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Metodo di ricerca ed analisi adottato

Per il medoto di ricerca ed analisi adottato

Vds post in data 30 dicembre 2009 sul blog www.coltrinariatlanteamerica.blogspot.com
seguento il percorso:
Nota 1 - L'approccio concettuale alla ricerca. Il metodo adottato
Nota 2 - La parametrazione delle Capacità dello Stato
Nota 3 - Il Rapporto tra i fattori di squilibrio e le capacità delloStato
Nota 4 - Il Metodo di calcolo adottato

Per gli altri continenti si rifà riferimento al citato blog www.coltrinariatlanteamerica.blogspot.com per la spiegazione del metodo di ricerca.

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lunedì 6 gennaio 2014

Cina contro India:Mackinder contro Mahan?

Due eventi recenti esemplificano il dilemma geopolitico dell’India. Durante i primi giorni di aprile 2013 è stato riferito che alcuni sottomarini cinesi avevano condotto incursioni nell’Oceano Indiano, ovviamente avvertite dai sonar della marina statunitense1. Un paio di settimane dopo c’è stata l’intrusione di un plotone di truppe cinesi nella zona della valle di Depsang, nel Ladakh orientale2. Anche se lo status precedente all’incursione è stato raggiunto pacificamente, l’incidente del Ladakh ricorda chiaramente le durevoli implicazioni dell’irrisolta controversia himalayana. Insieme, ciò a cui entrambi questi eventi fanno pensare è anche la profonda controversia nella geostrategia dell’India nei confronti della Cina. Questa è contesa tra le rappresentazioni di Mackinder e di Mahan, e parte della sua ambivalenza strategica può essere ricondotta proprio alla mancanza di una rappresentazione geopolitica ben definita su cui basare il dibattito.
Una soluzione mahaniana alla sfida posta dalla Cina riguarda il fatto che l’India può superare alcuni dei suoi svantaggi continentali disturbando le linee di comunicazione marittime (SLOC – sea lines of communications) cinesi, o prendendo parte alle dispute dell’Asia Orientale. La logica di fondo deriva dal concetto di escalation orizzontale, secondo cui si può tentare di superare l’asimmetria in un teatro facendo salire il conflitto ad un dominio geografico più ampio. Riassumendo, se la Cina dovesse continuare ad avventurarsi nelle montagne, l’India potrebbe rispondere in mare aperto.
Anche se concettualmente intuitivo, questo collegamento richiede che Pechino valuti l’integrità delle sue linee di comunicazioni marittime in una maniera sufficiente a spingerla a modificare i suoi piani sulle montagne. I blocchi navali sono inoltre operazioni complesse, e l’orizzonte temporale necessario al successo, che corrisponderebbe al porre una seria minaccia alla sicurezza delle risorse cinesi, sarebbe significativamente più lungo di quello richiesto da una rapida e limitata operazione continentale volta a modificare permanentemente la linea di controllo effettiva (Line of Actual Control – LAC) o avente scopi punitivi. La crescente riserva strategica di petrolio della Cina inoltre, anche se destinata a compensare turbative di mercato, rappresenterebbe una risorsa in una situazione del genere. Infine, la ricerca cinese di nuove linee di comunicazione eurasiatiche, sia mediante i sempre più importanti legami energetici con la Russia che con le interconnessioni attraverso l’Asia Centrale, indicano una potenziale riduzione della dipendenza dalle linee di comunicazioni marittime dell’Oceano Indiano, almeno per alcune delle risorse strategiche3. Chiaramente la Cina percepirà il gioco allo stesso modo, e nulla suggerisce che la predilezione dello statega marittimo indiano per questo tipo di gioco rappresenti un’eccezione. In parole povere un interesse centrale non può essere difeso attraverso azioni orizzontali periferiche.
Come può l’India impedire che venga esercitata una pressione pesante sulle sue frontiere? Non ci sono alternative alla deterrenza in ambito continentale, dove suoi interessi fondamentali, in questo caso l’integrità territoriale, possono essere minacciati. Forse il metodo più sistematico per sviluppare opzioni di deterrenza è con un doppio processo.
In primo luogo il rafforzamento dei sistemi di allerta delle frontiere nei passaggi chiave di tutta la linea di controllo effettiva, attraverso il potenziamento della logistica, le capacità di spostamento pesante, e le capacità di intelligence, sorveglianza e ricognizione (ISR), per migliorare l’abilità a muovere le forze in avanti verso passi montani vulnerabili. Questo aumenterebbe un po’ i costi per la Cina. A dire il vero esistono intrinseci limiti geografici a quanto la catena logistica può diventare flessibile ed efficiente, e l’India non riuscirà mai a pareggiare i vantaggi della Cina, che prevedono un approccio decisamente flessibile alla gestione delle frontiere, permesso dalla comodità dell’uniforme territorio tibetano. Ma l’India non si avvicina neanche lontanamente a un briciolo di quelle che sono la moderna logistica e la rete ISR in una topografia vincolata.
Un rapporto, basato su valutazioni ufficiali, afferma che “sul versante indiano molte delle strade si fermano tra i 60 e gli 80 km prima della LAC, compromettendo così il dispiegamento delle truppe e la loro presenza in avanti”4. Nonostante la decisione ufficiale di migliorare l’interconnessione delle regioni di confine in tutte e tre le sezioni della frontiera indo-cinese “a partire dal 2010, solo nove delle 72 strade pianificate sono state completate”5. Alcune delle motivazioni, legate principalmente all’inerzia burocratica e ai gravi limiti nel coordinamento e nelle capacità dell’Organizzazione delle strade di confine, sono note, ma non sono state affrontate6.
Si può affermare che la mancanza di una logistica moderna e di una rete di connessione può aver involontariamente enfatizzato in modo eccessivo il pattugliamento dei punti controversi lungo la LAC. In altre parole, l’approccio prevalente per la gestione delle frontiere è una soluzione tampone per compensare problemi strutturali decennali sul retro, come quelli infrastrutturali, della catena logistica, delle ISR basate sulla tecnologia, ecc. Se alcuni di questi aspetti, compresa la capacità di monitoraggio, fossero rafforzati, la gestione delle frontiere verrebbe trasformata. In assenza di seri mutamenti nella rete logistica retrostante che conduce alle montagne, l’India potrebbe restare per sempre ostaggio di una situazione in cui un’azione cinese in una zona controversa lungo la LAC lascia a Nuova Delhi solamente opzioni costose.
In secondo luogo, anziché in ambiti periferici, la capacità di aumentare i livelli della violenza orizzontalmente e verticalmente costituisce un elemento importante per il rafforzamento della deterrenza. La Cina è logisticamente in grado di ammassare un grande volume di forze e potenza di fuoco in ogni settore in breve tempo7. Per scoraggiare tale scenario da “guerra lampo”, l’India può dimostrare di avere le capacità e la disciplina per dirigere gli obiettivi a un grado più basso, nel cuore del Tibet e in un dominio cui la Cina assegna un importante valore, il suo heartland continentale nella parte orientale.
Questo implica che l’India ha bisogno di sistemi di deterrenza a distanza come missili a lunga gittata e una forza aerea avente un ampio raggio d’azione. Alcune di queste capacità esistono già, ma non sono state dirette verso obiettivi di deterrenza dalla politica centrale. Di conseguenza le forze armate, esercito e aviazione in questo caso, vengono lasciati a soddisfare le loro limitate preferenze, precludendo una dottrina congiunta terra-aria. L’esercito è legato a una concezione di deterrenza che prevede un uso intensivo delle risorse umane, mentre le forze aeree si accontentano di accumulare funzionalità ad hoc senza contribuire a una condizione di deterrenza stabile. È sconcertante, ad esempio, che l’India stia cercando di conquistare capacità di proiezione fuori area senza prima considerare le esigenze di trasporto dei carichi pesanti per le sue necessità di sicurezza o l’assenza di una rete di difesa aerea moderna.
Forse è stato a partire da una valutazione così frammentaria che un documento programmatico ampiamente letto nel 2012 parlava di promuovere la deterrenza asimmetrica, preparandosi “a innescare una vera e propria rivolta nelle zone occupate dalle forze cinesi” in caso d’invasione8! La Cina non è neanche lontanamente in procinto di impegnare i piani dello stratega indiano in una lunga guerra vicino alle colline. In effetti, si può affermare che un approccio di modernizzazione della difesa delle frontiere dominato dalle risorse umane, piuttosto che rafforzare la deterrenza, potrebbe involontariamente minarla, inviando a Pechino un messaggio sbagliato, e, allo stesso tempo, illudere la leadership politica e militare che stia per essere posto in essere un atteggiamento di “difesa attiva”9.
La sfida cinese lungo le frontiere deve essere analizzata chiaramente in ogni sua parte. In assenza di un confine ben definito, una delle sfide consiste nel garantire che la zona contestata della LAC non si ampli a causa dell’abilità logistica della Cina nel perseguire un atteggiamento attivista di perlustrazione in tempo di pace. Questo può essere affrontato solo, come già accennato, concentrando l’attenzione sulla logistica e sulle capacità di monitoraggio, insieme a un approccio dinamico alla gestione delle frontiere. Inoltre, dato che l’India possiede un territorio più basso, deve anche fare leva sulle misure di confidence-building(CBM) e intanto negoziare nuove norme per vincolare le capacità superiori della Cina in termini di flessibilità e pattugliamento. Se sfruttate prudentemente, le CBM possono aiutare nel mantenimento di uno status quo stabile.
C’è poi il classico scenario di un conflitto limitato derivante da un deterioramento delle relazioni bilaterali. Questo conduce direttamente al cuore di una valida strategia di deterrenza basata sulla natura geopolitica del campo di battaglia himalayano. Una strategia di deterrenza fondata sulla negazione è un approccio sbagliato in un mondo nucleare. L’asimmetria può in effetti essere volta a favore dell’India. Anziché affidarsi a una strategia di risposta flessibile, che vede la Cina in una posizione migliore grazie alla sua logistica superiore e ai vantaggi geostrategici del suo territorio più alto, la dottrina indiana dovrebbe basarsi sulla deterrenza attraverso la punizione. È inutile e costoso prepararsi ad attaccare la Cina a tutti i livelli con ogni tipo di aggressione. Se c’è una lezione da imparare dalla coppia India-Pakistan è proprio questa. L’attore convenzionalmente più debole può annullare l’asimmetria sfruttando politicamente le sue capacità strategiche e la sua dottrina. Una dottrina nucleare credibile e ponderatamente segnalata, correlata a una dottrina convenzionale congiunta ad ampio raggio d’azione, consentirà all’India di allontanare lo scenario dell’avventurismo cinese.
Il punto cruciale è che l’appropriata dottrina militare sta emergendo a partire dall’inerzia istituzionale piuttosto che attraverso un piano accuratamente dibattuto. Se l’obiettivo è creare deterrenza in condizioni di alta tecnologia convenzionale e nucleare, allora investire nelle risorse umane per intraprendere un’ipotetica battaglia in Tibet è una strategia non ottimale che potrebbe esacerbare il dilemma della sicurezza tra India e Cina, senza aumentare la tranquillità dell’India sulla frontiera. Dati i vantaggi geostrategici e logistici della Cina, un atteggiamento di difesa attiva da parte dell’India è semplicemente non credibile.
Una strategia di deterrenza mediante punizione, combinata a solide capacità di mantenimento, è preferibile all’illusione di poter perseguire una dottrina di difesa attiva. Una strategia di questo tipo richiede sistemi di precisione a lungo raggio, la conoscenza del settore spaziale, capacità aeree di quarta e quinta generazione e una moderna rete di difesa aerea, oggi quasi interamente garantita dall’Indian Air Force (IAF). Anche in questo caso, alcuni degli ingredienti di base esistono già, sparsi all’interno delle forze armate, ma non sono stati orientati verso obiettivi dottrinali comuni.
Il cuore del problema non è la mancanza di pensiero strategico, ma la diversità delle percezioni strategiche e delle dottrine che sono in competizione per la validità individuale e il primato. Mentre i mahaniani sminuiscono i continentalisti per il loro attaccamento a rappresentazioni geopolitiche obsolete, questi ultimi si sono sforzati di interiorizzare le implicazioni di un ambiente ad alta tecnologia post nucleare, dove la deterrenza deve essere la finalità principale della strategia militare. La dimensione militare della grande strategia non può essere di tipo additivo, in cui le diverse parti interessate, in questo caso le forze armate, suggeriscono mezzi autonomi per affrontare le stesse minacce o addirittura ricostruiscono delle minacce per adattarsi ai mezzi, mentre il compito dello stratega è di far quadrare insieme queste dottrine!
La strategia non consiste nel gettare soldi in un pozzo senza fondo, ma nell’orientare in modo dinamico e creativo gli strumenti più appropriati verso le minacce in modo che possano apparire basati sugli obiettivi politici e sulla dottrina militare degli avversari, e non come e dove dovrebbero apparire. L’elite politica dell’India deve accettare di riconoscere la sua parte di responsabilità, dato che è stata l’apatia a quel livello a permettere un’impostazione dal basso e un approccio frammentario alla strategia, senza un pianificatore centrale disposto a fissare i termini dell’agenda.
L’India dovrebbe focalizzarsi più sulla Cina continentale che su quella marittima, ed è l’equilibrio di potere e d’influenza sulla periferia subcontinentale che richiede costante attenzione strategica. Le linee di comunicazione cinesi verso l’Asia Meridionale partono dalla Cina continentale. Il corridoio verso l’Asia Centrale, i collegamenti che attraversano il Karakorum tramite il Pakistan e il corridoio attraverso il Myanmar sono tutti parte della geostrategia continentale di Pechino per garantire la sicurezza delle sue regioni periferiche e integrarsi con i vicini. L’estensione e l’ulteriore potenziale di queste linee di comunicazione nel nord dell’Oceano Indiano, nel Golfo del Bengala o nel Mar Arabico, non possono essere sfruttati senza l’acquiescenza strategica e la cooperazione dell’India.
Il regno marittimo non è, contrariamente a quanto osservano alcuni analisti10, il teatro di un gioco a somma zero tra India e Cina, in cui sono in ballo gli interessi vitali di entrambi i Paesi. La realtà geopolitica è che le linee di comunicazioni marittime cinesi passano vicino a schieramenti navali indiani, e oltre l’85% delle importazioni di petrolio cinesi attraversano le rotte marittime dell’Oceano Indiano. Allo stesso modo, più del 50% del commercio indiano attraversa oggi gli stretti di Malacca e Singapore. Anziché rappresentare una fonte di conflitto questo dovrebbe essere la base di un rapporto marittimo accomodante.
Nell’ambito di un’economia politica internazionale interdipendente l’idea di sicurezza unilaterale lungo le linee di comunicazione marittima è illogica.
I territori dell’Indo-Pacifico sono caduti sotto il dominio di una sola superpotenza in condizioni storiche uniche che non possono prevalere a tempo indeterminato. Anche se è prematuro valutare a priori l’evoluzione del sistema marittimo dell’Indo-Pacifico, sicuramente questa vedrà uno sforzo collettivo in cui nessuna singola potenza può essere esclusa dalla gestione degli spazi comuni. All’interno di questa logica è probabile che diverse potenze regionali prendano in carico oneri maggiori nelle loro periferie geopolitiche. Ma finché il commercio interregionale e lo scambio di risorse sostengono l’economia globale, gli spazi comuni non possono diventare un sistema di sicurezza chiuso. La rivalità marittima anglo-tedesca testimonia l’inutilità di un gioco a somma zero. Quella rivalità ha prodotto un’incontrollabile corsa agli armamenti che ha frantumato il predominio marittimo britannico e, in ultima analisi, le pretese della Germania di avere un’egemonia europea.
In effetti, l’evoluzione della tecnologia militare evidenzia come le idee di Mahan siano pressoché obsolete. La storica logica mahaniana di controllo offensivo del mare attraverso le grandi flotte di superficie, “definita come la capacità di utilizzare i mari sfidando la volontà degli altri”11, è superata. Le prescrizioni originali di Mahan sul controllo del mare derivavano da uno specifico contesto storico, industriale e tecnologico che non prevale più, vista l’evoluzione dell’ambiente tecnologico-militare. Forze missilistiche continentali a lungo raggio; capacità aerospaziali di quarta e quinta generazione; funzionalità subacquee come i sottomarini d’attacco; ISR e abilità nell’individuazione degli obiettivi su terra, aria e spazio; armi anti-satellite (ASAT) e capacità informatiche rendono l’idea del controllo del mare, un concetto altamente controverso. In realtà, la negazione del mare, insieme a limitate capacità di proiezione di potenza, è forse il massimo a cui le potenze emergenti contemporanee possono aspirare. È probabile che la struttura della forza marittima di domani assumerà la forma di piattaforme disaggregate e meno vulnerabili, piuttosto che di potenza di fuoco concentrata in grandi flotte trasportatrici di mezzi.
Sarebbe più appropriato descrivere la strategia militare cinese come un approccio regionale “antinavale” di negazione del mare che come una ricerca di potere marittimo globale12. I sistemi terrestri sono parte integrante della modernizzazione navale della Cina, che non compete con le grandi flotte di superficie della tradizione anglo-americana. Come sottolinea una valutazione occidentale, “l’obiettivo principale della marina cinese è ancora quello di proteggere il Paese dal potere di attacco in mare statunitense”13. Un autorevole studio americano afferma che “la nuova marina della Cina conta più su viaggi senza equipaggio e missili balistici che su velivoli con equipaggio, e più su sottomarini che su navi di superficie”14. Ciò considerato, è ironico che, nel dibattito strategico indiano, qualcuno chiami in causa l’immagine mahaniana della Liaoning, la sola portaerei cinese, come simbolo e guida della strategia marittima cinese15. La proiezione in mare aperto, al di là dei mari regionali, è di secondaria importanza per Pechino. L’obiettivo principale della strategia cinese per l’immediato futuro è la negazione del mare, focalizzata nel Pacifico Occidentale e sulla marina statunitense.
La marina degli Stati Uniti riconosce di non poter più agire indisturbata nelle periferie marittime delle varie potenze regionali, e gran parte del suo dibattito strategico è animato dalla sfida asimmetrica antiaccesso che si estende nelle regioni dall’Asia Occidentale alla penisola coreana16. Queste tecnologie perturbatrici sono resistenti e, dal momento che vengono messe in campo dalle potenze del Rimland eurasiatico, il discorso mahaniano sarà profondamente modificato nei prossimi anni.
In sintesi, anche se Stati continentali come India e Cina possono far aumentare i costi operativi delle altre potenze marittime, incluse l’un l’altra, nelle loro rispettive regioni, non possono acquisire unilateralmente il controllo del mare necessario ad assicurare le linee di comunicazione marittima in mare aperto, linee vitali delle loro economie. In ciò consiste la logica della competizione e della cooperazione. Strategie di autotutela possono coesistere con regole cooperative di ripartizione degli oneri per consentire una più ampia stabilità degli spazi comuni.
L’influenza cinese sulle coste dell’Oceano Indiano paradossalmente è emersa non perché la marina dell’Esercito popolare di liberazione fosse percepita come garante della sicurezza, ma perché l’assistenza economica e tecnico-militare ha assicurato alla Cina uno spazio politico. Le possibilità marittime dell’India si riducono a un insieme di mezzi per recuperare influenza. Per quanto riguarda l’influenza indiana in Asia Orientale, l’emulazione delle pratiche cinesi è una strada maggiormente percorribile rispetto all’eventualità di premature incursioni marittime in teatri dove l’India dovrebbe confrontarsi con il peso della potenza di fuoco cinese. Ad esempio, l’influenza indiana è avanzata di più sostenendo la capacità propria del Vietnam di bilanciare asimmetricamente una Cina assertiva, piuttosto che con la presenza diretta nel Mar Cinese Meridionale.
I mahaniani hanno raccomandato all’India di disfarsi delle sue rappresentazioni continentali e prospettano per essa il ruolo marittimo di “garante della sicurezza” in altre regioni. Quest’analisi fin qui suggerisce che non è una strategia prudente. Considerati gli straordinari investimenti e il tempo richiesto da una modernizzazione della marina, è indispensabile che gli strateghi indiani raggiungano questa consapevolezza.
I mahaniani per certi aspetti riflettono i più ampi cambiamenti nel profilo economico e diplomatico dell’India, che hanno diffuso i suoi interessi in tutto il mondo. È vero che l’India globalizzata ha un impatto economico e culturale in molti continenti, e che le sue istituzioni dovrebbero riflettere ciò, ma non è affatto detto che la strategia marittima, spesso considerata come il potenziale mezzo di espansione degli interessi globali indiani, dovrebbe guidare questo processo. E non è sicuramente detto che l’India debba ricercare un ruolo extra-regionale prima ancora di aver raggiunto un minimo di sicurezza e influenza nella propria regione, in cui le sue aspirazioni locali restano fortemente contestate.
Per il futuro imminente gli interessi fondamentali dell’India dovrebbero restare nel continente ed essere perseguiti attraverso una geostrategia principalmente continentale. Un ruolo marittimo strettamente legato al rafforzamento della deterrenza e dell’influenza nel Subcontinente sembra più in sintonia non solo con le sfide nazionali dell’India, ma anche con la direzione geostrategica delle pressioni che continuano a ricorrere.
(Traduzione dall’inglese di Chiara Macci)

Zorawar Daulet Singh è ricercatore presso il Center for Policy Alternatives, Nuova Delhi e dottorando presso l’India Institute, King’s College, Londra.

1. Singh, Rahul, China Submarines in Indian Ocean Worry Indian Navy, “Hindustan Times”, 7 April 2013.
2. Singh, Rahul, China Ends Ladakh Standoff, Troops Pull Back, “Hindustan Times”, 5 May 2013.
3. Downs, Erica S., Money Talks: China-Russia Energy Relations after Xi Jinping’s Visit to Moscow, 1 April 2013; Alexandros Petersen, China Latest Piece of the New Silk Road, “Eurasia Daily Monitor”, Vol. 10, No. 4, 10 January 2013; Li Yingqing e Guo Anfei, Third Land Link to Europe Envisioned, “China Daily”, 2 July 2009.
4. Rajagopalan, Rajeswari Pillai e Rahul Prakash, Sino-Indian Border Infrastructure: An Update, ORF Occasional Paper No. 42, May 2013, p. 11.
5. Ibid., p. 14.
6. Ibid. Si veda anche Shishir Gupta, 45 Years After China Conflict, Delhi to Build Roads Linking Ladakh Outposts, “Indian Express”, 21 May 2007.
7. Chansoria, Monika, China’s Infrastructure Development in Tibet: Evaluating Trendlines, Manekshaw Paper No. 32, New Delhi: Claws, 2011.
8. Khilnani, Sunil, Rajiv Kumar, Pratap Bhanu Mehta, Prakash Menon, Nandan Nilekani, Srinath Raghavan, Shyam Saran e Siddharth Varadarajan, Nonalignment 2.0: A Foreign and Strategic Policy for India in the Twenty First Century, New Delhi: Centre for Policy Research, 2012, p. 41.
9. Samanta, Pranab Dhal, Incursion Effect: Strike Corps on China Border Gets Nod, “Indian Express”, 26 May 2013; Ajai Shukla, New Strike Corps for China Border, “Business Standard”, 24 August 2011.
10. Raja Mohan, C., Beijing at Sea, “Indian Express”, 26 April 2013.
11. Gompert, David C., Sea Power and American Interests in the Western Pacific, Santa Monica: Rand Corporation, 2013, p. 186.
12. Ibid., p. 14.
13. Ibid., p. 113.
14. Saunders, Phillip, Christopher Yung, Michael Swaine, e Andrew Nien-Dzu Yang (eds), The Chinese Navy: Expanding Capabilities, Evolving Roles, Washington, D.C.: National Defence University Press, 2011, p. 12.
15. Raja Mohan, Beijing at Sea, n. 10.
16. Gertz, Bill, Threat in Asia is Anti-ship Missiles, “Washington Times”, 23 March 2010; Roger Cliff, Mark Burles, Michael S. Chase, Derek Eaton, Kevin L. Pollpeter, Entering the Chinese Antiaccess Strategies and Their Implications for the United States Dragon’s Lair, Santa Monica: Ra

sabato 4 gennaio 2014

Cina: propsettive dal 1949 ad oggi

La Cina negli ultimi trent’anni ha conosciuto uno sviluppo economico e sociale quasi senza precedenti:1 dal 1978 il Pil si è settuplicato e il reddito pro capite di un cittadino cinese di oggi è più di cinque volte di quello della fine degli anni ’70. Alla ricchezza si sono aggiunte importanti vittorie sul piano sociale, in particolare contro la povertà e l’analfabetismo: se nel 1980 oltre 750 milioni di persone vivevano sotto la soglia internazionale di povertà (1.25$), oggi solo il 3% della popolazione ancora vive in povertà.2 Stessa cosa si può dire per l’analfabetismo, giacché più del 94% della popolazione odierna è alfabetizzata.3 Lo sviluppo economico ha portato quindi a notevoli miglioramenti nella qualità della vita, debellando la fame, allungando la vita e migliorando il livello di istruzione dei cittadini cinesi.4
Il quadro è indubbiamente estremamente positivo e non ci si può davvero stupire del perché la Cina continui a mettere come priorità di massima importanza la crescita economica; tuttavia il processo di sviluppo ha anche portato a gravissimi danni all’ambiente. Nonostante non tutti i problemi ambientali cinesi siano prodotti dell’uomo, l’intervento umano e il massiccio sviluppo industriale hanno decisamente aggravato i problemi già presenti, provocando enormi costi umani, sociali ed economici. Se finora il motto dell’economia cinese è stato “svilupparsi prima e risistemare l’ambiente dopo”, l’aggravarsi dei problemi ambientali e la crescente consapevolezza del governo e della società civile riguardo alla gravità della situazione pongono la Cina di fronte a una questione di grande importanza: la sostenibilità del proprio sviluppo economico a lungo termine.
I principali problemi ambientali cinesi includono un pesante inquinamento dell’aria, forti contaminazioni delle principali fonti idriche, una massiccia deforestazione, problemi di desertificazione, perdita di terra arabile e una drastica diminuzione della biodiversità della flora e della fauna. Questi problemi si scontrano inoltre con un territorio dalla complessa conformazione geologica e climatica: oltre ai processi di degradazione ambientale procurati dall’uomo, la Cina è esposta a terremoti, siccità e, a meridione, a piogge monsoniche. Tutto ciò rende la situazione ambientale cinese fragile quanto complessa da analizzare.
Gli effetti distruttivi dell’inquinamento aereo sulla salute hanno fatto di questo problema uno dei più visibili e preoccupanti a livello internazionale. La causa principale del problema risiede nella fonte energetica principale, il carbone, che costituisce il combustibile con cui si produce oltre il 70% dell’intera produzione energetica. Il carbone, notoriamente fonte energetica sporca ed altamente inquinante, una volta bruciato produce enormi quantità di polveri sottili, di zolfo, ossidi di azoto e anidride carbonica.5
Sebbene le misure per ridurre le sostanze nocive prodotte dalla combustione del carbone siano relativamente facili da attuare e piuttosto economiche, la maggior parte delle combustioni avviene fuori dai controlli statali in stufe di piccole e medie dimensioni, destinate a fornire energia ad aziende e abitazioni private. L’enorme quantità di carbone bruciato non solo provoca l’inquinamento outdoor, ma inquina anche ambienti domestici e lavorativi, con devastanti effetti sulla salute. Si stima infatti che ogni anno circa 420.000 persone muoiono di malattie provocate dall’esposizione all’inquinamento indoor; a questi si aggiungo circa altre 470.000 persone che ogni anno muoiono prematuramente a causa dell’inquinamento outdoor.6
Il problema dell’inquinamento delle acque è un problema egualmente serio, aggravato da due importanti fattori: primo, le risorse d’acqua in Cina sono insufficienti per soddisfare tutti i bisogni della popolazione; secondo, l’inquinamento delle acque ha importanti conseguenze sulla produzione agricola e quindi sulla salute dei cittadini.
La Cina ha infatti solo 2.156.000 litri d’acqua pro capite all’anno, il che è circa un quarto della media mondiale e decisamente inferiore alla quantità disponibile in Paesi come gli Stati Uniti, che possono vantare più di 10.780.000 di litri pro capite all’anno. Il problema dell’inquinamento è particolarmente grave nel nord, che contiene il 44% della popolazione e il 65% della terra arabile, ma solo 757.000 litri pro capite.7 La scarsità d’acqua rende necessario alla popolazione attingere l’acqua da risorse inquinate, con gravi conseguenze per la salute; infatti, solo una piccola percentuale delle risorse idriche cinesi sono classificate come potabili e sicure dopo il trattamento.8 Finora la soluzione all’inquinamento delle acque è stato arginato prendendo l’acqua da risorse sotterranee, presenti proprio nel nord-est. Questo processo tuttavia non è sostenibile a lungo termine, in quanto drenare acqua da sottoterra, a profondità sempre maggiori, provoca sprofondamenti, frane e valanghe di fango.9
La tabella presentata di sotto riassume i principali effetti collaterali dovuti all’inquinamento.10
Traditional, modern and emerging environmental risk factors in ChinaFonte: Zhang et al., 2010, op. cit., p. 1111
Major health effectPopulations at risk or affected
Traditional
Indoor air pollution from solid fuel combustionChronic obstructive pulmonary deasease, acute lower respiratory infection, lung cancer, possibly low birthweightAlmost all rural residents (-740 million); about 35% of urban residents (-200 million); estimated 420000 premature deaths yearly
Unsafe drinking water and poor sanitationInfectious desease (eg. diarrhoea, hepatitis A, typhoid, schistosomiasis)>40% of rural residents (>296 million); >6.2% urban residents (46 million)
Modern
Outdoor air pollutionCardiorespiratory mortalities and morbidities (acute respiratory infections and symptons, lung cancer, possibly adverse birth outcomes)Almost all urban residents (about 580 million); rural residents living near industrial facilities and cities; an estimated 470000 premature deaths in 2000
Industrial water pollutionCancers of the digestive system (eg. stomach, liver, oesophagus, or colorectal cancer)Affected population unknown; an estimated 11% of total digestive system cancer cases (about 954500 yearly)
Emerging
International transport of persistent chemical contaminantsCardiorespiratory diseases from particulate matter and ozone, neurological damage from mercury exposurePeople living downwind of China (eg. Japan, Korea and USA)
Climate changeDeaths due to heat waves, floods, fires, and droughts; increased infectious diseasesThroughout China, including coastal communities, water-scarce regions, and urban populations; global populations

Altri problemi che hanno un impatto diretto sulla vita economica e sociale cinese sono i problemi legati alla desertificazione, alla deforestazione e in generale alla perdita della qualità della terra. Considerate le sue dimensioni e la sua immensa popolazione, la terra arabile in Cina è relativamente scarsa: ciò chiaramente significa che i problemi legati al suolo hanno conseguenze negative proprio sull’agricoltura.
Il deserto del Gobi ricopre attualmente circa il 30% della superficie della Cina, tuttavia si stima che, con gli attuali ritmi di sviluppo e le tecnologie attualmente usate, tale area è destinata ad espandersi ulteriormente, creando seri problemi agli agricoltori dell’ovest – area dove il problema è di maggiore impatto.11 A questo si aggiungono i problemi di deforestazione: ogni anno la Cina perde infatti circa un milione di ettari di foreste, che vengono trasformate in aree urbane o adibite all’agricoltura.12
Appare a questo punto chiaro che i problemi ambientali cinesi sono diversi, complessi e con profonde conseguenze per la vita sociale ed economica del Paese. Si stima infatti che ogni anno circa il 10% del Pil venga perso per cause ambientali, creando quindi un danno pesantissimo sull’economia cinese. È probabile comunque che questa stima sia fin troppo ottimista, giacché basata sui dati ufficiali dell’Istituto Nazionale di Statistica della Cina, i quali non sempre sono trasparenti e affidabili (es. mancano completamente statistiche sull’inquinamento dell’acqua potabile da parte di fabbriche e industrie).13
L’accumularsi e l’aggravarsi dei problemi ambientali ovviamente non è passato inosservato dal governo e dalla società cinese. Tuttavia, in generale si è preferito sempre promuovere politiche ambientali ed energetiche in risposta ad un problema preciso ormai già pressante, piuttosto che fare una politica lungimirante ed a più ampio respiro.14
Harry e Yu dividono in quattro fasi le politiche ambientali cinesi: il periodo Maoista e gli anni ’70, gli anni ’80 e inizio anni ’90, gli anni dal 1992 al 1999 e dal 2000 a oggi.15
Come giustamente nota Shapiro nel suo libro “Mao’s war against nature”16, il periodo dalla fondazione della Repubblica Popolare Cinese nel 1949 alla morte di Mao ha imposto il principio ideologico dell’uomo alla conquista della natura, promuovendo uno sviluppo economico17 senza alcun interesse riguardo ai potenziali danni ambientali a breve o a lungo termine.
La prima presa di coscienza dei problemi ambientali è avvenuta nei tardi anni ’70, nel momento in cui i problemi di inquinamento dell’aria e dell’acqua si erano fatti ormai molto evidenti. Le prime azioni sono rivolte a ridurre i residui industriali e trattare le acque reflue: la prima legge promulgata è la Legge sulla Protezione Ambientale del 1979, a cui ne seguono molte altre negli anni ’80 e all’inizio degli anni ‘90 (es. la Legge sulla Prevenzione e il Controllo dell’Inquinamento delle Acque del 1984, la Legge sulla Prevenzione e il Controllo dell’Inquinamento dell’Aria del 1987, la Legge sulla Conservazione delle Acque e del Suolo del 1991, etc.).18 In questo periodo, tuttavia, si registrano anche diverse opposizioni a livello internazionale su eventuali coordinamenti transnazionali.19 Nei vari incontri intergovernativi tenuti tra gli anni ’70 e i primi anni ’90, quali la Conferenza delle Nazioni Unite del 1972 e il Comitato di Negoziazione Intergovernativa dell’United Nation Environment Programme (UNEP) del 1991, la Cina ha sempre tenuto una posizione scettica riguardo ai problemi ambientali: i principali argomenti riguardavano l’incertezza scientifica del cambiamento climatico, le responsabilità occidentali sui problemi ecologici mondiali e la protezione della sovranità nazionale.20
Nonostante l’atteggiamento di diffidenza sia continuato anche nel secondo periodo (1992-1999), la Cina in questi anni ha partecipato a numerose conferenze e comitati intergovernativi, che hanno portato a un parziale disgelo della Cina nei confronti della cooperazione internazionale sull’ambiente. Nel 1998 la Cina ha infatti firmato il Protocollo di Kyoto: la motivazione principale per l’adesione non è stata però l’aderenza ai princìpi e ai metodi proposti dal Protocollo, ma l’opportunità di migliorare la propria efficienza energetica e combattere l’inquinamento a livello locale.21
Il terzo periodo (dal 1999 ad oggi) ha portato ad una maggiore attenzione ai problemi ecologici, sebbene con risultati non sempre ottimali. A livello internazionale la Cina è infatti rimasta piuttosto ostile a lavorare per obiettivi tramite coordinamenti intergovernativi, ribadendo come nel 1991 la necessità di proteggere la propria sovranità nazionale e la responsabilità dei Paesi industrializzati nei danni ambientali mondiali. A livello nazionale, al contrario, i problemi ambientali sono al centro di numerose politiche e leggi, ma i risultati sembrano ancora tardare ad arrivare. I motivi principali sembrano trovarsi in politiche non sempre adeguate, nella mancata applicazione delle normative ambientali in certe aree e, più in generale, nella preferenza a una crescita economica rapida piuttosto che sostenibile.
Il principale strumento con cui il governo cinese pianifica gli interventi economici e le politiche ambientali è il Piano Quinquennale. L’attuale 12° Piano Quinquennale, valido dal 2011 al 2015, pone grande attenzione ai problemi energetici e ambientali e alla necessità di promuovere uno sviluppo sostenibile investendo nelle energie pulite e nelle nuove tecnologie. I principali obiettivi sono di aumentare i combustibili non-fossili per produrre almeno l’11% dell’energia, di ridurre i consumi d’acqua a livello industriale del 30%, di diminuire i consumi energetici del 16% e le emissioni di diossido di carbonio del 17% e di aumentare la superficie delle foreste per raggiungere il 21% del territorio cinese. Altri obiettivi includono una spesa consistente (2.2% del Pil) in ricerca e innovazione tecnologica e il mantenimento della popolazione a 1.39 miliardi di persone.22 Nonostante i target siano ineccepibili, le esperienze precedenti insegnano che i risultati potrebbero comunque non essere così immediati. Gli obiettivi del 12° Piano Quinquennale non differiscono molto da quelli del 10° e dell’11° (rispettivamente 2001-2005 e 2006-2010): migliorare l’efficienza energetica, promuovere uno sviluppo sostenibile, ridurre i consumi energetici e migliorare i problemi di deforestazione e legati alla qualità del suolo. Tuttavia, in molti criticano i Piani Quinquennali come modalità di pianificazione economica, accusandoli di essere di strette vedute e deboli nell’affrontare i molteplici problemi connessi all’ambiente.23 Ad esempio, il procedere per obiettivi ha portato a dei paradossi alla fine del 10° Piano Quinquennale: nel 2005, benché molti degli inquinanti chiave fossero stati ridotti, le emissioni di diossido di zolfo (SO2) erano invece aumentate rispetto al 2001.24
Sebbene qualche risultato ci sia stato, sia a livello nazionale25 che provinciale26, le politiche ambientali cinesi nel complesso risultano oberate da una serie di problemi. Il primo è da ricercare nella legislazione farraginosa e nella mancanza di coordinamento tra le diverse agenzie che si occupano di ambiente: infatti non solo le direttive e le leggi nazionali possono essere in contrasto con le regolamentazioni locali, ma già a livello nazionale legiferare su questioni ambientali è piuttosto difficile poiché più Ministeri (il Ministero della Protezione Ambientale, il Ministero delle Foreste, il Ministero dell’Energia e il Ministero dell’Agricoltura) hanno potere decisionale. Il coordinamento dunque non risulta sempre facile.
Un altro problema è la mancata applicazione di norme vigenti: i governi locali, responsabili dell’applicazione delle leggi e della loro amministrazione, spesso tendono a non vedere la protezione ambientale come una priorità.27 Questo è particolarmente vero per le province più povere, i cui governi locali sono più interessati a promuovere lo sviluppo economico e l’urbanizzazione e sono quindi molto disponibili a chiudere un occhio su eventuali violazioni della regolamentazione sull’ambiente per promuovere uno sviluppo più accelerato.28 Tutte queste problematiche rendono le politiche ambientali cinesi piuttosto deboli nell’affrontare la già critica situazione del Paese.
Negli ultimi trenta anni, la rapida crescita economica è riuscita a risolvere una serie di importanti problemi sociali ed economici che vessavano il Paese. Tuttavia, i problemi ambientali sono stati spesso e volentieri sottovalutati o non corretti adeguatamente con politiche oculate, che si proponessero di prevedere con uno sguardo ampio le problematiche a lungo termine e provvedere alle questioni connesse all’ambiente in senso più lato (come l’agricoltura e la sanità). Benché il governo si sia affaccendato molto negli ultimi decenni per parare alcuni dei problemi più critici, tuttavia l’inquinamento, la perdita di terra arabile dovuta a desertificazione e al cambiamento della qualità della terra, la deforestazione e il declino della biodiversità rimangono problemi molto gravi per la società cinese odierna. Le politiche ambientali non efficaci o troppo limitate sembrano non tanto derivare da un’incompetenza politica, quanto da un affidamento eccessivo a modelli economici ispirati alla curva di Kuznets29, secondo cui nella prima fase di intensa crescita economica i danni sull’ambiente sono numerosi, ma destinati a diminuire nel momento in cui l’economia, ormai ricca, permette di investire maggiormente su tecnologie innovative ed energie pulite. Tuttavia, l’adeguatezza di questo modello per la situazione cinese è contestata da molti30 e ci si augura quindi che la Cina riveda in tempi brevi le proprie priorità politico-economiche e migliori le proprie politiche ambientali per raggiungere l’obiettivo di uno sviluppo più equo e sostenibile.

Alessandra Gherardelli è dottoressa magistrale in Lingue e Civiltà Orientali a La Sapienza di Roma con il massimo dei voti, e ha conseguito il Master in Cooperazione allo Sviluppo conseguito alla School of Oriental and African Studies di Londra. Da Ottobre 2013 collabora con l’IsAG nel programma di ricerca Asia Orientale.

1Hanno avuto sviluppi comparabili a quello cinese le “Tigri Asiatiche”: Corea del Sud, Taiwan, Singapore e Hong Kong. Questi Paesi hanno infatti conosciuto un enorme sviluppo economico (oltre il 7% di crescita annuo) nel periodo tra gli anni Sessanta e gli anni Novanta (Page, J., 1994. “The East Asian Miracle: Four Lessons for Development Policy”. NBER, pp. 219–282)
2Istituto Nazionale di Statistica della Cina (2011) Chinese Statistical Yearbook, Online:chinadataonline.org.ezproxy.soas.ac.uk [Accesso il 01/04/2013]
3Bramall, C. (2009). Chinese economic development. New York: Routledge.
4Naughton, B. (2007). The Chinese economy: transitions and growth. Cambridge, Mass.: MIT Press.
5Smil, V. (2004). China’s past, China’s future energy, food, environment. New York: Routledge.
6World Bank (2007) Cost of Pollution in China: Economic Estimates of Physical Damages, Washington D.C.: World Bank.
7Zhang, J., Mauzerall, D. L., Zhu, T., Liang, S., Ezzati, M., & Remais, J. V. (2010). “Environmental health in China: progress towards clean air and safe water”. The Lancet, 375: 9720, pp. 1110–1119.
8Ibid.
9Bramall, C. (2009). Chinese economic development, op. cit.
10Zhang, J., Mauzerall, D. L., Zhu, T., Liang, S., Ezzati, M., & Remais, J. V. (2010). “Environmental health in China: progress towards clean air and safe water”, op. cit.
11Han, J. (2008) "Effects of Integrated Ecosystem Management On Land Degradation Control And Poverty Reduction." Workshop on Environment, Resources and Agricultural Policies in China, Online:www.oecd.org/agriculture/agricultural-policies/36921383.pdf [Accesso il 20/11/2013]
12Smil, V. (2004). China’s past, China’s future, op. cit.
13Zhang, J., Mauzerall, D. L., Zhu, T., Liang, S., Ezzati, M., & Remais, J. V. (2010). “Environmental health in China: progress towards clean air and safe water”, op. cit.
14Edmonds, R. L. (2011). The Evolution of Environmental Policy in the People’s Republic of China. Journal of Current Chinese Affairs, 40:3, pp. 13–35.
15Harris, P. and Yu, H. (2005), “Environmental change and the Asia Pacific: China responds to global warming”, Global Change, Peace and Security, 17:1, pp. 45-58
16Shapiro, J. (2001). Mao’s war against nature: politics and the environment in Revolutionary China. Cambridge: Cambridge University Press.
17Nonostante sia facile condannare politicamente il periodo Maoista, sicuramente fatto di eccessi e abusi, valutare economicamente tale periodo può essere più difficile. Escluso il dramma economico ed umano del Grande Balzo in Avanti (1958-1961) e il parziale fallimento del Terzo Fronte (1964-1971), il periodo Maoista ha portato anche a una leggera crescita economica (ca. 4-5% annuo secondo le statistiche ufficiali) e all’estensione del servizio sanitario e scolastico pubblico e gratuito alla quasi totalità della popolazione (Bramall, 2009, Chinese economic development, op. cit).
18Chow, G. (2013) “China’s Environmental Policy: a critical survey” in Man, J. Y. (ed). China’s environmental policy and urban development, Cambridge, Mass: Lincoln Institute of Land Policy.
19Chmutina, K. Jie Zhu & Riffat, S. (2012) "An analysis of climate change policy-making and implementation in China", International Journal of Climate Change Strategies and Management, 4:2, pp.138 - 151
20Ibid.
21Ibid.
22Assemblea Nazionale del popolo (ANP) (2011), China’s Twelfth Five Year Plan (2011-2015), traduzione in inglese redatta dalla Delegazione dell’Unione Europea in Cina, Online: www.britishchamber.cn[Accesso il 20/11/2013]
23Liu L., Bing Z., Jun B. (2012) “Reforming China's multi-level environmental governance: Lessons from the 11th Five-Year Plan”, Environmental Science and Policy, 21: 106–111
24Wang, L. (2010) “The changes of China’s environmental policies in the latest 30 years”, Procedia Environmental Sciences, 2, pp. 1206–1212
25Molti degli obiettivi principali del 10° e 11° Piano Quinquennale sono stati in effetti stati raggiunti (Chow, G. (2013) “China’s Environmental Policy: a critical survey” in Man, J. Y. (ed). China’s environmental policy and urban development, op. cit.).
26Come ben evidenziato nell’articolo di Remais e Zhang (2011) “Environmental Lessons from China: Finding Promising Policies in Unlikely Places”, Environmental Health Perspectives, 119:7, pp. 893-895
27Chmutina, K. Jie Zhu & Riffat, S. (2012) "An analysis of climate change policy-making and implementation in China”, op. cit.
28Chow, G. (2013) “China’s Environmental Policy: a critical survey” in Man, J. Y. (ed). China’s environmental policy and urban development, op. cit.
29La curva di Kuznets nasce inizialmente come modello economico per spiegare il rapporto tra sviluppo economico e disuguaglianze sociali; tuttavia questo modello è facilmente applicabile all’ambiente per dimostrare l’andamento dell’inquinamento e dei danni ambientali in rapporto con la crescita economica.
30Zabielskis, P. (2013) “Environmental Problems in China: Issues and Prospects” in Hao, Z., & Chen, S. (eds.). Social issues in China: gender, ethnicity, labor, and the environment, Londra: Springer

BIBLIOGRAFIA
Assemblea Nazionale del popolo (ANP) (2011), China’s Twelfth Five Year Plan (2011-2015), traduzione in inglese redatta dalla Delegazione dell’Unione Europea in Cina, Online: www.britishchamber.cn [Accesso il 20/11/2013]
Bramall, C. (2009). Chinese economic development. New York: Routledge
Chmutina, K. Jie Zhu & Riffat, S. (2012) "An analysis of climate change policy-making and implementation in China", International Journal of Climate Change Strategies and Management, 4:2, pp.138 - 151
Chow, G. (2013) “China’s Environmental Policy: a critical survey” in Man, J. Y. (ed). China’s environmental policy and urban development, Cambridge, Mass: Lincoln Institute of Land Policy
Edmonds, R. L. (2011). The Evolution of Environmental Policy in the People’s Republic of China. Journal of Current Chinese Affairs, 40:3, pp. 13–35.
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Zhang, J., Mauzerall, D. L., Zhu, T., Liang, S., Ezzati, M., & Remais, J. V. (2010). “Environmental health in China: progress towards clean air and safe water”. The Lancet, 375: 9720, pp. 1110–1119
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lunedì 23 dicembre 2013

Auguri


A tutti gli amici e lettori di questo blog



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mercoledì 18 dicembre 2013

Thailandia: le proteste crescono


thailandia131
La nuova ondata di proteste contro il Primo Ministro thailandese Yingluck Shinawatra è arrivata ormai alla seconda settimana ma è destinata nel weekend ad una breve tregua. I protagonisti degli scontri di piazza, le cosiddette “camicie gialle”, esponenti ultramonarchici e antigovernativi, hanno deciso di rispettare i festeggiamenti del compleanno del Re Bhumibol Adulyadej. L’interruzione sarà temporanea e la protesta riprenderà alla fine dei festeggiamenti, dopo la grande tensione accumulatasi a Bangkok negli ultimi giorni. Dall’inizio di dicembre i manifestanti hanno iniziato a scontrarsi con la forze di polizia che respingevano gli assalti ai ministeri. Le “camicie gialle” sono schierate contro il Pheu Thai Party del Primo Ministro e sono vicine al partito di opposizione Democratic Party. La causa scatenante dei tumulti è da rintracciarsi nella legge di amnistia voluta dal Premier e della quale beneficerebbe suo fratello Thaks! in Shinawatra. Questi è stato Primo Ministro fino al 2006 quando un colpo di Stato dei militari l’ha deposto; oggi è in esilio dopo una condanna per abuso e conflitto di interessi. I festeggiamenti del Re arrivano a placare temporaneamente anche le tensioni tra “camicie gialle” e i contromanifestanti delle “camicie rosse”, gruppo di pressione politica filo-Thaksin. Le “camicie gialle” però hanno annunciato che continueranno a protestare finché non solo la legge di amnistia verrà ritirata ma anche Yingluck rassegnerà le dimissioni in quanto considerata un fantoccio del fratello esiliato. L’intento è di rovesciare il grande potere del Pheu Thai Party che da solo ha conquistato la maggioranza assoluta dei seggi in Parlamento alle elezioni del 2011, dando maggiore fiducia all’esecutivo di Yingluck e accelerando la presentazione dell’amnistia.
i integrazione tra Federazione Russa, Bielorussia, Kazakistan e altri Paesi dello spazio post-sovietico(Fonte C.E.S.I)
 Chi non desidera questo post è pregato di scrivere a geografia2013@libero.it

lunedì 16 dicembre 2013

Orizzonti Cina: novembre 2013




  
Bentornati alla newsletter OrizzonteCina (ISSN 2280-8035)
Il numero di novembre tratta di:

• La politicizzazione della ricerca orientata alle politiche pubbliche

• Nuova procedura penale e cooperazione internazionale

• Ripresa in attesa delle riforme

• La degenerazione del modello di sviluppo

• I think tank in Cina: da “penne di partito” a “imprenditori di idee”?

• Lotta alla corruzione e cooperazione Cina-Europa. Intervista a Pino Arlacchi

(cliccando su numero di novembre si va agli articoli proposti. Chi non desidera questo post
è pregato di scrivere a geografia2013@libero.it. I commenti possono essere fatti sulla casella annessa a questo post: www.coltrinariatlanteasia.blogspot.com)

venerdì 13 dicembre 2013

Cina: tensione con Giappone e Stati Uniti per la ADIZ nel Mar Cinese Orientale

Cina
Cina 130
Le relazioni della Cina con Giappone e Stati Uniti vivono una nuova escalation di tensione. La causa è stata l’istituzione da parte di Pechino di una Zona di Identificazione per la Difesa Aerea (ADIZ) che, racchiudendo gran parte del Mar Cinese Orientale, si sovrappone alla Zona Economica Esclusiva (ZEE) del Giappone. Con l’ADIZ gli aerei che sorvolano l’area devono fornire i propri piani di volo all’autorità cinese, mentre il diniego di informazioni porta potenzialmente all’attuazione di contromisure militari. I piani difensivi cinesi però non sono scattati quando due bombardieri B-52 dell’Aeronautica Militare degli Stati Uniti hanno sorvolato l’ADIZ senza identificarsi. La mossa statunitense ha dato il via alla violazione dell’ADIZ anche da parte del Giappone e della Corea del Sud. La mossa cinese è una chiara provocazione rivolta al Giappone per quanto riguarda le dispute nel Mare Cinese Orientale: queste, infatti, compren! dono sia le isole Senkaku (chiamate Diaoyu dai cinesi) che il giacimento di gas di Chunxiao. Le rivendicazioni territoriali cinesi sul tratto di mare in questione hanno sempre trovato una reazione decisa da parte di Tokyo, coadiuvata da Washington, che anche stavolta non si è fatta attendere. Il braccio di mare conteso è strategico per Pechino, non solo perché è tra i più pescosi dell’Asia ed è un corridoio fondamentale dei traffici del Sud-est asiatico. Averne il pieno controllo porterebbe la Cina ad una maggiore influenza regionale e al contempo consentirebbe di allontanare ancor di più dalle sue coste la presenza della Marina Militare statunitense con le sue portaerei.

giovedì 5 dicembre 2013

Afganistan:Isaf deve rimanere fino alla fine

Missione Isaf
Il conto salato di un ritiro preventivo dall’Afghanistan
Claudio Bertolotti, Francesco Giumelli
25/11/2013
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In occasione del dibattito sul rinnovo del finanziamento alle missioni, sono state presentate due mozioni di minoranza, Sinistra Ecologia e Libertà (Sel) e Movimento 5 Stelle (M5s), che ripropongono la tradizionale richiesta del ritiro immediato del contingente italiano. Benché la posizione del governo e della maggioranza parlamentare sia del tutto diversa, queste mozioni alimentano nell'opinione pubblica aspettative e opinioni irrealistiche e forse anche politicamente dannose, che potrebbero complicare l'attuazione della strategia di progressivo disimpegno attualmente in corso.

Il tutto avviene a dispetto degli impegni presi a livello internazionale, della politica estera in generale e degli accordi bilaterali Italia-Afghanistan in particolare.

Caro prezzo
Mentre la Camera dei deputati sta discutendo il rifinanziamento delle missioni internazionali fino al 2013, questa proposta appare interessante se non fosse che l’Italia ha già annunciato il suo ritiro dall’impegno “operativo” dopo le elezioni per il successore del presidente Hamid Karzai.

Il ritiro, previsto per il dicembre 2014, si inserisce in un quadro già concordato con gli alleati Nato, anch'essi in fase di disimpegno che prevede già la riduzione del contingente italiano con il rientro di 486 militari italiani a dicembre. Anticipando il ritiro solamente di alcuni mesi si dovrebbe pagare un prezzo molto alto.

Isaf (ad oggi 87 mila unità) vede la partecipazione di quasi cinquanta nazioni. Dal 2007, la Nato ha diviso la presenza di Isaf in sei comandi regionali al fine di contribuire al ristabilimento delle istituzioni statali e sostenere i circa 27 Provincial Reconstruction Team, la cui attività riguarda ad esempio la costruzione di strade, scuole e ospedali. L’Italia è responsabile della Comando occidentale, al confine con Iran e Turkmenistan, e l’intera area di competenza italiana è composta da quattro province.

Transizione
In previsione di concludere la fase “combat” entro il 2014, i comandi regionali hanno iniziato la transizione dei poteri alle forze di sicurezza locali. Il piano è diviso in cinque tranche e i tremila soldati italiani hanno già ceduto la responsabilità della sicuezza dell’87% della popolazione locale e dell’80% del territorio che controllavano nel 2010 (che dovrebbe diventare quasi il 100% entro fine anno).

Questo processo di responsabilizzazione delle autorità locali è stato voluto principalmente dall’amministrazione Obama, che nel 2009 ha deciso di inviare 33 mila nuove truppe in Afghanistan e allo stesso tempo di programmare il ritiro della quasi totalità del contingente americano tra il 2011 e dicembre 2014.

Nel 2015 dovrebbe prendere il via la missione Resolute Support della Nato, un impegno militare limitato e concentrato su addestramento ed equipaggiamento delle forze afgane - ma sufficiente per intervenire a loro sostegno - con il mantenimento di nove basi e l’istituzione di cinque comandi assegnati a Stati Uniti (aree meridionali e orientali), Germania (area settentrionale), Italia (area occidentale) e Turchia ( distretto di Kabul). I dettagli della missione sono proprio al centro di colloqui fra l’amministrazione americana ed il governo di Hamid Karzai nell’ambito di un programma strategico pensato sul piano della politica estera. L’opposto di quello che potrebbe discutere il Parlamento italiano.

Sfide
Andare via in questo momento presenterebbe tre sfide cruciali. In primo luogo metterebbe in discussione la credibilità dell’Italia nell’Alleanza atlantica. Roma ha partecipato alla missione fin dall’inizio ed è oggi uno dei paesi più rilevanti in Afghanistan. Violare gli accordi bilaterali con lo stesso governo di Kabul sarebbe un duro colpo dato ai nostri alleati.

Vi è poi una sfida tattica. Che cosa accadrebbe alla transizione in corso nelle province ancora controllate anche dalle forze italiane? Queste province hanno tuttora forti problemi legati alla sicurezza. Abbandonarle significa fare una cortesia ai gruppi di opposizione armata, vanificando gli sforzi fatti negli ultimi anni.

La terza sfida riguarda la tempistica del ritiro. Per portare a casa i nostri militari non basta comprare loro un biglietto aereo. Il ritiro coinvolgerebbe uomini ed equipaggiamenti accumulati in dodici anni di missione. Tutto questo deve essere fatto in sicurezza, perché attaccare contingenti militari che stanno facendo le valigie sarebbe un ottimo colpo per le forze che intendono destabilizzare la transizione e la legittimità del governo centrale.

In queste condizioni è difficile pensare che esistano i tempi per completare un ritiro prima della data prefissata.

Le forze di sicurezza afghane registrano oggi in media cento caduti al giorno. Nel breve termine, questa situazione lascia presagire uno scenario molto più prossimo a un collasso del governo di Kabul che non a una condizione di stallo dinamico, così come attualmente garantito dalla presenza di truppe straniere sul suolo afghano.

Gli Stati Uniti hanno studiato un piano di cinque anni per lasciare l’Afghanistan, la proposta presentata da M5s e Sel lo vorrebbe fare in poche settimane. M5s e Sel propongono di andarsene per risparmiare alcuni milioni di euro (molti meno dei 124,5 stanziati dal decreto per la missione Isaf ai quali andrebbero sottratti quelli per il ritiro), ma al prezzo di costi umani, sociali e politici di valore estremamente superiore al risparmio economico.

A pagare l’immaturità di questa eventuale scelta sarebbero gli afghani e la comunità internazionale. Le truppe straniere - e tra queste anche l’Italia - dovrebbero lasciare l’Afghanistan dopo aver contribuito a creare adeguate forze di sicurezza locali in grado di garantire la prosecuzione dei progetti avviati e gestire la conflittualità.

Francesco Giumelli è assistant professor presso il Departmento di Relazioni internazionali e organizzazione internazionale dell’Università di Groningen. Al momento lavora sull’efficacia delle sanzioni dell’Unione Europea e sulle missioni internazionali dell’Unione Europea.
Claudio Bertolotti (Ph.D) analista strategico, ricercatore senior presso il Centro militare di Studi strategici e docente di "società, culture e conflitti dell'Afghanistan contemporaneo", è stato capo sezione contro-intelligence e sicurezza di Isaf in Afghanistan. Opinionista, autore di saggi, analisi e articoli di approfondimento sul conflitto afghano
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- See more at: http://www.affarinternazionali.it/articolo.asp?ID=2466#sthash.EjKKDASC.dpuf

martedì 3 dicembre 2013

Kasakistan: Religioni, etnie e civiltà. Conferenza IsAG 10 dicembre 2013


l'Istituto in Alti Studi in Geopolitica e Scienze Ausiliarie (IsAG) è lieto d'invitarvi alla conferenza Religioni, etnie e civiltà nel Kazakhstan contemporaneo, che si terrà martedì 10 dicembre 2013, alle ore 16.00, presso la Sala Zuccari di Palazzo Giustiniani del Senato della Repubblica, in Via della Dogana Vecchia 29, a Roma.

La Repubblica del Kazakhstan, che ha acquisito l’indipendenza nel 1991 in seguito alla dissoluzione dell’URSS, è uno dei Paesi più variegati del mondo sotto il profilo della composizione nazionale e religiosa: sul suo vasto territorio si contano infatti oltre 130 gruppi etnici e 40 confessioni all’interno di una popolazione di circa 16 milioni di abitanti. La strategia perseguita per governare su una realtà così eterogenea si è concretizzata nell’adozione di una serie complessa di principi generali e di provvedimenti legislativi che sono stati riconosciuti tra i più riusciti al mondo riguardo alla convivenzainterculturale.

L’Istituto di Alti Studi in Geopolitica e Scienze Ausialiarie (IsAG) organizza una tavola rotonda per discutere approfonditamente di questa tematica. Nel corso dei lavori sarà presentato il volume L’unità nella diversità. Religioni, etnie e civiltà del Kazakhstan contemporaneo, a cura di Dario Citati e Alessandro Lundini, frutto di un lavoro collettaneo dei ricercatori IsAG, corredato di documenti originali kazaki tradotti in lingua italiana e di un’intervista inedita.

Il programma completo in formato PDF può essere consultato cliccando qui.

Interverranno alla conferenza, tra gli altri, S.E. Andrian Yelemessov, Ambasciatore del Kazakhstan in Italia, e la Sen. Stefania Giannini.

Per partecipare all’evento è necessario registrarsi scrivendo all'indirizzo eventi@istituto-geopolitica.eu., indicando nome, cognome, indirizzo e-mail di ciascun partecipante. Gli operatori dell’informazione (giornalisti e fotografi), in aggiunta all’iscrizione, sono tenuti a comunicare la propria presenza all’indirizzo accrediti.stampa@senato.it. L’accesso alla sala è consentito fino al raggiungimento della capienza massima. Per gli uomini è d’obbligo l’abbigliamento in giacca e cravatta. Non saranno accettate iscrizioni dopo le ore 12 del giorno 9 dicembre.


Daniele Scalea
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domenica 1 dicembre 2013

India: lotte Spectrum


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La decisione del governo indiano di abbassare i prezzi di base per un cruciale asta di spettro cellulare, prevista per gennaio 2014, si conclude mesi di incertezza per le società di telecomunicazioni in India, ma diverse decisioni cruciali sono stato rinviato.
Il 22 novembre, il gruppo di potere del governo di ministri (EGoM) ha preso una decisione definitiva ad abbassare i prezzi di riserva per la prossima asta sostanzialmente, rispetto a quelli in due turni d'aste precedenti. Dopo le rivelazioni nel novembre 2010, che un'asta 2008, che ha assegnato le licenze di telecomunicazioni e legato spettro 2G è stato afflitto da una truffa con sospetto di corruzione, volutamente prezzi bassi e numerose irregolarità procedurali, nel febbraio 2012, la più alta corte indiana, la Corte Suprema, ha cancellato 122 del originali licenze 2008. Come risultato, molte aziende chiuse in tutto o uscivano alcune delle 22 aree di servizio di telecomunicazioni in India (chiamato cerchi). La Suprema Corte ha anche ordinato al governo di mettere all'asta l'intero spettro liberato dalla cancellazione di queste licenze.
Fallimenti passati
Di conseguenza, il governo ha tenuto due aste, a novembre 2012 e marzo 2013; punto da accuse che aveva perso ricavi preziosi attraverso la truffa, ha fissato i prezzi di riserva elevati per entrambi. Tuttavia, molti operatori telefonici rifiutato di partecipare, dicendo che i prezzi non giustificano un business case per l'offerta, soprattutto perché erano già affrontando una forte competizione, indebitamento crescente, i margini di scorrimento e il calo dei ricavi medi per cliente. Nel primo novembre 2012 asta, dunque, il governo ha ricevuto offerte per solo 101 dei 176 blocchi che all'asta e meno di un quarto dei ricavi attesi. L'asta marzo 2013 era peggio: nonostante l'abbassamento del prezzo di base per i blocchi rimanenti del 30%, ha ricevuto nessuna offerta a tutti per lo spettro GSM, anche se una società, Sistema Shyam Teleservices, ha acquistato frequenze nella banda 800 MHz separato utilizzato da CDMA operatori.
Sono prezzi abbastanza basso?
Il governo è ancora legato per ordine del giudice per completare il processo d'asta, ed è anche desideroso di puntellare le finanze pubbliche vacillanti con nuove entrate. Se le aziende si rifiutano di partecipare, il governo rinuncia a entrate di grandi dimensioni, qualcosa che non può permettersi di fare ciò che si destreggia rallentamento della crescita del PIL e un alto deficit fiscale. Dal mese di marzo, quindi, quattro diversi organismi, tra cui il EGOM hanno esaminato la questione chiave dei prezzi per la prossima asta.
Nel settembre 2013, regolamentazione delle telecomunicazioni in India, l'Autorità per le telecomunicazioni of India (TRAI) ha raccomandato una serie di prezzi inferiori fino al 60% rispetto a quelli in aste precedenti. All'inizio del mese scorso, Telecom Commissione del governo in disaccordo con la TRAI, proponendo i propri prezzi. Il EGOM ha concordato con la Commissione Telecom, raccomandando un prezzo tutto l'India riserva Rs17.65bn (US $ 283m) per MHz dello spettro per la banda di frequenza di 1.800 MHz utilizzata per i servizi di telefonia mobile di base, il 15% in più rispetto raccomandazione di TRAI. Per i più efficienti e ambita fascia 900MHz, che sarà venduto solo in tre zone principali di Delhi, Mumbai e Kolkata, la EGOM consigliato un prezzo di riserva di Rs8.13bn. Che è del 25% superiore al prezzo suggerito al TRAI, ma ancora il 53% inferiore a quello dell'ultima asta.
Industria piange fallo
Anche se questo offre qualche sollievo al settore, una grande denuncia arriva da aziende che hanno acquistato spettro a tassi elevati nelle aste precedenti, tra cui Videocon Telecommunications, Telenor in Norvegia, Idea Cellular, e Sistema Shyam, la cui scelta è stato quello di partecipare o chiudere le operazioni, poiché i loro titoli sono stati tra quelli annullati dalla Corte Suprema. Videocon, per esempio, ha detto che ha pagato un Rs22.22bn esorbitante per lo spettro in sei cerchi in quanto aveva già investito oltre US $ 2 miliardi nella sua attività e sarebbe stato costretto a chiudere, senza spettro. Allo stesso modo, Idea Cellular ha acquistato spettro in sette cerchi in quanto aveva già investito Rs51bn nella sua attività. Queste aziende sottolineano che i nuovi prezzi confermano solo che i prezzi precedenti erano troppo elevato e che ora fatica a sopportare tali costi, mentre in competizione con coloro che pagheranno molto meno. Per livellare il campo, vogliono il governo a rimborsare loro la differenza tra quello che hanno pagato nel mese di novembre e gli eventuali prezzi pagati nel mese di gennaio 2014 un'asta di.
Nonostante queste lamentele, l'asta è improbabile che fallire, dal momento che tutte le aziende hanno fame di spettro per sostenere la crescita. Gli analisti dicono che la forte concorrenza per lo spettro, almeno in ambito banda 900 MHz nei mercati in crescita di Delhi e Mumbai, potrebbe guidare i prezzi finali non del 30-40% superiori ai prezzi di riserva. Controllo scarso spettro in questi due mercati è fondamentale, dal momento che rappresentano il 11% dei ricavi totali di telecomunicazioni in India e il 14% e il 20% dei ricavi rispettivamente di India due più grandi società di telecomunicazioni Bharti Airtel e Vodafone.
Alcune aziende hanno un altro motivo per fare offerte in modo aggressivo. Licenze originali di Vodafone a Delhi, Mumbai e Kolkata e Airtel di a Delhi e Kolkata e Loop Telecom a Mumbai, tutte scadono nel mese di novembre 2014. A quel tempo, devono tornare al governo lo spettro di accompagnamento fino a 8 MHz che siano in possesso entro la banda 900 MHz in queste tre città. Poiché la EGOM ha respinto la loro richiesta di riservare spettro per loro, devono fare offerte in asta prossimo per mantenere spettro anticipo rispetto alla scadenza della licenza. Rischiano di perdere il loro spettro del tutto se sono superata da altri, un incentivo per fare offerte in modo aggressivo.
Le decisioni importanti rinviate
Il EGOM anche deciso di consentire alle imprese di commercio spettro tra di loro per la prima volta, e non solo l'acquisto di spettro in aste governo, una mossa di benvenuto.Tuttavia, il EGOM rinviato decisioni su diverse importanti questioni in sospeso. In primo luogo, nel mese di settembre 2013, la TRAI aveva raccomandato che lo spettro 800 MHz utilizzata dai giocatori CDMA non mettere all'asta affatto dato il basso interesse per la tecnologia CDMA, e ha chiesto al governo di prendere in considerazione destinando parte di quella banda per i servizi GSM. Questo è stato un duro colpo per CDMA e doppia tecnologia operatori come Sistema Shyam, Reliance Communications e Tata Teleservices perché sarebbe tagliare la disponibilità del nuovo spettro per la crescita. In un raggio di speranza, il EGOM ha chiesto al TRAI di raccomandare i prezzi di vendita all'asta dello spettro a 800 MHz. In secondo luogo, il governo attualmente riscuote una tassa uso dello spettro (SUC) tra 3-8% del reddito lordo rettificato, a seconda di quanto lo spettro di una società detiene. Il TRAI ha proposto di sostituire questo con una tassa del 3% pianeggiante, beneficiando società di telecomunicazioni più anziani che detengono più lo spettro, ma la EGOM rinviato una decisione su questo. Infine, ha preso alcuna decisione sulla questione cruciale delle linee guida definitive per le fusioni e acquisizioni telecomunicazioni, urgentemente necessaria per consentire all'industria di consolidare.
27 novembre 2013
Fonte: The Economist Intelligence Unit
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