed attingere acqua per uso personale da un fiume nero come la pece.

Le autorità non appaiono preoccupate di quanto stia accadendo nei pressi di Pechino, lungo il fiume Zhangweixin, dove i contadini sono costretti ad irrigare i campi con acqua fetida e coperta di schiuma. Questo fiume, nasce prima di Dexhou e percorre 460 chilometri fino a sfociare nel mare Bohai; è stato scientificamente accertato l’inquinamento all’80% di questo corso d’acqua.

Cai Wenxiao, vice direttore dell’Ufficio per la protezione ambientale a Dezhou, spiega che l’inquinamento del fiume Zhangweixin proviene soprattutto dalle province a monte, dove i cantieri e gli impianti chimici dello Henan, gettano rifiuti in affluenti del fiume. I residenti hanno protestato contro i governi locali, non solo senza ottenere alcun risultato o indennizzo, ma ricevendo minacce dai funzionari locali.

Questo evento, piccolo per quanto riguarda la sua rilevanza all’interno di un paese che rasenta il miliardo e mezzo di abitanti, mostra quanta attenzione dedichi il governo al problema della salute pubblica.

A conferma di quanto detto, Zhang Dexin, capo del dipartimento economico dell’università locale, osserva che il 75% della popolazione lavora nell’agricoltura, ma contribuisce solo per il 4,4% del Pil. Asserisce inoltre che al paese occorrono grandi impianti chimici ed energetici per far crescere l’economia e assorbire i lavoratori rurali, tollerando quindi un certo grado di inquinamento.

Giuliano Crisanti è economista presso l’Università Europea di Roma.
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martedì 8 aprile 2014

Afganistan: vi sarà un futuro normale?

Elezioni in Afghanistan
Le urne di Kabul alla sfida della governabilità
Claudio Bertolotti
02/04/2014
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Il 5 aprile gli afghani hanno votato per eleggere il successore di Hamid Karzai alla presidenza della Repubblica Islamica dell’Afghanistan: buona l’affluenza alle urne, sia maschile che femminile, nelle aree urbane del paese, meno forte e più problematica nelle aree periferiche e remote - il vero Afghanistan.

Nel complesso, circa duecento gli attacchi portati a termine dai taliban nella giornata dell’appuntamento elettorale, altrettanti i seggi chiusi in anticipo per problemi di sicurezza; una situazione che, in generale, conferma l’instabilità afghana.

Un’instabilità che si accompagna al tentativo di “dialogo politico” con i gruppi di opposizione armata e ai tentativi di revisione (e riduzione) dei diritti costituzionali - in particolare quelli delle donne - al fine di convincere i gruppi insurrezionali ad accettare una soluzione negoziale (argomento a cui i media hanno dato scarso risalto, ma che la stessa Comunità internazionale ha messo in conto).

Karzai a colloquio con i taliban 
Stati Uniti e attori regionali guardano con favore a un “balance of power” tra i gruppi etno-religiosi afghani: un bilanciamento “adeguato” tra gruppi di potere pashtun e le altre minoranze.

Hamid Karzai, sospeso il dialogo formale con Washington, ha avviato un intenso colloquio con i taliban. Non è esclusa un’intesa volta a preservare gli equilibri di potere nell’area di Kandahar, dove i Karzai mantengono interessi politici ed economici.

Sul fronte opposto, i taliban hanno dimostrato di poter contrastare con la forza elezioni “illegittime” e “anti-islamiche”: una minaccia che, sebbene ridimensionata rispetto alla propaganda insurrezionale pre-elettorale, ha aumentato il livello di preoccupazione generale.

Pashtun e tagichi 
I pashtun, gruppo predominante al sud e all’est, storicamente al potere in Afghanistan e sostenuti dall’esterno dal Pakistan, confermano di volersi muovere su linee di demarcazione etno-culturale. In particolare, il gruppo dei “Durrani” di Kandahar (del quale fa parte la stessa famiglia Karzai) ha avviato una “collaborazione inter-etnica” per ridurre la dispersione di voti e aumentare la possibilità di accesso di un proprio candidato alla presidenza.

Tra Qayum Karzai (fratello dell’attuale presidente), Gul Agha Sherzai, Muhammad Nader Na’im e Zalmai Rassul, la scelta è ricaduta su quest’ultimo, nonostante un primo orientamento su Qayum Karzai (ritiratosi dalla competizione in favore di Rassul: difficile non immaginare un ruolo attivo di Hamid Karzai in tale scelta razionale).

Tra i tagichi, l’importante gruppo etnico e di potere antagonista ai pashtun, presente prevalentemente a nord e a ovest del paese e sostenuto da alcuni attori regionali (tra i quali Iran, Russia e Tajikistan), gli equilibri sono mutati con la scomparsa di Muhammad Qasim Fahim, l’influente signore della guerra anti-taliban, nonché vice-presidente dell’Afghanistan e garante del sostegno a Karzai da parte delle comunità del nord.

Fahim era destinato a giocare un ruolo importante nell’Afghanistan post-elettorale; una scomparsa che ha lasciato spazio di manovra a un altro influente tagico: Ismail Khan, anche lui potente signore della guerra, già governatore di Herat e candidato vice-presidente nella lista di Sayyaf, uomo capace di accendere gli animi inquieti di quella componente tagika indisposta al “dialogo” con i taliban.

Abdullah e Ghani favoriti 
Oltre la metà degli elettori si è dichiarata disposta a sostenere un candidato propenso al dialogo con i gruppi insurrezionali ed ha auspicato la vittoria di un soggetto propenso alle buone relazioni con il Pakistan; il 60% guarda con favore a relazioni durature con gli Stati Uniti.

Nel complesso, l’interesse dell’opinione pubblica afghana è aumentato, sebbene il 58% delle schede elettorali inserite nelle urne non corrisponda necessariamente al 58% di elettori (il riferimento ai brogli elettorali è esplicito); ma questo non cambia la sostanza di un processo elettorale comunque debole e il cui peso e ruolo sono stati amplificati da un’attenzione mediatica distratta e, in molti casi, superficiale.

Dunque, quale il futuro politico dell’Afghanistan?

È probabile che nessuno dei candidati otterrà più del 50% cento dei voti - di ciò avremo conferma nelle prossime settimane; ma è altresì probabile che ciò imporrà accordi negoziali tra le parti, in particolare con gli esclusi dal probabile ballottaggio.

Abdullah, l’ex ministro degli Esteri, metà tagico e metà pashtun, e Ashraf Ghani Ahmadzai, ex ministro delle Finanze di etnia pashtun, sono dati per favoriti: il primo in grado di raccogliere il consenso dell’elettorato tagico e di quello, seppur limitato, femminile, il secondo più convincente per quello di estrazione urbana e delle regioni settentrionali a prevalenza uzbeca (uno dei due candidati vice-presidenti è il potente uzbeco Dostum).

E Zalmai Rassoul, ministro degli Esteri uscente, pashtun apprezzato anche dai tagichi, rappresenta la terza potenziale incognita, anche grazie al sostegno di Qayum Karzai.

Poche speranze rimangono per gli altri concorrenti, il cui ruolo potrebbe riservare qualche sorpresa proprio in occasione del secondo turno elettorale: Abdul Rab Rassul Sayyaf e Gul Agha Sherzai.

Nel complesso, date le premesse, è facile prevedere un’inquieta fase post-elettorale a causa delle irregolarità e dei brogli che verranno denunciati, ma nessun cambiamento radicale nella politica afghana.

Dato per scontato che un’unica coalizione politica non riuscirà a prevalere, lo stato di incertezza sarà amplificato dalle dinamiche multilivello che spingeranno ad accordi in vista del ballottaggio dove il candidato più accreditato, Abdullah, potrebbe vedersi contrapposto a un’unica grande coalizione pashtun.

Molto dipenderà da come gli stessi pashtun nel sud del paese hanno votato, anche in relazione alla forte influenza dei taliban e alla difficoltà nel controllo della regolarità del processo elettorale in quella parte dell’Afghanistan.

Claudio Bertolotti (Ph.D) analista strategico, ricercatore senior presso il Centro militare di Studi Strategici e docente di "società, culture e conflitti dell'Afghanistan contemporaneo", è stato capo sezione contro-intelligence e sicurezza di Isaf in Afghanistan. Opinionista, autore di saggi, analisi e articoli di approfondimento sul conflitto afghano.
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venerdì 4 aprile 2014

Taiwan: classe di corvette stealth a doppo scafo.

Taiwan

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Il 14 marzo, la Marina Militare di Taiwan ha ricevuto il primo esemplare della nuova classe di corvette stealth a doppio scafo Tuo River, la prima delle 12 previste nell’ambito del programma Hsun Hai (Swift Sea). Annunciato nel 2009, il programma è stato avviato solo nel 2011, in seguito all’approvazione della copertura finanziaria da 853 milioni di dollari. Il dispiegamento dovrebbe avvenire nella prima metà del prossimo anno.
Le nuove corvette sono state progettate congiuntamente dal Naval Shipbuilding Development Center (NSDC) e dal Ship Ocean Industries R&D Center (SOIC), mentre la costruzione è stata affidata ai cantieri della Lund-De Shipbuilding Corporation.
Con una stazza di 500 tonnellate, la Tuo River puo’ esprimere una velocita’ massima di 38 nodi e coprire un raggio d’azione di 2.000 miglia nautiche. Progettata per operare sottocosta, con funzioni di interdizione marittima, la corvetta ricorda, nelle linee e nella concezione operativa, sia la Littoral Combat Ship americana USS Independence che la Classe Houbei Type 022 della Marina Militare Cinese.
Lunga 60 mt e larga 14, dispone di un equipaggio di 41 marinai. E’ armata di otto missili anti-nave Hsiung Feng II e di altri otto missili Hsiung Feng III, questi ultimi con una gittata di 130 km e una velocità massima di Mach 2. E’ dotata anche di un cannone Oto Melara da 76mm, di quattro mitragliatrici da 12,7 mm e di un sistema per la difesa ravvicinata MK15 Phalanx.
Erede dei navigli da attacco veloce Kuang Hua VI, la classe Tuo River  è stata progettata per garantire stabilità e velocità, anche in condizioni operative e meteorologiche difficili come quelle dello stretto di Taiwan. Infine, grazie alla robusta dotazione missilistica antinave, alle caratteristiche di bassa visibilità radar e all’elevata agilità le Tuo River dovrebbero consentire un’efficace opera di interdizione nei confronti delle unità navali maggiori della flotta cinese .

Fonte CESI - Roma

Filippine: potenziata la base di Oyster Bay. Costo di 11,5 milioni di dollari


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La Marina Militare filippina ha annunciato un piano per il potenziamento della base militare navale di Oyster Bay, situata sulla costa occidentale dell’isola di Palawan. I lavori avranno un costo di 11,5 milioni di dollari e dovrebbero essere conclusi entro il 2016. Ubicata a 550 km da Manila, Oyster Bay dista solamente 160 km dalle Isole Spratly, storicamente contese tra Filippine e Cina.
L’espansione della base fa parte di un più ampio potenziamento dello strumento militare filippino e, in particolare, di quello navale, spinto dal progressivo inasprirsi delle contese territoriali e dal generale riscaldamento politico e militare dell’intera area. Negli ultimi due anni la Marina filippina ha ricevuto dagli Stati Uniti due cutter di seconda mano ex U.S. Coast Guard , mentre, a breve, dalla Francia saranno acquistati altri 5 pattugliatori.
Ulteriori discussioni relative a nuove unità navali, sono in corso anche con la Corea del Sud e il Giappone, mentre rimane per ora sullo sfondo l’interesse di Manila per almeno 2 fregate e un sottomarino.  Quest’ultimo programma, infatti, che ha già attirato l’interesse di Italia, Francia, Corea del Sud e India, procede a rilento per via delle limitate risorse economiche a disposizione del Paese.
La nuova installazione, oltre ad accogliere parte della rinnovata flotta filippina e alleviare il carico operativo della base di Subic Bay, servirà anche come nuova testa di ponte statunitense nel Mar Cinese Meridionale. Una volta finalizzato il nuovo quadro militare e di sicurezza tra i due Paesi, infatti, gli USA potranno usufruire di una posizione privilegiata da cui monitorare, ed eventualmente contenere, le attività cinesi nell’area.

Fonte CESI. Roma